domenica 15 giugno 2014

NEWS: "DIARIO DEL (IM)PERFETTO TIFOSO"


“Eh figlio mio, noi siamo in un sogno dentro a un sogno”
(Totò in “Che cosa sono le nuvole” di Pier Paolo Pasolini)

Ebbene si, il rendez-vous mondiali è infine giunto ed il grande classico Inghilterra-Italia fa già parte della storia del calcio.
E cos’è impossibile da non notare quando ha inizio la World Cup? La altrettanto “classica” fiumana di gente che si riversa nelle piazze per vedere la partita della propria nazionale quasi fosse richiamata dalla musica di un pifferaio magico (potevo forse usare una metafora meno patetica di questo riferimento alla fiaba dei fratelli Grimm, mea culpa, ma dopo aver passato un’intera serata 
a fare tequile non mi è venuto altro alla mente #hangover).

Diario del (im)perfetto tifoso
(ammetto che io e il calcio siamo come due universi paralleli. Una cosa però la so anche io: l’arbitro è quell’uomo vestito di nero che corre come un matto per tutto il campo e fischia a più riprese quando due giocatori avversarsi decidono di sfondarsi le tibie)
Ovviamente, quando arrivi dov’è piazzato il maxischermo, di una seggiola libera neanche l’ombra. E guai a te se tenti soltanto di allungare una mano sperando di afferrare quello sgabello (all’apparenza) abbandonato: “Ma che ca##########o fai!” sarà la risposta più educata che riceverai per il gesto maldestro.
E della fila chilometrica davanti al baracchino delle birre vogliamo parlarne? “Poveri illusi” ti dici sogghignando; ed afferri la bottiglia di Peroni (o Moretti se preferisci) portata da casa guardando negli occhi proprio l’ultimo della serpentina infinita che in quel momento vorrebbe solo annichilirti.
Arriva il calcio di inizio, “piiiiiiiiiii”, e, seduto su di un sasso dalle forme decisamente troppo aguzze, te ne stai immobile e sofferente mentre sullo schermo il pallone comincia a roteare e a muoversi vorticosamente tra i piedi degli atleti.
Proprio quando credi che oramai tutte le prove più ardue siano state superate, accade proprio quello che ogni volta preghi la Madonna non possa succedere proprio a te ma allo sfigato di turno alla tua destra (o sinistra, tanto per essere politically correct). Due energumeni giganti prendono il posto dei bambini di fronte dei quali avevi calcolato attentamente l’altezza per evitare che il tuo campo visivo ne fosse intralciato: “ciao papà”. Ma come “ciao papà!? Non potete farmi questo, NOOO!”. Ahimè, non c’è niente da fare. Provare in qualche modo a stendere i due colossi è un’ipotesi che escludi a priori vista la loro mole. Questi, senza il minimo sforzo, sarebbero in grado di “arrocchettarti” e farti sperare di non essere mai nato. Spostarsi poi dal piccolo cantuccio conquistato con tanta fatica è impossibile quasi quanto la prima delle idee: la densità di persone attorno a te è infatti talmente alta che sperare di percorrere un solo metro è pura fantascienza. E’ già un miracolo tu riesca a respirare in quella calca, figurarsi provare ad uscirne: “e sta fermo! Ma te voi sta’ fermo?! Cogl##ne”. Alzi le braccia, sospiri. Oramai sei condannato a dover deambulare per 90 interminabili minuti (più recupero) seguendo al millimetro gli spostamenti dei due tizi e sperando di vederci qualcosa.

[Dopo patimenti indicibili la partita volge al termine]

La “battaglia” in campo si conclude e in un istante, ciò che “voi umani non potete neanche immaginare” ti si palesa tutt’attorno. Proprio come nel finale della pellicola “In nome del popolo italiano” di Dino Risi (dove il regista dipinge i festeggiamenti di alcuni tifosi dopo una partita fittizia disputata proprio tra Italia e Inghilterra; ed anche nel film è la prima  a spuntarla J ), caroselli di veicoli di ogni tipo (importante è che emettano un suono il più sgradevole e squillante possibile) prendono possesso delle strade della città, e un’orda barbarica si riversa per strada urlando come la bimba de l’ “Esorcista” ed inveendo contro qualsiasi tipo di divinità venga alla mente. E a prender parte ai festeggiamenti ci sono tutti, ma proprio tutti: preti che ballano in cerchio e cantano cori da stadio, vecchi nostalgici di regimi autoritari che furono, militari, mignotte-trans e borgatari. E guai se fortuitamente questa tribù unna dovesse incontrare un’auto con la targa della nazionale umiliata. Sarebbe data alle fiamme!


