lunedì 9 dicembre 2013

BLUE JASMINE - Woody Allen


Irresistibile. Ancora oggi, a più di 40 anni dagli esordi, il cinema di Woody Allen è irresistibile. E inconfondibile. Il ritmo jazz, l’umorismo, il caos (il caso) sono tutti elementi caratterizzanti ed imprescindibili del personalissimo cinema del regista americano. Certo, non è più tempo di corse affannate lungo le strade newyorkesi sulle note della Rapsodia in blu di Gershwin per soddisfare il desiderio di rivedere un volto (una delle ragioni per cui vale la pena di vivere, tra il vecchio Groucho, Joe Di Maggio, Marlon Brando, la frutta di Cézanne), ma ancora oggi la forza propulsiva dei suoi racconti è il desiderio. Destinato a restare insoddisfatto, affogato nel mare magnum della vita.

Forse è vero, come sostengono alcuni, che Allen abbia già detto tutto quello che doveva dire in tre quattro film. È anche vero che certi monologhi sardonici, certe freddure non possiamo non immaginarle uscire dalla bocca del buon vecchio Woody. Tuttavia, in questa sorta di coazione a ripetere, Allen riesce ad inserire ogni volta elementi di novità (se non in ciò che viene detto perlomeno nel modo in cui viene detto). In quest’ultimo film l’alternanza di due registri, uno comico l’altro drammatico, gli consente di attribuire alla propria riflessione una marcatura maggiormente cinica. Blue Jasmine risulta alla fine uno dei suoi film più disillusi e pessimisti nonostante i toni adottati, in continuità con gli ultimissimi lavori del regista, siano volutamente leggeri, da commedia.

Jasmine (una straordinaria Cate Blanchett assolutamente da Oscar) lascia New York per andare a stare dalla sorellastra che vive a San Francisco, per cercare di ricostruire la sua vita andata irrimediabilmente in pezzi. Infatti, si lascia alle spalle un matrimonio con un finanziere ladro e truffatore morto suicida dopo essere stato smascherato, ma soprattutto, una vita di ricchezza, agiatezza, lusso sfrenato e ipocrita filantropismo. Difficile sarà per lei adeguarsi ad uno stile di vita decisamente più sobrio nella modesta abitazione californiana della sorella. Ma ancor più difficile sarà ritrovare un equilibrio mentale pericolosamente destabilizzato da alcool e psicofarmaci.

Beffardo. È il destino secondo Woody Allen. In un attimo, con un gesto, rabbioso e disperato, Jasmine ha perso tutto. E quel tutto cerca ora di riconquistare. Sotto forma di simulacro di una vita irrimediabilmente andata. L’illusione di averla ritrovata è destinata a crollare perché fondata ancora una volta sulla menzogna. In una storia, umana troppo umana, che non può che terminare così come è cominciata. E quella panchina quegli occhi e quelle lacrime non le dimenticheremo facilmente.


Diccì

sabato 7 dicembre 2013

TRAMPOLINO - Matilde Spinelli



La fotografa Spinelli ci propone qualcosa che non è ciò che appare.

Ad un primo sguardo notiamo un trampolino che come in tutti i lavori dell'artista vuole essere perfetto, una cromia che crea forme tramite l'accostamento di un celeste ad un blu slavato, ma se fosse tutto qui sarebbe troppo facile, sarebbe alla portata di tutti.
L'occhio dell'osservatore attento scruta e si interroga sul trampolino, o meglio sul non-trampolino, perché in realtà quello che vediamo è un gioco delle forme, o meglio un ribaltamento.
Spinelli trasforma un obelisco che guarda al cielo in un trampolino che sembra sospeso su di esso, un trampolino che vuole essere perfetto anche nella geometria, ma non ci riesce; e a noi va bene così, ci piace la sua imperfezione, ci piace così tanto che verrebbe voglia di saltarci sopra.

