venerdì 7 febbraio 2014

...MA NON FIDARSI E' MEGLIO (soprattutto degli economisti)

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Ricordo ancora con grande chiarezza il mio professore di Politica Economica raccontare alla classe questa barzelletta sugli economisti.

Ci sono un fisico, un chimico ed un economista sperduti su di un’isola deserta senza viveri ne acqua. I tre contemplano affamati una scatoletta di carne in scatola, unica fonte di cibo a loro disposizione. Purtroppo però nessuno ha con se un apriscatole. Il fisico ‘apre le danze’ afferrando la confezione e vibrandola in aria con tutta la sua forza: “sfruttando l’attrazione gravitazionale in direzione del suolo forse riusciremo a forzarla”…ma niente da fare. Tenta poi il chimico che comincia a mescolare tra loro alcuni liquidi. “Unendo questo assieme a quest’altro otterremo una reazione particolarmente potente la quale dovrebbe essere in grado di…” ma anche questo tentativo di intaccare la latta si rivela inefficace. I due si volgono allora fiduciosi verso l’economista che risponde ai loro sguardi colmi di speranza dicendo: “se noi avessimo un apriscatole potremmo…”.

Numerosissimi risultati della teoria economica sono, ahimè, spesso ottenuti partendo da congetture ed ipotesi del tutto inverosimili. Utilità intertemporali estese all’infinito, massimizzazioni più o meno vincolate, equilibri dinamici e statici, aspettative con livelli di informazione variabili, etc., etc. Ogni “homo economicus” è pensato pertanto come il più grande dei matematici ed ha poco a che spartire col panettiere del forno sotto casa che al MIT a studiare sicuramente non è mai andato.E a questa lunga fiera delle assurdità possiamo aggiungere un indicatore economico per la cui gestazione i due ‘creatori’ non si sono neanche presi la briga di ricercare un improbabile fondamento scientifico, ma la cui centralità è, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando del fatidico tetto del deficit al 3% del PIL alla quale ogni economia dell’Eurozona deve sottostare. Vediamo in breve la sua storia che ha quasi dell’incredibile.

Siamo in Francia, 1981. I socialisti guidati da François Mitterand conquistano l’Eliseo e in un anno il deficit pubblico cresce a dismisura, passando da 50 a 95 miliardi di franchi. Mitterand sa bene che deve frenare questa corsa e affida l’incarico di riportare sottocontrollo le spese statali ad un uomo che considera affidabile: Pierre Bilger, vice direttore del dipartimento del bilancio del Ministero delle Finanze. Il Presidente Mitterand abbisogna “di una sorta di regola, qualcosa di facile, che assomigli al risultato di una profonda competenza economica”, afferma Bilger. E serve subito, non c’è tempo da perdere. Il vice direttore quindi incarica in fretta e furia un certo Guy Abeille assieme a Roland de Villepen, entrambi funzionari del ministero formatisi all’ENSAE di Parigi, prestigiosa facoltà della capitale.

Ed ecco la ricostruzione del fatidico momento della scelta del 3% del PIL come numero “magico”. I due tecnici evitano di fare calcoli matematici in puro stile economico e nel giro di una notte concordano di usare il PIL come grandezza di riferimento poiché ben compresa nel significato da chiunque. Anche il valore “3” poi è trovato altrettanto rapidamente: “prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2.6 % del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%”. Senza alcun fondamento di tipo teorico-scientifico.10 anni dopo, alla conferenza di Maastricht del 1991, la regola del 3% viene estesa a tutti i paesi dell’area Euro e le conseguenze di questa scelta decisamente a cuor leggero sono a noi oggi ben note. Ne avremmo fatto volentieri a meno.

Ma non è che uno dei due economisti francesi era proprio il protagonista della nostra barzelletta?

