martedì 3 dicembre 2013

FACCE D'ESSERI UMANI CANCELLATE

Firenze è in fondo ad un sogno. Un puntino arancione. Un campo base lontano.
Io e quegli altri stiamo andando a ballare in periferia: guidiamo su strade grigie in modo fantascientifico, piene di nebbia e gatti e torri d'immondizia alte fino al cielo. Attraversiamo zone industriali, campi rom, enormi supermercati spenti. Prendiamo l'autostrada.
Sull'autostrada tutto diventa un limbo. Sospesi, ci troviamo ancora una volta a fantasticare su possibili deviazioni che ci porterebbero a incontrare chissà quali destini. Sull'autostrada, per noi, destino e destinazione non fanno alcuna differenza.
Poi all'uscita per Barberino, G.B. tira fuori delle pasticche e ci guarda con la sua faccia affilata, i suoi occhi affilati, le orecchie – pure quelle – affilate. G.B. è l'abbreviazione di Grande Buio. Noi lo chiamiamo così. Gibì, Gibbì, talvolta Gibbone. Ma non gradisce quest'ultima variante. Intanto la macchina continua ad assecondare la curva dell'uscita autostradale, e per un secondo, ma solo un secondo, ci sembra di volare goffamente su capannoni, parcheggi, chiesette ultramoderne. Slittiamo in un centro residenziale. Gibì continua a guardarci e a sorridere. Nella mano aperta c'è il sacchettino con le pasticche. Gli altri le buttano giù con l'acqua delle bottigliette, ma io ho paura e così lascio perdere e torno a guardare la strada buia illuminata male, color obitorio, mentre la radio continua a parlare di abbassare le tasse, aumentare i profitti, mantenere costanti le nascite. Sembriamo zombi nella bruma delle ore zero, ma mi piace così.
“... si può mettere un po' di musica?”
“No. Voglio sentire il notiziario.”
Samu, che è la seconda persona più silenziosa dentro questa macchina, ci prova sempre. Ma, sebbene non guidi, è sempre Gibì a gestire la radio, e Gibì è fissato con attualità, cronaca, politica e previsioni del tempo. Samu vuole sempre che si metta la musica e Gibì pensa che sia una cosa un po' infantile. Intanto, passiamo accanto a un'enorme collina. Sulla collina ci sono degli alberi, immobili. Gibì accende la luce dell'abitacolo e la collina sparisce. Comincia ad armeggiare con della roba che tiene nella tasca del giubbotto. Piccolo Buio, il fratello minore di Grande Buio, nessuno sa dove si trovi. Proprio fisicamente, voglio dire. Sparito dalla circolazione da due anni, dopo un brutto guaio successo al Cubo, una faccenda di cui Gibì non parla mai.
“...questa merda la voglio spacciare tutta stasera...”
Poi spegne la luce e ricompare la collina, tutta scura, enorme. Penso ad alberi con le radici piantate negli speroni di roccia, a grotte primordiali, allo spazio interstellare.
“... quanto sono orride 'ste chiese futuristiche di fianco alla strada...?” Massi, il guidatore, apre bocca dopo quasi venti minuti di assoluto silenzio. Tutti si girano a guardare la chiesa criticata da Massi e tutti concordano. Continua: “una volta ho fatto un incubo con una chiesa come quella... dovevo scappare da qualcosa che mi voleva mangiare, ma dall'altare non riuscivo mai ad arrivare all'uscita: era una chiesa immensa.”
All'improvviso, del tutto inaspettatamente, mi ricordo di un pomeriggio d'estate in cui mi sentivo solo e, non sapendo che fare, cominciai a fare piegamenti sulle braccia. Ne feci tantissimi, ma dopo mi sentii ancora solo. Allora uscii, ma mi sembrò di rimbalzare come una pallina da flipper fra tutti i posti in cui mi volevano bene. Non so, ma dev'essere stata la chiesa del sogno di Massi a risvegliarmi questa cosa, anche se non so minimamente il perché.
“... a proposito, il Bambino – avete presente il Bambino, quel gigante di un metro e novanta che se ne sta sempre al Cubo a mangiarsi le unghie? Lui, mi ha detto che ha trovato un trucco per fronteggiare i brutti sogni. Fa sempre incubi in cui viene inseguito, e quindi, prima di andare a letto, si mangia sempre una barretta energetica, di modo che – dice lui – se lo inseguono avrà le forze necessarie per scappare.”
“Ma che dici. Non ci credo.” Gibì è un campione di frasi interrogative senza punto interrogativo, così come di frasi esclamative senza punto esclamativo.
“Dice che funziona. Ora i mostri non lo prendono più.”
“Sì sì, ma ricordati che stiamo parlando del Bambino. Io lo conosco, non è una persona normale.”
Grande calore, grande forza, grande sgomento. Sempre, quando viaggio nella notte diretto verso posti che non conosco, insieme a compagni di viaggio che forse conosco troppo. Mi sarebbe piaciuto conoscerli meno, conoscere solo il loro lato migliore. Ma poi mi domando che senso avrebbe avuto...
...Il Presidente della Repubblica si è espresso in merito al Disegno di Legge approvato stasera. Ha affermato che è una cosa a dir poco orribile voler dividere l'Italia, volerla dividere così impunemente e senza possibilità di tornare indietro...”
Gibì, attentissimo, se ne sta leggermente reclinato verso la radio. Samu sbuffa e si contorce nel piumino. Che palle, bisbiglia.
... e questa sera, nelle ore dell'approvazione del Disegno di Legge, una folla di circa diecimila persone si è radunata davanti Montecitorio, dando il via a una manifestazione molto sentita. In seguito all'infiltrazione di gruppi dei Centri Sociali, però, il tutto è degenerato in un violento scontro di massa tra forze dell'ordine e dimostranti. Scontri che si sono placati da circa un'ora.”
“Volevo esserci anch'io.” Dice Gibì.
“Perché non sei andato?”
“Non lo sapevo.”
Entriamo in una stradona lattiginosa, alberata, così diritta da fare male. Massi dice che siamo quasi arrivati. La macchina rallenta, adesso andiamo a passo d'uomo. Troviamo un parcheggio non troppo lontano dalla discoteca e ci fermiamo. Io risuono come una tubatura vuota colpita da chiavi inglesi. Poi mi rendo conto che sono i colpi secchi delle portiere sbattute: scendono tutti. Scendo anch'io.