Elle Bi

venerdì 6 dicembre 2013

STRATEGIE DI MARKETING CELESTIALI


F. nuotava tra le nuvole della troposfera all’interno del suo jet bianco. Odiava i lunghi spostamenti perché il più delle volte viaggiava solo in compagnia degli assistenti di bordo. F. era uno di quelli che contano davvero, un pezzo grosso. Il suo unico superiore era il Grande Capo. Per questo si spostava con voli privati. Lesse un po’, ma non era dell’umore adatto. Decise allora di appisolarsi sperando che il sonno lo cullasse fino all’atterraggio. Tuttavia, questo non avvenne: il suo riposo fu ben più travagliato del solito. Si era abituato ai frequenti sogni portatori di messaggi e rivelazioni. Ci aveva messo un po’ ad adattarcisi ma sapeva che era previsto dal suo contratto. Ciò che lo sorprese (e che rese il suo riposo travagliato) fu che questa volta fu proprio il Grande Capo ad approcciarlo. Sebbene l’ufficio fosse inondato di una densa luce bianca, capì subito che era Lui. La sua voce impetuosa era inconfondibilmente quella di colui che è il passato, il presente e il futuro.

F. si inchinò e disse “Ti saluto, o Altissimo. Rimetto a te i miei peccati, per essere degno di stare al tuo cospetto”. Ci fu una pausa. E poi lentamente Dio disse, “Ti libero dal male F., e poi insomma sei un cristiano devoto, non c'è bisogno di chissà quale sforzo per renderti degno di me”. Le guance di F. si inumidirono, rigate da lacrimoni dovuti all'emozione e alla gioia. Dio continuò dicendo “Suppongo che ti starai chiedendo le ragioni di questo incontro. Ebbene, ho approfittato che tu fossi a metà strada dal mio ufficio, per venire a parlarti della situazione critica in cui la nostra assemblea di fedeli, la Chiesa, versa”.

L’Altissimo continuò dicendo: “Mi è stato facile estendere il mio potere negli anni che furono. Dopo che mandai il mio unico figlio sulla croce, il mio potere crebbe esponenzialmente. La prova del nove furono le Crociate. E’ stato un bagno di sangue è vero, ma lo sai che sono presuntuoso e al contempo insicuro, avevo bisogno di quella prova di fiducia. Dovevo constatare che gli anni delle grandi persecuzioni dei miei fedeli, che hanno patito delle morti tremende, non fossero stati vani. È stata una campagna di marketing estrema, ma ti assicuro che i risultati furono concreti. Ti basti pensare che successivamente la situazione si invertì: era chi non credeva nella mia luce ad essere perseguitato”. Si fermò. “Ma ora”, riprese l'Onnipotente, “veniamo a noi e al problema che dobbiamo affrontare”. Si fermò ancora e poi disse: “Premetto che non mi è ancora andato giù quello che voi ragazzi faceste quando, per finanziare le vostre spese pazze, iniziaste a truffare quei poveri pagani vendendogli il perdono dei loro peccati. Ci fu lo zampino del Diavolo perché non avevo autorizzato che ciò avvenisse, come avrei potuto? Per via dell’ingenuità del collegio papale del tempo quei poveracci hanno dato tutto quello che avevano senza avere indietro una coscienza pulita. Comunque, so che tu non c'entri, e dopo tutti questi anni voglio ridarvi fiducia”.

F. continuava ad ascoltare incredulo. Non avrebbe mai immaginato che il primo meeting con il Capo sarebbe stato così. Dio riprese dicendo: “Lassù, le altre divinità hanno intrapreso campagne pubblicitarie vincenti. Purtroppo, nel regno dei cieli, non è consentito lo spionaggio industriale: sappiamo tutto di tutti, e i progetti che attuiamo devono essere autentici. Devo ammettere che Buddha, sta rubando una grossa fetta di fedeli e si sta espandendo velocemente. Con il suo slogan ‘sei tu stesso la chiave della tua liberazione’ sta spopolando tra giovani radical chic e alternativi. Anche Allah va forte, ha capito quanto siano più avanti le donne e ha risolto il problema alla radice, tagliandole fuori”.