Maste

giovedì 6 febbraio 2014

BEST OF 2013 - La nostra playlist ideale del 2013



1 These New Puritans - V (Island Song)
Finalmente. Finalmente possiamo dire che dopo tanto tempo (troppo tempo) siamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, sicuramente una delle migliori canzoni degli anni 2000 (se non la migliore). E finalmente si può dire di aver trovato dei degni eredi dei Radiohead. Perchè V (Island Song) ricorda maledettamente Paranoid Android. Quel gusto per la sperimentazione, la potenza delle note, uno schema della canzone multiplo ed un grande video animato (si, proprio come quel videoclip del 1997 che in tanti non dimenticheranno mai). Forse la musica ha trovato un punto da cui ripartire alla grande, dopo anni di aridità. La musica ha trovato i These New Puritans.

2 My Bloody Valentine - If i Am
I paladini dello shoegaze tornano con un disco capolavoro, che ci riporta indietro (o forse è meglio dire avanti?) nel tempo, riavvicinandoci a quel Loveless che ha cambiato il modo di pensare il rock. Difatti non sembra essere passato un solo secondo da quel lontano 1991, forse perché la musica dei MBV è atemporale, è una musica che rimarrà sempre attuale. Anzi avanti.

3 Julia Holter- Maxim's I
Il disco di Julia Holter, e in particolare Maxim's I, è maledettamente geniale. Ambient si unisce al dream pop, dando vita a una formula così onirica che sembra costituita dalla stessa materia dei sogni (volendo scomodare Shakespeare). Da ascoltare prima di addormentarsi, lasciando una finestra aperta sulle fantasie notturne.

4 Bill Callahan- Javelin Unlanding
Bill Callahan (in arte Smog) è uno dei grandi cantautori della nostra generazione, e con Dream River lo dimostra, facendo musica pura, matura, un folk malinconico all'altezza di Neil Young. Javelin Unlanding è il piccolo capolavoro dell'album, musica di altri tempi. Da tutelare.

5 David Bowie- Where Are We Now
Pelle d'oca. E' l'unica cosa che si può dire ascoltando questa canzone se si è amanti della musica e se siamo cresciuti ascoltando il Duca Bianco. Bowie ci riporta indietro nel tempo facendoci rivivere tutta la sua carriera, attraversando luoghi a lui tanto cari come Potsdamer Platz e chiedendosi nostalgico dove siamo adesso. Probabilmente senza trovare una risposta.

6 Arcade Fire - Afterlife
Precisiamo subito una cosa: gli Arcade Fire di Funeral e Neon Bible sono lontani anni luce da questo Reflektor, lavoro decisamente inferiore rispetto ai primi due album. Ma la creatura canadese continua comunque a proporre una delle migliori musiche del panorama, provando con questo nuovo album a sperimentare verso sentieri più electro. Una sicurezza.

7 Deerhunter - Neon Junkyard
Sicuramente hanno tradito le aspettative con Monomania, ma questa è la canzone da cantare più a squarciagola del 2013, un indie sporco e ipnotico da ascoltare a volume altissimo. Play it fucking loud.

8 Connan Mockasin - It's Choade My Dear
Un artista quasi indefinibile, folle nella sua ambiguità. Psichedelica si mischia al soul, formando un sound nostalgico ed estremamente particolare. L'artista neozelandese ci trascina con la sua voce androgina in un atmosfera rarefatta, da sogno, che sembra quasi liquefarsi in un'oscurità notturna.

9 Tricky- Does It
Tricky è tornato, e più in forma che mai. Il grande genio della trip hop costruisce attorno alla bellissima voce di Francesca Belmonte un album da urlo, guidato dall'uscita del singolo Does It, cover di una canzone dei The Ropes. Un elemento essenziale per la musica contemporanea.

10 Youth Lagoon - Daisyphobia
Snobbato dai più, il nuovo lavoro di Youth Lagoon dimostra invece una grande maturità “psichedelica”. Una vena psichedelica nuova e fresca, con lontane influenza elettroniche unite a una follia barrettiana senza limiti. Psych dell'anno.

