martedì 13 maggio 2014

LETTERATURA: "IN VINO VERITAS"





Ero in una delle peggiori baracche sputa alcool della zona. Entrando sentii come un odore di marcio, un odore di sangue e sudore, ma non mi scoraggiai e tirai dritto fino al bancone.
Alla mia destra un vecchio canuto mi scrutava quasi fossi un alieno. Continuava a fissarmi e alternava occhiatacce a sputi a ripetizione centrando il più delle volte una sputacchiera sotto il bancone.
“Esistono ancora?” chiesi all'uomo.
“........”.
“Pensavo esistessero solo nei vecchi film. In quei western in cui la vita è tutta sputi e pallottole”.
“..........”.
Troncai la conversazione. Mi sembrava di essere stupido insistendo in quella conversazione surreale. Ordinai un bicchiere di vino.
“Rosso o bianco?”.
“Rosso” risposi frettolosamente.
“Che tipo di rosso preferisce?” chiese il barista.
“Qualsiasi...purché nobiliti il mio animo”.
“Allora ho quello che ci vuole” rispose con un sorrisetto che sembrò sfumare nel diabolico.
In verità ero un grande intenditore di vini, ma quando varcavo quella soglia, avvolto dal buio della notte, non facevo grandi distinzioni, mi scollegavo completamente dal mondo reale, dal mio lavoro, entravo in quel Paradiso Inferno che distillava il mio spirito rendendolo forte, ma allo stesso tempo mi riduceva a una pezza da piedi. Mi infischiavo di tutto ciò. Giudizio della gente? Puah, roba da benpensanti.
Al secondo bicchiere incrociai gli occhi di una mora niente male. Mi superò dopo una rapida occhiata come se niente fosse, come se fossi un fantasma. Volevo maledire la sua sagoma che si allontanava lentamente; ma la guardai ancheggiare fino all'ultimo tavolo del locale.
Guardandomi intorno vidi che non ero messo poi così male. Casi umani dalla a alla z si aggiravano silenziosi come lucertole. Mi immaginai ciascuno di loro con un enorme peso da portare appresso.
Il vecchio che sputava aveva un enorme zaino da campeggiatore che reggeva a malapena; dentro probabilmente portava tutti i suoi peccati, tutti i suoi segreti, e così tutti gli altri. Il più curioso era un uomo sulla quarantina che annaspava a destra e a sinistra con una sorta di carriola. Sembrava pesantissima, cercai di guardare più a fondo e pensai che fosse ricolma di ingordigia, ma forse fu solo una facile deduzione, vista l'enorme pancia che si portava dietro
Avrei voluto saper scrivere. Tutte quelle occasioni, tutti quei soggetti che albergavano all'interno delle mie sortite notturne. Michele il pazzo, che aveva così tanti tic da poterli catalogare. Gianni il ladro. Ah, Gianni era il mio preferito. Era un ladro caritatevole, rubava ai ricchi, ma non per dare ai poveri, solamente per allargare il suo portafogli. Che stupendo personaggio sarebbe stato per un romanzo. Un ladro che per derubare i ricchi affitta di volta in volta uno smoking che lo trasformi in un perfetto gentleman, un ladro in borghese, rasato e ripulito dalla testa ai piedi che si impegnava nell'arduo compito di riequilibrare gli squilibri sociali, o almeno i suoi.
Dopo il quarto bicchiere sentii che avevo bisogno di una donna. Uscivo spesso da solo, ma cercavo sempre un po' di compagnia, cercavo una donna che mi potesse far sentire meno solo, che mi potesse far sentire un vincitore in un mondo di sconfitti, almeno per una notte.
Mi guardai intorno. Niente di niente. Esclusa la mora che mi aveva snobbato rimaneva soltanto Barbara, una signora minuta che setacciava tutti i bar della zona per ore ed ore. Se ne stava zitta a guardare, a muovere la testa verso ogni dove, sembrava aspettare qualcosa. Farfugliava parole senza senso di giorno in giorno. Solo dopo anni scoprii da un ragazzo che la piccola Barbara aspettava il marito. Un marito morto, chiuso in un ricordo che aveva perpetuato all'infinito, perdendosi al suo interno, in quel labirinto di dolore che la faceva illudere che prima o poi sarebbe arrivato, che prima o poi sarebbe tornato, e tutto si sarebbe finalmente aggiustato. Non successe mai. Barbara stette diciannove anni ad aspettare, senza rendersi conto che accanto a lei il mondo continuava a cambiare, la ruota continuava a girare. Quando andavo in collera sputavo ai quattro venti offese e calunnie di ogni tipo. La più gettonata rimaneva sempre: “Diventerai come Barbara, sì, spero proprio ti succeda lo stesso”. In verità, da lucido, riflettevo sempre sulle mie parole e mi rendevo conto che nessuno si sarebbe meritato tanto, nemmeno il mio peggior nemico. Ma l'alcool spesso mi faceva dire cose che non pensavo; sì era l'alcool il motore di tutto.
