sabato 21 dicembre 2013
venerdì 20 dicembre 2013
NELSON MANDELA PER UN (NUOVO) SUDAFRICANO
15:29
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Una
tempesta di articoli ha seguito la sua morte. Tra tutti i titoli, uno
mi ha colpito particolarmente. “A giant among men has passed away”,
campeggiava sulle colonne del The Guardian, sintetizzando in sette
parole la grandezza di Nelson Mandela. Molto su di lui è stato detto
in questi anni, con (come precedentemente notato) un’ovvia
condensazione dopo il 5 dicembre, giorno della sua scomparsa. La sua
lotta contro l’Apartheid. La sua lunga detenzione a Robben Island
(dove “sebbene dietro le sbarre, sembrava un uomo libero e gli
unici incarcerati sembravano i suoi aguzzini”). Le sue innumerevoli
qualità, in particolare la tenacia e la determinazione, che gli
hanno permesso di superare la prigionia. L’uomo duro e forte che
era. Il carattere giocoso e festaiolo che aveva. La sua passione per
lo sport e per il ballo. La sua visione pacifista e la sua
propensione a perdonare. Il suo desiderio di creare un Nuovo Sud
Africa. Sono questi alcuni dei tratti salienti di Mandela, ma non
voglio parlare di questo. Sono tutti aspetti plurimenzionati e noti
ai più. Nell’ultimo anno ho avuto a che fare con diversi
sudafricani, cosa che mi ha permesso di scoprire questa figura sotto
un altro punto di vista: ho conosciuto Mandela come Tata (padre)
piuttosto che come l’uomo politico che è stato. Scrivo dunque su
Mandela perché voglio provare a spiegare chi era e cosa la sua
storia significasse per un sudafricano.
I
sudafricani che conosco rappresentano la prima generazione
post-Apartheid: sono cittadini del Nuovo Sud Africa. Tra le tante
conversazioni che abbiamo avuto riguardo alla loro nazione, alcune
riguardavano Mandela (o Madiba, secondo il suo nome di clan). Ho
sempre amato parlare della storia del Sud Africa e del loro Tata.
Tuttavia, vi è un aspetto riguardo a quest’ultimo che ha richiesto
molto tempo perché lo cogliessi appieno. Ho sempre ritenuto Mandela
un personaggio degno di stima e massimo rispetto, ma non capivo che
cosa rendesse i miei amici così sinceramente grati a Madiba. Non
avevo mai percepito una cosa del genere, mostravano un affetto che di
solito si da (appunto) ad un padre. Spinto dal desiderio di capire
meglio, lo scorso aprile andai ad una mostra dedicata a Mandela che
mi aiutò a ripercorrerne la storia da vicino. L’interattività
della mostra mi aveva in qualche modo proiettato con la mente in
quell’Africa coloniale dove la società era divisa in razze per via
dell’Apartheid. Mi aveva in qualche modo fatto sedere su quelle
panchine “solo per bianchi” e fatto giocare a calcio con coetanei
bianchi, mentre dall’altro lato della strada ragazzini neri vestiti
di stracci giocavano con i sassi. La mostra mi aveva guidato
attraverso le proteste e coinvolto in riunioni dell’ANC (African
National Congress). Mi aveva portato nel carcere dove Mandela
(insieme ad prigionieri politici) è stato costretto a spaccare
pietre per quasi un quarto di secolo. Mi ha permesso di provare solo
un’infinitesima parte del suo dolore e di quello dei suoi compagni
mostrandomi le immagini truci e violente di proteste represse col
sangue. Mi ha infine riempito il cuore di gioia quando ha fatto luce
sulla liberazione di Mandela e sulla proclamazione di quest'ultimo
come capo del governo nel 1994.