11 The Knife - A Tooth For An Eye
Mai banali. Forse la carriera degli Knife si può sintetizzare con queste due semplici parole. Una carriera che di semplice ha ben poco. Dall'elettronica al puro art rock, il duo svedese è abituato a sperimentare e non smetterà mai di farlo. E con Shaking The Abitual (shakerare l'abitudine, un consiglio che in molti dovrebbero seguire) non si smentiscono. Strizzando anche l'occhio a Bjork con una splendida A Tooth For An Eye. Per fuggire dalla routine.

12 (ex aequo) James Holden – Renata / Deafheaven – Dream house
Il piccolo genio dell'elettronica torna a stupire con un album decisamente geniale. Difatti con The Inheritors, Holden alza l'asticella della musica elettronica, accompagnandoci verso scenari desolati e folli come la sua arte. Renata è già un classico del genere, con un synth capace di spazzare via ogni percezione. Sabato 8 febbraio suonerà al Tenax. Da non perdere.

Audaci, folli ,sperimentali, i Deafheaven uniscono lo shoegaze con il black metal più spinto, unendo dei generi piuttosto distanti e mettendo d'accordo stili di vita che quasi si odiano. Sorge solo un dubbio: post metal o post shoegaze?

13 Nick Cave - We No Who U R
Uno dei grandi maledetti del rock torna con un disco intimista e (come ci ha abituato) poetico, dalle atmosfere decisamente più pacate rispetto al passato. Forse una fuga dai tormenti del passato, una fuga bellissima.

14 Savages - Husbands
Dalle riot girl fino ad arrivare alla dark wave di Sioux and The Banshees, le Savages riescono a far esplodere il loro post punk moderno ed incazzato nella splendida voce di Jehnny Beth. Un post punk tutto al femminile, come dimostra l'isterica Husbands, che stigmatizza tutte le violenze domestiche.

15 La Femme - Nous etions deux
I francesi La Femme riescono a stupire con il loro disco d'esordio (la sorpresa dell'anno) , creando un vortice di generi che passa dal punk fino ad arrivare alla musica psichedelica, strizzando l'occhio al Plastic Bertrand di Ca Plane Pour Moi (ormai un cult). Nous Etions Deux è una piccola perla di sei minuti, attraversata dal suono di un organetto che difficilmente riusciremo a levarci dalla testa.

Mi.Di

martedì 4 febbraio 2014

BOOMERANG - Capitolo 2, Jessy

(Link al capitolo 1.   http://il-cartello.blogspot.it/2014/01/boomerang-capitolo-1-rob.html)
           