Quando rientriamo in macchina tutt'intorno c'è una luce rosata, ancora inquinata dalle tenebre della notte. Un'aria da fumetto noir. Gibì si regge la testa, Massi si stropiccia gli occhi, Samu dorme e io continuo a risuonare dentro. Risuono, risuono, ma non so bene cosa sia questa vibrazione, questo anello di frequenze che mi sovrasta, una specie di aureola maledetta. Guardo il panorama scorrere sempre più veloce fuori dal finestrino. Si schiarisce lentamente. I suoi contorni sembrano quelli di uno scenario di guerra dove la guerra è passata da anni ma nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.
Dopo aver fatto colazione riprendiamo la strada verso casa, che è tutta diritta. Gibì allunga un dito simile a un artiglio verso la radio e la accende.
...ed è per questi motivi, senz'altro discutibili, che ora l'Italia non esiste più. Vorrei infatti discuterne con voi, sentire i vostri pareri di intellettuali attenti alle dinamiche sociopolitiche...”
“Ah, c'è il salotto politico. Pensavo ci fosse la cronaca.” Gibì sembra un po' deluso.
Ma quale attenzione e attenzione,” sta rispondendo uno dei due intervistati, “come se servisse attenzione per accorgersi di una cosa così... solo un idiota riuscirebbe a non notarla”.
All'improvviso una macchia scura compare davanti al muso della macchina, riesco solo a sentire l'occazzo di Massi, poi una ragnatela di crepe metastatizza tutto il parabrezza, e ci sono triangolini di vetro sospesi a mezz'aria ovunque, e briciole di patatine, pasticche avanzate che fluttuano sorridendo, un dente – credo di Massi – che incrocia la traiettoria di una patatina e la frantuma, e la mia testa che vola in direzione del finestrino. Ripenso al ricordo di quel pomeriggio d'estate e finalmente riesco a capire perché la chiesa nel sogno di Massi me l'abbia risvegliato. Quello stesso pomeriggio avevo passato ore a guardare video di canzoni famose sul Tubo. Fra i tanti avevo visto anche il video di November Rain dei Guns 'N Roses. In questo video c'è una scena in cui il chitarrista Saul Hudson detto Slash, dopo aver consegnato le fedi ai due sposi in modo alquanto bizzarro, si incammina fuori dalla chiesa con la sua andatura sbruffonesca. La carrellata fa sembrare la chiesa piuttosto grande dall'interno, ma quando Slash inizia il suo smisurato assolo, dall'esterno non è nient'altro che un giocattolo. La mia testa rompe il finestrino: per un attimo vedo vorticare freneticamente tutta la folla di gente che ho visto in discoteca stanotte, un oceano di persone che si portano dietro brandelli di incubi, un mare di facce d'esseri umani cancellate.
Poi buio.
“Ma che cazzo era?”
Tutti seduti sul guardrail, acciaccati e stanchi, abbiamo ancora la forza necessaria per voler capire che cosa sia successo. L'aria della mattina è fredda e questa strada è ancora deserta. C'è un enorme campo di girasoli poco distante, e al bordo del campo, i rottami della nostra macchina. Più in là, invece c'è un fast food. Le nuvole sono arricciate e cremose. Davanti a noi, in fondo alla strada, una galleria.
Massi si stacca dal guardrail e si avvicina al fossato.
“Guardate, ecco cos'era.”
Ci alziamo tutti quanti e andiamo a vedere. C'è un cane, un bastardo che avrà cinque anni, fulvo, l'espressione implorante, la lingua di fuori.
“Ma è ancora vivo?” non riusciamo a capirlo. Gli occhi sembrano come pietrificati.
Lo tiriamo fuori dal fosso e lo distendiamo accanto al guardrail. Sembra che respiri ancora, anche se in modo impercettibile.
Ci sediamo sull'asfalto, accanto al cane, e guardiamo l'entrata della galleria finché non ricomincia il traffico.