Le
emozioni lasciatemi dalla mostra furono avvisaglia del fatto che mi
stavo avvicinando al senso di ciò che non capivo. Con una maggiore
comprensione dei fatti mi confrontai ancora su Mandela con i miei
amici e finalmente colsi il senso di quella pura gratitudine che si
destinerebbe ad un buon padre quando mi venne detto “senza Mandela
non saremmo nemmeno stati qui!”. La lotta di Mandela ha insegnato
ad una intera nazione a perdonare e a guardare avanti. E’ ciò che
ha infuso i cuori di questi ragazzi di positivismo e ottimismo. E’
ciò che ha avviato la costruzione di una società multietnica
egualitaria. Ha posto le basi per una società dinamica e proattiva
che ha l’obiettivo di risolvere le contraddizioni sociali ereditate
dal colonialismo e che in un tempo brevissimo (circa un ventennio) ha
compiuto passi da gigante. La lotta di Mandela ha acceso i riflettori
sul Sud Africa, rendendolo un attrattore di investimenti esteri e
turismo. Infine, è stata la sua battaglia a dar vita al suo sogno (e
di molti altri), creando la Rainbow Nation (termine coniato da un
arcivescovo e riutilizzato da Mandela nel suo primo discorso da primo
ministro nel 1994).
Il
5 dicembre ho visto pianti, feste, commozioni, celebrazioni,
manifestazioni, danze, statue issate, veglie, concerti, tutti i
leader del mondo riuniti in uno stadio, funerali maestosi e molto
altro ancora. Stavolta, però, non mi son posto nessuna domanda. Ho
solo pensato “Rest in Peace Tata”, sapendo che una piccola parte
di questo gigante avrebbe riposato per sempre dentro ogni
sudafricano.
IT
mercoledì 18 dicembre 2013
LIGHTNING BOLT - Pearl Jam
15:07
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“It
didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder,
frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV
Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai
propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi,
tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal
resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le
influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome,
"addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che
in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era
vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano
tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza,
solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via
d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt
Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso,
Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva
parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione.
Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative
anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare
videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei
loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che
la band “spese la maggior parte
degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”.
Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio)
chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di
persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black,
una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che
andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per
darla in pasto al mainstream musicale.
Il
15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel
gioiello (ineguagliato) che fu Ten,
è uscito Lightning Bolt,
e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i
puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello
d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning
Bolt (che rimane un bel disco) con
gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto
inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve
creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati;
ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album,
probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro
oggi se ne vedono pochi.
Lightning
Bolt inizia con due pezzi alla Pearl
Jam: Getaway
e Mind Your Manners.
Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari
e acidi ricordano molto classici come Spin
the Black Circle e Do
The Evolution. Ascoltare Eddie che
urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se
siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo
tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My
Father’s Son (pezzo forse più
oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in
prima linea) si arriva a Sirens,
scritta dal guitar hero
Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind
Your Manners). Una ballata elegante
e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco,
soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le
sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow
Ledbetter, ma la melodia è affatto
banale e le parole mettono i brividi.
La
title-track Lightning Bolt
è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard
che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World
Wide Suicide. In questo filone
s’inserisce anche Swallowed Whole,
forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi
così diversi come Infallible
e Pendolum.
Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della
voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto
anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere
malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene;
unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci
che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy
e Alive
per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al
massimo è la blueseggiante Let The
Records Play, con Mike McReady che
gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even
Flow: divertimento allo stato puro.
Da
qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e
il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping
By Myself (brano ripreso da Ukulele
Songs, riarrangiata senza essere
però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che
impressionò come solista in Into The
Wild, uno dei migliori e più intimi
lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk
hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino
paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow
Moon è stata etichettata come
riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio,
seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future
Days, ed è probabilmente qua che si
sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten
a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima,
per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento
è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una
maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i
venti e le maree che si avvicinano “I
believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of
you and me”.
Lightning
Bolt è in definitiva un bel disco,
probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il
furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i
Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il
ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso:
se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo
probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei
cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci
libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più
rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare,
dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare
le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’
bello sapervi ancora in giro. Grazie.
(Prossime
tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di
fuoco).
Coro
martedì 17 dicembre 2013
IL CICLISTA
14:53
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Il
sudore gli colava sulla fronte impedendogli di vedere distintamente,
gli avversari lo braccavano come sciacalli affamati, era l'ultima
salita, la tappa della consacrazione, lui era lì, in testa alla
lunga fila di ciclisti che annaspavano per lo sforzo finale.
Si
sentiva osservato, invidiato, bruciato dagli sguardi nemici che non
potevano fare altro che guardargli il fondoschiena.
Era
troppo veloce, una scheggia in pianura, una locomotiva in salita.
Guardava
dritto davanti a sé come un puledro da corsa, tirava piccole boccate
d'ossigeno calibrando ogni respiro.