Io sono a corto di idee. O meglio, ho solo idee generali da proporti che vorrei che tu sviluppassi. I nostri centri di ricerca mi hanno affidato un report che attesta che la principale determinante della perdita di consensi è la diffusione della scienza e della cultura. Tuttavia, i nostri analisti hanno individuato grandi sacche di ignoranza in Africa, Sud America e anche negli Stati Uniti che potrebbero portarci un vasto numero di adesioni. L'economia globalizzata e capitalista sembra fare il tifo per noi. Ovviamente va condannata, in questo modo i poveri verranno a noi. Ancora, ci sono molti sodomiti di questi tempi. E, viste le nostre scarse adesioni, andrebbero tirati dentro anche loro. Infine, ti assicuro che la storia di Onan e del seme sprecato ha smesso di funzionare da tempo, dunque sappi che puoi sempre giocare la carta del preservativo”. Rimase silenzioso qualche momento e poi disse, “Hai domande?”. F., da uomo timorato che era, non se la sentì di chiedere tutto quel che avrebbe voluto. Sentiva la sua fede svenduta, sminuita, il progetto al quale aveva dedicato la sua intera vita, ridotto ad una semplice campagna di marketing volta al futuro. Lui che aveva sempre creduto che la vita terrena andasse vissuta appieno nella luce del Signore. Capì che non avrebbe potuto fare nulla e accettò silenzioso. Dicendo, “Dio che sei tutto, farò la tua volontà”.

Quelli a lui vicini dissero che ritornò dal viaggio diverso. Era silenzioso e cupo. Fu a fine novembre che il piano di marketing celestiale fu messo in atto. F. pubblicò l'esortazione apostolica 'Evangelii Gaudium' con cui tracciava il percorso del proprio pontificato nei prossimi anni.

Amen. 

Lettura consigliata ‘Il Vangelo Secondo Gesù Cristo’ di Saramago. Un capolavoro della letteratura, meritatissimo premio Nobel.

IT



giovedì 5 dicembre 2013

RADIO CURE - Wilco



Gli Wilco si sono imposti come uno dei migliori gruppi alternative rock degli anni 2000, e ascoltando questa canzone (contenuta nel loro album migliore, Yankee Hotel Foxtrot, 2002) si capisce il motivo. Le note, dure e spietate, si fondono con la voce malinconica di Jeff Tweedy creando un insieme misterioso, da scoprire ascolto dopo ascolto (geniale il synth in sottofondo). Insomma, una canzone che inizialmente può sembrare semplice, ma che con il tempo vi ammalierà con i suoi rumori nascosti. Una cura dalla monotonia delle star mainstream del momento.


Testo

Cheer up, honey, I hope you can
There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stuff
Honey kisses, clouds of fluff
Shoulders shrugging off

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with radio cures
Electronic surgical words

Picking apples for kings and queens of things I've never seen
Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stars
Honey kisses, clouds of love

Picking apples for the kings and queens of things I've never seen

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up

Honey, I hope you can...