Sculettava per la città con i suoi jeans corti verde acqua, tutti la guardavano, stampavano i loro sguardi sul suo culo perfetto, mentre lei, cosciente di quegli sguardi, li ricambiava ondeggiando ancora di più.
Amava stare al centro dell'attenzione, per lei la vita era una lunghissima passerella, cosa strana per una tossica che avrebbe trangugiato di tutto pur di raggiungere lo sballo.
Alternava periodi in cui si calava xanax, oppio, metadone, insomma qualsiasi cosa la facesse sprofondare in uno stato catatonico, voleva annientarsi, perdere le forze fino a spalmarsi sul divano di Rob insieme agli altri fratelli della tribù.
Ora si trovava in un periodo di eccitazione continua, niente droghe che potessero stordirla e diminuire la sua eccitazione; faceva uso solo di coca purissima che le permetteva di stare sveglia fino al mattino, di scopare come un bonobo, di non fermarsi in una società che ormai aveva raggiunto livelli di velocità spaventosi. Sì, lei voleva stare al passo con tutto ciò che la circondava, per questo teneva una busta di coca sempre schiacciata contro il suo sedere in quella tasca che tutti avrebbero voluto toccare.
Era la donna più spaventosamente attraente del gruppo, non che ce ne fossero tante, ma fra lei e Camille c'era una differenza abissale, Jessy avrebbe potuto sposare chiunque se si fosse ripulita un po', aveva sempre ottenuto quello che voleva con il suo corpo da urlo, finché si fosse mantenuta in quello stato quasi perfetto il mondo sarebbe stato ai suoi piedi, spiaccicato sotto la suola delle sue converse.
Ma non era tanto la bellezza, c'era qualcosa di più, era come circondata da un'aura di femminilità spiazzante, riusciva a mantenere un livello di sessualità altissimo anche quando si faceva, riusciva a tenere discorsi con un potenziale erotico che avrebbe risvegliato anche il prete più devoto.
Continuava la sua camminata guardandosi le unghie colorate da uno smalto azzurro, alzava la testa e pensava che le sue unghie fossero un po' come il cielo, si sentiva divina, voleva mantenere la sua vita così com'era, in eterno; era come una pallina sparata in un flipper, ogni persona contro cui sbatteva finiva per dipendere da lei, dalle sue dita da marionettista e dal suo culo che in molti sognavano la notte.
“Ehi Camille. Che si dice?” rispose al telefono.
“Sono a casa da sola, mi sto annoiando a morte”.
“Vuoi andare da Rob? Gli altri saranno lì”.
“Boh, non so, siamo sempre in quel buco. Vieni da me, facciamo un pomeriggio da donne”.
“OK, dillo che vuoi un po' della mia passera solo per te” rispose Jessy.
“Macché dici, pensi sempre che tutti ti vogliano scopare, il mondo non è un gigantesco alveare e tu non sei l'ape regina...”.
“Ok troietta, arrivo”.
Davanti al portone di Camille, Jessy si tolse il reggiseno e lo mise nella borsa, voleva che attraverso la maglietta si vedessero bene i suoi capezzoli, voleva avere sempre in pugno chi gli stava davanti, perfino la sua unica amica.
Camille aprì la porta, il suo sguardo cascò subito sui capezzoli di Jessy, fu un riflesso involontario. Camille non era lesbica, non era innamorata di Jessy, ma quei capezzoli grossi come un occhio puntavano dritto verso lei, lanciandole un richiamo sessuale non indifferente, erano come delle antenne sintonizzate sul pianeta Jessica.
“Fammi entrare, si schianta dal caldo qui fuori”.
Jessy si buttò sul letto e cascando le si sollevò la maglietta facendo scoprire uno dei suoi seni, che in quel momento a Camille sembrò una vera e propria opera d'arte, era come la visione di un tramonto perfetto, la scoperta di una reliquia antica; aveva già visto quel seno numerose volte, ma mai sotto quella luce.
“Vuoi un po' di coca?” chiese Jessy mettendosi in ginocchio sul letto.
“No, lo sai di giorno non mi va, e poi dopo devo studiare”.
“Cazzo che palle, un esame di qua, un esame di la, va a finire che non ti spacchi mai, sei la santarellina del gruppo”.
“Mi piace sballarmi, ma ho un esame tra una settimana”.
“E che sarà mai, fagli vedere un po' di fica a quel pervertito del tuo professore”.
“E' una donna”.
“E' uguale, anche io sono una donna...vuoi negare che ora non mi scoperesti?” disse Jessy con movenze da gatta, avvicinandosi a Camille come un animale, facendole sentire un po' del suo odore.
