lunedì 17 febbraio 2014

CASTAWAY ON THE MOON - Lee Hae-jun


Castaway on the Moon è una gemma rara; uscito nel 2009 in Corea del Sud arriva in Italia di soppiatto sbancando la dodicesima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Nel 2011 durante la nona edizione del Koreafilmfest di Firenze, a cui partecipai come giurato, mi imbattei in questo originalissimo film.
Kim, giovane impiegato della middle class coreana, decide di farla finita; si getta quindi nel fiume Han di Seoul. Un volo ad angelo, un botto secco...dissolvenza in nero.
Sprazzi di sole risvegliano il povero Kim, che si rende conto di non essere riuscito nella sua impresa, ma, cosa ancor peggiore, è rimasto intrappolato in un isolotto separato dal resto del mondo o meglio, del suo mondo.
Disperato, proverà a giocare tutte le carte a sua disposizione per poter tornare fra i “vivi”: si tufferà cercando di raggiungere a nuoto la terra ferma, ma l'acqua si dimostrerà non essere il suo elemento ideale.
Tenterà di chiamare la sua ex fidanzata con la poca batteria rimasta sul cellulare, ma lei, cinica e spietata, lo liquiderà senza ascoltare la sua richiesta di aiuto.
Dall'altra parte della storia e della costa, troviamo una ragazza omonima di nome Kim che vive autoreclusa in casa; ha paura degli altri, non regge gli sguardi della gente, è un hikikomori, l'agorafobia orientale che sta attanagliando sempre di più Cina, Giappone e Corea, i nuovi colossi industriali, città sviluppate sempre più in altezza, brulicanti di persone come in un formicaio.
La ragazza vive in simbiosi con la sua macchina fotografica, guarda la luna con sguardo romantico: vorrebbe tanto poter essere l'unico abitante di un satellite lontano.
Un giorno, il suo occhio osservatore si scontra con il buffo Kim, alle prese con la sua nuova vita all'inizio tanto odiata ma poi via via, sempre più amata.
La ragazza è attratta da quello stravagante “alieno”- così lo chiamerà - che si danna come un pazzo per un piatto di tagliolini.
Lui è un uomo affogato nei debiti, uno che non ce l'ha fatta a stare al passo coi tempi, tempi accelerati che intrappolano in una spirale di stress fisico e mentale; è il compromesso della metropoli, di quella Seoul, fantastica, incandescente, quella Seoul al neon, che offre tanto, ma allo stesso tempo prosciuga piano piano, mettendoti alla prova costantemente; tutti corrono verso il domani con lauree, master, mille lavori, cercando di migliorarsi sempre di più, diventando nella maggior parte dei casi più simili a robot che a perfetti esseri umani.
Di lei si sa poco o niente. Naviga in continuazione su un social network con tanto di identità fasulla, si vergogna di se stessa, di quella bruciatura che le sfigura il viso, anche lei come molti ha paura di essere imperfetta, in una società dove l'apparenza è più importante della sostanza.
Lei prende coraggio, sfida il mondo con un casco da motociclista in testa, lancia una bottiglia verso quel novello Robinson Crusoe, cercando un contatto con l'unica persona che forse potrebbe accettarla, l'unica persona che potrebbe completare la sua imperfezione.
Da lì, inizierà uno scambio di messaggi fra i due, inizieranno a conoscersi, rideranno l'uno dell'altro, si arrabbieranno, affronteranno le difficoltà della vita sostenendosi a vicenda, scambiandosi brevi messaggi cifrati, come un: “Fine, thank you” scritto con un legno sulla sabbia, che nel mondo d'oggi ha perso d'importanza, ma che - se sentito - rimarrà sempre una risposta autentica a una domanda fatta da una persona cara.
Il regista Lee Hae-jun orchestra bene il registro comico (durante la prima parte) - creando situazioni paradossali che ci faranno ridere a crepapelle - alternato a quello drammatico (seconda parte) in cui reggeremo a stento dei lacrimoni carichi di speranza. La speranza di un incontro inaspettato fra due realtà così diverse ma così uguali, due anime sole, affogate nel magma incandescente della vita, che possono tirarsi su tramite piccoli contatti, bisbigliando messaggi segreti, riscoprendo se stessi, che nella maggior parte dei casi rimane cosa rara, un po' come i Panda in via d'estinzione, questi animi fragili vanno tutelati, perché un giorno noi tutti potremmo crollare, e non ci rimarrà che sperare che dall'altra parte ci sia un Mr o Mrs Kim pronto ad aiutare.

