martedì 31 dicembre 2013

L'URLO E IL FURORE - William Faulkner


Life.. is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” William Shakespeare, Machbet.

L’urlo e il furore (1929) è la storia dei Compson, una famiglia del profondo Sud degli Stati Uniti nell’anno della Grande Depressione. È il tragico affresco della decadenza della “grande” famiglia americana, ritratta in tutto il suo misero squallore.

La suddivisione del romanzo in quattro parti permette a Faulkner di narrare gli eventi facendo ricorso alla tecnica dello stream of consciousness (marchio dei migliori romanzi faulkneriani), dedicando le prime tre alle voci di Benjy, Quentin e Jason (tre dei quattro fratelli Compson; la quarta, Caddy, pur protagonista della scena, non avrà propria voce in capitolo, risultando così delineata solamente attraverso le voci dei fratelli). La quarta ed ultima parte invece sarà descritta in terza persona e vi avrà un ruolo preponderante Dilsey, la cuoca nera al servizio della famiglia Compson (che oltre ai quattro figli consta anche del padre Jason Compson III, della madre Caroline e della figlia di Caddy anche lei di nome Quentin).

Come se non bastasse l’utilizzazione di più voci narranti, l’autore inserisce ulteriori elementi di complessità nel romanzo quali la continua alternanza del discorso diretto con quello indiretto e i continui salti temporali. A proposito di alinearità temporale i quattro capitoli descrivono quattro diverse giornate: Sette aprile 1928, Due giugno 1910, Sei aprile 1928, Otto aprile 1928.

La prima voce è quella di Benjy, il figlio trentatreenne scemo che come tale vede le cose con occhi distorti, leggendo il mondo attraverso esperienze sensoriali. “Caddy mi teneva tra le braccia e io sentivo il rumore di tutti noi, e del buio, e di una cosa che aveva il suo odore. E poi vidi le finestre, dove gli alberi bisbigliavano. Poi il buio prese a muoversi in forme lucenti e silenziose, come fa sempre, anche quando Caddy dice che ho dormito.”

La seconda parte si svolge diciotto anni prima e ci è narrata dalla voce di Quentin, il fratello partito di casa per andare a studiare al college. È qui che Faulkner condensa gran parte del senso della sua intera poetica regalandoci forse i momenti più alti della sua intera produzione letteraria. L’insensatezza della vita, la caducità del tempo, la torbidità dei rapporti familiari (distorti e malati), l’impossibilità di riscattarsi da un destino drammatico. “Se di là ci fosse almeno un inferno: la pura fiamma noi due più che morti. Allora tu avrai soltanto me allora solo me allora noi due tra l’esecrazione e l’orrore oltre la pura fiamma”. Questo il disperato appello di Quentin, perversamente innamorato della sorella.

La terza (dedicata al figlio Jason) e la quarta (come detto in terza persona) contribuiranno a fare maggiore luce sull’intera vicenda e sui suoi effettivi contorni. Forse alla fine del viaggio si potrà anche scorgere un bagliore di luce. Ma al di là dei singoli eventi narrati ciò che risalta maggiormente è il quadro, globale e disperato, di un’intera umanità che ha irrimediabilmente smarrito il senso ultimo della vita. E alla maniera di Schopenhauer oscilla incessantemente tra il dolore e la noia. O se preferite tra l’urlo e il furore.

Quando l’ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell’orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L’uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un’illusione dei filosofi e degli stolti”.

Diccì

lunedì 30 dicembre 2013

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY - Ben Stiller


Walter Mitty è il personaggio di un romanzo di James Thurber del 1939, è il correttore di bozze del film Sogni Proibiti di Norman McLeod ed infine è l'editor fotografico di Ben Stiller.
Non è mai facile prendere un'idea altrui e trasformarla, dipingerla di colori propri dandone una tua personale interpretazione; sopratutto se il personaggio in questione ha già perforato lo schermo quasi sessant'anni prima dopo essersi stampato nell'immaginario collettivo grazie al perfetto sarcasmo dello scrittore James Thurber.
Ben Stiller si scrolla di dosso le paure del confronto, si mette in gioco creando un personaggio che ha sì alcune delle peculiarità care all'autore che gli permettono di creare situazioni comico-demenziali che sono il suo pane quotidiano, ma qui vediamo un tentativo di sorpassare quel cinema che tanto appassionava milioni di fan.
Walter Mitty è un editor fotografico del magazine Life, lavora nel sottosuolo dell'edificio, in una stanza buia, per questo il suo impegno passa inosservato, come del resto la sua vita che scorre anonima come uno dei tanti fotogrammi da lui analizzati ripetuto all'infinito.
Ma i sogni, quelli ci sono, costellano i momenti di blackout di Walter, lo trasportano in scenari avventurosi, pericolosi, fra montagne ghiacciate, dentro edifici in fiamme e lui lì è l'eroe, senza macchia, grande amatore a cui le donne non sanno resistere; si sente speciale non rendendosi conto che siamo tutti un po' speciali, anche chi come lui lavora in quella stanza oscura, senza riconoscimenti.
Di tanto in tanto al lavoro incontra la bella Cheryl (Kristen Wiig), donna di cui si innamora senza sapere niente, ma anche lei sembra non notarlo.
Il magazine Life sta per chiudere, soppiantato da una versione online, per questo, l'ultimo numero dovrà essere perfetto, la direzione vuole una copertina da urlo.
Tutto è fatto, il fotografo Sean O'Connell (Sean Penn) ha spedito dei fotogrammi da sviluppare a prova di bomba, uno in particolare è stato evidenziato come la quintessenza della vita.
Walter, come sempre deve dar luce al lavoro di Sean, valorizzarlo, renderlo pubblico, ma quando apre la busta contenente la tanto agognata quintessenza della vita rimane di sasso, non c'è, è l'unico tassello mancante.
Al lavoro parte l'ultimatum, o viene fuori il fotogramma n. 25 entro la data di pubblicazione o sarà Walter ad andare fuori dalla porta principale.
Mitty è disperato, non sa dove battere la testa, ma ha modo di rivolgere parola alla bella Cheryl, le racconta tutto, lei lo incoraggia, gli dice di non arrendersi, di inseguire quel fotogramma.
Lui si fa forza, zaino in spalla, parte senza guardarsi indietro.
Walter vivrà tutti i sogni che non era mai stato in grado di vivere, rischierà la vita nel mare nordico, si sposterà in Afghanistan, fino ad arrivare sull'Himalaya alla ricerca del fotografo che improvvisamente gli ha complicato la vita.
Ben Stiller ci fa ridere, induce lo spettatore a riflettere, ci delizia con una grande cura della fotografia, ci immerge nel mondo inizialmente grigio di Walter Mitty pitturandolo progressivamente di colori, di avventure fantastiche che tutti noi vorremmo vivere.

Elle Bi

sabato 28 dicembre 2013

LA MOSCA EMO - Domenico Martino

venerdì 27 dicembre 2013

IL VERO UOMO DELL'ANNO


Edward Snowden. Presentare il personaggio credo sia pleonastico. E non è difatti mia intenzione. Voglio però approfittare dello spazio concessomi su questo blog per riportare il testo integrale, ed in lingua originale, del discorso fatto nel giorno di Natale dalla ‘talpa’ statunitense, ex agente della ‘National Security Agency’, ora in Russia come rifugiato politico. Ed egli con parole semplici quanto cristalline ci mette in guardia sulla reale portata di un distopico futuro privo di qualsiasi privacy, dove il pensiero di ogni cittadino ‘libero’ è in realtà osservato, messo a nudo, studiato. Difatti, è proprio l’esistenza di tali momenti di libertà individuale, verosimilmente negati nel futuro dipinto da Snowden (in realtà non poi così irrealistico ne tanto meno lontano nel tempo. Forse molto più ‘presente’ di quanto si possa credere), a permettere ad ogni individuo di dar vita a quel processo di autodeterminazione necessario alla costituzione di una coscienza propria, ben delineata, riconoscibile, confine del singolo in una sempre più vasta e anonima moltitudine.