Camille fu inebriata da quel profumo di sesso, improvvisamente sentì un'irrefrenabile voglia di saltarle addosso, si avvicinò e provò a baciarla.
“No, no, non mi va” disse Jessy allontanandosi.
Si fece una striscia e si levò scarpe e calzini.
Il meccanismo era attuato, aveva fatto di tutto per eccitare l'amica, aveva lanciato l'input al telefono, che era partito come una bomba materializzandosi nei suoi enormi capezzoli davanti al portone di casa per finire nel naso di Camille sotto forma di odore.
Jessy non odorava di sesso, erano circa due giorni che non lo faceva, ma a Camille sembrava uscita da un'orgia che le aveva lasciato addosso un odore di perversione atavica.
Il piano era in corso, Camille in pugno.
“La vuoi questa?” chiese Jessy indicando la sua vagina.
“Si, la desidero come fosse il più grande dei cazzi”.
Camille a differenza di Jessy era raffinata, non diceva mai troppe parolacce, era una studiosa anche se amava buttare via tempo insieme agli altri, ma in quel momento diventò la più sconcia delle sgualdrine.
“La vuoi eh!? Allora facciamo una delle tue videochiamate insieme. Voglio tutto il malloppo però...”.
“Che palle, sei una vipera”.
Camille si manteneva gli studi facendo videochiamate erotiche, era meno bella di Jessy ma aveva quell'aria da maestrina che faceva schizzare il testosterone alle stelle a quasi tutti gli uomini sulla cinquantina.
“Prendere o lasciare. Facciamo quello che vuoi, ma solo davanti alla webcam...sennò non mi avrai neanche fra un milione di anni”.
“Ok, va bene, metto tariffa doppia”.
Dopo nemmeno dieci minuti arrivò la prima richiesta, cento euro versati sul suo conto con una rapidità sconvolgente, aveva proprio una bella cerchia.
Jessy iniziò a leccare l'orecchio di Camille che si squagliò sul letto come stordita.
Iniziarono a leccarsi a vicenda, sembravano animali, lo facevano per scherzo ma questi siparietti erano fondamentali per la loro amicizia, si leccavano le ferite della vita provando orgasmi macroscopici che la maggior parte dei ragazzi non riuscivano ad eguagliare.
Il tipo dall'altra parte del computer sembrava avere circa quarant'anni, aveva la voce roca, e modi di fare da perfetto impiegato.
“Si, continuate così maialine mie”.
“Noi non siamo le maialine di nessuno” rispose Jessy staccandosi da Camille.
“Ho pagato cento euro, ora siete le mie maialine” replicò l'uomo indispettito.
“Io non sono la maialina di nessuno, ma se vuoi essere stupito potresti pagare altri cento euro...soddisfatto o rimborsato” disse Jessy con una voce che sembrò trapassare lo schermo.
“Non sono mica scemo, che potrebbe cambiar mai? Non diventate mica tre tutto d'un tratto” rispose l'uomo.
“No, però potrei prendere un dildo con la bocca e infilarlo dritto nella vagina della mia amica, e dopo averlo tirato fuori potremmo fare un culo-culo come non hai mai visto...Ti ricordi le macchinine a scontro? Ecco bravo prova ad immaginare questi due bei culi sexy che si scontrano l'uno con l'altro collegati da un doppio dildo o ponte dell'amore, chiamalo come vuoi. Oppure puoi finire di vedere il tuo misero spettacolino da cento euro per poi masturbarti su youporn”.
L'uomo era impazzito, le parole di Jessy avevano conquistato la sua mente, si erano insinuate come un liquido paralizzante nel suo corpo, pensava solo all'immagine che aveva appena descritto Jessy con dovizia di particolari, doveva averla, doveva catturare quell'immagine e farla sua.
“Sì, sì, pago quanto vuoi...fammi tuo schiavo, regina del sesso” rispose l'uomo con occhi ipnotizzati da quello che avrebbe potuto vedere.
Effettuò il pagamento in tempo record, una velocità di trasferimento da centometrista, digitava i numeri sulla tastiera del pc frettolosamente, gli tremavano le mani, era impaziente, era caduto nella tela di Jessy e ci era rimasto impigliato con duecento euro in meno nel portafogli.
Jessy si mise in ginocchio, prese il dildo con la bocca, si avvicinò a Camille con lo sguardo di una pantera, sprizzava feromoni da tutti i pori, infilò il dildo nella vagina dell'amica, che si bagnò all'istante, era riuscita ad eccitarla almeno quanto aveva eccitato l'uomo dall'altra parte dello schermo, entrambi erano schiavi di quella dea; amava avere gli occhi puntati addosso...e ancora una volta c'era riuscita.