W  Verdi (quest’espressione dei tempi del risorgimento è per i più retrò)! W l’Italia (con la stessa intonazione della canzone di De Gregori)! Forza azzurri ( un po’ d’amor di patria non credo guasti visto il momento storico particolarmente difficile che lo stivale sta passando)!

di Maste per la rubrica "NEWS".

sabato 14 giugno 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo 3)




di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 13 giugno 2014

MUSICA: "EVERYDAY ROBOTS - Damon Albarn"




Certo che è un buon album. Cosa credevate? Stiamo parlando del leader dei Blur e dei Gorillaz ( specialmente dei Blur, tra i grandi protagonisti dei 90's ), un piccolo genio che ha attraversato due decenni (musicalmente parlando) tra eccessi vari nuotando attraverso una società piena di nevrosi e oscenità. Una società malata, con teen attaccati continuamente al cellulare, pensieri omicidi, un amore che stenta a riconoscersi divenendo sempre più l'ombra di se stesso avvolto dal freddo, futili vacanze in Grecia (seguendo il gregge). Una società che ha ossessionato Damon, diviso tra amore e odio, affascinato e respinto da essa. Ed è da qui che riparte, anche se con un approccio diverso rispetto al passato. Difatti Albarn non è più il giovane ribelle che era nei Blur, ma si avvicina verso i 50 anni. Quindi tutto è più soft, più emblematicamente immobile e calmo. Come nella title-track, in cui siamo tutti robot, schiavi della tecnologia, intrappolati in macchine di metallo che sfrecciano veloci in autostrade senza mai toccarsi, guardarsi. Così la solitudine si impossessa delle nostre vite, in un incomunicabilità strisciante che si inserisce nel quotidiano. Il cantante di Londra dimostra di aver raggiunto la maturità con questo lavoro, estremamente intimo e razionale. Certo, non è un capolavoro. Come detto sopra il Damon Albarn dei Blur è lontano, la tensione e la rabbia di Essex Dogs ( che da sola vale come l'intero Everyday Robots probabilmente ) e l'ironia di Girls And Boys sono ormai solo ricordi ( come forse è giusto che sia ). Ma nonostante tutto Albarn dimostra di essere uno dei grandi della musica contemporanea, spesso anche ingiustamente sottovalutato, e la sua visione, i suoi tristi e freddi robot, sono destinati a rimanere nelle nostre memorie. Grazie.

Everyday Robots: Lyrics 

'They didn't know where they was going,
but they knew where they was wasn't it'

We are everyday robots on our phones
In the process of getting home
Looking like standing stones
Out there on our own

We're everyday robots in control
Or in the process of being sold
Driving in adjacent cars
'Til you press restart

Everyday robots just touch thumbs
Swimmin' in lingo they become
Stricken in a status sea
One more vacancy

For everyday robots getting old
When our lips are cold
Lookin' like standing stones
Out there on our own

Little robots in ringback tones
In the process of getting home 


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 10 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 1"


Giorno 1:

Siamo in aereo, Roma scompare lentamente dal lunotto. Mosca si avvicina, sarà uno scalo breve, in attesa della Cina, in attesa di arrivare a Shanghai. Le donne all'aeroporto di Mosca sono bellissime, incarnano perfettamente l'ideale di “donna”, o almeno il mio e quello di F, il mio compagno di viaggio.
F è uno che la sa lunga, sa cosa vuol dire viaggiare, conosce il significato di solitudine, è un eterno viaggiatore, per questo è un perfetto compagno di viaggio.
Sul volo Airfrance Mosca-Shanghai tutto si muove come in una bolla, è l'attesa di una nuova meta, un viaggio di sei ore che sembrano giorni. F ed io siamo circondati da cinesi che torneranno presto in patria. Ci guardiamo intorno, l'hostess si avvicina ad uno di loro, gli chiede in inglese cosa preferisca per cena, lui non capisce, allora l'hostess è costretta a tirare fuori il suo cinese di base; F ed io ci guardiamo, cominciamo a capire che sarà davvero duro comunicare.

