lunedì 6 gennaio 2014

PHILOMENA - Stephen Frears


Irlanda, anni Sessanta. La giovane Philomena Lee, data in affidamento alle suore del Sacro Cuore, trascorre le proprie giornate presso il convento costretta a scandire il giorno secondo l’assioma benedettino Ora et Labora alle dipendenze di sorelle il cui modo di gestire la vita delle giovani ragazze richiama alla mente, con una similitudine certo un po’ forzata, i gulag staliniani. Siamo nei Sessanta (del ventesimo secolo attenzione) ma pare di essere ancora nel Medioevo.

Da una relazione avuta con un ragazzo conosciuto ad una fiera, Philomena, che vive il suo primo rapporto sessuale, resta incinta di un bambino che nascerà presso il convento e che le verrà portato via dalle suore poiché nato illegittimamente e nel peccato (proprio così nel peccato). Il figlio sarà cresciuto dalle suore lontano dall’amore della madre a cui sarà concesso di vederlo un’ora al giorno dopo il lavoro. Tutto questo in attesa che il figlio venga dato in adozione.

Cinquant’anni dopo Philomena Lee (interpretata da una magnifica Judi Dench, che riesce a dare un’incredibile naturalezza al suo personaggio) è una donna anziana che ha avuto un’altra figlia, e che ha passato tutta la vita senza rivelare a nessuno l’esistenza del figlio convinta com’era dall’alto della sua formazione basata sui dogmi cattolici di doversi vergognare del peccato commesso. Tuttavia l’amore per il figlio mai dimenticato e il fortissimo desiderio materno di rivederlo, sapere se sta bene e soprattutto sapere se ha mai rivolto un pensiero a sua madre la spinge a riferire alla figlia l’intera storia. Casualmente poi avverrà l’incontro con il giornalista inglese Martin Sixsmith (Steve Coogan, anche sceneggiatore) che l’aiuterà nella ricerca del figlio impegnandosi poi a pubblicare l’intera vicenda. Dalle ricerche svolte dal giornalista verrà fuori che il figlio è stato adottato da una facoltosa famiglia americana nel quadro di un programma di finanziamento del convento (come a dire dalle indulgenze ai bambini tutto fa brodo), che lavora per il governo degli Stati Uniti, che è omosessuale e ..

L’intento principale di Frears non è tanto quello di confezionare un film di denuncia, quanto piuttosto raccontare una storia d’amore: l’amore di una madre per il proprio figlio, amore che va al di là di ogni ingiustizia o sopruso e che condurrà Philomena, all’epilogo del film, a compiere il gesto più difficile ovvero perdonare coloro che le hanno fatto tanto male.

Diccì

sabato 4 gennaio 2014

RITRATTO DI STRADA - Elle Bi



Un ragazzo davanti all'immensità della Val d'Orcia. Scattata a Radicofani.

venerdì 3 gennaio 2014

UN 2013 TUTT'ALTRO CHE TIEPIDO


Sedevo alla scrivania della mia mansarda e, per la prima volta percepivo l'inizio dell’inverno. La finestra appannata, il ticchettio della pioggia, il golf di lana grossa. Il grigiore invernale mi abbracciava. Cercavo l’ispirazione per scrivere il pezzo per la mia rubrica nonostante pranzi, cene e drink di troppo avessero appesantito il mio cervello e prosciugato il pozzo delle idee. Durante la cena di capodanno, connotata da un menù con un climax ascendente di temperature, mi ero preso il goliardico impegno di scrivere utilizzando due parole spesso ripetute durante l’intero pasto: erano i due vocaboli ‘tiepido’ e ‘scottato’. Non sapevo se ero vittima di qualche sortilegio, ma l’unica cosa che avevo in testa, aldilà di pensieri vaghi o idee troppo complesse per essere esplorate in una rubrica da meno di mille parole, erano i succitati aggettivi. Mi ero fregato con le mie mani! Decisi di provare lo stesso...