Pedalando
ripensò a tutti i chilometri che aveva fatto, a tutte le avversità
che aveva superato stringendo i denti.
Il
sole cominciava a farsi sentire su quella strada di montagna, ma il
capofila non era tipo da arrendersi per così poco, aveva mantenuto
la sua posizione in condizioni ben peggiori, ricordava ancora con
estrema commozione la pioggia torrenziale che li aveva aggrediti
durante la settima tappa, ma lui, fradicio come un pulcino, aveva
evitato una brutta caduta all'ultimo secondo con fare da acrobata.
Era
l'astro nascente, il fenomeno venuto dall'est, tutti lo guardavano
con ammirazione, ma allo stesso tempo volevano la sua carcassa,
sopratutto quell'italiano che gli stava alle calcagna da centinaia di
chilometri, la sua era la faccia di chi non vuole perdere, di chi
tenterà il tutto per tutto fino all'ultimo per spodestare
l'imbattibile.
Ma
il capofila non mostrava nessun cedimento, ripensava a tutti gli
allenamenti a cui si era sottoposto, alle diete sane e sotto
controllo, al vizio del fumo che tanto lo affascinava ma al quale
rinunciava, ricordava tutto con dolore, il dolore di chi lotta per
qualcosa d'importante, lo spasmo dei muscoli esausti che non
rispondono più ai comandi, il sudore dell'uomo prima che del
campione; perché, al contrario di quello che pensavano tutti, lui
non era il fenomeno a cui riesce tutto senza sforzo, anzi, per
arrivare a primeggiare in quella gara era morto e rinato infinite
volte.
Passata
la salita sputò uno sbuffo di sollievo; il peggio se l'era
lasciato alle spalle e dopo la discesa ci sarebbe stata la dirittura
finale, ma lui era l'asso della pianura, faceva correre i piedi come
bielle dirette al traguardo.
L'italiano
era sempre lì, in attesa di un errore, sperava in un piccolo
cedimento, in un crampo improvviso, perché sapeva che in una
situazione normale non ce l'avrebbe fatta, era un avversario troppo
forte, il duro dei duri e intanto continuava a guardargli il
fondoschiena.
Il
capofila sbuffava indisturbato verso il traguardo, pensò che dopo la
corsa sarebbe andato a casa dalla sua famiglia; non amava le cose in
grande, gli sarebbe bastata una serata tranquilla con le persone che
più amava, era stanco dei ricevimenti di gala e dei sorrisi per i
fotografi, ma comunque la competitività lo tormentava fin dalla più
tenera età.
Pochi
metri, pochi metri ancora e la vittoria sarebbe stata sua, nessuno
gliela avrebbe più tolta, primo davanti al suo eterno secondo.
Rigirò
la testa per la cavalcata finale e...100, 80, 50 metri all'ultimo sprint, una manciata, solo una manciata di metri ancora e...quel
daino, maledizione, un muro di carne viva a bloccargli la vista...per
evitarlo rischiò di sfracellarsi a gran velocità, rallentò fino a
fermarsi, rimise il piede sul pedale, sentì due gomme fischiare alla
sua destra...capì che era tutto finito.
Elle
Bi
lunedì 16 dicembre 2013
TEKKONKINKREET - Michael Arias
14:19
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E'
la storia di Bianco e Nero, due fratelli, due bambini che scorrazzano
per Città Tesoro.
Li chiamano i Gatti, sono i padroni della città, tutti li temono, e
fanno bene perché con i Gatti non si scherza, saltano per la città,
o meglio sopra, in equilibrio su altissimi pali della luce, osservano
che tutto vada per il verso giusto, scrutano le stranezze di Città
Tesoro, una metaforica città giapponese dipinta da colori pop,
schizzata di sangue e sudore.
Bianco
è puro, ma non indifeso, vive nel suo mondo da fiaba, con elefanti
che passeggiano per la casa, fiori che nascono e si attorcigliano, e
accanto a lui c'è Nero, rabbioso, cupo, inquieto, si prende cura del
fratellino, lo veste, lo lava, fa tutto quello che dovrebbe fare un
buon fratello maggiore.
Ma
Nero e Bianco sono inseparabili, proprio come lo yin e lo yang del
TAO, appoggiati l'uno sull'altro si completano, ma se divisi
scricchiolano, precipitano in caduta libera facendo un grosso botto.