Giorno 2:

Sono quasi le dieci di mattina, l'aereo sta perdendo quota, siamo vicinissimi a Shanghai.
Guardo F, si risveglia da un breve sonno energetico, siamo euforici.
Atterrati a Shanghai sbrighiamo le pratiche di recupero bagagli e uscendo notiamo un cielo grigio pallido. Il sole sembra timido, fatica ad uscire allo scoperto, è tappato da uno strato di inquinamento a cui non siamo abituati: Roma e Firenze in confronto sono L'Himalaya.
Ci dirigiamo verso l'ostello e ci ritroviamo nel bel mezzo di una sparatoria di sputi. Ogni cinese calibra lentamente il colpo in canna, lo aggiusta con cura con versi di caricamento grotteschi per poi rilasciare il tutto in un concentrato di muco che si va a stampare contro l'asfalto rovente. Rovente perché sono 26°, ma percepiti sicuramente più di 30.
L'aria ha un odore diverso a Shanghai, è pesante ed è abbracciata da fumi di zolfo, quasi come in un girone infernale, quasi come a dire: “Siamo la prima potenza al mondo, è questo il prezzo da pagare. Prendere o lasciare”.
E' questo il bello dell'Asia, per questo la amo.
Dopo aver lasciato zaino e valigia all'ostello usciamo subito. Siamo stanchi, ma la voglia di provare nuove sensazioni è troppo grande per poter cadere in un sonno profondo. Il problema non è il viaggio in aereo, il jet leg? Roba da femminucce. Il problema è che la sera prima della partenza abbiamo dormito solo tre ore, ma un po' di stanchezza non fermerà i nostri cuori impavidi.
Cerchiamo di orientarci con la metro, non è troppo complessa, per questo raggiungiamo in poco tempo il Financial Center. Enormi palazzi di vetro ci circondano come torri di un castello.


Il tempo passa, siamo già all'ora di cena. Guardando a destra incrocio con lo sguardo un piccolo ristorante locale con i muri simili a quelli delle piscine, o a quelli delle saune, quei muri di un celeste pallido consumati dal tempo.
“I ristoranti brutti ma pieni di giovani sono i migliori. Entriamo” dico ad F.
Sa che sono stato in Corea del Sud, si fida ciecamente e risponde di sì. Entriamo.
La signora ci parla in cinese, noi ovviamente non capiamo assolutamente niente. Prendiamo un menù e ordiniamo dei ravioli al vapore. Sembrano buoni e in più li stanno mangiando dei ragazzi alla nostra sinistra. Non capiamo il cinese, ma sembrano soddisfatti.
Neanche il tempo che si raffreddino un po' li facciamo scomparire dal piatto. Siamo affamati, il cibo è la miglior cura contro la stanchezza.
Dopo cena rolliamo due sigarette, la cuoca ci guarda interessata, si siede accanto a noi, sorride, probabilmente non ha mai visto una sigaretta artigianale. Siamo a Shanghai, venticinque milioni di abitanti, non vedo l'ora di andare in Sichuan, sarà tutto ancor più diverso, sarà tutto più primordiale.
Camminiamo a piedi nella zona del Bund e ogni tre metri veniamo agganciati da donne o uomini che vogliono venderci qualcosa: droga, cellulari, gadget Apple, massaggi: donne e orologi: tutto è in vendita.
Ci guardiamo e ci chiediamo cosa potrebbero risponderci questi individui se chiedessimo un bambino o magari un organo. Probabilmente risponderebbero di aspettare qualche ora.
Prima di tornare all'ostello due ragazze ci fermano. Ci buttiamo in un tete-à-tete stimolante.
Ci chiedono se ci va di bere una birra con loro. Sono circa le undici, siamo stanchi e vogliamo vedere soltanto il letto.
Sembrano due ragazze normali, però oltre alla stanchezza, addosso abbiamo anche un senso di  sfiducia verso le ragazze che si aggirano per il Bund. Parlano un buon inglese e questo ci insospettisce. Ci dilettiamo in un quarto d'ora di piacevole conversazione.
Dopo aver salutato le ragazze torniamo all'ostello, ci sdraiamo sul letto e crolliamo come maratoneti spossati da un'impresa disumana.
Chissà come sarebbe andata se avessimo accettato di bere quella birra.