Dopo il sesto bicchiere una zanzara cominciò a girarmi intorno, volteggiava qua e la quasi in segno di sfida. La guardai. Le lanciai un'occhiata da pistolero. Se ne andò come intimorita dal mio atteggiamento; ma probabilmente aveva capito che il mio sangue era guasto, come la mia vita. Continuai a sorseggiare il bicchiere di vino pensando che se l'era data a gambe per via dello sguardo da pistolero.
I bicchieri di vino si ammassavano uno dietro l'altro alzando la temperatura piano piano.
Il calore, lo stordimento da alcool, le immagini di tutti quei bagagli che la gente si portava appresso mi fecero pensare di essere all'Inferno. Ecco spiegato l'odore di sangue e sudore.
Non potevo crederci, ero morto e non me n'ero reso conto? No, non poteva essere reale, niente di tutto quello poteva essere reale. Mi alzai un po' scosso. Il nono bicchiere mi aveva steso.
Andando in bagno urtai diversi tavoli sulla mia strada. Entrando mi guardai allo specchio. Un morto vivente. Come ero potuto arrivare a tanto? Ero verde, o forse giallo, non distinguevo bene le sfumature che mi aveva lasciato l'alcool addosso dopo tutti quegli anni. La vescica iniziò a chiedere pietà. Entrai in uno dei bagni. Sbattei contro la porta.
“Un po' sbronzo eh!?” disse una voce dal bagno accanto.
“Più morto che vivo”.
“E' il compromesso giusto. La sera leoni e la mattina dopo coglioni, no?”.
“Più o meno”.
“Mi stai simpatico”.
“Ma se non ci vediamo nemmeno”.
“Sì è vero, ma a pelle...”.
“Qui di pelle ne vedo tanta...ma nella mia mano...”.
“Vedi che avevo ragione. Dai confidenza agli sconosciuti. Sei uno a posto”.
“Ok, amico. Stasera crederò a tutto ciò che mi dirai. Quindi sì, sono a posto e ho anche un certo senso dell'umorismo” risposi abbottonandomi i pantaloni.
Mi misi a sedere sulla tazza del cesso. Ero troppo sbronzo, dovevo riprendermi qualche minuto.
“Ehi amico, sei ancora lì?” chiese la voce.
“Certo amico. Ti sento forte e chiaro e tu?”.
“Certo che ti sento, ho fatto io la prima domanda”.
“Scherzavo amico, scherzavo. Non è che questo che si fa fra amici?”.
“Puoi dirlo forte. Avrei pagato per avere amici come te”.
“Cazzo amico così mi commuovi”.
“Piangi pure, tanto da qui non ti vedo”.
“Ci sarebbe davvero da piangere, ma preferisco bere”.
“Una massima di tutto. Se a casa non mi è passata di mente giuro che la scrivo”.
“Bravo, diffondi il verbo, che magari creiamo un esercito di nottambuli”.
“Sei forte amico, se anche Alfredo fosse stato così accondiscendente...”.
“Chi cazzo è Alfedo?” chiesi a botta sicura.
“Era il mio migliore amico”.
“E ora?”.
“Abbiamo avuto una feroce discussione e ora non c'è più”.
“Gli amici vanno e vengono”.
“Sì, ma lui non tornerà più...”.
“Morto un Papa se ne fa un altro”.
“E' vero, ma non potrò mai scordare tutto quel sangue, quegli urli”.
“Oh cazzo amico, l'hai fatta grossa”.
“Ormai sono passati anni. Tutto perché non mi dette ragione. Se tutti fossero accondiscendenti come te. Se almeno Alfredo lo fosse stato...”.
“Ti capisco, ti capisco, anche io voglio sempre avere ragione. Ora ti saluto. E' stato un piacere amico. Non presentiamoci, rimaniamo così, nell'oscurità di una pisciata in compagnia, almeno questo ricordo rimarrà immacolato. Ti saluto amico”.
“......”.
Sentii dei singhiozzi, o almeno è quello che ricordo. Uscendo dal bagno fui punto da una zanzara.
Mi resi conto di essere ancora nel mondo dei vivi. Avevo sentito dolore. Ero vivo.
Andando al bancone ordinai il decimo bicchiere di vino, lo iniziai a sorseggiare lentamente e il rosso liquido divino mi fece capire molte cose. Era il vino che mi aveva salvato. Da sobrio avrei trattato quello sconosciuto frettolosamente, lo avrei liquidato in pochi secondi e probabilmente sarei finito morto stecchito in quel bagno. Sì, il vino mi aveva salvato. Presi il cellulare e chiamai gli sbirri. Non ero un infame, ma in quel momento mi sembrò la cosa giusta da fare.
Uscendo pensai al peso che mi trascinavo dietro, ai miei fallimenti che non sarebbero entrati neanche in una cisterna enorme, sarebbero straboccati da ogni parte. Ripensai alla mia vita, ma questa è un'altra storia.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 12 maggio 2014