Ernesto Meribù 

lunedì 2 dicembre 2013

AS I LAY DYING - James Franco





Credi che le domande spariranno solo perché non sarò qui a portele?”

Quando, un paio d’anni fa, lessi Mentre morivo (As I Lay Dying), uno dei migliori romanzi di uno dei padri della letteratura americana novecentesca William Faulkner, pensai a quanto potesse essere arduo affrontare una sua eventuale trasposizione cinematografica soprattutto per la struttura polifonica particolarmente complessa di racconto intersoggettivo. Ed è per questo che quando sono venuto a sapere che il giovane attore, sceneggiatore, regista (la lista potrebbe continuare) James Franco, di cui ammetto di non aver visto alcun precedente lavoro registico, era presente nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes di quest’anno, sono rimasto piuttosto sorpreso. È quindi con molto scetticismo che mi sono apprestato alla visione di questo film.
Detto questo però, vorrei sgombrare subito il campo da un possibile equivoco: quello di Franco è un grande film e dello scetticismo iniziale alla fine non ne è rimasto neanche un po’.
As I Lay Dying è la storia dei Bundren, famiglia del profondo sud degli Stati Uniti alle soglie della depressione, e dell’odissea che testardamente intraprendono per il volere del padre di rispettare la promessa fatta alla moglie in punto di morte:  seppellire il suo corpo nella lontana città natale. Così, caricata la bara ed i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell, Vardaman) su un carretto, Anse Bundren (incarnazione della stoltezza e della testardaggine contadine) si dirige verso Jefferson deciso in tutti i modi a soddisfare l’ultima volontà della moglie contro ogni avversità (diluvio, allagamenti, rottura del ponte sul fiume, precoce decomposizione della salma). Saranno poi i figli a portarsi dietro, nel corpo o nella mente, le stimmate del viaggio. È così per il piccolo Vardaman, per la giovane donna Dewey Dell (che nasconde una gravidanza illegittima di cui vuole sbarazzarsi), per il fratello maggiore Cash (che sarà costretto a perdere una gamba, rotta nel tentativo di attraversare il guado col carro), per Jewel (figlio avuto da una relazione extraconiugale della donna) ed è così per Darl vero e proprio centro focale del racconto, il figlio disadattato, reduce di guerra che costituirà l’agnello da sacrificare in nome di un ritrovato “ordine” familiare (celebrato con la presentazione della nuova signora Bundren) tanto necessario quanto fittizio.
Franco si avvale dello split screen (per quasi tutta la durata del film) e della voce off per riuscire a restituirci l’enorme complessità del romanzo; il suo senso immediato e quello mediato, ma soprattutto le diverse voci che narrano lo svolgersi degli eventi ciascuna dal proprio punto di osservazione. Il risultato è sorprendente: così come la lettura del libro, anche la visione del film ti avvolge e coinvolge con tutta la sua aurea di angoscia e malessere. La tragedia, il dramma, è imminente e lo percepisci in ogni inquadratura. Franco, per mezzo di Faulkner, fa sue le lezioni di Joyce e di Shakespeare e riesce a dare corpo e voce a questa parabola discendente: un viaggio nello squallore e nella miseria dei Bundren, dell’America, dell’intera umanità.