Immaginate per un momento di venire osservati come sotto ad una lente d’ingrandimento; ogni singolo movimento è registrato, ogni vostra decisione è controllata. Nel preciso istante in cui siete chiamati a fare una scelta, qualunque essa sia, vi è la consapevolezza di non essere davvero “soli”, al riparo da occhi indiscreti. E allora forse verrete spinti quasi inconsciamente ad agire come ai più può sembrare opportuno e voluto, lasciatemi dire “giusto”. Il vostro io decisore sarà posto in secondo piano per paura, o magari per vergogna, e poi infine dimenticato o comunque represso, inascoltato perché inadatto, non ritenuto consono. E tutto questo senza alcun bisogno di violenza o costrizione esterna. Siete davvero meravigliati di tale ragionamento? Riflettete un attimo su come usualmente agite quando vi trovate all’interno di un gruppo di persone e quando invece siete completamente isolati? Tenete davvero lo stesso comportamento in ambo le occasioni o in realtà tentate di amicarvi il resto degli astanti o comunque di non sfigurare, di essere “ben accetti”, di seguire quelle che sono le “regole” comunemente accettate?

Permettetemi di eleggere Snowden vero uomo dell’anno a scapito di papa Francesco. “Snowden sei te il mio uomo sulla copertina del Time”.

Hi and merry Christmas, I am honoured to have the chance to speak with you and your family this year”.

Recently we learned that our governments, working in concert, have created a system of world wide mass surveillance, watching everything we do. Great Britain’s George Orwell warned us of the danger of this kind of information. The types of collection in the book - microphones, video cameras and TVs that watch us - are nothing compared to what we have available today. We have sensors in our pockets that track us everywhere we go. Think about what this means for the privacy of the average person. A child born today will grow up with no conception of privacy at all. They will never know what it means to have a private moment to themselves, an unrecorded unanalyzed thought. And that is a problem because privacy matters, privacy is what allows us to determine who we are and who we want to be. The conversation occurring today will determine the amount of trust we can place both in the technology that surrounds us and the government that regulates it. Together we can find a better balance, end mass surveillance and remind the government that if it really wants to know how we feel, asking is always cheaper than spying.

For everyone out there listening, thank you and merry Christmas”
(Edward Snowden)


Maste

giovedì 26 dicembre 2013

COLD WHITE CHRISTMAS - Casiotone for the Painfully Alone



Owen Ashworth unica figura di riferimento dei Casiotone e il cARTEllo vi augurano buone feste a ritmo lo-fi, con note su cui ondeggiare in queste vacanze di natale.

Elle Bi

martedì 24 dicembre 2013

IL PICCOLO MONACO DI MONTAGNA

Pregava, pregava e pregava. Ma per chi? Per cosa?
Nessuno poteva dirlo, quel piccolo monaco di montagna non era molto loquace, pensava solo a svolgere i compiti per la sua comunità e a pregare.
Camminando lungo un ruscello si abbassò per carezzare l'acqua, che, fredda, gli provocò un senso di beatitudine, la ricerca di una sensazione forte, come a cercar conferma di essere ancora vivo.
Gli uccelli cinguettavano mentre lui giocava con le mani nell'acqua come un bambino, lontano da ogni cosa terrena.
Nonostante i suoi trentaquattro anni, il viso era quello di un giovane non segnato dai solchi della vita, un sorriso mascherava i turbamenti del suo cuore.
Niente gli aveva mai dato più pace che stare in quel tempio.
Poteva vivere con altri esseri umani mantenendo il dono del silenzio; non era indispensabile parlare con loro. Li rispettava, sapendo poco o niente delle loro vite; per lui, questa era una cosa straordinaria.
Pensava che quando conosci a fondo una persona, lentamente inizi a scoprirne dei lati nascosti, sviscerati da un luogo buio e segreto, dove di solito vengono gelosamente custoditi. Lati che non avresti mai voluto conoscere, ma questa è la base della convivenza, dei rapporti interpersonali, è tutto un dare e avere. Uno scambio reciproco che spesso spaventa gli animi puri come quello del piccolo monaco di montagna.
Una rana lo guardava con i suoi occhi a palla, lui si avvicinò e quasi sfidandola le fece il verso “Cra-Cra-Cra”.
La rana non ci stette, saltò dritto e lungo sulla faccia del monaco, egli sobbalzò all'indietro ma a differenza di molti non emise imprecazioni schifato, non si vendicò sul povero animale lanciandolo da qualche parte ma, rise, rise sonoramente come il più innocente dei bambini.
Sei proprio una rana simpatica lo sai?” disse cercando di accarezzarla. Ma la rana scappò quasi infastidita.
Continuando la sua camminata mattutina incrociò un altro monaco, si scambiarono un saluto rapido e formale con un cenno del capo.
Iniziò a pensare se le sue preghiere sarebbero bastate, si chiedeva se non servisse uno sforzo maggiore. Pregava otto ore tutti i giorni; per lui era un vero e proprio lavoro.
Da quando era arrivato in quel tempio, non si era mai fermato, con la pioggia e il vento incessanti, col caldo torrido, con la neve alta un metro, perfino quando era malato riusciva a trovare le forze per pregare, con un'ostinazione che faceva quasi invidia ai suoi compagni.
Tornando nel suo abitacolo prese un tappeto di canna di bambù, lo stese e iniziò la consueta preghiera.
Farfugliava parole incomprensibili, solo il suo cuore ne conosceva il significato più recondito.
Di tanto in tanto si tirava dei colpi sul petto, con una rabbia e una forza che sembravano squarciarlo, colpi che tuonavano come lampi sul suo torace e le vene pompavano molto più sangue del normale durante quegli sfoghi autolesionisti.
Otto ore in ginocchio, senza pause, con quegli scatti rabbiosi di tanto in tanto, da anni costellavano ormai le sue giornate.
Quando era arrivato al tempio quattro anni prima con quel suo zainetto contenente lo stretto necessario, tutti lo accolsero a braccia aperte.
Era un giorno piovoso e lui, zuppo come un pulcino bagnato, piangeva, ma nessuno pareva essersene accorto; si sa, la pioggia cancella le lacrime: aveva scelto proprio un buon giorno per nascondere il suo dolore.
Vorrei rendermi utile” disse incrociando lo sguardo con i monaci.
Essendo tutti di larghe vedute, lo accolsero senza troppe domande; notarono che era fatto della loro stessa pasta, aveva percorso due chilometri a passo di montagna con una pioggia come non se ne vedeva da anni.
Che lo avesse fatto per infliggersi un'altra delle sue punizioni corporali? O forse mentre camminava tranquillamente per raggiungere la vetta della montagna era scoppiato un improvviso temporale? Aveva l'aria di chi ha fatto lo zaino in fretta, di chi è scappato dal proprio presente, trasformandolo in passato. Da quel giorno dedicò anima e corpo alla comunità.
Finite le otto ore di preghiera, ansimante andò a farsi un doccia senza neanche riscaldare l'acqua.
Prima di andare a letto guardò una foto, due occhi di donna lo guardavano, ma il resto del corpo non c'era.
Solo quegli occhi erano stati ritagliati, quasi a smaterializzare la figura umana, uno sguardo era più che sufficiente per ricordare. Ma ricordare chi? Cosa?
Si rannicchiò sotto le coperte guardando le iridi della ragazza, ci si perse dentro, fantasticando, ma il sorriso che si formò sulla sua bocca era evidentemente amaro.
L'espressione del piccolo monaco non era quella di un adolescente che fantastica sul primo amore, era l'espressione di un uomo ferito, ferito da un colpo mortale, non la semplice rottura di un legame, non la fine di una bella storia; c'era qualcosa di più.
Un orecchio attento avrebbe potuto decifrare i suoi borbottii mentre pregava, avrebbe potuto scoprire il motivo di quei colpi sul petto. Un orecchio attento avrebbe potuto capire che il piccolo monaco aveva una moglie in coma da quattro anni, avrebbe potuto capire che pregava, pregava e pregava soltanto per la salvezza della donna, per il suo risveglio e infine avrebbe potuto capire che tutti quei colpi furiosi erano uno sfogo verso la divinità, una richiesta silenziosa “Prendi me” diceva col cuore colmo di rabbia e disperazione.
Guardò per un'ultima volta la foto, chiuse gli occhi e si addormentò custodendo tutto questo dentro il suo involucro da essere umano.

