Firenze
è in fondo ad un sogno. Un puntino arancione. Un campo base lontano.
Io
e quegli altri stiamo andando a ballare in periferia: guidiamo su
strade grigie in modo fantascientifico, piene di nebbia e gatti e
torri d'immondizia alte fino al cielo. Attraversiamo zone
industriali, campi rom, enormi supermercati spenti. Prendiamo
l'autostrada.
Sull'autostrada
tutto diventa un limbo. Sospesi, ci troviamo ancora una volta a
fantasticare su possibili deviazioni che ci porterebbero a incontrare
chissà quali destini. Sull'autostrada, per noi, destino e
destinazione non fanno alcuna differenza.
Poi
all'uscita per Barberino, G.B. tira fuori delle pasticche e ci guarda
con la sua faccia affilata, i suoi occhi affilati, le orecchie –
pure quelle – affilate. G.B. è l'abbreviazione di Grande Buio. Noi
lo chiamiamo così. Gibì, Gibbì, talvolta Gibbone. Ma non gradisce
quest'ultima variante. Intanto la macchina continua ad assecondare la
curva dell'uscita autostradale, e per un secondo, ma solo un secondo,
ci sembra di volare goffamente su capannoni, parcheggi, chiesette
ultramoderne. Slittiamo in un centro residenziale. Gibì continua a
guardarci e a sorridere. Nella mano aperta c'è il sacchettino con le
pasticche. Gli altri le buttano giù con l'acqua delle bottigliette,
ma io ho paura e così lascio perdere e torno a guardare la strada
buia illuminata male, color obitorio, mentre la radio continua a
parlare di abbassare le tasse, aumentare i profitti, mantenere
costanti le nascite. Sembriamo zombi nella bruma delle ore zero, ma
mi piace così.
“...
si può mettere un po' di musica?”
“No.
Voglio sentire il notiziario.”
Samu,
che è la seconda persona più silenziosa dentro questa macchina, ci
prova sempre. Ma, sebbene non guidi, è sempre Gibì a gestire la
radio, e Gibì è fissato con attualità, cronaca, politica e
previsioni del tempo. Samu vuole sempre che si metta la musica e Gibì
pensa che sia una cosa un po' infantile. Intanto, passiamo accanto a
un'enorme collina. Sulla collina ci sono degli alberi, immobili. Gibì
accende la luce dell'abitacolo e la collina sparisce. Comincia ad
armeggiare con della roba che tiene nella tasca del giubbotto.
Piccolo Buio, il fratello minore di Grande Buio, nessuno sa dove si
trovi. Proprio fisicamente, voglio dire. Sparito dalla circolazione
da due anni, dopo un brutto guaio successo al Cubo, una faccenda di
cui Gibì non parla mai.
“...questa
merda la voglio spacciare tutta stasera...”
Poi
spegne la luce e ricompare la collina, tutta scura, enorme. Penso ad
alberi con le radici piantate negli speroni di roccia, a grotte
primordiali, allo spazio interstellare.
“...
quanto sono orride 'ste chiese futuristiche di fianco alla
strada...?” Massi, il guidatore, apre bocca dopo quasi venti minuti
di assoluto silenzio. Tutti si girano a guardare la chiesa criticata
da Massi e tutti concordano. Continua: “una volta ho fatto un
incubo con una chiesa come quella... dovevo scappare da qualcosa che
mi voleva mangiare, ma dall'altare non riuscivo mai ad arrivare
all'uscita: era una chiesa immensa.”
All'improvviso,
del tutto inaspettatamente, mi ricordo di un pomeriggio d'estate in
cui mi sentivo solo e, non sapendo che fare, cominciai a fare
piegamenti sulle braccia. Ne feci tantissimi, ma dopo mi sentii
ancora solo. Allora uscii, ma mi sembrò di rimbalzare come una
pallina da flipper fra tutti i posti in cui mi volevano bene. Non so,
ma dev'essere stata la chiesa del sogno di Massi a risvegliarmi
questa cosa, anche se non so minimamente il perché.
“...
a proposito, il Bambino – avete presente il Bambino, quel gigante
di un metro e novanta che se ne sta sempre al Cubo a mangiarsi le
unghie? Lui, mi ha detto che ha trovato un trucco per fronteggiare i
brutti sogni. Fa sempre incubi in cui viene inseguito, e quindi,
prima di andare a letto, si mangia sempre una barretta energetica, di
modo che – dice lui – se lo inseguono avrà le forze necessarie
per scappare.”
“Ma
che dici. Non ci credo.” Gibì è un campione di frasi
interrogative senza punto interrogativo, così come di frasi
esclamative senza punto esclamativo.
“Dice
che funziona. Ora i mostri non lo prendono più.”
“Sì
sì, ma ricordati che stiamo parlando del Bambino. Io lo conosco, non
è una persona normale.”
Grande
calore, grande forza, grande sgomento. Sempre, quando viaggio nella
notte diretto verso posti che non conosco, insieme a compagni di
viaggio che forse conosco troppo. Mi sarebbe piaciuto conoscerli
meno, conoscere solo il loro lato migliore. Ma poi mi domando che
senso avrebbe avuto...
“...Il
Presidente della Repubblica si è espresso in merito al Disegno di
Legge approvato stasera. Ha affermato che è una cosa a dir poco
orribile voler dividere l'Italia, volerla dividere così impunemente
e senza possibilità di tornare indietro...”