Diccì

sabato 30 novembre 2013

L'ATTACCO DEI GIGANTI - L'UMANITà CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE



Nel momento in cui scrivo, il lavoro di Isayama si avvia verso la seconda metà (l'autore ha dichiarato la sua ferma intenzione di terminare l'opera al ventesimo volume) e per questo mi limiterò a giudicare quanto finora letto, ovvero fino al capitolo 50. Partiamo subito da un'asserzione quantomai scontata: l'idea della razza umana che rischia di estinguersi è stra-abusata, ma l'autore in questo shonen ha avuto il merito di renderla coinvolgente attraverso una trama fresca e piena di capovolgimenti di fronte; molte scene si leggono davvero con il fiato sospeso, e i personaggi principali (Eren, Mikasa e Armin) sono caratterizzati in maniera ben chiara e marcata, riuscendo egregiamente a coinvolgere il lettore nei momenti in cui vengono palesate le loro emozioni, sia quando mostrano terrore, sia quando mostrano il loro odio nei confronti dei titani (specialmente Eren, il cui disprezzo è riconducibile a quanto accade nel primo volume). Inoltre ho trovato apprezzabile l'idea  di fornire di capitolo in capitolo tutte le informazioni necessarie al lettore in modo da comprendere il contesto di riferimento, altrimenti di difficile inquadramento (nota a margine: il primo volume è di fatto un'infarinatura generale per il prosieguo della storia. Molti hanno giudicato il manga da quello, non fate lo stesso errore). Ottimo anche il ritmo con cui si susseguono le azioni, molto belli gli scenari in cui si svolge la trama ( ho particolarmente gradito il castello di Ustgard). Detto questo trovo che i difetti non manchino: in primis, sottolineerei che i personaggi principali sono poco carismatici rispetto agli standard dei manga giapponesi (paradossalmente, mi ha suscitato più interesse Mikasa di Eren), senza contare le innumerevoli forzature che si incontrano nel corso della storia: combatti da 100 anni i titani e ancora non conosci i loro punti deboli? Gli affronti da tempo immemore, sai della loro netta superiorità fisica, e continui a combatterli nello scontro frontale senza piazzare trappole e similari? Purtroppo i personaggi secondari non sono caratterizzati quanto quelli principali (lacuna enorme specialmente nel momento in cui viene rilevato il titano corazzato, che tecnicamente dovrebbe essere un vero e proprio punto di svolta nella trama) a differenza di altri shonen come One Piece e Naruto. A parte questo, la mancanza maggiore sono secondo me i flashback; sono stati, in generale, inseriti male nei capitoli. In diversi momenti il lettore rischia di perdersi, complice anche una rilegatura  non all'altezza, che non permette una lettura fluida in diversi frangenti. Trovo invece che il tanto criticato disegno di Isayama sia perfettamente adatto al contesto, anche se effettivamente una maggiore attenzione alle proporzioni sarebbe stata cosa gradita (ma vabbè, in questo neanche maestri come Oda hanno mai primeggiato). Trovo comunque la storyline dell'opera una delle migliori degli ultimi anni e, se non si è particolarmente sensibili alle immagini violente (le scene crude sono abitudinarie in questo shonen), ne consiglio assolutamente la lettura.

Tommy

venerdì 29 novembre 2013

"LO SAPEVATE CHE..."


Non è più molto semplice al giorno d’oggi rimanere sorpresi per qualche cosa, essere scioccati da …“Chi c’è?!” Ah, nessuno, solo la mia immaginazione, uno scherzetto della mia mente che ogni tanto perde davvero colpi.

Ma si tratta di una giornata come tante; le attività si susseguono placidamente ed il mio corpo è impegnato in una routinaria attività di deambulazione da un luogo fisico ad un altro, a volte dimentico di aver la testa da qualche altra parte. “Eccoti qui, ma dove ti eri cacciata?”. Si fa sera e come di consueto mi lascio andare ad una selvaggia attività di ‘surfing’ in quel mare magnum che è il web, scivolando con la mia tavola da un sito ad un altro a caccia di una bella onda da ‘cavalcare’. E vengo appagato. “What?!”. Stupore.