Giorno 3:

Ci siamo svegliati dopo dieci ore di sonno filate. La luce entra dalla tenda, ma è solo una debole proiezione del sole a cui siamo abituati in Europa.
Nella hall un ragazzo si avvicina.
“Italiani?” chiede.
Iniziamo ad interagire con questo nuovo soggetto. Scopriamo che è in viaggio da tre anni, che non torna in Italia da tutto questo tempo. Attualmente vive in Australia, ha un buono stipendio che gli permette di spostarsi molto, sopratutto verso l'amata Asia: ci capiamo subito al volo.
Guardo F in cerca di un suo cenno di assenso per dare una possibilità al ragazzo, per renderlo partecipe di un qualcosa di nostro. Fa sì con il capo. Partiamo.
Facciamo vari cambi con la metro per arrivare nella zona del tempio di Confucio. Guardandoci intorno notiamo che siamo circondati da grattacieli, ma pochi metri più avanti il panorama cambia così velocemente che l'impatto ci colpisce come un pugno allo stomaco. Una distesa di baracche si erge in tutta la sua umiltà davanti ai nostri occhi. Uomini che si lavano i denti per strada, panni stesi ovunque, anche sui marciapiedi, pneumatici a decorare i tetti.
Decidiamo di fermarci a fare uno spuntino. Ci sono diverse bancherelle che offrono specialità tipiche. Odori fra i più disparati si impossessano delle nostre narici. Vorrei tanto poter descrivere questi odori così come sono, ma neanche tutte le parole del mondo avrebbero lo stesso impatto sul vostro naso. Luca, il ragazzo italiano, si ferma per prendere una strana bevanda, che a quello che dice lui è bevuta tantissimo in oriente. E' una specie di latte di riso che può essere servito sia caldo che freddo. Lo assaggiamo tutti. Niente di speciale.
Subito dopo assistiamo a una scena incredibile. Un pesce gatto viene apparentemente liberato e buttato per strada vicino al marciapiede, ma è solo la prima fase del processo definitivo. Il pesce se ne sta lì inerme, e ogni tanto si muove in spasmi alterni; l'uomo aspetta il momento giusto, si avvicina lentamente armato di coltello e...ZAC, primo colpo sferrato.
Il tutto continua per diversi minuti finché il pesce diventa un ammasso di filetti pronti per essere serviti. Una bambina osserva, noi osserviamo e la mia macchina fotografica sta registrando tutto nei minimi dettagli.
Ho deciso di girare un documentario indipendente sulla Cina, sui contrasti che vi sono all'interno, su usi e costumi, ma sopratutto sull'avvento del progresso, sulla spersonalizzazione dell'individuo nella grande città.
Gli uomini si sono inariditi come piante senz'acqua, quasi senza accorgersene si sono rinchiusi in una bolla senza via d'uscita. Shanghai non potrà andare avanti così all'infinito. Sarà prossima al collasso, nasceranno nuove malattie della pelle, l'inquinamento salirà alle stelle, ma ora cerco di non pensarci, la Cina è anche questo.
Dopo aver girato un po' il quartiere decidiamo di entrare al tempio di Confucio.
Per fortuna non incontriamo molti turisti, cosa assai rara in Cina.
Verso le cinque, dopo aver scrutato e immagazzinato tutto ciò che c'è da vedere, una signora ci dice che inizia la cerimonia del tè.
La donna ci fa sedere e ci mostra diverse varietà di tè. Parla un ottimo inglese, è il frutto di anni di affari; capiamo che ci vorrà vendere qualcosa. Il tutto viene sbrigato con estrema calma. Assaggiamo diversi tipi e alla fine decidiamo di comprare un tè contro il mal di testa: ha vinto lei, ma le abbiamo fatto perdere un bel po' di tempo.
Mentre torniamo all'ostello, Luca ci racconta un po' delle storie che ha vissuto nei suoi tre anni di viaggio. E' stato otto mesi a Bali e cinque a Singapore.
Dai suoi racconti e da alcune immagini mi sono fatto un'idea di come possa essere Singapore. E' carissima, ma è la “città giardino”; questo mi affascina, per ora la metto nel cassetto delle cose da fare e poi chissà, magari proverò anche a lavorarci un giorno.
Luca ha dormito per due settimane in degli abitacoli surreali, in dei loculi simili a quelli mortuari, solo che lui era vivo; ma il prezzo era basso, doveva soffrire, doveva mangiare pane e sangue, combatteva la sua battaglia con tutte le forze. La fatica ha un prezzo, ma l'appagamento successivo sarà sempre così grande da cancellare lacrime e sudore se ne vale davvero la pena.