CINEMA: "LOCKE - Steven Knight"

Siamo in una macchina, e ci rimarremo per il resto del viaggio.
Ivan Locke (uno straordinario Tom Hardy) è al volante, guida come un ossesso verso una meta inizialmente a noi ignota. Inizialmente, perché durante il viaggio le carte verranno svelate. Locke è un ingegnere, lavora a stretto contatto col cemento, ha una famiglia apparentemente felice, due figli e una moglie che lo aspettano a casa per la partita. Ogni telefonata fatta o ricevuta da Ivan ci svela tasselli della storia: tensione, sentimenti contrastanti e fantasmi che ritornano si ammassano l'uno sopra l'altro chilometro dopo chilometro, costruendo un palazzo di incertezze pronto a crollare. Come il lavoro di Ivan  la più grande colata di cemento della storia – che rischia di andare a puttane perché Ivan non può più aspettare. A Londra c'è un bambino in procinto di nascere, il figlio nato da un errore – come ripeterà più volte il protagonista – durato una sola notte, consumato con un'amante che non ama. Anche il cemento non può aspettare, ci sono milioni in ballo, quindi Locke deve coordinare l'operazione al telefono, non può tirarsi indietro, non quando si tratta di cemento, non quando si tratta della sua vita.
Steven Knight, regista di talento, ma sopratutto sceneggiatore intelligentissimo (La promessa dell'assassino) mette in scena un dramma claustrofobico, che a differenza di Buried  suo predecessore nel genere – oltre che per la sapienza registica si distingue per una storia che sa emozionare, merito della grandissima performance di Tom Hardy, che per 80 minuti ci tiene incollati allo schermo, allacciati alla sua cintura, in attesa di scoprire i tanti perché della storia.
Ivan Locke è come in un confessionale, ci svela le sue inquietudini e combatte col fantasma di un padre che lo ha abbandonato, ma lui no, lui ha cercato di ripulire il nome dei Locke, lui sarà presente per il suo nuovo figlio  anche se nato da uno sbaglio – a costo di perdere il lavoro, a costo di perdere la sua vecchia vita, che minuto dopo minuto si incrina e scricchiola come le fondamenta di un palazzo costruito male; ma Ivan, uomo solido come il cemento che tanto adora, continuerà la sua corsa, guardando dritto davanti a sé.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 10 maggio 2014

ARTE: "CORNICE - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 9 maggio 2014

NEWS: "IO STAVO COL LIBBANESEEE"




Era un giovedì. Avevo appena finito di lavorare dopo una giornata a metà tra l’intenso e il noioso. Guidavo verso casa mentre il traffico di Roma intorno a me impazziva in un ruggito di smog. Per non pensare a quel caos in stile ora di punta a Bangkok, ascoltavo un po’ di sano rock da una cuffia infilata sotto il casco. Arrivato all’altezza di piazza della Repubblica e superata la fontana al centro di questa – con connessa attivazione della modalità di guida ‘occhio al Sanpietrino’ – un capannello di persone catturò la mia attenzione. C’erano uno stand, delle luci colorate e cartelloni con su stampate le facce di alcuni brutti ceffi. Poi finalmente lessi la maxi scritta e capii di cosa si trattava: era la presentazione ufficiale di Gomorra – La Serie. Inorridito riaccesi il motorino e diedi gas. Una serie di pensieri si erano accumulati confusamente nella mia testa e non riuscii a dargli forma fino a qualche giorno dopo quando, durante una conversazione sull’argomento, esclamai epifanicamente: “Ma cosa stanno facendo alla nostra povera Italia?!”.

 La serie conterà ben 12 puntate di un’ora ciascuna. Sky ambisce, con la sua seconda serie lunga, a replicare il successo ottenuto con Romanzo criminale sia in Italia che all’estero – il progetto è già stato venduto alla tv statunitense TWC che pensa ad un remake dal titolo Gomorrah. La regia è stata per questo affidata a Sollima, collaudato regista di Romanzo criminale. Il cast, come già fatto da Matteo Garrone, utilizza un mix di attori professionisti e altri presi dalla strada ed ha già ricevuto svariate recensioni positive. Infine, come si evince anche dal trailer, alla stesura dei copioni ha partecipato nientepopòdimenoche Roberto Saviano – probabilmente in skype-call mentre saltava da una funivia all’altra per fare perdere le proprie tracce.
 