Elle Bi

lunedì 3 febbraio 2014

NEBRASKA - Alexander Payne


Alexander Payne è un regista che è passato spesso inosservato dalla critica, ma dal 2005 in poi con il suo primo grande centro, Sideways, ha iniziato un trend positivo degno di nota.
In quasi tutti i suoi film Payne ci mette davanti ad un passato che riemerge lentamente da angoli bui, quasi dimenticati, un passato che riaffiora solo per far prendere coscienza ai protagonisti di quanti fallimenti si siano lasciati alle spalle, di quanti rimpianti avranno per sempre, lo stesso meccanismo attanaglia e stritola Nebraska fino a rilasciare una forza mai così ben espressa in nessuno dei suoi film precedenti.
Una strada lunga, un vecchietto cammina con passo sciancato verso lo spettatore, ci viene incontro, sembra quasi voglia chiederci aiuto, la polizia lo troverà e chiamerà il figlio perché vada a riprenderlo.
Il vecchio scontroso Woody Grant (uno straordinario Bruce Dern) ha vinto un milione di dollari, o meglio pensa di averli vinti, attratto dall'inganno spietato di una pubblicità per allocchi, ma Woody crede nella vincita, è deciso a raggiungere Lincoln, il Nebraska, per ritirarla, partire dal Montana e attraversare ben cinque stati, a piedi se necessario.
La moglie e l'altro figlio Ross (un ottimo Bob Odernkirk) lo prendono per pazzo, affermano in continuazione che se continua così dovranno rinchiuderlo in una clinica, ma il figlio David (Will Forte) no, non ci sta, si rende conto che non conosce affatto suo padre, si rende conto che i giorni che potrà passare con lui non saranno infiniti, e decide di accompagnarlo in macchina nella sua sgangherata odissea.
Payne sceglie il bianco e nero per raccontare un'America che ha ormai perso i colori e lo smalto di un tempo, o che non li ha mai avuti.
I due si fermeranno ad Hawthorne, piccola cittadina di provincia, paese natio di Woody e culla dei suoi ricordi, ricordi che stanno ormai scomparendo insieme ai pochi momenti di lucidità che gli sono rimasti.
Payne ci mostra una provincia addormentata, calcificata in un sonno primordiale, inebetita dalla scatola parlante che per molti è diventata un surrogato di quello che ci sta intorno, sognare davanti alla tv, risucchiati da quiz e programmi alienanti.
I parenti di Woody lo accoglieranno a braccia aperte, come i pochi amici che gli sono rimasti, e le apriranno ancora di più non appena la notizia da un milione di dollari sarà di dominio pubblico.
Verranno fuori scheletri dall'armadio, tenuti nascosti per tantissimo tempo, l'avidità circonderà il povero Woody, che sembrerà non capire molte delle situazioni che lo circondano, ma il volto è quello di un uomo che ha sofferto, che è rimasto traumatizzato dalla guerra in Corea, che non ha mai chiesto aiuto a nessuno come non ha mai detto di no a nessuno, un uomo che si è reso conto di non aver fatto abbastanza, che ha sperperato soldi bevendo a più non posso; ma il riscatto è a portata di mano, il milione è a Lincoln, basta arrivarci.
Preso in giro un po' da tutti continuerà il suo viaggio fino alla meta, il suo on the road deve continuare, il giro non è stato ancora completato.
Woody rincorre il sogno americano, vuole il milione per ridare senso alla sua vita, vuole un furgone, vuole riacquistare dignità, perché il passato - come ci dice Payne - è passato, ma il presente, quello si che è a portata di mano.
Dopo essersi sentito dire che non è il vincitore, Woody, sguardo duro, scolpito nel tessuto della vecchiaia, del dolore, accetterà di tornare a casa.
Di ritorno il vecchio Woody avrà la sua rivincita sulla vita, su una provincia anchilosata dal tramonto dell'american dream, senza il suo milione in tasca, ma con un pick-up sotto al sedere.
Payne ci racconta una storia di sconfitte, fallimenti, rinascite, facendo parlare molto i suoi personaggi; ma i momenti più belli restano i silenzi, quello strato di non detto che abbozza sentimenti, che lascia la libertà allo spettatore di immaginare storie, passati solo affiorati, legami apparentemente flebili che si dimostrano forti come catene, catene che uniscono padri e figli, facendoli sbattere contro le difficoltà della vita ma tenendoli saldi, incatenati l'uno a l'altro fino alla fine del viaggio.