Elle Bi

sabato 15 febbraio 2014

LIFE - Elle Bi



Bretagna, Saint-Malo, due bambini che giocano spensierati

venerdì 14 febbraio 2014

UN LUNGO VIAGGIO VERSO L'AFRICA


In questo giorno di ennesimo cambiamento del sistema politico italiano (che tra l’altro non sono sicuro di aver capito. Perché Renzi se ne va a Montecitorio senza la democratica giustificazione popolare? Se me lo potete ri-spiegare mi fate un favore), ho deciso di scrivere un breve post per raccontare il viaggio che mi ha portato dall’altra parte del mondo, in Sudafrica.

Imbarcatomi a Fiumicino, ho fatto il primo scalo a Jeddah, in Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è grande, è il più grande stato del Medio Oriente per superficie. E’ una distesa di sabbia che si estende per chilometri e chilometri sotto la quale si trovano litri e litri di petrolio (95% delle esportazioni del paese). E’ pressoché una distesa di oro nero. E’ il paese più sacro del Medio Oriente - per i musulmani quantomeno -, essendo casa delle due più sacre moschee del mondo islamico: La Mecca, dove la scatola nera, simbolo dell’Islam, è conservata, e ‘Medina’, altro importante centro religioso. Per questa ragione moltissimi pellegrini musulmani visitano il ‘Regno’ per far fede a uno dei precetti imposti dalla religione: il pellegrinaggio alla Mecca. Lo Stato, monarchia assoluta capitanata dal re Abdul Aziz Saud, non è molto popolato (30 milioni di persone, di cui un terzo sono stranieri) per via delle sue caratteristiche geografiche. Lo sviluppo tecnologico sta tuttavia portando alla creazione, sempre più, di infrastrutture e centri abitativi. Dormivo quando il capitano ha acceso l’altoparlante per fare presente ai passeggeri che stavamo per sorvolare La Mecca, nel caso i musulmani a bordo volessero omaggiare Allah. Così ho iniziato a guardare fuori dal finestrino cercando di vedere qualcosa. E’ strano perché non vedi le città fino all’ultimo e queste spuntano fuori all’improvviso, manifestandosi in una distesa di luci di cui non si intravede la fine. Solo quando l’aereo ha iniziato l’atterraggio le luci hanno cominciato a prendere forma. Case, grattacieli, strade, ponti, fontane e macchine. Una marea di macchine, prova inconfutabile dell’abbondanza di petrolio, popolano le strade. Devo ammettere che la voglia di restare qualche giorno in più a visitare questo Stato era tanta…

Una volta sceso a terra ho dovuto aspettare circa otto ore per la mia coincidenza. Il personale è molto gentile anche se la lounge (a meno che tu non abbia un biglietto di business class) non è delle più accoglienti. Il free Wi-Fi purtroppo non funzionava e dunque ho dovuto ricorrere a quelle problem-solving skills di cui pressoché ogni italiano è dotato. Con la scusa di fumare una sigaretta, ho convinto lo steward della sala d’attesa per passeggeri ‘business’ a farmi entrare, e così mi sono procurato la password per una rete, mossa che mi ha permesso di passare parte della lunga attesa comunicando con famiglia e amici. Come ho accennato nel precedente paragrafo l’Arabia Saudita ha un gran numero di visitatori musulmani che fanno visita alla sede del ‘Profeta’.
Una cosa che mi ha fatto sorridere durante il tempo trascorso in aeroporto - dove ovviamente non potevo nemmeno scegliere la via del ‘mi faccio qualche drink’ - è stato che nei gruppi di pellegrini le donne, al fine di non perdersi, portavano un velo dello stesso colore con su scritto l’operatore turistico che aveva organizzato il loro viaggio sacro. Dunque la lounge era caratterizzata da queste chiazze di colore, arancione, rosa, viola, giallo, che rendevano l’ambiente più caldo (un’altra cosa simpatica è che il check-in e i safety controls per gli uomini e per le donne sono separati).

Quando finalmente sono salito sul mio volo l’emozione è iniziata a crescere (sebbene notevolmente smorzata dalla stanchezza). Ho deciso di guardarmi uno dei film - Rush, storia dei due eterni rivali della F1 - che la SaudiAirlines aveva da offrirmi, prima di lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo. All’inizio del film un messaggio mi avvertiva che i contenuti erano stati ritoccati ma, non avendo visto il film, non sapevo cosa fosse stato censurato. Solo quando ho visto un cerchio opaco oscurare la pancia di una donna ho capito…In effetti, mi sembrava che ci fossero un po’ troppe poche scene di sesso in un film che vuole disegnare il personaggio di James Hunt…Il vero film è in realtà iniziato quando mi stavo per appisolare. Il mio occhio è pigramente cascato fuori dal finestrino e Lei era lì, in tutta la sua immensità. L’Africa. Penso che da ieri la parola ‘enorme’ abbia assunto tutto un altro significato! Non credo che ci si possa rendere conto dell’estensione dell’Africa finché non ci si vola sopra per più di 10 ore coprendone solo una piccola parte. Ero emozionato come un bimbo che scopre Babbo Natale a sistemare i pacchetti sotto l’albero. Non ho dormito per un’altra ora perché incapace di smettere di guardare fuori mentre sorvolavo Etiopia, Tanzania, Kenya, Mozambico e finalmente Sudafrica. Qua inizia una nuova storia, ma per parlare di questa servirà almeno un altro post - dico almeno perché solo l’atterraggio a Città del Capo ne richiede uno - e poi, scusatemi ma fuori ci sono 30 gradi, è ora di andare in spiaggia.