Elle Bi

lunedì 23 dicembre 2013

IL TOCCO DEL PECCATO - Jia Zhangke


Contraddizioni sociali e politiche della Cina odierna. Un colosso economico che ha da tempo digerito la lezione capitalista e che è a tutti gli effetti parte del mondo globalizzato. Peccato che nella corsa affannata per inseguire il fuoco fatuo del progresso economico abbia lasciato per strada un intero strato della popolazione, costretta a vivere in condizioni di miseria alla mercè dei nuovi ricchi, imprenditori, collusi col potere.

L’analisi di Zhangke è lucida e spietata. Prende a pretesto quattro storie realmente accadute di cronaca nera, apparentemente indipendenti l’una dall’altra, che si svolgono in quattro diverse province cinesi.
Dahai è un operaio che stufo delle false promesse dei suoi superiori corrotti decide di riscattare col sangue una vita di umiliazioni e sottomissione. Saner, giovane immigrato, preferisce darsi alle rapine convinto che il delitto paghi bene piuttosto che accettare la propria vita di stenti. Xiao You bagnerà col sangue il tentativo di difendersi dalle minacce (neanche troppo velate) di violenza (sessuale) subite da due clienti della sauna presso la quale è impiegata come receptionist. Infine, Xiao Hui è un giovane ragazzo alla ricerca di un’occupazione e di qualche affetto, per poter riempire una vita colma di solitudine.

La struggente bellezza di queste storie è soltanto interrotta da improvvisi scatti di violenza. Una violenza che ci è mostrata in tutta la sua efferatezza, freddezza, da far gelare il sangue. Una violenza che è divenuta l’unica unità di misura possibile della disperazione. I protagonisti di Jia sono tutti degni appartenenti di quel vasto popolo che vive all’ombra dei grattacieli, alla periferia dell’impero, in miserabili bettole. Quel popolo che poi è la Cina più vera.

Sotto gli occhi pietrificati di Mao, retaggio di un passato ancora troppo recente e non abbastanza remoto, si consumano nuove oppressioni. Stavolta però gli oppressi hanno il volto incazzato di Dahai, il viso camuffato di Saner, gli occhi disperati di Xiao You. Nella macelleria globale del capitalismo moderno gli animali da macello sono gli esseri umani, liberi per natura, costretti a vivere in cattività. Cattività in cui sono costretti anche tutti gli animali che simbolicamente attraversano le quattro storie: cavalli, buoi, scimmie, pesci, tutti (ad eccezione dei pesciolini rossi liberati alla fine dal giovane Xiao Hui) ridotti alla catena. Perfino la Madonna, costretta entro una cornice, attraversa, inerme e distante, la quotidiana miseria.

Archiviato il passato, fotografato il raggelante presente, Jia ci lascia in eredità un’inquietante prospettiva futura: il cammino in avanti della “giovane” Cina ha piuttosto le sembianze di un volo verticale verso il basso. E lo schianto non può che essere assordante.

Diccì

sabato 21 dicembre 2013

RED VAGINA - Matilde Spinelli

venerdì 20 dicembre 2013

NELSON MANDELA PER UN (NUOVO) SUDAFRICANO



Una tempesta di articoli ha seguito la sua morte. Tra tutti i titoli, uno mi ha colpito particolarmente. “A giant among men has passed away”, campeggiava sulle colonne del The Guardian, sintetizzando in sette parole la grandezza di Nelson Mandela. Molto su di lui è stato detto in questi anni, con (come precedentemente notato) un’ovvia condensazione dopo il 5 dicembre, giorno della sua scomparsa. La sua lotta contro l’Apartheid. La sua lunga detenzione a Robben Island (dove “sebbene dietro le sbarre, sembrava un uomo libero e gli unici incarcerati sembravano i suoi aguzzini”). Le sue innumerevoli qualità, in particolare la tenacia e la determinazione, che gli hanno permesso di superare la prigionia. L’uomo duro e forte che era. Il carattere giocoso e festaiolo che aveva. La sua passione per lo sport e per il ballo. La sua visione pacifista e la sua propensione a perdonare. Il suo desiderio di creare un Nuovo Sud Africa. Sono questi alcuni dei tratti salienti di Mandela, ma non voglio parlare di questo. Sono tutti aspetti plurimenzionati e noti ai più. Nell’ultimo anno ho avuto a che fare con diversi sudafricani, cosa che mi ha permesso di scoprire questa figura sotto un altro punto di vista: ho conosciuto Mandela come Tata (padre) piuttosto che come l’uomo politico che è stato. Scrivo dunque su Mandela perché voglio provare a spiegare chi era e cosa la sua storia significasse per un sudafricano.

I sudafricani che conosco rappresentano la prima generazione post-Apartheid: sono cittadini del Nuovo Sud Africa. Tra le tante conversazioni che abbiamo avuto riguardo alla loro nazione, alcune riguardavano Mandela (o Madiba, secondo il suo nome di clan). Ho sempre amato parlare della storia del Sud Africa e del loro Tata. Tuttavia, vi è un aspetto riguardo a quest’ultimo che ha richiesto molto tempo perché lo cogliessi appieno. Ho sempre ritenuto Mandela un personaggio degno di stima e massimo rispetto, ma non capivo che cosa rendesse i miei amici così sinceramente grati a Madiba. Non avevo mai percepito una cosa del genere, mostravano un affetto che di solito si da (appunto) ad un padre. Spinto dal desiderio di capire meglio, lo scorso aprile andai ad una mostra dedicata a Mandela che mi aiutò a ripercorrerne la storia da vicino. L’interattività della mostra mi aveva in qualche modo proiettato con la mente in quell’Africa coloniale dove la società era divisa in razze per via dell’Apartheid. Mi aveva in qualche modo fatto sedere su quelle panchine “solo per bianchi” e fatto giocare a calcio con coetanei bianchi, mentre dall’altro lato della strada ragazzini neri vestiti di stracci giocavano con i sassi. La mostra mi aveva guidato attraverso le proteste e coinvolto in riunioni dell’ANC (African National Congress). Mi aveva portato nel carcere dove Mandela (insieme ad prigionieri politici) è stato costretto a spaccare pietre per quasi un quarto di secolo. Mi ha permesso di provare solo un’infinitesima parte del suo dolore e di quello dei suoi compagni mostrandomi le immagini truci e violente di proteste represse col sangue. Mi ha infine riempito il cuore di gioia quando ha fatto luce sulla liberazione di Mandela e sulla proclamazione di quest'ultimo come capo del governo nel 1994.