Ora dovete provare a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Cercate di visualizzare un giovane dinanzi al suo PC solo soletto nella sua stanza che ad un tratto si desta dal suo letto passando da una posizione quasi fetale (il ragazzo si trova su di un letto, non una sedia. Finite di pensare a cose troppo stravaganti! E no, non ci sono sgabelli. Come può un uomo trovarsi su uno sgabello in una posizione come quella?) ad una ad angolo retto, come intirizzito per il freddo, sgomento, sguardo dritto sullo schermo, attento. Eccomi.

Da una recente indagine condotta dall’ ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) per conto dell’OCSE emerge un dato agghiacciante sul livello di preparazione medio della popolazione italiana di età compresa tra 16 e 65 anni. Secondo tale ricerca l’Italia si trova all’ultimo posto dei paesi OCSE per livello di alfabetizzazione, con un punteggio medio pari a 250 punti contro una media di 273. Paese di ex-poeti. E per ciò che concerne le conoscenze matematiche le cose non vanno davvero meglio. I numeri (quasi beffardamente direi, visto il tema) sono davvero impietosi: con una media di 247 il Belpaese si classifica penultimo della lista (davanti solo alla Spagna), a fronte di un valore medio eguale a 269. Provo a rendere un po’ più chiara la cosa. Secondo questi dati, uno studente liceale giapponese possiede un livello di preparazione non molto dissimile da quello di uno studente universitario italiano.

Come notato dal quotidiano Repubblica, tutto questo permette di spiegare parzialmente alcuni dei mali sociali ed economici di cui il paese soffre. Difatti, sempre secondo lo studio, solamente il 29,8% del campione raggiunge (o supera) quello che è considerato il livello minimo di preparazione “indispensabile per vivere e lavorare nel ventunesimo secolo” relativamente alle conoscenze alfabetiche, e solamente il 28,9% eguaglia le performance in ordine alle competenze matematiche. Tutto questo ovviamente si riflette sull’intera capacità del sistema Italia di essere competitivo a livello globale e conseguentemente di produrre lavoro e ricchezza.

La collocazione geografica del soggetto gioca però un ruolo fondamentale su ciò che risulta la distribuzione delle varie competenze in oggetto. Con una certa regolarità infatti si evince come nelle regioni settentrionali e del centro i punteggi medi di ‘literacy’ siano più elevati e maggiormente allineati con quelli del resto d’Europa (anche se rimangono al di sotto della media OCSE). Nord-est e centro, con un punteggio di 261, si collocano ad un livello pari alla media francese (di 262) ma ahimè lontano da quello di paesi quali Germania (273) e Svezia (279.2).

Basta. Mi fermo qui. L’onda che cercavo durante il mio ‘surfare’ l’ho trovata. E ora spero che questi numeri aiutino i lettori a capire ed a trovare risposte ad alcuni quesiti quali “ma perché a Bruxelles al parlamento europeo uno dei rappresentanti del nostro paese è Iva Zanicchi??????????”.

Per coloro interessati a dare uno sguardo ai risultati dell’analisi brevemente commentata riporto qui il link dell’istituto di ricerca menzionato: http://www.isfol.it/pubblicazioni/highlights/Isfol-Piaac%202013
Per coloro interessati al CV di Iva Zanicchi, si veda: http://www.europarl.europa.eu/meps/it/41007/IVA_ZANICCHI_cv.html

Mediometraggio altamente consigliato: “La ricotta” diretto da Pier Paolo Pasolini. Illuminanti le parole di Orson Welles, e siamo nel 1963.