Lettura consigliata “Le Città Invisibili” di Calvino

IT

giovedì 13 febbraio 2014

WHITE DOVE - Sleepy Sun



Per gli amanti del rock puro, quel rock incazzato e maledetto che ormai non esiste più da tempo, il debutto degli statunitensi Sleepy Sun deve essere stata una manna dal cielo. E si capisce subito il perché con questa traccia "monumentale", dalla durata di ben nove minuti. Gli anni 60, le droghe psichedeliche, Woodstock, sono elementi imprescindibili per la musica degli Sleepy, ed è proprio lì che ci fiondano nei primi minuti della traccia, conquistandoci subito con un riff da urlo. Poi tutto sembra svanire in un caos sonoro incontrollabile, per poi sfociare in un tranquillo folk che lascerà a bocca aperta (praticamente una canzone nella canzone). Per i nostalgici.


Mi.Di

martedì 11 febbraio 2014

AMEN

Prega per noi peccatori, nell'ora del nostro consumo amen,
amen per i figli della morte,
amen per chi nasce racchiuso in pioggia,
amen per chi non conosce il significato di porta,
amen per chi muore senza vivere,
amen per te, che mi siedi accanto e respiri queste parole,
amen per il sole pallido, malato di cancro,
amen per la metastasi della nostra mente,
amen per gli uccelli che ronzano, miscredenti,
amen per il cappio ombelicale che ci affoga,
amen per,
amen per macchine
amen per rumori inodori insapori colpenti la notte la luna,
amen per chi vive cieco,
amen per le colombe alla nitro glicerina pronte ad esplodere in centri commerciali all'ora di punta, attentati sereni in cinque mosse,
amen per la croce di Dio, che uccide con e per la sua magia,
amen per il casalingo del phon,
amen per amen, amen per diviso,
amen per gli occhi lucidi alle due di notte, la fine,
amen per la malinconia,
amen per la paura di testare testosterone,
amen per il grigio e per il blu, sempre più verde,
amen per il flusso di coscienza che impedisce, saturo, di impazzire,
amen per quelle centinaia migliaia di martiri con il viso rivolto al vento sconfitto,
amen nell'alto dei cieli, dove nessuno può sentirti ed aiutarti, un'illusione perfetta,
ed infine amen per noi,
disperati agnelli in cerca di cibo, in cerca di ozio, in cerca di vita di morte, in cerca di quello che,
in cerca di sei, in cerca di no, in cerca di metallo fumante al calore, in cerca di carne cruda come un sushi, in cerca di freddo,
in cerca di amen,
amen per i neon,
amen per i colori fosforescenti,
amen per i sogni (specialmente),
amen per ogni parentesi aperta,
amen per le donne cannibali docili,
amen quando dormi,
amen per il netto contrasto tra i colori, rovine nelle città, palazzi distrutti, immondizia fatiscente, bambino acquatico,
amen,
una singola parola,
un'analisi cruda come un omicidio,
un suono sognato, un bacio mai dato, un pensiero rinchiuso,
un parente fasullo, un imbarazzo paonazzo,
slitta l'orario,
il tempo spremuto come un limone,
e poi amen,
amen politico,
amen psicoanalitico,
amen depresso,
amen per la droga,
amen per l'orgasmo dei pasti nudi,
amen per il cellophane del porno,
amen curioso e furioso, la centrifuga del giorno è gas, e ci sta avvolgendo,
amen tempo, dove sei?
amen chiuso,
amen supermarket,
amen Adidas, Nike, amen Valentino, amen Bmw, amen Mcdonald,
amen fuoco bruciato,
amen acqua,
amen overdose,
amen per i gatti, sperduti nel limbo dell'universo,
amen per la solitudine,
amen madonna, vergine zitella con la libido spostata sotto il livello del mare,
amen a Gesù e il suo romanzo, la sua truffa perfetta, miei fedeli stanotte piangete per un furto, e cercate conforto nella vostra mente camuffata in mente collettiva camuffata in agorafobia camuffata in Xanax, Valium,
amen per gli stereotipi stereo,
amen per la musica, finalmente,
e poi e poi,
amen per tutti, di nuovo, castrati da, venduti per, tagliati con, persi nella coscienza collettiva.
amen per le guerre, mondiali e non,
amen per il sonno, e per il letto,
per la marea morsa,
per le ragazze fatiscenti che consumiamo,
amen parole, santificate dal mondo,
amen padre, amen madre,
amen Papa osceno II,
amen meccanico,
amen lavoro, il nostro suicidio di massa preferito,
amen,
amen e basta,
amen e follia, ti ringraziamo per aver creato il genio,
amen stricnina,
amen per le chiese chiuse,
amen per me,
amen per te, amico,
dimentica la parola, cancellala, disorientati nel mistico fuoco ponderoso,
amen fratello,
santifica l'oggetto,
chiudi i tuoi occhi,
ed infine, quando meno te lo aspetti,
amen.