Gibì,
attentissimo, se ne sta leggermente reclinato verso la radio. Samu
sbuffa e si contorce nel piumino. Che palle, bisbiglia.
“...
e questa sera, nelle ore dell'approvazione del Disegno di Legge, una
folla di circa diecimila persone si è radunata davanti Montecitorio,
dando il via a una manifestazione molto sentita. In seguito
all'infiltrazione di gruppi dei Centri Sociali, però, il tutto è
degenerato in un violento scontro di massa tra forze dell'ordine e
dimostranti. Scontri che si sono placati da circa un'ora.”
“Volevo
esserci anch'io.” Dice Gibì.
“Perché
non sei andato?”
“Non
lo sapevo.”
Entriamo
in una stradona lattiginosa, alberata, così diritta da fare male.
Massi dice che siamo quasi arrivati. La macchina rallenta, adesso
andiamo a passo d'uomo. Troviamo un parcheggio non troppo lontano
dalla discoteca e ci fermiamo. Io risuono come una tubatura vuota
colpita da chiavi inglesi. Poi mi rendo conto che sono i colpi secchi
delle portiere sbattute: scendono tutti. Scendo anch'io.
Quando
rientriamo in macchina tutt'intorno c'è una luce rosata, ancora
inquinata dalle tenebre della notte. Un'aria da fumetto noir. Gibì
si regge la testa, Massi si stropiccia gli occhi, Samu dorme e io
continuo a risuonare dentro. Risuono, risuono, ma non so bene cosa
sia questa vibrazione, questo anello di frequenze che mi sovrasta,
una specie di aureola maledetta. Guardo il panorama scorrere sempre
più veloce fuori dal finestrino. Si schiarisce lentamente. I suoi
contorni sembrano quelli di uno scenario di guerra dove la guerra è
passata da anni ma nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.
Dopo
aver fatto colazione riprendiamo la strada verso casa, che è tutta
diritta. Gibì allunga un dito simile a un artiglio verso la radio e
la accende.
“...ed
è per questi motivi, senz'altro discutibili, che ora l'Italia non
esiste più. Vorrei infatti discuterne con voi, sentire i vostri
pareri di intellettuali attenti alle dinamiche sociopolitiche...”
“Ah,
c'è il salotto politico. Pensavo ci fosse la cronaca.” Gibì
sembra un po' deluso.
“Ma
quale attenzione e attenzione,” sta
rispondendo uno dei due intervistati, “come se servisse
attenzione per accorgersi di una cosa così... solo un idiota
riuscirebbe a non notarla”.
All'improvviso
una macchia scura compare davanti al muso della macchina, riesco solo
a sentire l'occazzo di
Massi, poi una ragnatela di crepe metastatizza tutto il parabrezza, e
ci sono triangolini di vetro sospesi a mezz'aria ovunque, e briciole
di patatine, pasticche avanzate che fluttuano sorridendo, un dente –
credo di Massi – che incrocia la traiettoria di una patatina e la
frantuma, e la mia testa che vola in direzione del finestrino.
Ripenso al ricordo di quel pomeriggio d'estate e finalmente riesco a
capire perché la chiesa nel sogno di Massi me l'abbia risvegliato.
Quello stesso pomeriggio avevo passato ore a guardare video di
canzoni famose sul Tubo. Fra i tanti avevo visto anche il video di
November Rain dei Guns
'N Roses. In questo video c'è una scena in cui il chitarrista Saul
Hudson detto Slash, dopo aver consegnato le fedi ai due sposi in modo
alquanto bizzarro, si incammina fuori dalla chiesa con la sua
andatura sbruffonesca. La carrellata fa sembrare la chiesa piuttosto
grande dall'interno, ma quando Slash inizia il suo smisurato assolo,
dall'esterno non è nient'altro che un giocattolo. La mia testa
rompe il finestrino: per un attimo vedo vorticare freneticamente
tutta la folla di gente che ho visto in discoteca stanotte, un oceano
di persone che si portano dietro brandelli di incubi, un mare di
facce d'esseri umani cancellate.
Poi
buio.
“Ma
che cazzo era?”
Tutti
seduti sul guardrail, acciaccati e stanchi, abbiamo ancora la forza
necessaria per voler capire che cosa sia successo. L'aria della
mattina è fredda e questa strada è ancora deserta. C'è un enorme
campo di girasoli poco distante, e al bordo del campo, i rottami
della nostra macchina. Più in là, invece c'è un fast food. Le
nuvole sono arricciate e cremose. Davanti a noi, in fondo alla
strada, una galleria.
Massi
si stacca dal guardrail e si avvicina al fossato.
“Guardate,
ecco cos'era.”
Ci
alziamo tutti quanti e andiamo a vedere. C'è un cane, un bastardo
che avrà cinque anni, fulvo, l'espressione implorante, la lingua di
fuori.
“Ma
è ancora vivo?” non riusciamo a capirlo. Gli occhi sembrano come
pietrificati.
Lo
tiriamo fuori dal fosso e lo distendiamo accanto al guardrail. Sembra
che respiri ancora, anche se in modo impercettibile.
Ci
sediamo sull'asfalto, accanto al cane, e guardiamo l'entrata della
galleria finché non ricomincia il traffico.
Ernesto
Meribù