Le emozioni lasciatemi dalla mostra furono avvisaglia del fatto che mi stavo avvicinando al senso di ciò che non capivo. Con una maggiore comprensione dei fatti mi confrontai ancora su Mandela con i miei amici e finalmente colsi il senso di quella pura gratitudine che si destinerebbe ad un buon padre quando mi venne detto “senza Mandela non saremmo nemmeno stati qui!”. La lotta di Mandela ha insegnato ad una intera nazione a perdonare e a guardare avanti. E’ ciò che ha infuso i cuori di questi ragazzi di positivismo e ottimismo. E’ ciò che ha avviato la costruzione di una società multietnica egualitaria. Ha posto le basi per una società dinamica e proattiva che ha l’obiettivo di risolvere le contraddizioni sociali ereditate dal colonialismo e che in un tempo brevissimo (circa un ventennio) ha compiuto passi da gigante. La lotta di Mandela ha acceso i riflettori sul Sud Africa, rendendolo un attrattore di investimenti esteri e turismo. Infine, è stata la sua battaglia a dar vita al suo sogno (e di molti altri), creando la Rainbow Nation (termine coniato da un arcivescovo e riutilizzato da Mandela nel suo primo discorso da primo ministro nel 1994).

Il 5 dicembre ho visto pianti, feste, commozioni, celebrazioni, manifestazioni, danze, statue issate, veglie, concerti, tutti i leader del mondo riuniti in uno stadio, funerali maestosi e molto altro ancora. Stavolta, però, non mi son posto nessuna domanda. Ho solo pensato “Rest in Peace Tata”, sapendo che una piccola parte di questo gigante avrebbe riposato per sempre dentro ogni sudafricano.

IT

mercoledì 18 dicembre 2013

LIGHTNING BOLT - Pearl Jam




“It didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi, tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome, "addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza, solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso, Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione. Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che la band “spese la maggior parte degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”. Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio) chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black, una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per darla in pasto al mainstream musicale.
Il 15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel gioiello (ineguagliato) che fu Ten, è uscito Lightning Bolt, e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning Bolt (che rimane un bel disco) con gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati; ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album, probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro oggi se ne vedono pochi.
Lightning Bolt inizia con due pezzi alla Pearl Jam: Getaway e Mind Your Manners. Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari e acidi ricordano molto classici come Spin the Black Circle e Do The Evolution. Ascoltare Eddie che urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My Father’s Son (pezzo forse più oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in prima linea) si arriva a Sirens, scritta dal guitar hero Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind Your Manners). Una ballata elegante e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco, soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow Ledbetter, ma la melodia è affatto banale e le parole mettono i brividi.
La title-track Lightning Bolt è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World Wide Suicide. In questo filone s’inserisce anche Swallowed Whole, forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi così diversi come Infallible e Pendolum. Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene; unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy e Alive per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al massimo è la blueseggiante Let The Records Play, con Mike McReady che gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even Flow: divertimento allo stato puro.
Da qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping By Myself (brano ripreso da Ukulele Songs, riarrangiata senza essere però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che impressionò come solista in Into The Wild, uno dei migliori e più intimi lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow Moon è stata etichettata come riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio, seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future Days, ed è probabilmente qua che si sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima, per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i venti e le maree che si avvicinano “I believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of you and me”.
Lightning Bolt è in definitiva un bel disco, probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso: se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare, dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’ bello sapervi ancora in giro. Grazie.

(Prossime tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di fuoco).


Coro

martedì 17 dicembre 2013

IL CICLISTA


Il sudore gli colava sulla fronte impedendogli di vedere distintamente, gli avversari lo braccavano come sciacalli affamati, era l'ultima salita, la tappa della consacrazione, lui era lì, in testa alla lunga fila di ciclisti che annaspavano per lo sforzo finale.
Si sentiva osservato, invidiato, bruciato dagli sguardi nemici che non potevano fare altro che guardargli il fondoschiena.
Era troppo veloce, una scheggia in pianura, una locomotiva in salita.
Guardava dritto davanti a sé come un puledro da corsa, tirava piccole boccate d'ossigeno calibrando ogni respiro.
Pedalando ripensò a tutti i chilometri che aveva fatto, a tutte le avversità che aveva superato stringendo i denti.
Il sole cominciava a farsi sentire su quella strada di montagna, ma il capofila non era tipo da arrendersi per così poco, aveva mantenuto la sua posizione in condizioni ben peggiori, ricordava ancora con estrema commozione la pioggia torrenziale che li aveva aggrediti durante la settima tappa, ma lui, fradicio come un pulcino, aveva evitato una brutta caduta all'ultimo secondo con fare da acrobata.
Era l'astro nascente, il fenomeno venuto dall'est, tutti lo guardavano con ammirazione, ma allo stesso tempo volevano la sua carcassa, sopratutto quell'italiano che gli stava alle calcagna da centinaia di chilometri, la sua era la faccia di chi non vuole perdere, di chi tenterà il tutto per tutto fino all'ultimo per spodestare l'imbattibile.
Ma il capofila non mostrava nessun cedimento, ripensava a tutti gli allenamenti a cui si era sottoposto, alle diete sane e sotto controllo, al vizio del fumo che tanto lo affascinava ma al quale rinunciava, ricordava tutto con dolore, il dolore di chi lotta per qualcosa d'importante, lo spasmo dei muscoli esausti che non rispondono più ai comandi, il sudore dell'uomo prima che del campione; perché, al contrario di quello che pensavano tutti, lui non era il fenomeno a cui riesce tutto senza sforzo, anzi, per arrivare a primeggiare in quella gara era morto e rinato infinite volte.
Passata la salita sputò uno sbuffo di sollievo; il peggio se l'era lasciato alle spalle e dopo la discesa ci sarebbe stata la dirittura finale, ma lui era l'asso della pianura, faceva correre i piedi come bielle dirette al traguardo.
L'italiano era sempre lì, in attesa di un errore, sperava in un piccolo cedimento, in un crampo improvviso, perché sapeva che in una situazione normale non ce l'avrebbe fatta, era un avversario troppo forte, il duro dei duri e intanto continuava a guardargli il fondoschiena.
Il capofila sbuffava indisturbato verso il traguardo, pensò che dopo la corsa sarebbe andato a casa dalla sua famiglia; non amava le cose in grande, gli sarebbe bastata una serata tranquilla con le persone che più amava, era stanco dei ricevimenti di gala e dei sorrisi per i fotografi, ma comunque la competitività lo tormentava fin dalla più tenera età.
Pochi metri, pochi metri ancora e la vittoria sarebbe stata sua, nessuno gliela avrebbe più tolta, primo davanti al suo eterno secondo.
Rigirò la testa per la cavalcata finale e...100, 80, 50 metri all'ultimo sprint, una manciata, solo una manciata di metri ancora e...quel daino, maledizione, un muro di carne viva a bloccargli la vista...per evitarlo rischiò di sfracellarsi a gran velocità, rallentò fino a fermarsi, rimise il piede sul pedale, sentì due gomme fischiare alla sua destra...capì che era tutto finito.