Elle Bi

sabato 1 febbraio 2014

BLU OLTREMARE - Mi.Di



Busan, Corea del Sud, due donne dinanzi l'infinità del mare.

venerdì 31 gennaio 2014

ITALICUM


Mi sembra doveroso cominciare con una premessa. Ho cambiato due volte classe nel corso delle superiori, ho cambiato svariati corsi durante l’università triennale e ho cambiato ateneo una volta ottenuta quest’ultima. Ho chiesto di cambiare ancora per il master. Ho cambiato città più di una volta e ho fatto tre esperienze di studio all'estero in un anno. Ho cambiato ‘diosaquanti’ lavori. Ho inoltre cambiato idee, look, stile, ho modificato il mio modo di fare e ho cambiato ragazza. Ho cambiato casa, gatto, ecc. Insomma, diciamo che sono uno che guarda al cambiamento con un certo favore e che quindi la mia visione possa essere distorta.

Premesso tutto ciò cercherò di esprimere quanto ho in mente in modo apolitico. Quel che mi preme dire è: non pensate che ci sia realmente bisogno di un cambiamento? Io penso che lo pensiate, sia se siete ancora studenti, sia se siete già nel mondo del lavoro. Lo penso perché alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle ha ottenuto circa il 25% dei voti promettendo una sorta di rivoluzione politica e culturale. Ezio Mauro al minuto 3:40 di un editoriale di settimana scorsa diceva: “[…] Noi siamo di fronte a un ultimo tentativo. C’è nel paese un’esigenza di cambiamento fortissima… È un allarme per tutti, è un allarme per quelli che hanno a cuore la democrazia del nostro paese, perché dietro la sfiducia alla politica si affaccia la sfiducia alla democrazia, perché la politica è quella che da forma quotidiana alla democrazia… Ci sono due strade. La prima è quella del caos, la seconda è invece quella di cercare di incanalare questa voglia di cambiamento dentro la democrazia rappresentativa e del sistema (con tutti i suoi limiti)…”

Diciamolo in modo chiaro, il nostro paese, la cara e bella penisola italica, non è messa bene. Tutt’altro, l’Italia è messa male. Lo ‘Stivale’ è completamente congelato e paralizzato dalla sua eccessiva burocratizzazione. Il sistema pubblico, cuore pulsante e anima di un paese, è fermo. Non si assume (qualche eccezione c’è, ad esempio, c’è un concorso al Ministero dell’Economia e delle Finanze che offre 179 posti), i costi della macchina burocratica sono elevati, eccessivi, il sistema giudiziario fa pena e la fiducia stessa nelle istituzioni è bassa. Come ho detto prima, questo post non vuole avere niente a che vedere con la politica. Non mi interessa e non la capisco. Sono uno che se deve andare da A a B cerca di andarci senza fare nessuna inutile sosta intermedia a C o a D o al bar. E’ un fatto però, che l’attuale legge elettorale non permette al partito di maggioranza di ottenere una legittimazione numerica tale da governare questo paese. E allora perché non si riesce a cambiare?

Il sistema di votazione perfetto non esiste. Toglietevelo dalla testa. Si può spaziare tra un sistema elettorale più o meno desiderabile, secondo le preferenze dello spettatore. Si può andare da un sistema che tenda a far valere più voci possibili (un po’ come il Porcellum insomma) ad un sistema che miri alla governabilità (un po’ tipo l’Italicum). Non voglio perdermi in nessuna arringa sul giusto e sullo sbagliato, voglio solo dire a voce alta che il momento storico che l’Italia sta attraversando richiede governabilità. Non importa da parte di chi, a patto che non sfoci in dittatura. Ho guardato con favore – alla luce della mia propensione al cambiamento e al fare – a come “l’Uomo del fare” abbia portato avanti le consultazioni politiche per raggiungere la stesura definitiva dell’Italicum. Ho guardato con favore all’incontro con Berlusconi, che questo venga condiviso o meno, è un grande segno di pragmatismo: un ponte tra sinistra e destra in favore di un paese governabile. Ho iniziato ad avere una certa aspettativa nei confronti della legge e ho lasciato perdere le news per circa una settimana, in attesa del testo finale.