Alla luce di questa breve intro, l’italiano medio starà pensando: “Ma non ci rompere i coglioni e lasciaci vedere ‘sta serie in santa pace!”. Anche io, alcuni giorni, sogno di essere te mio caro italiano medio ma non questa volta. Perché non devi vedere questa serie e perché avevi diritto a vedere Romanzo criminale? Ti dico i primi tre motivi che mi vengono in mente.

  • Artisticamente parlando, la scena italiana è cristallizzata in una sorta di paralisi da tanto, troppo tempo. E, per ovviare a questo problema, si vende l’usato garantito con monetizzazione certa: gli stereotipi italiani. Pizza e mandolino, autoironia sull’italiano all’estero (penso immediatamente a Paolo Ruffini – bello mio, ma non potevi restare a Livorno a doppiare James Bond invece di fare quelle cahate di film?!) e l’immancabile criminalità organizzata. Inutile precisare che Gomorra – La Serie appartiene all’ultima categoria. Tuttavia, il problema è questa volta amplificato dal fatto che si vanno a rievocare, ed ulteriormente sviscerare, un libro e un film che hanno avuto fama mondiale – milioni di copie vendute ovunque nel mondo per il primo e il premio della giuria di Cannes al secondo – e che, sebbene abbiano attirato l'attenzione internazionale sul problema della camorra, hanno collateralmente fatto male al Bel Paese ingigantendo oltre misura il fenomeno della mafie. Non credo che sia quello che ci vuole all'Italia e, in particolare, non credo che sia quello che ci vuole al povero popolo napoletano e più in generale al sud Italia. Non sorprende il fatto che a Napoli abbiano più volte provato ad impedire le riprese della serie – che, chissà perché, non è stata girata a Scampia – e che siano spuntati cartelloni di protesta a giro per la città con su scritto “Gomorra su Sky per l’interesse di pochi… altra “MERDA” sul popolo napoletano … e la politica se ne frega! VERGOGNATEVI TUTTI!”.
  • Romanzo criminale parlava di un passato recente ma sufficientemente lontano per non poter fare male. La Banda della Magliana terrorizzava Roma, nell’ambizioso tentativo di “provare a pijarsela come mai nessuno aveva fatto prima”, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Inoltre si fa esplicito riferimento alla collusione dello Stato con la criminalità organizzata – collusione ovviamente morta e sepolta a quell’epoca, con successiva cancellazione di ogni numero dalla rubrica da parte dello Stato! Dunque, vi è una verosimile prospettiva storica e un’indiretta condanna dello Stato degli anni di piombo. Gomorra invece parla di una guerra in corso. Parla di giovani senza speranza che hanno la sola colpa di essere di Scampia (o di Napoli, spesso fa lo stesso) per essere additati come ‘camorristi’.
  • Dulcis in fundo, questo show non s'ha da fare perché mi ricordo bene di come Romanzo criminale comportò una smisurata eroizzazione dei suoi personaggi. C’era sempre un Dandy o un Freddo di turno. A volte c’era addirittura chi s’accontentava di esser Scrocchiazeppi, sognando le cosce della calda e adultera moglie di questo – ovviamente c’era anche chi si beccava la tipica offesa “Aò, statte zitto Ranocchia!”. Eravamo sempre pronti a sfoggiare un accento romano e a fare battute ispirate all'ultimo episodio. I nostri stereo si erano riempiti di canzoni italiane datate pure per i nostri genitori come ‘Tutto il resto è noia’ e ‘Lilly’. A quanto pare, a Roma in particolare, il fenomeno ebbe un impatto ben più consistente sui più giovani che, sempre per imitare la serie, andavano a scuola con un coltellino nel taschino come se niente fosse. Dunque, alla luce di quanto sopra mi chiedo, si vuole veramente eroizzare dei camorristi in guerra per il dominio del mercato nero?
La serie è già iniziata, quindi mio caro italiano medio, a meno che tu non decida di ascoltarmi, non serviranno a molto. Posso solo immaginare che, se anche questa serie sarà un successo, le ricerche di mercato di Sky porteranno a fare una serie su Genny ‘a Carogna (tra l’altro uno dei personaggi principali de La Serie, si chiama proprio Genny) e un reality show su Fabri Fibra che si picchia con Vacca. Mi raccomando non perderteli!
Io stavo col Libanese, e penso che ci rimarrò.