A
far da contorno ai due ragazzini tantissimi personaggi forse un po'
stereotiparti, ma è il ruolo che rivestono che lo richiede.
Arriva
il signor Serpente, un moderno lucifero dalle orecchie a punta,
sconvolge l'equilibrio della città, tutto sta cambiando troppo
velocemente. Topo ex capo degli yakuza viene messo da parte, tutto si
muove secondo i fili che sta tessendo Serpente, che si insinua fra le
crepe delle persone, usa il ricatto, tenta il prossimo proprio come
il serpente tentò Adamo ed Eva.
Ma
Serpente, affiancato da scagnozzi dalle fattezze robotiche, aliene,
dalla forza disumana, non fa i conti insieme all'oste o meglio agli
osti, pensa di far fuori i Gatti, di dividerli per affondare il
colpo, la ferita mortale, per impadronirsi di Città Tesoro, ma i
Gatti non ci stanno, sono furiosi, sprizzano rabbia come il Giappone
degli anni '60.
Il
regista Michael Arias, statunitense d'importazione, insieme allo
sceneggiatore Antonhy Weintraub crea un mondo allucinato, una fiaba
moderna, pervasa da violenza e sentimento, due costanti sempre
presenti nella vita, proprio come il nero e il bianco.
Il
disegno è alternativo, accattivante nella sua imperfezione, volti
spigolosi, braccia e gambe che sembrano quelle di bambole di pezza.
La
regia è qualcosa di completamente nuovo, mai visto in un film d'animazione, la macchina da presa vola, come i corvi all'inizio del
film, scruta i personaggi, si insinua nei vicoli, salta da un palazzo
all'altro, l'azione a volte frenetica dei combattimenti, degli
inseguimenti è qualcosa di stupefacente, sangue e pallottole degne
di un gangster movie; il tutto accompagnato dalle musiche dei Plaid.
Film
che ai più piccoli potrebbe far storcere il naso, una storia che
intrattiene e commuove, un rapporto fra due bambini che difficilmente
dimenticheremo; definito da molti un buon film, noi gridiamo al
capolavoro.
E'
la storia di Nero e Bianco, è la storia di tutti noi.
Elle
Bi
sabato 14 dicembre 2013
venerdì 13 dicembre 2013
VENERE DAI GUANTI DI VELLUTO
19:40
1 comment
Stimolato
dal tema di una recente pellicola, Venere
in pelliccia,
oltreché da un film oramai prossimo ad uscire nelle sale
cinematografiche (spero), Nymphomaniac,
voglio cimentarmi in un breve racconto domandandomi quanto realmente
alcune forme di parafilia (nel caso di questo passaggio, il
masochismo) siano un qualcosa di discordante da quella che può
essere definita una ‘normale’ (parafrasando la definizione data
alla parola da alcuni vocabolari) attività sessuale (sottolineando
inoltre come la parola ‘normale’ in questo caso sottintenda
l’esistenza di una sorta di standard comunemente accettato,
riconosciuto quindi come un qualcosa di più ‘consono’). Cosa può
davvero definirsi ‘normale’ in tale ambito?
(Nota:
ovviamente non mi riferisco ai problemi di natura psicologica, da
considerarsi in tutto e per tutto dei ‘disturbi’ sessuali, ma a
quelle pratiche inserite in un contesto di reciproco consenso,
comunemente indicate con la sigla BDSM, Bondage & Disciplina,
Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo)
La
giornata in studio mi aveva completamente estenuato. Pareva davvero
non finire mai quest’oggi. Mi ritrovo a camminare completamente
assorto nei pensieri non badando affatto a chi mi passeggia accanto,
a chi mi urta chiedendo subito scusa, a chi scruta il mio volto
cercando di intuire il motivo di un tale stato d’animo. “Non
saprete mai il mio piccolo segreto” sussurro, continuando a
passeggiare con falcate ora più lunghe, come se le gambe venissero
attirate da una sorta di forza magnetica verso la loro destinazione.
Senza
rendermene conto la porta di casa mi appare dinanzi, prendendomi
quasi alla sprovvista. “Ecco, sono arrivato”. La mano si insinua
veloce nella tasca del giubbotto ed afferra sicura le chiavi che
scorrono altrettanto rapidamente nella serratura. “Ora devo
solamente tirare la maniglia…” ma sussulto, e per un brevissimo
lasso di tempo scordo come poter effettuare l’elementare gesto. “Mi
devo calmare”; mi calmo, e chiudo la porta alle mie spalle.