Tornati in ostello mangiamo degli spiedini di carne per strada – amiamo lo street food – e cerchiamo una banca o un change perché siamo a corto di yuan. Non troviamo niente e Luca se ne esce dicendoci che, partendo alle dieci di sera, non avrà più bisogno dei soldi che ha cambiato. Ci cambia un po' di euro; lo ringraziamo e lo porteremo nel cuore per un bel po'.
Decidiamo di buttarci nella notte profonda di Shanghai.
Una mia amica mi ha detto una parola magica da dire alla cassa di un locale chiamato Secenth Floor. La parola è Artem e dovrebbe funzionare da apripista, dovrebbe garantirci ingresso e qualche drink gratuito.
“Artem” dice F alla tipa.
Funziona. Ci vengono date due bevute a testa.
Notiamo che è un club frequentato quasi esclusivamente da cinesi, ci rallegriamo, è proprio quello che stiamo cercando.
Dopo poco tempo ci rendiamo conto che le ragazze cinesi stanno quasi tutte a gruppi sedute al tavolo. La maggior parte di esse è ipnotizzata dallo smartphone di ultima generazione, un succhiavita a portata di mano. Molte di loro sono timide o non parlano inglese, nessuna balla; per questo decidiamo di andare da un'altra parte dopo aver usufruito di entrambe le bevute.
Andiamo in un altro locale, ma non succede niente di eccitante.

Siamo immersi nel buio della notte, fra spettri della Cina che fu, ma l'alba arriverà presto riportando alla luce tutto quello che la Cina è ora; e Shanghai ne è l'emblema: polvere, acciaio, cemento, vetri e clacson impazziti, tutto lo stretto necessario per diventare una macchina inarrestabile.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 9 giugno 2014

CINEMA: "BLUE RUIN - Jeremy Saulnier"




L’arrivo di giugno e della stagione estiva rappresenta, cinematograficamente parlando, l’inizio di una fase di magra o di aridità o di vera e propria sterilità. Le sale (quelle ancora aperte) propongono i soliti quattro/cinque film che non andrei a vedere neanche mi pagassero il biglietto. Di conseguenza, chi (come me) vuole continuare a vedere buoni film anche quando le temperature superano i trenta gradi ha di fronte a se due sole alternative: riguardarsi un bel classico in dvd (un Kubrick o uno Scorsese d’annata, tanto per dirne due) oppure andare di streaming. Questa settimana ho optato per la seconda e fortunatamente, quasi inaspettatamente, mi sono imbattuto in un revenge movie di pregiata fattura di un regista che mi era sconosciuto e che credo sia al suo primo film.

Quando apprende la notizia che l’uomo che ha ucciso suo padre sta per uscire di prigione, Dwight capisce che è arrivato il momento di farsi giustizia da solo per riuscire a riscattare un’esistenza condizionata da quel drammatico evento, appartenente al passato ma ancora fortemente presente nella sua vita, che da quel giorno non è stata più la stessa. Dovrà tuttavia fare i conti con i parenti dell’uomo da un lato e con la necessità di proteggere la sorella dall’altro. Veniamo così catapultati in una tragica spirale di vendette familiari (che per un verso riporta alla mente l’esordio di Jeff Nichols, quel gran film che è Shotgun stories), di improvvise esplosioni di violenza sapientemente amalgamate in un ritmo mai ossessivo ma sempre incalzante.

Dwight non è un eroe né  tantomeno uno spietato giustiziere assetato di vendetta, forse non è neanche un uomo qualunque, piuttosto è un mezzo inetto che fa quello che fa perché crede di doverlo fare. Potrebbe quasi essere un personaggio uscito da uno dei film dei Coen, un piccolo uomo alle prese con imprese troppo grandi. E chi conosce i Coen sa che l’inettitudine, che misura la distanza tra desiderio e possibilità di raggiungerlo, fa affogare tutto in un mare di sangue.