di IT per la rubrica "NEWS".

giovedì 8 maggio 2014

MUSICA: "FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING - Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra"



Dico subito una cosa: questi sono 50 minuti (circa) scioccanti, stupefacenti, quasi indimenticabili. E’ difatti con immenso stupore che termino l’ascolto del nuovo album dei Thee Silver, quasi mi fossi dimenticato le loro origini prestigiose. Difatti il gruppo è un progetto parallelo dei Goodspeed You! Black Emperor, band che a cavallo tra gli anni novanta e duemila ha sfornato diversi capolavori del post rock (se così si può definire), sfiorando la perfezione dei Mogwai e in alcuni casi andando anche oltre. Una perfezione calma ed oscura, una perfezione prevalentemente sfuggevole. Sì, proprio così. Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere il gruppo canadese, userei proprio questo, sfuggevoli. Sfuggevoli perché lasciano sempre interdetti, stupiscono sempre, e difficilmente si riesce a capirli al primo ascolto. C’è sempre qualcosa che (s)fugge tra le loro note, confondendo critici e non solo. Non hanno un genere, e neanche vogliono averlo. Post-rock, progressive, noise? Hyper-blues, punk-ambient, cosa sono? Ma alla fin fine cosa importa? Perché cercare di classificare l’arte? Perché cercare di dare un senso a tutto? Quando cominciai a scrivere recensioni musicali per il cARTEllo avevo alcuni dubbi, non ero proprio convinto. I dubbi erano morali, da vero amante della musica e di tutte le arti. Erano i dubbi di chi odia i critici, e chi cerca di etichettare qualsiasi cosa. Erano i dubbi di chi odia l’ordine delle hit e delle classifiche a favore del caos disordinato dell’underground, di chi se ne sbatte di avere un ottimo voto sulle riviste e pensa solo a produrre ottima arte. Dubbi anche derivanti dalla paura, paura di diventare appunto ciò che odio, un critico. E, quando ascolto album del genere, i dubbi tornano. Perché tutto ciò è inclassificabile, trasparente, si può dire che questa sia musica proveniente dall’anima. Anima, quanto di più sfuggevole esista. Musica dal peso specifico di 21 grammi, musica intangibile. E così viene quasi voglia di non parlarne, solo di ascoltarla. Potrei scrivere di Fuck Of Get Free, stupenda suite che si scatena per otto minuti per poi attorcigliarsi su una conclusione che ricorda i PIxies più scatenati. Potrei scrivere di Austerity Blues, un rock di matrice blues che li avvicina a dei Led Zeppelin degli anni 2000, oppure del furore di Take Away These Early Grave Blues ( una traccia che spazza via ogni atomo di calma quotidiana). E che dire della stupenda Little Ones Run, che arriva dopo mezz’ora di pura adrenalina a portare un piccolo senso di pace, pace che è solo apparente nella successiva What We Loved Was Not Enough, monumentale riassunto di un epoca marchiata alt-rock. Infine tutto si conclude con Rains Thru The Roof Of The Grand Ballroom, psicotica, psichedelica e noise, toccante come un addio. Addio che si compie con la fine della stessa. Potrei stare altre due o tre pagine a parlare di questo album, tentando di dare un senso a questo miscuglio di generi, a questo capolavoro inaspettato che spunta improvviso candidandosi come miglior album del 2014. Ma cerco di essere coerente e non lo faccio, mi sto già sentendo troppo critico e come detto prima ciò mi spaventa. Resto all’iniziale senso di stupore che mi ha lasciato quest’opera e mi affido a gruppi come i Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, che fortunatamente continuano a emozionare (sfuggendo alle classificazioni). Nella vita c’è chi critica e chi viene criticato. Io sarò sempre dalla parte dei secondi. Buon ascolto.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 6 maggio 2014

LETTERATURA: "BOOMERANG - Capitolo 7, I preparativi"

(Link al capitolo 6)