Il 2013 è stato un anno per niente tiepido. Una serie di eventi scottanti hanno contribuito a rendere la temperatura dell’anno appena salutato indubbiamente alta. Ne voglio citare alcuni, in ordine sparso, giusto per riportare alla mente l’effettiva intensità dell’anno passato. Diversi grandi ci hanno lasciato: Lou Reed, Nelson Mandela, Hugo Chavez, Margherita Hack, Giulio Andreotti, Margaret Tatcher e Silvio Berlusconi. Ah no! Sull’ultimo mi sono sbagliato. E’ morto solo politicamente e poi insomma, non era un grande. Se ne sono andati anche Enzo Jannacci e Franco Il Califfo Califano. La casa reale inglese ha messo al mondo un ‘Erede al trono’. Il vecchio Papa, Benedetto XVI – sì, quello che aveva avuto relazioni con le SS tedesche, ricordate? – ha dato le dimissioni e dopo un conclave più corto del solito, l’intraprendente e dinamico Francesco ha preso il suo posto aprendo una nuova era della chiesa. Ci son state diverse ammissioni, liberalizzazioni e innovazioni. L’Uruguay, ha legalizzato la marijuana a livello statale con lo scopo di combattere la guerra al narcotraffico, divenendo così il primo stato ad attuare una politica di questo tipo (accendendo i riflettori sul suo progressismo e guadagnandosi il titolo di ‘Stato dell’anno’ da parte del ‘The Economist’). La Francia ha legalizzato i matrimoni gay, dimostrando tutto il suo progressismo. Nonostante le violente (calde o scottanti?) manifestazioni tenutesi durante la fase di approvazione della legge, il disegno ha ricevuto il benestare delle camere francesi che l’hanno ratificato. Il presidente Obama è stato rieletto per il secondo mandato alla Casa Bianca e Giorgio Napolitano nuovamente designato come presidente della Repubblica italiana nonostante i suoi quasi 90 anni…”

Mi fermai per dare qualche boccata ad una sigaretta. Rilessi quanto avevo scritto. Non c’ero proprio. Il flow mancava, e quel tentativo di, per così dire, attenermi all’impegno (piuttosto una costrizione) stilistico preso goliardicamente non stava funzionando: quanto battuto sullo schermo non emanava nessuna sfumatura di calore, era solo un freddo e piatto susseguirsi di lettere. "Forse per intiepidire maggiormente l’animo dei lettori avrei dovuto menzionare i frammenti di meteorite cascati in Russia o l’attacco terroristico durante la maratona di Boston? O forse, avrei dovuto citare le tensioni avvenute tra USA e Korea del Nord? Snowden e il datagate? Beh sono tutti argomenti scottanti ma probabilmente avrei anche dovuto parlare di Assad e dell’utilizzo delle armi chimiche in Syria o muovere una critica al fatto che il premio Nobel per l’economia è stato piuttosto un ‘premio Nobel per la finanza’. Il dramma nelle Filippine? La rivolta contro il regime in Turchia? E quella in Egitto? Cazzo la Concordia! Mi sono scordato la Concordia…”

Niente, ero ancora vuoto. Rilessi tutto, fumai un’altra sigaretta, accartocciai il foglio e lo gettai dietro le mie spalle. Poi tutto d’un tratto mi sembrò d’avere afferrato l’argomento giusto! Tutto questo pensare a temperature e scale di calore aveva rievocato delle immagini viste di recente di grandi iceberg che si staccano minacciosamente dall’Antartide. Sì! L’argomento poteva andare. Iniziai nuovamente a battere sui tasti. “Lo scorso novembre un comitato di esperti ha rilasciato la quinta valutazione sullo stato del clima. Il resoconto riporta notizie tutt’altro che positive. Il cosiddetto ‘climate change’ è un processo irreversibile in atto che può essere contenuto ma non annullato. E’ probabilmente la più grande sfida che l’uomo ha di fronte, se si considera che un innalzamento consistente delle temperature metterebbe (in una cinquantina di anni) a serio repentaglio la specie umana. Infatti, l’innalzamento dei mari, il diffondersi di malattie legate al calore e l’aumento di siccità, unite con la prevista crescita della popolazione, determineranno uno scenario alquanto catastrofico (scottante?!) che può essere cambiato solo tramite politiche lungimiranti di sviluppo e drastici cambiamenti di mentalità. Un tentativo di coordinare il problema a livello globale fu fatto con il Protocollo di Kyoto, sebbene il risultato sia stato alquanto tiepido…’

Che noia! Fumo ancora una sigaretta, mentre fisso lo schermo. Riprendo a scrivere.
“……………………………………”.
Niente. Getto la spugna e chiamo L., l’editore, per dirgli che non avrei fatto la mia rubrica o che, quantomeno, non avrei onorato la scommessa fatta. Prima che io dica qualsiasi cosa mi dice “Oh, T. ho delle news scottanti,…”. Smetto di ascoltarlo. Mi guardo allo specchio con un sorriso asettico, né caldo né freddo, tiepido insomma, e penso, “mai più farsi prendere in trappola da scommesse goliardiche”.