Blue ruin non è un classico revenge movie come potrebbe essere Vendicami di Johnnie To, ma un film più intimistico, più personale; Saulnier dimostra di avere maggiormente a cuore una riflessione psicologica, fors’anche sociologica, del sentimento di vendetta. Presentato a Cannes lo scorso anno, dove ha avuto un’ottima accoglienza, Blue ruin è andato ad aumentare il già numeroso elenco di bei film completamente dimenticati dalla distribuzione italiana. E chi, a prescindere dalle temperature, desiderasse vederli è costretto a ripiegare sullo streaming o sul download. In alternativa, è possibile entrare in una delle oltre settecento sale italiane in cui, in queste settimane, proiettano Maleficent, o nelle oltre cinquecento che offrono Edge of Tomorrow (detto col massimo rispetto, s’intende).

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 7 giugno 2014

ARTE: "REPORTAGE CINA, Parte 1 - Elle Bi"


Di seguito potete trovare la prima parte del reportage sulla Cina, fatto e commentato dal nostro inviato Elle Bi. 

1. Il Cieco


Suonatore cieco nella metro di Shanghai. Per scattare questa fotografia ci sono voluti all'incirca 3 minuti di cui solo 10 secondi la visuale non è stata interrotta dalla massa umana che si aggira tutti i giorni nella metropolitana.


  2. Oltre il Labirinto


   Uno scorcio nel tempio di Confucio a Shanghai.


    3. Lo Slum


    Una Shanghai dai mille volti: basta svoltare l'angolo per passare dai grattacieli alle colorite       baracche che rappresentano l'altra faccia della medaglia capitalista cinese.


    4. Rise of China


 Un branco di pesci affamati che si divincolano l'uno sull'altro come uomini. Immagine    metaforica di una società che spinge l'essere umano all'eccesso.

di Elle Bi per la rubrica "ARTE".


venerdì 6 giugno 2014

NEWS: "BITCOIN: UTOPIA O FUTURO?"



L’abitudine di bermi una birra dopo lavoro è indubbiamente un’eredità di quando vivevo a Londra – insieme a qualche rara comparsata di una flessione cockney nel mio accento quando parlo inglese. A Roma la suddetta abitudine ha trovato un perfetto universo all’interno del quale esprimersi. La domanda per la birra è molto alta e la passione italiana per tutto quello che rientra nella sfera del mangiare e bere bene ha portato questo mercato al next level: vi è stata una diffusione a macchia delle birrerie artigianali dove si bevono prodotti “maltati” in grado di soddisfare ogni palato.

Mi piace documentarmi e provare birre e birrerie diverse, sfruttando così l’occasione per conoscere meglio la Capitale. E’ così che sono finito a Beertime a Monte Mario. Le recensioni erano ottime e non ero ancora stato in questo rione. Prendo una pinta e mi siedo all’aperto. Nell’uscire, la mia attenzione è attratta da un adesivo sulla porta. “Accettiamo il bitcoin”, riportava lo sticker. Così prima di andare via mi fermo a chiedere informazioni all’indaffarato proprietario. Ma andiamo per gradi.

Che cosa è Bitcoin? È stato definito come, riporta il Financial Times, un Gold Standard digitale, un miracolo di internet, un modo per condurre transazioni illegali, una bolla finanziaria e in svariati altri modi. Concretizzando, Bitcoin è una piattaforma digitale open source per l’estrazione (si noti il parallelo con l’attività estrattiva di pietre preziose, o direttamente di oro), cioè la creazione, di monete digitali spendibili internazionalmente sul web. I “minatori” creano nuova valuta risolvendo degli algoritmi e venendo ripagati con una piccola percentuale di quanto prodotto. La piattaforma è stata creata nel 2009 dalla mente visionaria del tutt’ora ignoto Satoshi Nakamoto. La moneta che si scambia su Bitcoin si chiama, qua la sconfinata fantasia di hackers e cervelloni si è rivelata deludente, bitcoin (la “b” è minuscola).