Maste

giovedì 28 novembre 2013

SPECIALE LOU REED


Un mese. Un mese per convincermi a scrivere questo articolo. Perché vedete, avevo un po' di paura, di timore, a scrivere di Lou Reed. Paura mischiata a tristezza, quella tristezza che attanaglia quando qualcuno di importante se ne va, e hai bisogno di un po' di tempo per metabolizzarla, per chiarirti le idee. Beh, devo essere sincero, le idee ancora non sono poi così chiare. Sento come fosse ora quella notizia improvvisa circolarmi nella testa, una coltellata in un tranquillo pomeriggio di una insospettabile domenica di ottobre (il 27, per essere precisi). Le immancabili lacrime sgorgarono dai miei occhi, perché non solo se ne era andata una leggenda della musica, ma anche una parte della mia vita. Il 27 ottobre mi abbandonai alla nostalgia, ripercorrendo tutte le tappe della sua carriera e unendo i puntini delle mie esperienze, che spesso hanno avuto come colonna sonora proprio le composizioni del cantautore americano. Una notte intera, una notte insonne trascorsa ad ascoltare la discografia essenziale di Lou, una notte trascorsa a ricordare. Ricordare che Lou Reed è stato il primo poeta maledetto del rock, il primo a portarlo verso il lato oscuro, a fuggire dai testi adolescenziali di tutta la musica dell'epoca; è stato il primo grande sperimentatore, visto che con i Velvet Underground ha creato forse il movimento più influente di sempre, dando via al noise rock e a tutti i suoi rami; è stato il primo grande animale da palcoscenico, con la sua indole trasgressiva e mai banale. Ma non è della sua biografia che voglio scrivere. I grandi artisti, come le grandi opere, sono ardui da ricordare basandoci sulla loro vita, proprio perché ognuno ne ha una propria idea personale, una prospettiva diversa per ogni persona. Quindi Lou Reed, come tutti i grandi, arriva a scindersi in migliaia, milioni di personalità diverse. Ed è della mia visione che voglio parlare, tornando così a quella fatidica notte. Una notte che mi assorbe nel suo passare, tra infanzia e adolescenza, tra baci e ferite, amicizie e follie, passato e presente, futuro, se esiste veramente. Una notte che mi catapulta in una vecchia macchina di molto tempo fa, guidata da mio padre, in cui suona una musicassetta (sì, musicassetta) in cui un cantante che non conosco neanche fa: "Doo doo doo, doo" e io cinquenne, trascinato dal ritmo della musica, osservo la strada che sfreccia davanti ai miei occhi. Un cantante che a 10 anni riconoscerò poi in quel Lou Reed che canta nei Velvet Underground, quei Velvet Underground della famosa copertina della banana in cui qualche altro anno dopo riconoscerò un certo Warhol, e tutta la sua arte geniale. Un compagno più che un album, con Sunday Morning a ritmare pomeriggi noiosi e malinconici, I'm Waiting For The man a trascinarmi attraverso lunghi viaggi notturni in macchina, Femme Fatale a farmi pensare a quella ragazza dalle occhiaie perenni, Venus in Furs ad ipnotizzarmi con la malattia che attraversa il suo testo e le sue note rivoluzionarie, Heroin e All Tomorrow's Parties inni di ogni momento onirico ed epifanico teletrasportato nelle nostre menti dalla droga e dall'alcool (droga tanto amata da Lou, troppo). Ho amato con Pale Blue Eyes e Coney Island Baby, ho chiuso gli occhi con Caroline Says e Street Hassle, ho schiacciato l'acceleratore con Sweet Jane e Vicious, ho pianto con I Found a Reason e Perfect Day, ho cantato a squarciagola con Walk on the Wild Side e Satellite Of Love, mi sono assordato con Metal Machine Music, ho riso con il live Take No Prisoners, in cui le canzoni vengono portate all'esasperazione dal monologo isterico di Lou, ho trovato la pace dei sensi con Ecstasy e mi sono pure incazzato ascoltando alcuni album magari non all'altezza del nome che portavano in copertina. Questo è il mio Lou Reed, questa è la persona che ha attraversato ogni periodo della mia vita con almeno una canzone significativa. E continuo ancora a vagare nella notte, in cui rivedo il volto dei miei genitori tornati per un momento giovani, appena maggiorenni, che ascoltano per la prima volta Transformer, rivedo il fantasma di momenti tristi e felici passarmi davanti agli occhi, camminate in zone selvagge e non, emozioni. Mi fermo un attimo e arrivo quasi al culmine della storia, quel penultimo ricordo che precede la sua morte. Quel Pistoia Blues del 2011, dove me ne stavo seduto in prima fila a tracannare birra e ad osservare pieno di emozione le movenze del Rock'n'roll Animal, quell'animale che sembrava scomparso data l'età. Ed è proprio con questa immagine che lo ricordo: quasi immobile sul palco, una statua fatta di musica e di ricordi, una vita, anzi mille vite memorabili alle spalle. Le nostre vite, ognuna diversa, come il ricordo che abbiamo di lui. Un ricordo destinato a non morire mai, perché lassù nell'etere, un satellite di amore ti trattiene al suo interno, sparando segnali della tua musica verso le antenne dei nostri cuori. Grazie Lou.