Buon anno a tutti i lettori!

IT

giovedì 2 gennaio 2014

THIS IS HOW WE WALK ON THE MOON - Arthur Russell



Arthur Russell ci trasporta negli anni ottanta con la sua semplicità estremamente complicata, tra violoncelli e synth cosmici. La sua è un avanguardia minimale, intima ed ermetica, malinconica quanto è il suo ricordo, piccolo genio passato ingiustamente inosservato. E "This Is How We Walk On The Moon" è il suo capolavoro, una ballata commovente e straniante, superba nei suoi cori fantasmagorici. Bella e onirica come una passeggiata sulla luna.

Testo

Each step is moving, it's moving me up
moving, it's moving me up
Every step is moving me up
moving me up, moving, moving me up
Every step is
moving me up
One tiny, tiny,
tiny move
It's all I need
And I jump over
Every step is moving me up

This is how we walk on the moon
This is how we walk on the moon

Every step is moving me up
I'm so far away
One moment there
Moving me up
Every step is moving me up
One moment there
One tiny, tiny move
It's all I need and I jump over


Mi.Di

martedì 31 dicembre 2013

L'URLO E IL FURORE - William Faulkner


Life.. is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” William Shakespeare, Machbet.

L’urlo e il furore (1929) è la storia dei Compson, una famiglia del profondo Sud degli Stati Uniti nell’anno della Grande Depressione. È il tragico affresco della decadenza della “grande” famiglia americana, ritratta in tutto il suo misero squallore.

La suddivisione del romanzo in quattro parti permette a Faulkner di narrare gli eventi facendo ricorso alla tecnica dello stream of consciousness (marchio dei migliori romanzi faulkneriani), dedicando le prime tre alle voci di Benjy, Quentin e Jason (tre dei quattro fratelli Compson; la quarta, Caddy, pur protagonista della scena, non avrà propria voce in capitolo, risultando così delineata solamente attraverso le voci dei fratelli). La quarta ed ultima parte invece sarà descritta in terza persona e vi avrà un ruolo preponderante Dilsey, la cuoca nera al servizio della famiglia Compson (che oltre ai quattro figli consta anche del padre Jason Compson III, della madre Caroline e della figlia di Caddy anche lei di nome Quentin).

Come se non bastasse l’utilizzazione di più voci narranti, l’autore inserisce ulteriori elementi di complessità nel romanzo quali la continua alternanza del discorso diretto con quello indiretto e i continui salti temporali. A proposito di alinearità temporale i quattro capitoli descrivono quattro diverse giornate: Sette aprile 1928, Due giugno 1910, Sei aprile 1928, Otto aprile 1928.

La prima voce è quella di Benjy, il figlio trentatreenne scemo che come tale vede le cose con occhi distorti, leggendo il mondo attraverso esperienze sensoriali. “Caddy mi teneva tra le braccia e io sentivo il rumore di tutti noi, e del buio, e di una cosa che aveva il suo odore. E poi vidi le finestre, dove gli alberi bisbigliavano. Poi il buio prese a muoversi in forme lucenti e silenziose, come fa sempre, anche quando Caddy dice che ho dormito.”

La seconda parte si svolge diciotto anni prima e ci è narrata dalla voce di Quentin, il fratello partito di casa per andare a studiare al college. È qui che Faulkner condensa gran parte del senso della sua intera poetica regalandoci forse i momenti più alti della sua intera produzione letteraria. L’insensatezza della vita, la caducità del tempo, la torbidità dei rapporti familiari (distorti e malati), l’impossibilità di riscattarsi da un destino drammatico. “Se di là ci fosse almeno un inferno: la pura fiamma noi due più che morti. Allora tu avrai soltanto me allora solo me allora noi due tra l’esecrazione e l’orrore oltre la pura fiamma”. Questo il disperato appello di Quentin, perversamente innamorato della sorella.