Il giorno della festa era finalmente arrivato, tutti si aspettavano un qualcosa di grande, e la tensione che aleggiava nell'aria faceva presagire che sarebbe stata una serata indimenticabile.
Jessy e Camille il giorno prima furono incaricate di reclutare qualche bella donzella.
“Ehi Jess” disse Jo al telefono.
“Bzzrzzzozzz”.
“Ehi Jess, mi senti?”.
“Sì, ora ti sento forte e chiaro. Questo cazzo di telefono...lo odio”.
“Ho un compito per te. Devi convincere un gran numero di troie, troiette e surrogati vari a venire alla festa”.
“Come siamo volgari...”.
“Sono sincero, volgare è un'altra cosa. Insomma? Ci stai?”.
“E io cosa ci guadagno?”.
“Il mio rispetto!?”.
“Il tuo rispetto vale come una gomma da masticare”.
“Troia”.
“Riattacco”.
“No, no, Jess, scusa, ti supplico, sei l'unica in grado di farlo”.
“Mmm...due centoni e avrai una quantità di passera che ti rimarrà impressa per un bel po'...almeno fino a quando non tirerai le cuoia, e non pensare che manchi così tanto...” disse Jessy punzecchiando Jo dall'altro capo della linea.
“Troia”.
“Trovatele da solo delle donzelle disposte a venire a una festa di tossici...con la tua faccia, e sopratutto con quella di Rob, voglio proprio vedere cosa ne verrà fuori. Una festa popolata da casi umani: eroinomani, tisiche, alcolizzate, narcolessiche, zoppe, un bel circo...non vedo l'ora”.
“Cazzo Jess, scusa. Ti darò i duecento”.
“Trecento”.
“Brutta trrr...Ok, ci sto” rispose Jo con le vene tappate di rabbia.
“Ok, patto sancito. Ci becchiamo domani. Penserò a come spendere i tre fogli da cento”.
Jo si chiese come fosse possibile che quella donna famelica riuscisse a vincere tutte le battaglie che si presentavano di giorno in giorno. Era un demonio, una bomba ad orologeria pronta a esplodere da un momento all'altro. Nessuno poteva salvarsi da Jess, almeno per ora.
Jess avrebbe dovuto impegnarsi molto, aveva un solo giorno a disposizione, ma i trecento che già si pregustava le conferivano una forza degna di un conquistatore.
“Ehi Rob, è venerdì. Sai che succede stasera, vero?” chiese David al telefono.
“No. Che cazzo succede amico? E' morto qualcuno?”.
“Dai Rob, non fare il cazzone, c'è la festa amico, la festa”.
“Porca puttana, la festa, me n'ero scordato”.
“Sei completamente fuso”.
“Che ore sono?”.
“Le dieci”.
“Cazzo le dieci, scusa David, non ce la farò mai”.
“Non dire cazzate Rob, c'è una valanga di tempo ancora”.
“A che ora inizia la festa?”.
“Penso verso le dieci e trenta”.
“O cazzo, o cazzo, non ce la farò mai, non ce la farò mai”.
“Calmati amico”.
“Mezzora, solo mezzora. Ce la posso fare, sì Rob ce la puoi fare”.
“Sei proprio fuori. Da quando ti sei dato alla terza persona?”.
“Dai Rob, dai che ce la fai”.
“Sei matto come un cavallo. Sono le dieci di mattina, adesso. Oh pazzo!”.
“Fiuuu. L'ho scampata bella amico”.
“Hai dodici ore, fatti una doccia, ficcati due dita in gola, vomita tutta la merda che hai ingurgitato ieri notte e mangia qualcosa”.
“Grazie mammina, come sei premurosa...la merenda per la scuola me l'hai preparata?”.
“Pazzo”.
“Fiacco”.
“Fiacco io? Stasera lo vedrai, grazie a me sarà una festa galattica”.
“Grazie a te? Guarda che la tua presenza da sola non basta di certo a ravvivare la festa. Non hai di certo un gran bel paio di tette”.
“Vedrai, vedrai” disse David riattaccando e scomparendo nel mistero.
“Che cazzo avrà voluto dire con quel vedrai?” si chiese Rob incuriosito a morte.
Le lancette del tempo giravano velocemente verso la meta. Tutti, tranne Rob, si impegnavano per la ricerca di qualche povero cristo che avrebbe dipinto e popolato la loro festa. Sì, quella era la loro festa, e doveva venire una cosa colossale, da scrivere negli annali e quindi la presenza di belle ragazze e sballati vari era essenziale; senza, tutto sarebbe andato a rotoli.

Ore 15: 23
Camille e Jessy camminano per strada, la prima sembra aver paura di qualcosa, lo sguardo dimostra insicurezza, paura di sbagliare, ma anche la camminata non è delle più tranquille in quanto uno sgambettare frenetico la fa schizzare a destra, a sinistra e davanti a Jess senza un attimo di pausa.