Mi.Di

In questo speciale ho parlato di alcune delle mie canzoni preferite di Lou Reed, dedicando ad ognuna un piccolo spazio nella mia vita. Credo che il modo migliore per ricordarlo sia farlo tutti insieme. Quindi chiunque di voi voglia farlo, è invitato ad inviarci la lista delle sue canzoni preferite di Lou Reed, magari anche spiegando il perché e magari raccontando qualche aneddoto che le riguarda.

martedì 26 novembre 2013

IL GRANDE GATSBY - Francis Scott Fitzgerald


Una luce verde. Una luce verde in lontananza, affascinante, sensuale come le labbra di una donna. Una luce verde così bella quanto irraggiungibile, che assorbe nel suo raggio colorato infondendo desiderio. Ed è il desiderio uno dei temi ricorrenti de "Il Grande Gatsby", capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente la summa della sua bibliografia insieme a "Tenera è la notte". Desiderio che equivale a sogno, il sogno del misterioso protagonista del romanzo, Jay Gatsby (o James Gatz, fate voi). Un Jay Gatsby quasi come un Edmond Dantes moderno, che risuscita da un passato nebbioso ricorrendo all'inganno pur di arrivare a raggiungere il suo obiettivo (sogno), riconquistare la donna che gli è stata rubata, che ha perso. La responsabilità di raccontare tutto questo se la prende il giovane Nick Carraway, ragazzo proveniente da una famiglia agiata appena trasferitosi a West Egg, che si ritrova ad essere il vicino del ricco proprietario di una villa splendida, che organizza feste su feste. Incontra la cugina Daisy, sposata al ricco giocatore di polo Tom Buchanan, e la giocatrice di golf Jordan Baker (con il quale avrà una relazione). Da qui comincerà a sentir parlare più approfonditamente del suo vicino, che un giorno lo inviterà all'ennesima sua festa. E finirà anche per conoscerlo, arrivando a scoprire lentamente il suo piano e la sua persona. Jay Gatsby non è altro che un truffatore (Gatsby non è neanche il suo veo nome, che è James Gatz), un ragazzo di origini povere che si è fatto strada grazie al contrabbando e al crimine, aiutato da un certo Dan Cody da lui salvato tempo prima. Tutto questo per arrivare alla luce verde, il suo vecchio amore conosciuto durante l'addestramento militare, Daisy (la luce infatti non è altro che un faro situato nella sponda opposta del villaggio, East Egg, dove abita l'amata). Proprio la cugina di Nick. Così chiederà il suo aiuto, dando il via ad una sequenza di eventi che terminerà tragicamente. "Il Grande Gatsby" per prima cosa è un autobiografia. L'autobiografia dello scrittore, che si volta indietro osservando il suo passato fatto di party alcolici e di donne, rimanendo solo con un mucchio di polvere tra le mani. Come sono polvere le feste di Gatsby, che si circonda di perfetti sconosciuti che lo frequentano trascinati dall'ondata mondana delle sue feste, senza interessarsi del padrone di casa. La società descritta da Fitgerald è una società fatta di ipocrisia, marcia e corrotta dalla ricchezza, una società che vive solo di apparenze, costruita attorno al mito del dio denaro. La società dell'incomunicabilità, che sfocia inevitabilmente nella solitudine. Difatti Gatsby è un uomo terribilmente solo, conosce esclusivamente pedine da lui manovrate per arrivare a raggiungere il suo sogno. La villa diviene quasi terrificante una volta abbandonata dagli ospiti, uno scenario che porta al suo interno il fantasma di figure ingrassate e ben vestite anch'esse terribilmente spaventose. E la solitudine raggiungerà il culmine alla fine del romanzo, quando nessuno vorrà assistere neanche al funerale del protagonista. Il "Grande Gatsby" è anche il ritratto di un'epoca, l'epoca dei "Roaring Twenties", i ruggenti anni 20, e il ritratto della generazione che li ha vissuti. Una generazione ormai sorpassata, e quindi emarginata dai più, priva di interesse proprio come Gatsby da morto. Infine "Il Grande Gatsby" è il ritratto di un sogno, quel sogno americano che ha risucchiato così tante persone. Quella lucina verde dall'altra parte del fiume che attira con il suo sorriso ammiccante, promettendo fortuna e ricchezza, gioia e amore. Un sogno che non è soltanto americano, ma globale. Un sogno adesso incoraggiato dalle TV con le loro pubblicità, che non smetteranno mai di mietere vittime. Un sogno che Fitgerald aveva già riconosciuto come fasullo. E infatti Gatsby, da uomo dal passato incerto e dalla dubbia moralità, finisce per essere la vittima, il sognatore sconfitto da chi non ha mai sognato, perchè non ne ha bisogno. Un mondo in recessione continua, come sarà l'America qualche anno dopo l'uscita del romanzo. Un mondo costruito da un'umanità ormai priva di principi, indifferente a tutto. E chi non lo è, sarà destinato proprio a capitolare come ha fatto il grande Jay Gatsby. Anzi, il grande James Gatz.