Una
volta raggiunta la camera lascio cadere le membra pesanti sul letto
così da poter recuperare un po’ di energie. Bevo un sorso d’acqua,
in questo momento dissetante come di rado in precedenza, e premo il
‘pulsante’ (questo è un piccolo aiuto per comprendere il
finale).
Lei
appare dinanzi a me, appoggiata alla porta della stanza con un'aria
quasi strafottente ma ugualmente seducente ed imperiosa. “Ciao
Ci…”, cerco di accennare un saluto ma la sua voce seda subito il
mio tentativo maldestro “non dire niente V. , non tentare neppure
di dire qualcosa. Perché vuoi parlarmi? Da quando hai il permesso di
rivolgermi la parola?”. Rimango muto e a quelle parole così severe
il sangue comincia a bollirmi nelle vene. Ancora attonito ammiro la
sua figura, il corpo slanciato; scruto ogni particolare visibile e
più celato sentendomi quasi trasalire alla vista del suo corpetto
nero, leggermente satinato, il quale elegantemente avvolge i suoi
fianchi e costringe un poco il seno. Incontro poi il suo occhio
sinistro che fa capolino tra i capelli rossi e mossi che cadono
disordinatamente sulle spalle; lascivo e leggermente socchiuso
penetra completamente la mia anima e mi costringe al letto,
paralizzandomi. “Sono alla tua mercé…” balbetto. Si avvicina
con passo sicuro, sorridendo malignamente. “Cosa c’è V., non ti
senti molto bene? Ah, ah, ah…” una risata calda e tracotante mi
spiazza completamente. La donna oramai sa di avermi in pugno e
raggiunge il bordo del letto portandosi appresso una lunga corda nera
che poggia accanto al mio corpo inerme. Afferra due guanti neri,
vellutati, di buona fattezza, e con signorilità tremendamente
seducente gli indossa entrambi velando così le sue dita affusolate e
parte del suo avambraccio. “Ora voglio che ti spogli V., su forza
spogliati...” . Al suo ordine sfilo via le scarpe e i calzini, e
poi i pantaloni. Tremo leggermente ma tento di fingere una certa
sicumera. Sono brividi di piacere. “Ah, ah, ah…” lei continua a
ridere con fragore, chiaramente compiaciuta dell’evidente effetto
che ha sulla mia persona; afferra la corda che aveva poggiato per un
solo attimo e lega prima la caviglia destra e poi la sinistra.
Continua ad avvolgermi le gambe arrivando sino al busto. Le sue mani,
ora vellutate, sfiorano di continuo la mia pelle ed il desiderio per
lei si è fatto oramai evidente. Mi accingo a togliere la camicia e
in un attimo sono completamente nudo, inerme, annichilito. Lei
continua meticolosamente ad avvolgere il mio corpo con la sua corda
ed io osservo la sua figura, in questo momento così vicina.
Avidamente le scruto le cosce, le braccia, le odoro la pelle bianca.
La bramo.
Baciandomi
sulla bocca avvolge il mio collo con la sua ‘arma’, assicurandosi
poi che sia ben stretta e non curandosi del fatto che a me venga meno
il respiro. Portando con se il cappio della corda si adagia
lentamente sul letto trascinandomi appresso, senza violenza ma con
decisione, ed io non posso far altro che sottostare al suo volere e
soddisfarne i capricci. Mi imbatto nei suoi occhi, i quali mi
atterriscono. E lei impietosamente continua a stringere la corda
attorno al collo con sempre maggiore energia man mano che cresce la
sua eccitazione lasciandomi completamente senza fiato, soffocare.
“Simulazione
terminata. Risveglio programmato tra 3, 2, 1…”. Tento di
recuperare un attimo i sensi ancora molto scossi dall’esperienza
appena conclusasi. Mi sciacquo rapidamente il viso guardando subito
dopo la mia immagine riflessa allo specchio del bagno. Noto un
piccolo segno sul collo, una specie di livido come lasciato da “…
una corda. Ma non era un’animazione completamente virtuale?”.
(E’
pur sempre la rubrica “notizie dal futuro” no?!).
Libro
della settimana: “La madre di Dio” di Leopold Von Sacher-Masoch.
Maste
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