Sorge spontaneo domandarsi se questa moneta possa, per via del suo totale scollegamento con una autorità centrale che ne regola la produzione, essere considerata tale a tutti gli effetti. L’autorevole The Economist è, alla luce della formidabile diffusione del bitcoin, più volte entrato nel merito dell’argomento. In particolare, in un articolo spiega che, secondo la definizione comunemente accettata, affinché si possa parlare di moneta, tre sono le caratteristiche che questa deve avere. Innanzitutto, deve essere un affidabile veicolo di scambio per l’acquisto di beni e servizi; ancora, deve essere un deposito di valore (relativamente) stabile; ed infine, deve assolvere la funzione di unità di misura. Dunque, ad esempio, possiamo definire l’Euro una moneta, in quanto soddisfa tutte e tre le proprietà sopra elencate. Il bitcoin invece, argomenta sempre la testata britannica, è ancora carente su due delle tre proprietà. È molto volatile e soggetta a potenziali truffe (si veda ad esempio il caso Mt.Gox). Per questo non può essere considerata una unità di misura. Consapevoli di queste considerazioni, ci riferiremo lo stesso al bitcoin chiamandolo valuta o moneta. Per semplicità.

Perché si è avuta una così massiccia diffusione di questa moneta? Comincerei dicendo perché il bitcoin è la realizzazione di un’utopia: è una moneta indipendente da ogni banca centrale che ha – oltre al suo romantico appealing per lo scollegamento dai poteri forti – costi molto ridotti, poiché taglia fuori gli intermediari; ancora, è una valuta internazionale che permette, tramite l'attuale tecnologia, di semplificare gli scambi in modo consistente. Un’altra caratteristica che ha contribuito a rendere il bitcoin popolare è il quasi-anonimato nelle transazioni garantito da questo.

L’ultimo aspetto sopramenzionato apre ad un problema: il quasi-anonimato tutela anche i clienti del mercato nero del web (ad esempio l’ormai defunto Silkroad) e coloro che hanno bisogno di una “lavatrice” dove lavare i loro soldi sporchi. Aldilà della possibilità di impiego del bitcoin in attività illecite, altri possibili rischi sono legati alla sicurezza dei portafogli digitali, spesso oggetto di scippi virtuali – anche se su questo il mondo dei digitalgeeks sta lavorando per sviluppare portafogli inaccessibili. Un altro aspetto, che annovererei tra i dubbi riguardo al bitcoin piuttosto che tra i rischi relativi a questo, è che lo stock di moneta producibile è fissato a 21 mln di unità. Questo ha conseguenze di vario tipo sull’offerta di moneta – apprezzabili a detta dei liberali anti-banche centrali che controllano l’inflazione; molto incerta a detta dei tabloids specializzati. Al momento si ha una domanda di bitcoins impennata, che ne ha spinto il valore alle stelle (mentre sto scrivendo 1 bitcoin = US$ 661.33, lo vedete qua), riducendo il prezzo delle cose in termini di bitcoins. Ma il fatto che lo stock di moneta è, in gergo, capped potrà portare a due conseguenze: l’introduzione di commissioni sulle transazioni una volta raggiunto il limite o la perdita di interesse nella valuta o quantomeno la circoscrizione dell’uso di questa a pochi utilizzatori o settori.

Abbandonando i pro e i contro e la politica monetaria, a Beertime (dove peraltro pure LA7 è stata a intervistare gli imprenditori 2.0) mi hanno spiegato che da loro il giorno degli acquisti in bitcoins è solo il giovedì, il costo di una birra varia a seconda della quotazione del bitcoin e che, in realtà, i pagamenti sono fatti sul conto di un amico che investe in bitcoins e che ripaga i ragazzi in Euro una volta che chiudono il registratore di cassa il giovedì sera. Dunque è, per il proprietario del portafoglio bitcoin, un modo alternativo per “estrarre” valuta, per il proprietario di Beertime un modo di farsi pubblicità.

A prescindere da quale sarà il futuro di Bitcoin, trovo il suo passato (e presente) immensamente affascinante. Ed, in generale, la storia di questa moneta del web estremamente futuristica. Se la piattaforma Bitcoin un domani dovesse rivelarsi una bolla, un obiettivo l’avrà sicuramente raggiunto: aprire un possibile sentiero ad una moneta del futuro che, con gli opportuni miglioramenti, potrebbe cambiare il mondo.

Voglio dire, se venti anni fa ti avessero detto che un domani avresti potuto sbloccare il tuo Iphone con la tua impronta digitale o vedere tua madre su Skype mentre ti trovavi in Angola, ci avresti creduto?

di IT per la rubrica “NEWS DAL FUTURO”.