Mi.Di

martedì 3 dicembre 2013

FACCE D'ESSERI UMANI CANCELLATE

Firenze è in fondo ad un sogno. Un puntino arancione. Un campo base lontano.
Io e quegli altri stiamo andando a ballare in periferia: guidiamo su strade grigie in modo fantascientifico, piene di nebbia e gatti e torri d'immondizia alte fino al cielo. Attraversiamo zone industriali, campi rom, enormi supermercati spenti. Prendiamo l'autostrada.
Sull'autostrada tutto diventa un limbo. Sospesi, ci troviamo ancora una volta a fantasticare su possibili deviazioni che ci porterebbero a incontrare chissà quali destini. Sull'autostrada, per noi, destino e destinazione non fanno alcuna differenza.
Poi all'uscita per Barberino, G.B. tira fuori delle pasticche e ci guarda con la sua faccia affilata, i suoi occhi affilati, le orecchie – pure quelle – affilate. G.B. è l'abbreviazione di Grande Buio. Noi lo chiamiamo così. Gibì, Gibbì, talvolta Gibbone. Ma non gradisce quest'ultima variante. Intanto la macchina continua ad assecondare la curva dell'uscita autostradale, e per un secondo, ma solo un secondo, ci sembra di volare goffamente su capannoni, parcheggi, chiesette ultramoderne. Slittiamo in un centro residenziale. Gibì continua a guardarci e a sorridere. Nella mano aperta c'è il sacchettino con le pasticche. Gli altri le buttano giù con l'acqua delle bottigliette, ma io ho paura e così lascio perdere e torno a guardare la strada buia illuminata male, color obitorio, mentre la radio continua a parlare di abbassare le tasse, aumentare i profitti, mantenere costanti le nascite. Sembriamo zombi nella bruma delle ore zero, ma mi piace così.
“... si può mettere un po' di musica?”
“No. Voglio sentire il notiziario.”
Samu, che è la seconda persona più silenziosa dentro questa macchina, ci prova sempre. Ma, sebbene non guidi, è sempre Gibì a gestire la radio, e Gibì è fissato con attualità, cronaca, politica e previsioni del tempo. Samu vuole sempre che si metta la musica e Gibì pensa che sia una cosa un po' infantile. Intanto, passiamo accanto a un'enorme collina. Sulla collina ci sono degli alberi, immobili. Gibì accende la luce dell'abitacolo e la collina sparisce. Comincia ad armeggiare con della roba che tiene nella tasca del giubbotto. Piccolo Buio, il fratello minore di Grande Buio, nessuno sa dove si trovi. Proprio fisicamente, voglio dire. Sparito dalla circolazione da due anni, dopo un brutto guaio successo al Cubo, una faccenda di cui Gibì non parla mai.
“...questa merda la voglio spacciare tutta stasera...”
Poi spegne la luce e ricompare la collina, tutta scura, enorme. Penso ad alberi con le radici piantate negli speroni di roccia, a grotte primordiali, allo spazio interstellare.
“... quanto sono orride 'ste chiese futuristiche di fianco alla strada...?” Massi, il guidatore, apre bocca dopo quasi venti minuti di assoluto silenzio. Tutti si girano a guardare la chiesa criticata da Massi e tutti concordano. Continua: “una volta ho fatto un incubo con una chiesa come quella... dovevo scappare da qualcosa che mi voleva mangiare, ma dall'altare non riuscivo mai ad arrivare all'uscita: era una chiesa immensa.”
All'improvviso, del tutto inaspettatamente, mi ricordo di un pomeriggio d'estate in cui mi sentivo solo e, non sapendo che fare, cominciai a fare piegamenti sulle braccia. Ne feci tantissimi, ma dopo mi sentii ancora solo. Allora uscii, ma mi sembrò di rimbalzare come una pallina da flipper fra tutti i posti in cui mi volevano bene. Non so, ma dev'essere stata la chiesa del sogno di Massi a risvegliarmi questa cosa, anche se non so minimamente il perché.
“... a proposito, il Bambino – avete presente il Bambino, quel gigante di un metro e novanta che se ne sta sempre al Cubo a mangiarsi le unghie? Lui, mi ha detto che ha trovato un trucco per fronteggiare i brutti sogni. Fa sempre incubi in cui viene inseguito, e quindi, prima di andare a letto, si mangia sempre una barretta energetica, di modo che – dice lui – se lo inseguono avrà le forze necessarie per scappare.”
“Ma che dici. Non ci credo.” Gibì è un campione di frasi interrogative senza punto interrogativo, così come di frasi esclamative senza punto esclamativo.
“Dice che funziona. Ora i mostri non lo prendono più.”
“Sì sì, ma ricordati che stiamo parlando del Bambino. Io lo conosco, non è una persona normale.”
Grande calore, grande forza, grande sgomento. Sempre, quando viaggio nella notte diretto verso posti che non conosco, insieme a compagni di viaggio che forse conosco troppo. Mi sarebbe piaciuto conoscerli meno, conoscere solo il loro lato migliore. Ma poi mi domando che senso avrebbe avuto...
...Il Presidente della Repubblica si è espresso in merito al Disegno di Legge approvato stasera. Ha affermato che è una cosa a dir poco orribile voler dividere l'Italia, volerla dividere così impunemente e senza possibilità di tornare indietro...”
Gibì, attentissimo, se ne sta leggermente reclinato verso la radio. Samu sbuffa e si contorce nel piumino. Che palle, bisbiglia.
... e questa sera, nelle ore dell'approvazione del Disegno di Legge, una folla di circa diecimila persone si è radunata davanti Montecitorio, dando il via a una manifestazione molto sentita. In seguito all'infiltrazione di gruppi dei Centri Sociali, però, il tutto è degenerato in un violento scontro di massa tra forze dell'ordine e dimostranti. Scontri che si sono placati da circa un'ora.”
“Volevo esserci anch'io.” Dice Gibì.
“Perché non sei andato?”
“Non lo sapevo.”
Entriamo in una stradona lattiginosa, alberata, così diritta da fare male. Massi dice che siamo quasi arrivati. La macchina rallenta, adesso andiamo a passo d'uomo. Troviamo un parcheggio non troppo lontano dalla discoteca e ci fermiamo. Io risuono come una tubatura vuota colpita da chiavi inglesi. Poi mi rendo conto che sono i colpi secchi delle portiere sbattute: scendono tutti. Scendo anch'io.