La terza (dedicata al figlio Jason) e la quarta (come detto in terza persona) contribuiranno a fare maggiore luce sull’intera vicenda e sui suoi effettivi contorni. Forse alla fine del viaggio si potrà anche scorgere un bagliore di luce. Ma al di là dei singoli eventi narrati ciò che risalta maggiormente è il quadro, globale e disperato, di un’intera umanità che ha irrimediabilmente smarrito il senso ultimo della vita. E alla maniera di Schopenhauer oscilla incessantemente tra il dolore e la noia. O se preferite tra l’urlo e il furore.

Quando l’ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell’orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L’uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un’illusione dei filosofi e degli stolti”.

Diccì

lunedì 30 dicembre 2013

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY - Ben Stiller


Walter Mitty è il personaggio di un romanzo di James Thurber del 1939, è il correttore di bozze del film Sogni Proibiti di Norman McLeod ed infine è l'editor fotografico di Ben Stiller.
Non è mai facile prendere un'idea altrui e trasformarla, dipingerla di colori propri dandone una tua personale interpretazione; sopratutto se il personaggio in questione ha già perforato lo schermo quasi sessant'anni prima dopo essersi stampato nell'immaginario collettivo grazie al perfetto sarcasmo dello scrittore James Thurber.
Ben Stiller si scrolla di dosso le paure del confronto, si mette in gioco creando un personaggio che ha sì alcune delle peculiarità care all'autore che gli permettono di creare situazioni comico-demenziali che sono il suo pane quotidiano, ma qui vediamo un tentativo di sorpassare quel cinema che tanto appassionava milioni di fan.
Walter Mitty è un editor fotografico del magazine Life, lavora nel sottosuolo dell'edificio, in una stanza buia, per questo il suo impegno passa inosservato, come del resto la sua vita che scorre anonima come uno dei tanti fotogrammi da lui analizzati ripetuto all'infinito.
Ma i sogni, quelli ci sono, costellano i momenti di blackout di Walter, lo trasportano in scenari avventurosi, pericolosi, fra montagne ghiacciate, dentro edifici in fiamme e lui lì è l'eroe, senza macchia, grande amatore a cui le donne non sanno resistere; si sente speciale non rendendosi conto che siamo tutti un po' speciali, anche chi come lui lavora in quella stanza oscura, senza riconoscimenti.
Di tanto in tanto al lavoro incontra la bella Cheryl (Kristen Wiig), donna di cui si innamora senza sapere niente, ma anche lei sembra non notarlo.
Il magazine Life sta per chiudere, soppiantato da una versione online, per questo, l'ultimo numero dovrà essere perfetto, la direzione vuole una copertina da urlo.
Tutto è fatto, il fotografo Sean O'Connell (Sean Penn) ha spedito dei fotogrammi da sviluppare a prova di bomba, uno in particolare è stato evidenziato come la quintessenza della vita.
Walter, come sempre deve dar luce al lavoro di Sean, valorizzarlo, renderlo pubblico, ma quando apre la busta contenente la tanto agognata quintessenza della vita rimane di sasso, non c'è, è l'unico tassello mancante.
Al lavoro parte l'ultimatum, o viene fuori il fotogramma n. 25 entro la data di pubblicazione o sarà Walter ad andare fuori dalla porta principale.
Mitty è disperato, non sa dove battere la testa, ma ha modo di rivolgere parola alla bella Cheryl, le racconta tutto, lei lo incoraggia, gli dice di non arrendersi, di inseguire quel fotogramma.
Lui si fa forza, zaino in spalla, parte senza guardarsi indietro.
Walter vivrà tutti i sogni che non era mai stato in grado di vivere, rischierà la vita nel mare nordico, si sposterà in Afghanistan, fino ad arrivare sull'Himalaya alla ricerca del fotografo che improvvisamente gli ha complicato la vita.
Ben Stiller ci fa ridere, induce lo spettatore a riflettere, ci delizia con una grande cura della fotografia, ci immerge nel mondo inizialmente grigio di Walter Mitty pitturandolo progressivamente di colori, di avventure fantastiche che tutti noi vorremmo vivere.

Elle Bi

sabato 28 dicembre 2013

LA MOSCA EMO - Domenico Martino