Elle Bi


lunedì 16 dicembre 2013

TEKKONKINKREET - Michael Arias


E' la storia di Bianco e Nero, due fratelli, due bambini che scorrazzano per Città Tesoro.
Li chiamano i Gatti, sono i padroni della città, tutti li temono, e fanno bene perché con i Gatti non si scherza, saltano per la città, o meglio sopra, in equilibrio su altissimi pali della luce, osservano che tutto vada per il verso giusto, scrutano le stranezze di Città Tesoro, una metaforica città giapponese dipinta da colori pop, schizzata di sangue e sudore.
Bianco è puro, ma non indifeso, vive nel suo mondo da fiaba, con elefanti che passeggiano per la casa, fiori che nascono e si attorcigliano, e accanto a lui c'è Nero, rabbioso, cupo, inquieto, si prende cura del fratellino, lo veste, lo lava, fa tutto quello che dovrebbe fare un buon fratello maggiore.
Ma Nero e Bianco sono inseparabili, proprio come lo yin e lo yang del TAO, appoggiati l'uno sull'altro si completano, ma se divisi scricchiolano, precipitano in caduta libera facendo un grosso botto.
A far da contorno ai due ragazzini tantissimi personaggi forse un po' stereotiparti, ma è il ruolo che rivestono che lo richiede.
Arriva il signor Serpente, un moderno lucifero dalle orecchie a punta, sconvolge l'equilibrio della città, tutto sta cambiando troppo velocemente. Topo ex capo degli yakuza viene messo da parte, tutto si muove secondo i fili che sta tessendo Serpente, che si insinua fra le crepe delle persone, usa il ricatto, tenta il prossimo proprio come il serpente tentò Adamo ed Eva.
Ma Serpente, affiancato da scagnozzi dalle fattezze robotiche, aliene, dalla forza disumana, non fa i conti insieme all'oste o meglio agli osti, pensa di far fuori i Gatti, di dividerli per affondare il colpo, la ferita mortale, per impadronirsi di Città Tesoro, ma i Gatti non ci stanno, sono furiosi, sprizzano rabbia come il Giappone degli anni '60.
Il regista Michael Arias, statunitense d'importazione, insieme allo sceneggiatore Antonhy Weintraub crea un mondo allucinato, una fiaba moderna, pervasa da violenza e sentimento, due costanti sempre presenti nella vita, proprio come il nero e il bianco.
Il disegno è alternativo, accattivante nella sua imperfezione, volti spigolosi, braccia e gambe che sembrano quelle di bambole di pezza.
La regia è qualcosa di completamente nuovo, mai visto in un film d'animazione, la macchina da presa vola, come i corvi all'inizio del film, scruta i personaggi, si insinua nei vicoli, salta da un palazzo all'altro, l'azione a volte frenetica dei combattimenti, degli inseguimenti è qualcosa di stupefacente, sangue e pallottole degne di un gangster movie; il tutto accompagnato dalle musiche dei Plaid.
Film che ai più piccoli potrebbe far storcere il naso, una storia che intrattiene e commuove, un rapporto fra due bambini che difficilmente dimenticheremo; definito da molti un buon film, noi gridiamo al capolavoro.
E' la storia di Nero e Bianco, è la storia di tutti noi.

Elle Bi

sabato 14 dicembre 2013

ASPIRAZIONI - Domenico Martino

venerdì 13 dicembre 2013

VENERE DAI GUANTI DI VELLUTO


Stimolato dal tema di una recente pellicola, Venere in pelliccia, oltreché da un film oramai prossimo ad uscire nelle sale cinematografiche (spero), Nymphomaniac, voglio cimentarmi in un breve racconto domandandomi quanto realmente alcune forme di parafilia (nel caso di questo passaggio, il masochismo) siano un qualcosa di discordante da quella che può essere definita una ‘normale’ (parafrasando la definizione data alla parola da alcuni vocabolari) attività sessuale (sottolineando inoltre come la parola ‘normale’ in questo caso sottintenda l’esistenza di una sorta di standard comunemente accettato, riconosciuto quindi come un qualcosa di più ‘consono’). Cosa può davvero definirsi ‘normale’ in tale ambito?


(Nota: ovviamente non mi riferisco ai problemi di natura psicologica, da considerarsi in tutto e per tutto dei ‘disturbi’ sessuali, ma a quelle pratiche inserite in un contesto di reciproco consenso, comunemente indicate con la sigla BDSM, Bondage & Disciplina, Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo)

La giornata in studio mi aveva completamente estenuato. Pareva davvero non finire mai quest’oggi. Mi ritrovo a camminare completamente assorto nei pensieri non badando affatto a chi mi passeggia accanto, a chi mi urta chiedendo subito scusa, a chi scruta il mio volto cercando di intuire il motivo di un tale stato d’animo. “Non saprete mai il mio piccolo segreto” sussurro, continuando a passeggiare con falcate ora più lunghe, come se le gambe venissero attirate da una sorta di forza magnetica verso la loro destinazione.

Senza rendermene conto la porta di casa mi appare dinanzi, prendendomi quasi alla sprovvista. “Ecco, sono arrivato”. La mano si insinua veloce nella tasca del giubbotto ed afferra sicura le chiavi che scorrono altrettanto rapidamente nella serratura. “Ora devo solamente tirare la maniglia…” ma sussulto, e per un brevissimo lasso di tempo scordo come poter effettuare l’elementare gesto. “Mi devo calmare”; mi calmo, e chiudo la porta alle mie spalle.

Una volta raggiunta la camera lascio cadere le membra pesanti sul letto così da poter recuperare un po’ di energie. Bevo un sorso d’acqua, in questo momento dissetante come di rado in precedenza, e premo il ‘pulsante’ (questo è un piccolo aiuto per comprendere il finale).
Lei appare dinanzi a me, appoggiata alla porta della stanza con un'aria quasi strafottente ma ugualmente seducente ed imperiosa. “Ciao Ci…”, cerco di accennare un saluto ma la sua voce seda subito il mio tentativo maldestro “non dire niente V. , non tentare neppure di dire qualcosa. Perché vuoi parlarmi? Da quando hai il permesso di rivolgermi la parola?”. Rimango muto e a quelle parole così severe il sangue comincia a bollirmi nelle vene. Ancora attonito ammiro la sua figura, il corpo slanciato; scruto ogni particolare visibile e più celato sentendomi quasi trasalire alla vista del suo corpetto nero, leggermente satinato, il quale elegantemente avvolge i suoi fianchi e costringe un poco il seno. Incontro poi il suo occhio sinistro che fa capolino tra i capelli rossi e mossi che cadono disordinatamente sulle spalle; lascivo e leggermente socchiuso penetra completamente la mia anima e mi costringe al letto, paralizzandomi. “Sono alla tua mercé…” balbetto. Si avvicina con passo sicuro, sorridendo malignamente. “Cosa c’è V., non ti senti molto bene? Ah, ah, ah…” una risata calda e tracotante mi spiazza completamente. La donna oramai sa di avermi in pugno e raggiunge il bordo del letto portandosi appresso una lunga corda nera che poggia accanto al mio corpo inerme. Afferra due guanti neri, vellutati, di buona fattezza, e con signorilità tremendamente seducente gli indossa entrambi velando così le sue dita affusolate e parte del suo avambraccio. “Ora voglio che ti spogli V., su forza spogliati...” . Al suo ordine sfilo via le scarpe e i calzini, e poi i pantaloni. Tremo leggermente ma tento di fingere una certa sicumera. Sono brividi di piacere. “Ah, ah, ah…” lei continua a ridere con fragore, chiaramente compiaciuta dell’evidente effetto che ha sulla mia persona; afferra la corda che aveva poggiato per un solo attimo e lega prima la caviglia destra e poi la sinistra. Continua ad avvolgermi le gambe arrivando sino al busto. Le sue mani, ora vellutate, sfiorano di continuo la mia pelle ed il desiderio per lei si è fatto oramai evidente. Mi accingo a togliere la camicia e in un attimo sono completamente nudo, inerme, annichilito. Lei continua meticolosamente ad avvolgere il mio corpo con la sua corda ed io osservo la sua figura, in questo momento così vicina. Avidamente le scruto le cosce, le braccia, le odoro la pelle bianca. La bramo.
Baciandomi sulla bocca avvolge il mio collo con la sua ‘arma’, assicurandosi poi che sia ben stretta e non curandosi del fatto che a me venga meno il respiro. Portando con se il cappio della corda si adagia lentamente sul letto trascinandomi appresso, senza violenza ma con decisione, ed io non posso far altro che sottostare al suo volere e soddisfarne i capricci. Mi imbatto nei suoi occhi, i quali mi atterriscono. E lei impietosamente continua a stringere la corda attorno al collo con sempre maggiore energia man mano che cresce la sua eccitazione lasciandomi completamente senza fiato, soffocare.

Simulazione terminata. Risveglio programmato tra 3, 2, 1…”. Tento di recuperare un attimo i sensi ancora molto scossi dall’esperienza appena conclusasi. Mi sciacquo rapidamente il viso guardando subito dopo la mia immagine riflessa allo specchio del bagno. Noto un piccolo segno sul collo, una specie di livido come lasciato da “… una corda. Ma non era un’animazione completamente virtuale?”.

(E’ pur sempre la rubrica “notizie dal futuro” no?!).

Libro della settimana: “La madre di Dio” di Leopold Von Sacher-Masoch.

Maste

giovedì 12 dicembre 2013

WHY ARE WE SLEEPING? - Soft Machine



1968. Il mondo è in piena fermentazione. La guerra in Vietnam, le proteste della controcultura, il flower power, gli acidi, il sesso libero. Ed è in questo mondo che i Soft Machine (capitanati dal geniale Robert Wyatt) cominciano la loro carriera, fortemente legati ai fatti della loro epoca. E si capisce subito ascoltando Why Are We Sleeping?, un inno della propria generazione, una canzone cult della durata di sei minuti che avvolge nella sua psichedelia. La riproponiamo anche perché il periodo in cui stiamo vivendo oggi avrebbe nuovamente bisogno di proteste e della libertà (mentale e non) di quegli anni, una mentalità necessaria da recuperare. Quindi perché state dormendo? Buon ascolto.

Mi.Di


martedì 10 dicembre 2013

4664 - Capitolo 1


“Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!! Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!”
Ascoltavo la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale, in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette. Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso, le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque, come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent. Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia (ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno Vincent. Come va oggi?”
“Non trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode tutto.”
Questo era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent, non credo che...”
“Non dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un “privilegiato”, come dite voi.”
“Non credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era capace di spaventare chiunque.
“Ok Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi umani.”
“.....Ripasserò tra un po'.”
“Fanculo.”
E così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che finissero il prima possibile.
“Generazioni future, vi prego di ascoltarmi....”
La prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski, il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni. Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo, chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.

Mi.Di

lunedì 9 dicembre 2013

BLUE JASMINE - Woody Allen


Irresistibile. Ancora oggi, a più di 40 anni dagli esordi, il cinema di Woody Allen è irresistibile. E inconfondibile. Il ritmo jazz, l’umorismo, il caos (il caso) sono tutti elementi caratterizzanti ed imprescindibili del personalissimo cinema del regista americano. Certo, non è più tempo di corse affannate lungo le strade newyorkesi sulle note della Rapsodia in blu di Gershwin per soddisfare il desiderio di rivedere un volto (una delle ragioni per cui vale la pena di vivere, tra il vecchio Groucho, Joe Di Maggio, Marlon Brando, la frutta di Cézanne), ma ancora oggi la forza propulsiva dei suoi racconti è il desiderio. Destinato a restare insoddisfatto, affogato nel mare magnum della vita.

Forse è vero, come sostengono alcuni, che Allen abbia già detto tutto quello che doveva dire in tre quattro film. È anche vero che certi monologhi sardonici, certe freddure non possiamo non immaginarle uscire dalla bocca del buon vecchio Woody. Tuttavia, in questa sorta di coazione a ripetere, Allen riesce ad inserire ogni volta elementi di novità (se non in ciò che viene detto perlomeno nel modo in cui viene detto). In quest’ultimo film l’alternanza di due registri, uno comico l’altro drammatico, gli consente di attribuire alla propria riflessione una marcatura maggiormente cinica. Blue Jasmine risulta alla fine uno dei suoi film più disillusi e pessimisti nonostante i toni adottati, in continuità con gli ultimissimi lavori del regista, siano volutamente leggeri, da commedia.

Jasmine (una straordinaria Cate Blanchett assolutamente da Oscar) lascia New York per andare a stare dalla sorellastra che vive a San Francisco, per cercare di ricostruire la sua vita andata irrimediabilmente in pezzi. Infatti, si lascia alle spalle un matrimonio con un finanziere ladro e truffatore morto suicida dopo essere stato smascherato, ma soprattutto, una vita di ricchezza, agiatezza, lusso sfrenato e ipocrita filantropismo. Difficile sarà per lei adeguarsi ad uno stile di vita decisamente più sobrio nella modesta abitazione californiana della sorella. Ma ancor più difficile sarà ritrovare un equilibrio mentale pericolosamente destabilizzato da alcool e psicofarmaci.

Beffardo. È il destino secondo Woody Allen. In un attimo, con un gesto, rabbioso e disperato, Jasmine ha perso tutto. E quel tutto cerca ora di riconquistare. Sotto forma di simulacro di una vita irrimediabilmente andata. L’illusione di averla ritrovata è destinata a crollare perché fondata ancora una volta sulla menzogna. In una storia, umana troppo umana, che non può che terminare così come è cominciata. E quella panchina quegli occhi e quelle lacrime non le dimenticheremo facilmente.


Diccì

sabato 7 dicembre 2013

TRAMPOLINO - Matilde Spinelli



La fotografa Spinelli ci propone qualcosa che non è ciò che appare.

Ad un primo sguardo notiamo un trampolino che come in tutti i lavori dell'artista vuole essere perfetto, una cromia che crea forme tramite l'accostamento di un celeste ad un blu slavato, ma se fosse tutto qui sarebbe troppo facile, sarebbe alla portata di tutti.
L'occhio dell'osservatore attento scruta e si interroga sul trampolino, o meglio sul non-trampolino, perché in realtà quello che vediamo è un gioco delle forme, o meglio un ribaltamento.
Spinelli trasforma un obelisco che guarda al cielo in un trampolino che sembra sospeso su di esso, un trampolino che vuole essere perfetto anche nella geometria, ma non ci riesce; e a noi va bene così, ci piace la sua imperfezione, ci piace così tanto che verrebbe voglia di saltarci sopra.

Elle Bi

venerdì 6 dicembre 2013

STRATEGIE DI MARKETING CELESTIALI


F. nuotava tra le nuvole della troposfera all’interno del suo jet bianco. Odiava i lunghi spostamenti perché il più delle volte viaggiava solo in compagnia degli assistenti di bordo. F. era uno di quelli che contano davvero, un pezzo grosso. Il suo unico superiore era il Grande Capo. Per questo si spostava con voli privati. Lesse un po’, ma non era dell’umore adatto. Decise allora di appisolarsi sperando che il sonno lo cullasse fino all’atterraggio. Tuttavia, questo non avvenne: il suo riposo fu ben più travagliato del solito. Si era abituato ai frequenti sogni portatori di messaggi e rivelazioni. Ci aveva messo un po’ ad adattarcisi ma sapeva che era previsto dal suo contratto. Ciò che lo sorprese (e che rese il suo riposo travagliato) fu che questa volta fu proprio il Grande Capo ad approcciarlo. Sebbene l’ufficio fosse inondato di una densa luce bianca, capì subito che era Lui. La sua voce impetuosa era inconfondibilmente quella di colui che è il passato, il presente e il futuro.

F. si inchinò e disse “Ti saluto, o Altissimo. Rimetto a te i miei peccati, per essere degno di stare al tuo cospetto”. Ci fu una pausa. E poi lentamente Dio disse, “Ti libero dal male F., e poi insomma sei un cristiano devoto, non c'è bisogno di chissà quale sforzo per renderti degno di me”. Le guance di F. si inumidirono, rigate da lacrimoni dovuti all'emozione e alla gioia. Dio continuò dicendo “Suppongo che ti starai chiedendo le ragioni di questo incontro. Ebbene, ho approfittato che tu fossi a metà strada dal mio ufficio, per venire a parlarti della situazione critica in cui la nostra assemblea di fedeli, la Chiesa, versa”.

L’Altissimo continuò dicendo: “Mi è stato facile estendere il mio potere negli anni che furono. Dopo che mandai il mio unico figlio sulla croce, il mio potere crebbe esponenzialmente. La prova del nove furono le Crociate. E’ stato un bagno di sangue è vero, ma lo sai che sono presuntuoso e al contempo insicuro, avevo bisogno di quella prova di fiducia. Dovevo constatare che gli anni delle grandi persecuzioni dei miei fedeli, che hanno patito delle morti tremende, non fossero stati vani. È stata una campagna di marketing estrema, ma ti assicuro che i risultati furono concreti. Ti basti pensare che successivamente la situazione si invertì: era chi non credeva nella mia luce ad essere perseguitato”. Si fermò. “Ma ora”, riprese l'Onnipotente, “veniamo a noi e al problema che dobbiamo affrontare”. Si fermò ancora e poi disse: “Premetto che non mi è ancora andato giù quello che voi ragazzi faceste quando, per finanziare le vostre spese pazze, iniziaste a truffare quei poveri pagani vendendogli il perdono dei loro peccati. Ci fu lo zampino del Diavolo perché non avevo autorizzato che ciò avvenisse, come avrei potuto? Per via dell’ingenuità del collegio papale del tempo quei poveracci hanno dato tutto quello che avevano senza avere indietro una coscienza pulita. Comunque, so che tu non c'entri, e dopo tutti questi anni voglio ridarvi fiducia”.

F. continuava ad ascoltare incredulo. Non avrebbe mai immaginato che il primo meeting con il Capo sarebbe stato così. Dio riprese dicendo: “Lassù, le altre divinità hanno intrapreso campagne pubblicitarie vincenti. Purtroppo, nel regno dei cieli, non è consentito lo spionaggio industriale: sappiamo tutto di tutti, e i progetti che attuiamo devono essere autentici. Devo ammettere che Buddha, sta rubando una grossa fetta di fedeli e si sta espandendo velocemente. Con il suo slogan ‘sei tu stesso la chiave della tua liberazione’ sta spopolando tra giovani radical chic e alternativi. Anche Allah va forte, ha capito quanto siano più avanti le donne e ha risolto il problema alla radice, tagliandole fuori”.

Io sono a corto di idee. O meglio, ho solo idee generali da proporti che vorrei che tu sviluppassi. I nostri centri di ricerca mi hanno affidato un report che attesta che la principale determinante della perdita di consensi è la diffusione della scienza e della cultura. Tuttavia, i nostri analisti hanno individuato grandi sacche di ignoranza in Africa, Sud America e anche negli Stati Uniti che potrebbero portarci un vasto numero di adesioni. L'economia globalizzata e capitalista sembra fare il tifo per noi. Ovviamente va condannata, in questo modo i poveri verranno a noi. Ancora, ci sono molti sodomiti di questi tempi. E, viste le nostre scarse adesioni, andrebbero tirati dentro anche loro. Infine, ti assicuro che la storia di Onan e del seme sprecato ha smesso di funzionare da tempo, dunque sappi che puoi sempre giocare la carta del preservativo”. Rimase silenzioso qualche momento e poi disse, “Hai domande?”. F., da uomo timorato che era, non se la sentì di chiedere tutto quel che avrebbe voluto. Sentiva la sua fede svenduta, sminuita, il progetto al quale aveva dedicato la sua intera vita, ridotto ad una semplice campagna di marketing volta al futuro. Lui che aveva sempre creduto che la vita terrena andasse vissuta appieno nella luce del Signore. Capì che non avrebbe potuto fare nulla e accettò silenzioso. Dicendo, “Dio che sei tutto, farò la tua volontà”.

Quelli a lui vicini dissero che ritornò dal viaggio diverso. Era silenzioso e cupo. Fu a fine novembre che il piano di marketing celestiale fu messo in atto. F. pubblicò l'esortazione apostolica 'Evangelii Gaudium' con cui tracciava il percorso del proprio pontificato nei prossimi anni.

Amen. 

Lettura consigliata ‘Il Vangelo Secondo Gesù Cristo’ di Saramago. Un capolavoro della letteratura, meritatissimo premio Nobel.

IT



giovedì 5 dicembre 2013

RADIO CURE - Wilco



Gli Wilco si sono imposti come uno dei migliori gruppi alternative rock degli anni 2000, e ascoltando questa canzone (contenuta nel loro album migliore, Yankee Hotel Foxtrot, 2002) si capisce il motivo. Le note, dure e spietate, si fondono con la voce malinconica di Jeff Tweedy creando un insieme misterioso, da scoprire ascolto dopo ascolto (geniale il synth in sottofondo). Insomma, una canzone che inizialmente può sembrare semplice, ma che con il tempo vi ammalierà con i suoi rumori nascosti. Una cura dalla monotonia delle star mainstream del momento.


Testo

Cheer up, honey, I hope you can
There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stuff
Honey kisses, clouds of fluff
Shoulders shrugging off

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with radio cures
Electronic surgical words

Picking apples for kings and queens of things I've never seen
Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stars
Honey kisses, clouds of love

Picking apples for the kings and queens of things I've never seen

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up

Honey, I hope you can...

Mi.Di

martedì 3 dicembre 2013

FACCE D'ESSERI UMANI CANCELLATE

Firenze è in fondo ad un sogno. Un puntino arancione. Un campo base lontano.
Io e quegli altri stiamo andando a ballare in periferia: guidiamo su strade grigie in modo fantascientifico, piene di nebbia e gatti e torri d'immondizia alte fino al cielo. Attraversiamo zone industriali, campi rom, enormi supermercati spenti. Prendiamo l'autostrada.
Sull'autostrada tutto diventa un limbo. Sospesi, ci troviamo ancora una volta a fantasticare su possibili deviazioni che ci porterebbero a incontrare chissà quali destini. Sull'autostrada, per noi, destino e destinazione non fanno alcuna differenza.
Poi all'uscita per Barberino, G.B. tira fuori delle pasticche e ci guarda con la sua faccia affilata, i suoi occhi affilati, le orecchie – pure quelle – affilate. G.B. è l'abbreviazione di Grande Buio. Noi lo chiamiamo così. Gibì, Gibbì, talvolta Gibbone. Ma non gradisce quest'ultima variante. Intanto la macchina continua ad assecondare la curva dell'uscita autostradale, e per un secondo, ma solo un secondo, ci sembra di volare goffamente su capannoni, parcheggi, chiesette ultramoderne. Slittiamo in un centro residenziale. Gibì continua a guardarci e a sorridere. Nella mano aperta c'è il sacchettino con le pasticche. Gli altri le buttano giù con l'acqua delle bottigliette, ma io ho paura e così lascio perdere e torno a guardare la strada buia illuminata male, color obitorio, mentre la radio continua a parlare di abbassare le tasse, aumentare i profitti, mantenere costanti le nascite. Sembriamo zombi nella bruma delle ore zero, ma mi piace così.
“... si può mettere un po' di musica?”
“No. Voglio sentire il notiziario.”
Samu, che è la seconda persona più silenziosa dentro questa macchina, ci prova sempre. Ma, sebbene non guidi, è sempre Gibì a gestire la radio, e Gibì è fissato con attualità, cronaca, politica e previsioni del tempo. Samu vuole sempre che si metta la musica e Gibì pensa che sia una cosa un po' infantile. Intanto, passiamo accanto a un'enorme collina. Sulla collina ci sono degli alberi, immobili. Gibì accende la luce dell'abitacolo e la collina sparisce. Comincia ad armeggiare con della roba che tiene nella tasca del giubbotto. Piccolo Buio, il fratello minore di Grande Buio, nessuno sa dove si trovi. Proprio fisicamente, voglio dire. Sparito dalla circolazione da due anni, dopo un brutto guaio successo al Cubo, una faccenda di cui Gibì non parla mai.
“...questa merda la voglio spacciare tutta stasera...”
Poi spegne la luce e ricompare la collina, tutta scura, enorme. Penso ad alberi con le radici piantate negli speroni di roccia, a grotte primordiali, allo spazio interstellare.
“... quanto sono orride 'ste chiese futuristiche di fianco alla strada...?” Massi, il guidatore, apre bocca dopo quasi venti minuti di assoluto silenzio. Tutti si girano a guardare la chiesa criticata da Massi e tutti concordano. Continua: “una volta ho fatto un incubo con una chiesa come quella... dovevo scappare da qualcosa che mi voleva mangiare, ma dall'altare non riuscivo mai ad arrivare all'uscita: era una chiesa immensa.”
All'improvviso, del tutto inaspettatamente, mi ricordo di un pomeriggio d'estate in cui mi sentivo solo e, non sapendo che fare, cominciai a fare piegamenti sulle braccia. Ne feci tantissimi, ma dopo mi sentii ancora solo. Allora uscii, ma mi sembrò di rimbalzare come una pallina da flipper fra tutti i posti in cui mi volevano bene. Non so, ma dev'essere stata la chiesa del sogno di Massi a risvegliarmi questa cosa, anche se non so minimamente il perché.
“... a proposito, il Bambino – avete presente il Bambino, quel gigante di un metro e novanta che se ne sta sempre al Cubo a mangiarsi le unghie? Lui, mi ha detto che ha trovato un trucco per fronteggiare i brutti sogni. Fa sempre incubi in cui viene inseguito, e quindi, prima di andare a letto, si mangia sempre una barretta energetica, di modo che – dice lui – se lo inseguono avrà le forze necessarie per scappare.”
“Ma che dici. Non ci credo.” Gibì è un campione di frasi interrogative senza punto interrogativo, così come di frasi esclamative senza punto esclamativo.
“Dice che funziona. Ora i mostri non lo prendono più.”
“Sì sì, ma ricordati che stiamo parlando del Bambino. Io lo conosco, non è una persona normale.”
Grande calore, grande forza, grande sgomento. Sempre, quando viaggio nella notte diretto verso posti che non conosco, insieme a compagni di viaggio che forse conosco troppo. Mi sarebbe piaciuto conoscerli meno, conoscere solo il loro lato migliore. Ma poi mi domando che senso avrebbe avuto...
...Il Presidente della Repubblica si è espresso in merito al Disegno di Legge approvato stasera. Ha affermato che è una cosa a dir poco orribile voler dividere l'Italia, volerla dividere così impunemente e senza possibilità di tornare indietro...”
Gibì, attentissimo, se ne sta leggermente reclinato verso la radio. Samu sbuffa e si contorce nel piumino. Che palle, bisbiglia.
... e questa sera, nelle ore dell'approvazione del Disegno di Legge, una folla di circa diecimila persone si è radunata davanti Montecitorio, dando il via a una manifestazione molto sentita. In seguito all'infiltrazione di gruppi dei Centri Sociali, però, il tutto è degenerato in un violento scontro di massa tra forze dell'ordine e dimostranti. Scontri che si sono placati da circa un'ora.”
“Volevo esserci anch'io.” Dice Gibì.
“Perché non sei andato?”
“Non lo sapevo.”
Entriamo in una stradona lattiginosa, alberata, così diritta da fare male. Massi dice che siamo quasi arrivati. La macchina rallenta, adesso andiamo a passo d'uomo. Troviamo un parcheggio non troppo lontano dalla discoteca e ci fermiamo. Io risuono come una tubatura vuota colpita da chiavi inglesi. Poi mi rendo conto che sono i colpi secchi delle portiere sbattute: scendono tutti. Scendo anch'io.

Quando rientriamo in macchina tutt'intorno c'è una luce rosata, ancora inquinata dalle tenebre della notte. Un'aria da fumetto noir. Gibì si regge la testa, Massi si stropiccia gli occhi, Samu dorme e io continuo a risuonare dentro. Risuono, risuono, ma non so bene cosa sia questa vibrazione, questo anello di frequenze che mi sovrasta, una specie di aureola maledetta. Guardo il panorama scorrere sempre più veloce fuori dal finestrino. Si schiarisce lentamente. I suoi contorni sembrano quelli di uno scenario di guerra dove la guerra è passata da anni ma nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.
Dopo aver fatto colazione riprendiamo la strada verso casa, che è tutta diritta. Gibì allunga un dito simile a un artiglio verso la radio e la accende.
...ed è per questi motivi, senz'altro discutibili, che ora l'Italia non esiste più. Vorrei infatti discuterne con voi, sentire i vostri pareri di intellettuali attenti alle dinamiche sociopolitiche...”
“Ah, c'è il salotto politico. Pensavo ci fosse la cronaca.” Gibì sembra un po' deluso.
Ma quale attenzione e attenzione,” sta rispondendo uno dei due intervistati, “come se servisse attenzione per accorgersi di una cosa così... solo un idiota riuscirebbe a non notarla”.
All'improvviso una macchia scura compare davanti al muso della macchina, riesco solo a sentire l'occazzo di Massi, poi una ragnatela di crepe metastatizza tutto il parabrezza, e ci sono triangolini di vetro sospesi a mezz'aria ovunque, e briciole di patatine, pasticche avanzate che fluttuano sorridendo, un dente – credo di Massi – che incrocia la traiettoria di una patatina e la frantuma, e la mia testa che vola in direzione del finestrino. Ripenso al ricordo di quel pomeriggio d'estate e finalmente riesco a capire perché la chiesa nel sogno di Massi me l'abbia risvegliato. Quello stesso pomeriggio avevo passato ore a guardare video di canzoni famose sul Tubo. Fra i tanti avevo visto anche il video di November Rain dei Guns 'N Roses. In questo video c'è una scena in cui il chitarrista Saul Hudson detto Slash, dopo aver consegnato le fedi ai due sposi in modo alquanto bizzarro, si incammina fuori dalla chiesa con la sua andatura sbruffonesca. La carrellata fa sembrare la chiesa piuttosto grande dall'interno, ma quando Slash inizia il suo smisurato assolo, dall'esterno non è nient'altro che un giocattolo. La mia testa rompe il finestrino: per un attimo vedo vorticare freneticamente tutta la folla di gente che ho visto in discoteca stanotte, un oceano di persone che si portano dietro brandelli di incubi, un mare di facce d'esseri umani cancellate.
Poi buio.
“Ma che cazzo era?”
Tutti seduti sul guardrail, acciaccati e stanchi, abbiamo ancora la forza necessaria per voler capire che cosa sia successo. L'aria della mattina è fredda e questa strada è ancora deserta. C'è un enorme campo di girasoli poco distante, e al bordo del campo, i rottami della nostra macchina. Più in là, invece c'è un fast food. Le nuvole sono arricciate e cremose. Davanti a noi, in fondo alla strada, una galleria.
Massi si stacca dal guardrail e si avvicina al fossato.
“Guardate, ecco cos'era.”
Ci alziamo tutti quanti e andiamo a vedere. C'è un cane, un bastardo che avrà cinque anni, fulvo, l'espressione implorante, la lingua di fuori.
“Ma è ancora vivo?” non riusciamo a capirlo. Gli occhi sembrano come pietrificati.
Lo tiriamo fuori dal fosso e lo distendiamo accanto al guardrail. Sembra che respiri ancora, anche se in modo impercettibile.
Ci sediamo sull'asfalto, accanto al cane, e guardiamo l'entrata della galleria finché non ricomincia il traffico.

Ernesto Meribù