“Eh cazzo, fermati un po'” disse Jess sbottando su Camille.
“Scusa. E' che sono in ansia per la festa. E' che avevi...”.
“Sì, sì, lo so, avevo promesso a Jo che avrei popolato la festa di così tanti culi che non si sarebbe più vista la differenza fra un bordello e la casa di Rob. E' vero, forse ho esagerato. Ma che ci posso fare se le donne mi odiano?”.
“Io non ti odio”.
“Camille, lascia perdere”.
“Mancano poche ore alla festa e siamo riuscite a convincere solo una manciata di ragazze”.
“Tranquilla, magari qualcuna di quelle non interessate alla fine cambierà idea...”.
“Lo escludo a priori”.
“Perché?”.
“Le hai offese dalla prima all'ultima, una l'hai addirittura rincorsa”.
“E che dovevo fare? Quella ha fatto l'arrogante”.
“Ha solo detto che non va alle feste di sconosciuti”.
“Ecco, appunto. Mi sono sentita offesa”.
“Mah...”.
“Comunque...pace, tanto, diciamocelo sinceramente, cosa volevi aspettarti da una festa organizzata in quel letamaio?”.
“Lo so...magari ha pulito”.
“Chi? Rob? Ah ah ah, quello al posto dei quadri ha riviste porno, dai su, Camille non credere alle favole”.
“Do a tutti una speranza”.
“Tempo perso, vabbè andiamo, tanto vale provare un ultimo giro di boa”.
“Ok”

Ore 15:34
Le due scompaiono all'orizzonte e con loro si allontana anche una flebile speranza di riuscita della festa.

Ore 18:01
Jo si sta rilassando nella vasca con tanto di radio e champagne di ottima qualità. Le sue aspettative per la festa sono enormi. D'altronde ha speso ben trecento bigliettoni per movimentarla. D'altronde ha incaricato Jessy di questo enorme fardello. Ma si sa, Jessy è Jessy, chi può dirle di no? La bellezza di 87 ragazze in meno di ventiquattrore! Ma ritorniamo a Jo. E' lì beato che si rilassa, quando il telefono squilla.

“Ehi Rob, che c'è? Ansioso per stasera?”.
“Sì, non sto più nella pelle”.
“Vedrai quando arriveranno orde di pollastre”.
“Orde?”.
“Sì amico, decine e decine di pollastre tutte per noi”.
“Sei pazzo?”.
“Chi lo sa...ho speso trecento bigliettoni per far sì che questa festa funzioni, fai un po' te...”.
“Cazzo amico, ti amo”.
“Ehi, ehi, ehi...piano con le parole, lo sai, ti voglio bene, ma non sei proprio il mio tipo”.
“Cazzone”.
“Alle otto sarò da te”.
“Ok, a dopo”.

Ore 18:03
I due riattaccano il telefono, sembrano due bambini il giorno di Natale, impazienti di scartare i nuovi regali, impazienti di mettere le mani su delle belle pollastre.

Finalmente era arrivata l'ora dell'appuntamento. Rob gesticolava come un ossesso camminando su e giù per la casa. Era in paranoia, panico da prestazione; voleva che fosse tutto perfetto. Era la sua casa e aveva giurato a se stesso che sarebbe stata una serata leggendaria. Iniziò a pensare a cosa avrebbe potuto dire, a quali drink avrebbe potuto servire, fino a quando la sua divagazione passeggera si fermò sul suo chiodo fisso; la droga. “Potrei spararmi un po' di ero, o magari una striscia di...”.
Driiiin, driiin.
“Arrivo, arrivo” disse Rob catapultandosi ad aprire.
Fuori c'erano tutti Avevano fissato alle otto spaccate, ed eccoli lì, puntuali come un orologio svizzero. Niente male per una banda di sbandati!
“E' uno splendore” dissero tutti all'unisono quando Rob aprì la porta.
Nessuno poteva crederci. Rob aveva pulito tutto da solo. Lasciò i suoi amici a bocca aperta; non una rivista pornografica a giro, niente mozziconi sui tavolini e stranamente niente macchie bianchicce a tappezzare il divano.
Il miracolo era avvenuto, quel venerdì sarebbe stato indimenticabile: Rob aveva pulito casa.
Jessy iniziò a sentirsi in colpa, aveva preso sulle spalle un impegno più grosso di lei, e rendendosi conto del suo fallimento - messo a paragone con l'impegno e l'olio di gomito di Rob - si incupì maledettamente.
Tutti si erano dati da fare: Jo aveva sborsato un trecentone, Camille aveva cercato di convincere le ragazze che incontrava con molto più garbo e dedizione di Jessy e Rob aveva pulito casa. Rimaneva solo David, che sembrava non aver mosso un dito, ma aveva la calma e la sicurezza di un Dio.
Dopo qualche veloce scambio di battute, i cinque iniziarono i preparativi per la festa. Il tempo volò inesorabile, ma alle ventidue e trenta nessuno si fece vivo.
“Ti devo confessare una cosa” disse Jessy a David in un angolo.
“Dimmi”.
“Ho preso trecento euro da Jo per trasformare questa casa in un bordello”.
“Brava, ottima mossa. L'impegno va pagato caro”.
“Ma...ehm...io non è che abbia raggiunto risultati così eccelsi”.
“Tranquilla, arriveranno, arriveranno” rispose David appoggiando una mano sulla spalla di Jessy.
In quel momento Jessy capì che David era diverso dagli altri. Si rese conto che le infondeva una sicurezza spaventosa. Quel semplice gesto la tranquillizzò come un fiore dopo una tempesta.
Driiin, driiin, driiin.
“Dai cazzo, aprite”.
“Forse abbiamo sbagliato indirizzo”.
“E' qui la festa?”.
“Ragazzi qui non c'è scritto niente. Come hai detto che si chiama la festa?”.
“Mi sembra qualcosa come Robbiland”.
David incrociò lo sguardo di Jessy, le sorrise, e lei arrossì tutto d'un tratto. Non rendendosi conto di quella stupida reazione emotiva, si voltò da un'altra parte, ma con la coda dell'occhio mirò dritto verso la porta. Fuori, un ammasso di carne e divertimento aspettava di entrare, erano tutti in fibrillazione. Che le minacce e i modi poco rassicuranti di Jess avessero funzionato? Che i trecento bigliettoni avessero innescato la bomba? Tutti si chiedevano come fosse possibile che alle ventidue e quarantacinque ci fosse già così tanta gente alla loro festa.
“Buonasera. Benvenuti a Robbiland” disse David inchinandosi e sorridendo bellamente con il ghigno di un diavolo.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 5 maggio 2014