Stamani, quando ho iniziato a buttare giù l’articolo, ho riletto bene il testo e mi sono confrontato con M., un caro amico. Alla fine della mattinata, una consistente parte del mio favore se ne era andata. Continuo a ritenere una priorità la governabilità, sperando che chiunque governi riesca almeno a far fare all’Italia un atterraggio di emergenza. Tuttavia, ho iniziato a credere che questa legge elettorale non vada bene. Non si adatta all’Italia, è un ibrido arrangiamento di una serie di sistemi elettorali di altri paesi, si presenta con la maschera del cambiamento radicale ma poi lascia spazio a sotterfugi per lasciar che i soliti noti siano ancora in parlamento. E’ poco democratica e obbliga partiti con idee differenti dai grandi partiti a fondersi in un’accozzaglia di idee. E’ infine pericolosa, c’è chi ha detto che la legge è stata disegnata per buttar fuori Grillo. Beh non è così, al massimo potrebbe marginalizzarlo. Tra l’altro se le pecore smarrite di Silvio tornassero all’ovile le odds che quest’ultimo, a prescindere dall’avatar che userà per mostrarsi in pubblico, vinca sono alte.

Dunque concludendo, definirei la proposta elettorale come una scommessa rischiosa, con effetti collaterali imprevedibili. Condivido sotto molti punti di vista l’approccio di Renzi alla politica, penso però che avrebbe potuto essere più cauto. Specialmente quando ero più giovane, i cambiamenti che ho fatto per ‘amor del cambiare’ o per ‘inquietudine adolescenziale’ non si sono rivelati sempre le scelte migliori. Mi auguro che Renzi non sia un adolescente inquieto perché il suo fallimento avrebbe conseguenze gravissime. Ora, non resta che aspettare la risposta di Montecitorio, sperando che venga rimanda al mittente con la richiesta di qualche accorgimento migliorativo. Il cambiamento è necessario, ma cambiare tanto per fare non è produttivo.

Lettura consigliata: Kenneth Arrow “Social Choice and Individual Value”.

IT

giovedì 30 gennaio 2014

IT FIT WHEN I WAS A KID - Liars



La prima volta che ho sentito questa canzone mi sono chiesto perplesso: cosa è? Cosa si nasconde all'interno delle note? Dove piazzarla nel vasto panorama di generi musicali esistenti? è una sorta di post new wave? O addirittura no wave? Oppure un derivato del post rock influenzato dall'elettronica tanto caro ai Radiohead? O un indie schizofrenica? Beh, sicuramente i Liars sono bravi (anzi bravissimi) a confondere l'ascoltatore, immergendolo in una folle atmosfera da sabba oscuro ritmato da tamburi maniaci e una voce quasi da filastrocca, semplice ma incisiva. Fuoriuscendo improvvisamente dai propri binari per portarci al termine in un immagine da fiaba nera e sanguinosa, scritta da dei Fratelli Grimm psicopatici e sotto l'effetto di una quiete quasi da morfina agghiacciante nella propria pazzia. Poi tutto finisce e inevitabilmente premiamo repeat, perché c'è qualcosa che sfugge. E, dopo ripetuti ascolti della canzone, scopriamo che ormai si è divulgata una grande bugia. E cioè che la musica debba per forza ispirarsi a qualcosa ed etichettarsi per poter sopravvivere (come qualsiasi arte), senza tentare di innovarsi ed andare avanti. Mai bugia è stata così grande. Grazie Liars.


Mi.Di