1929. L'America vive uno dei suoi periodi peggiori. E' la Grande Depressione, dovuta al crollo di Wall Street. Un periodo di crisi che ingloberà il mondo intero e che spezzerà molte vite, un periodo che decreterà definitivamente la fine di un sogno, quell'American Dream morto alla nascita.

Mi.Di

lunedì 25 novembre 2013

IL PASSATO - Asghar Farhadi


Con l'accendersi delle luci in sala la sensazione che ci assale è più unica che rara. Dobbiamo assorbire tutto quello che ci è stato mostrato; due ore e dieci di emozioni forti, di quelle che restano impresse, ci scuotono dall'interno come se uno sguardo ci avesse scrutato senza veli.
Il regista Asghar Farhadi, dopo il bellissimo Una separazione, torna ad indagare con Il passato il contesto familiare, sviscerando tutte le paure, i dubbi che nascono dai rapporti umani.
Non siamo più in Iran, ma a Parigi dove Ahmad torna da Teheran dopo quattro anni. All'aeroporto si guarda intorno, cerca qualcuno, poi appare una donna: i due sono separati da uno spesso vetro, si salutano, sorridono, cercano di comunicare nonostante la distanza; i loro movimenti sono impacciati, si nota che fra i due c'è stato qualcosa, un legame forte che non può essere offuscato da quel semplice vetro.
La bellissima donna è Marie, moglie di Ahmad che lo ha chiamato per fargli firmare i documenti del divorzio. Veniamo a conoscenza che Marie ha due figlie nate da altre relazioni; Ahmad viene invitato a stare da lei anziché in albergo come lui stesso aveva richiesto.
Scopre subito che la donna ha una relazione con Samir, anch'egli sposato e con un figlio, il piccolo Fouad.
Il desiderio della donna di ospitare l'ormai ex marito a casa è tutto un piano, una macchinazione per immergerlo nel letame che la circonda.
E qui, inizia la spirale discendente, i pezzi già incrinati iniziano a sgretolarsi intorno al povero Ahmad, capro espiatorio di una situazione ormai sfuggita a tutti di mano.
Una donna in coma ha tentato il suicido, è la mamma di Fouad, la moglie di Samir, la rivale in amore di Marie, una donna che ha ingerito candeggina davanti al figlio nella lavanderia del marito; quel figlio che in una scena memorabile col padre nella metro parigina ci consegna parole forti riguardo la madre, riguardo la morte, dicendoci che non riesce a capire come mai la donna sia attaccata a dei fili che la tengono in vita se lei, proprio da quest'ultima era voluta fuggire.
Ha compiuto un gesto estremo ma calcolato; tutti si interrogano sul movente pensando singolarmente di essere la causa di quella vita appesa a un filo.
Il marito è inquieto, Marie ha i nervi a pezzi, la figlia maggiore Lucie non ha la forza di stare in casa, di affrontare lo sguardo del nuovo uomo di sua madre.
Ahmad si trova nel bel mezzo di un ciclone, un ciclone di passioni troppo forti per essere gestite; finché non arriva al punto di rottura decidendo di ripartire.
Asghar Farhadi si interroga sulle colpe dell'uomo, le distribuisce fra i protagonisti in modo tale da scatenare le più disparate reazioni, paure, dubbi e insicurezze fuoriescono dall'animo dei suoi attori come tirate da una mano invisibile; basta un niente per far vacillare ognuno di loro.
Il passato è un film dostoevskiano per tematiche e toni; Farhadi calibra bene ogni situazione, ogni parola, ogni dialogo perfetto nella sua scrittura, per consegnarci un film che pone molte domande ma da poche risposte. La più importante ci dice che per andare avanti abbiamo bisogno di un taglio netto, un taglio a quel cordone che ci lega ai nostri ricordi, perché i fantasmi passati riaffiorano sempre.

Elle Bi