CINEMA: "OCULUS - Mike Flanagan"


Non ho mai considerato l’horror un genere di serie B. Anzi, ad essere sincero ne sono sempre stato appassionato. Certo, c’è horror e horror. Quelle saghe infinite (tipo Halloween o Saw, giusto per citarne due) che sono nient’altro che una coazione a ripetere di format di successo le ho sempre ritenute poco più che sottoprodotti utili giusto per fare incassi al botteghino; con alcune eccezioni ovviamente (il primo Halloween ad esempio). Ma al di là di queste declinazioni in salsa splatter o torture, è sempre esistito nella storia del cinema un horror maturo e di qualità che ha in Shining, Rosemary’s baby, L’esorcista e, perché no, Profondo rosso i suoi capolavori inarrivabili. Senza tuttavia dover tornare troppo indietro, anche il recente passato ci ha lasciato in eredità grandi film del genere (due per tutti, The others e Lasciami entrare) ed horror di buona fattura (The orphanage, Dark skies). È in questo secondo filone che si inserisce Oculus, opera seconda del regista Mike Flanagan, opera matura e non convenzionale. Matura per almeno due ordini di ragioni. Innanzitutto per l’accurata caratterizzazione dei personaggi (ed in particolare dei due protagonisti) inusuale in un genere che pesca di solito a piene mani nella collezione di macchiette o stereotipi. Maturo anche per la sapienza che dimostra nel saper fondere, a mano a mano che la storia procede, le due diverse linee temporali di cui la vicenda si compone.

Forzatamente separati, dieci anni prima, in seguito ad una serie di tragici eventi che hanno portato alla morte dei loro genitori, Kaylie (la sorella maggiore) e Timbo (il fratello minore) si ritrovano dopo anni difficili e percorsi differenti. Lei è stata affidata ad un’altra famiglia fino al raggiungimento della maggiore età e lui è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico poiché ritenuto colpevole della morte dei genitori. Kaylie tuttavia è convinta che non sia il fratello il responsabile di quegli omicidi ma una oscura presenza che abita da secoli lo specchio che il padre aveva acquistato e allocato nel suo ufficio di casa. Specchio che sembra abbia provocato, nel corso degli anni, la morte dei suoi proprietari, succedutisi nel tempo. Per questa ragione coinvolge il fratello, i cui ricordi dell’accaduto sono probabilmente inquinati da anni di terapie, nel raffinatissimo piano che ha escogitato per distruggere definitivamente quello specchio e con lui il demone che lo abita.

Inizialmente ignari di ciò che è avvenuto dieci anni prima, arriviamo a conoscere lentamente, attraverso quei flashback che come dicevo si fondono col presente, gli sconvolgenti ed inspiegabili eventi che hanno cambiato per sempre le vite dei due giovani. Riscopriamo così l’eterno dilemma tra sogno e realtà, l’incertezza tra l’esatta comprensione dell’esistente e la distorta percezione degli eventi, fino ad un finale che insinua nelle nostre menti il dubbio di un eterno ritorno delle cose.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".