Quando rientriamo in macchina tutt'intorno c'è una luce rosata, ancora inquinata dalle tenebre della notte. Un'aria da fumetto noir. Gibì si regge la testa, Massi si stropiccia gli occhi, Samu dorme e io continuo a risuonare dentro. Risuono, risuono, ma non so bene cosa sia questa vibrazione, questo anello di frequenze che mi sovrasta, una specie di aureola maledetta. Guardo il panorama scorrere sempre più veloce fuori dal finestrino. Si schiarisce lentamente. I suoi contorni sembrano quelli di uno scenario di guerra dove la guerra è passata da anni ma nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.
Dopo aver fatto colazione riprendiamo la strada verso casa, che è tutta diritta. Gibì allunga un dito simile a un artiglio verso la radio e la accende.
...ed è per questi motivi, senz'altro discutibili, che ora l'Italia non esiste più. Vorrei infatti discuterne con voi, sentire i vostri pareri di intellettuali attenti alle dinamiche sociopolitiche...”
“Ah, c'è il salotto politico. Pensavo ci fosse la cronaca.” Gibì sembra un po' deluso.
Ma quale attenzione e attenzione,” sta rispondendo uno dei due intervistati, “come se servisse attenzione per accorgersi di una cosa così... solo un idiota riuscirebbe a non notarla”.
All'improvviso una macchia scura compare davanti al muso della macchina, riesco solo a sentire l'occazzo di Massi, poi una ragnatela di crepe metastatizza tutto il parabrezza, e ci sono triangolini di vetro sospesi a mezz'aria ovunque, e briciole di patatine, pasticche avanzate che fluttuano sorridendo, un dente – credo di Massi – che incrocia la traiettoria di una patatina e la frantuma, e la mia testa che vola in direzione del finestrino. Ripenso al ricordo di quel pomeriggio d'estate e finalmente riesco a capire perché la chiesa nel sogno di Massi me l'abbia risvegliato. Quello stesso pomeriggio avevo passato ore a guardare video di canzoni famose sul Tubo. Fra i tanti avevo visto anche il video di November Rain dei Guns 'N Roses. In questo video c'è una scena in cui il chitarrista Saul Hudson detto Slash, dopo aver consegnato le fedi ai due sposi in modo alquanto bizzarro, si incammina fuori dalla chiesa con la sua andatura sbruffonesca. La carrellata fa sembrare la chiesa piuttosto grande dall'interno, ma quando Slash inizia il suo smisurato assolo, dall'esterno non è nient'altro che un giocattolo. La mia testa rompe il finestrino: per un attimo vedo vorticare freneticamente tutta la folla di gente che ho visto in discoteca stanotte, un oceano di persone che si portano dietro brandelli di incubi, un mare di facce d'esseri umani cancellate.
Poi buio.
“Ma che cazzo era?”
Tutti seduti sul guardrail, acciaccati e stanchi, abbiamo ancora la forza necessaria per voler capire che cosa sia successo. L'aria della mattina è fredda e questa strada è ancora deserta. C'è un enorme campo di girasoli poco distante, e al bordo del campo, i rottami della nostra macchina. Più in là, invece c'è un fast food. Le nuvole sono arricciate e cremose. Davanti a noi, in fondo alla strada, una galleria.
Massi si stacca dal guardrail e si avvicina al fossato.
“Guardate, ecco cos'era.”
Ci alziamo tutti quanti e andiamo a vedere. C'è un cane, un bastardo che avrà cinque anni, fulvo, l'espressione implorante, la lingua di fuori.
“Ma è ancora vivo?” non riusciamo a capirlo. Gli occhi sembrano come pietrificati.
Lo tiriamo fuori dal fosso e lo distendiamo accanto al guardrail. Sembra che respiri ancora, anche se in modo impercettibile.
Ci sediamo sull'asfalto, accanto al cane, e guardiamo l'entrata della galleria finché non ricomincia il traffico.

Ernesto Meribù 

lunedì 2 dicembre 2013

AS I LAY DYING - James Franco





Credi che le domande spariranno solo perché non sarò qui a portele?”

Quando, un paio d’anni fa, lessi Mentre morivo (As I Lay Dying), uno dei migliori romanzi di uno dei padri della letteratura americana novecentesca William Faulkner, pensai a quanto potesse essere arduo affrontare una sua eventuale trasposizione cinematografica soprattutto per la struttura polifonica particolarmente complessa di racconto intersoggettivo. Ed è per questo che quando sono venuto a sapere che il giovane attore, sceneggiatore, regista (la lista potrebbe continuare) James Franco, di cui ammetto di non aver visto alcun precedente lavoro registico, era presente nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes di quest’anno, sono rimasto piuttosto sorpreso. È quindi con molto scetticismo che mi sono apprestato alla visione di questo film.
Detto questo però, vorrei sgombrare subito il campo da un possibile equivoco: quello di Franco è un grande film e dello scetticismo iniziale alla fine non ne è rimasto neanche un po’.
As I Lay Dying è la storia dei Bundren, famiglia del profondo sud degli Stati Uniti alle soglie della depressione, e dell’odissea che testardamente intraprendono per il volere del padre di rispettare la promessa fatta alla moglie in punto di morte:  seppellire il suo corpo nella lontana città natale. Così, caricata la bara ed i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell, Vardaman) su un carretto, Anse Bundren (incarnazione della stoltezza e della testardaggine contadine) si dirige verso Jefferson deciso in tutti i modi a soddisfare l’ultima volontà della moglie contro ogni avversità (diluvio, allagamenti, rottura del ponte sul fiume, precoce decomposizione della salma). Saranno poi i figli a portarsi dietro, nel corpo o nella mente, le stimmate del viaggio. È così per il piccolo Vardaman, per la giovane donna Dewey Dell (che nasconde una gravidanza illegittima di cui vuole sbarazzarsi), per il fratello maggiore Cash (che sarà costretto a perdere una gamba, rotta nel tentativo di attraversare il guado col carro), per Jewel (figlio avuto da una relazione extraconiugale della donna) ed è così per Darl vero e proprio centro focale del racconto, il figlio disadattato, reduce di guerra che costituirà l’agnello da sacrificare in nome di un ritrovato “ordine” familiare (celebrato con la presentazione della nuova signora Bundren) tanto necessario quanto fittizio.
Franco si avvale dello split screen (per quasi tutta la durata del film) e della voce off per riuscire a restituirci l’enorme complessità del romanzo; il suo senso immediato e quello mediato, ma soprattutto le diverse voci che narrano lo svolgersi degli eventi ciascuna dal proprio punto di osservazione. Il risultato è sorprendente: così come la lettura del libro, anche la visione del film ti avvolge e coinvolge con tutta la sua aurea di angoscia e malessere. La tragedia, il dramma, è imminente e lo percepisci in ogni inquadratura. Franco, per mezzo di Faulkner, fa sue le lezioni di Joyce e di Shakespeare e riesce a dare corpo e voce a questa parabola discendente: un viaggio nello squallore e nella miseria dei Bundren, dell’America, dell’intera umanità.

Diccì

sabato 30 novembre 2013

L'ATTACCO DEI GIGANTI - L'UMANITà CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE



Nel momento in cui scrivo, il lavoro di Isayama si avvia verso la seconda metà (l'autore ha dichiarato la sua ferma intenzione di terminare l'opera al ventesimo volume) e per questo mi limiterò a giudicare quanto finora letto, ovvero fino al capitolo 50. Partiamo subito da un'asserzione quantomai scontata: l'idea della razza umana che rischia di estinguersi è stra-abusata, ma l'autore in questo shonen ha avuto il merito di renderla coinvolgente attraverso una trama fresca e piena di capovolgimenti di fronte; molte scene si leggono davvero con il fiato sospeso, e i personaggi principali (Eren, Mikasa e Armin) sono caratterizzati in maniera ben chiara e marcata, riuscendo egregiamente a coinvolgere il lettore nei momenti in cui vengono palesate le loro emozioni, sia quando mostrano terrore, sia quando mostrano il loro odio nei confronti dei titani (specialmente Eren, il cui disprezzo è riconducibile a quanto accade nel primo volume). Inoltre ho trovato apprezzabile l'idea  di fornire di capitolo in capitolo tutte le informazioni necessarie al lettore in modo da comprendere il contesto di riferimento, altrimenti di difficile inquadramento (nota a margine: il primo volume è di fatto un'infarinatura generale per il prosieguo della storia. Molti hanno giudicato il manga da quello, non fate lo stesso errore). Ottimo anche il ritmo con cui si susseguono le azioni, molto belli gli scenari in cui si svolge la trama ( ho particolarmente gradito il castello di Ustgard). Detto questo trovo che i difetti non manchino: in primis, sottolineerei che i personaggi principali sono poco carismatici rispetto agli standard dei manga giapponesi (paradossalmente, mi ha suscitato più interesse Mikasa di Eren), senza contare le innumerevoli forzature che si incontrano nel corso della storia: combatti da 100 anni i titani e ancora non conosci i loro punti deboli? Gli affronti da tempo immemore, sai della loro netta superiorità fisica, e continui a combatterli nello scontro frontale senza piazzare trappole e similari? Purtroppo i personaggi secondari non sono caratterizzati quanto quelli principali (lacuna enorme specialmente nel momento in cui viene rilevato il titano corazzato, che tecnicamente dovrebbe essere un vero e proprio punto di svolta nella trama) a differenza di altri shonen come One Piece e Naruto. A parte questo, la mancanza maggiore sono secondo me i flashback; sono stati, in generale, inseriti male nei capitoli. In diversi momenti il lettore rischia di perdersi, complice anche una rilegatura  non all'altezza, che non permette una lettura fluida in diversi frangenti. Trovo invece che il tanto criticato disegno di Isayama sia perfettamente adatto al contesto, anche se effettivamente una maggiore attenzione alle proporzioni sarebbe stata cosa gradita (ma vabbè, in questo neanche maestri come Oda hanno mai primeggiato). Trovo comunque la storyline dell'opera una delle migliori degli ultimi anni e, se non si è particolarmente sensibili alle immagini violente (le scene crude sono abitudinarie in questo shonen), ne consiglio assolutamente la lettura.

Tommy