Mi.Di

lunedì 10 febbraio 2014

DALLAS BUYERS CLUB - Jean-Marc Vallée

dallas buyers club<br/><a href="http://oi62.tinypic.com/2hgy5xg.jpg" target="_blank">View Raw Image</a>
Dopo l’ottima accoglienza in patria e l’incetta di nomination agli Oscar 2014 (tra i quali film, sceneggiatura e attore protagonista), il film di Vallée è arrivato da qualche giorno anche nelle nostre sale. Il film, tratto da una storia vera ed ambientato nel Texas degli anni Ottanta, vede come assoluto protagonista Ron Woodroof (interpretato dallo straordinario Matthew McConaughey che meriterebbe un discorso a parte) un rozzo cowboy moderno, cafone ed omofobo, che si guadagna da vivere lavorando come elettricista. In seguito ad un rapporto non protetto con una tossica, Ron contrae il virus dell’hiv; ma al medico che gli diagnostica non più di un mese di vita, Ron risponde che niente e nessuno può ucciderlo in così poco tempo. Negatagli la possibilità di vedersi somministrato il medicinale (in realtà un palliativo) in uso nel reparto ospedaliero (l’ AZT, per il quale l’ospedale ha fatto un accordo con un rappresentante dell’industria farmaceutica, accordo che consiste nel somministrare il medicinale ad un gruppo di pazienti per testarne l’effetto) Ron si recherà in Messico da un altro medico che, fornendogli un altro tipo di medicinale (non in uso negli States perché non approvato dalla FDA, l’agenzia che regola la distribuzione di farmaci), lo ragguaglierà circa i gravi effetti che l’AZT in realtà produce sul paziente. Ron deciderà allora di importare illegalmente dall’estero il farmaco e di fondare, con l’aiuto di un omosessuale malato di AIDS (Jared Leto, ottima anche la sua prova), il Dallas Buyers Club, che permette di distribuire tali farmaci a coloro che si iscriveranno al club pagando una quota; iniziando così una guerra contro la FDA.

Il film, che poggia sulla assoluta e straziante immedesimazione nel personaggio da parte di McConaughey (che ha perso moltissimi chili per l’occasione), è da considerarsi sicuramente riuscito come atto di denuncia contro l’ipocrisia e la vigliaccheria delle grandi case farmaceutiche (e della stessa FDA) che hanno sfruttato il momento di grande incertezza e paura che si respirava negli anni, quegli anni, che sono stati testimoni del diffondersi di una terribile piaga ancora sconosciuta tanto nelle cause quanto negli effetti, cercando di lucrare sulla sofferenza e il dolore di moltissime persone. In quest’ottica la vittoria morale (non pratica, non in tribunale, almeno non da subito) del protagonista contro la FDA rappresenta la vittoria di tutti coloro che in quegli anni drammatici, in tutto il mondo, hanno lottato per restituire ai meno fortunati se non il futuro quanto meno la dignità.

Tuttavia, se il film mirava anche a rappresentare l’aspetto più intimistico e drammatico della vicenda, spiace dirlo ma l’intento è fallito. Al di là del percorso del protagonista (toccante, ma i meriti di regista e sceneggiatore finiscono presto per far posto alla grande prova attoriale di McConaughey), le sottotrame presenti nel film (su tutte quella del personaggio interpretato da Leto, eppure importante considerando che si tratta pur sempre dell’AIDS, quella che fu definita “la peste dei gay”) non hanno la giusta carica emotiva così da risultare quasi macchiettistiche. E del tutto semplicistico e direi un po’ superficiale è il cambio di prospettiva repentino che Woodroof compie nei confronti degli omosessuali in generale e di Rayon (Leto) in particolare, prima disprezzato dopo rimpianto.

Un discreto film dunque, che ricorderemo soprattutto per la performance dell’attore texano (restituitaci nella sua pienezza dalla versione originale), ma che non scalda più di tanto il cuore. Se qualcuno vuole provare ad alzare un po’ la temperatura, il consiglio è di recuperare I testimoni di Téchiné.

Diccì

sabato 8 febbraio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino