giovedì 16 gennaio 2014

FREEDOM AT 21 - Jack White



Mr. White dimostra di essere una delle grandi rockstar dell'era contemporanea, riuscendo a sfornare dalle macerie dei White Stripes un grande disco, forse uno dei migliori del 2012. Il suo è un rock blues fortemente ancorato alla tradizione del grande r'n'b e dell'heavy metal dei lontani 70's, ma allo stesso tempo incredibilmente attuale e moderno. I testi incazzati, i riff indimenticabili e accordi da altri tempi lo innalzano ad essere il vero grande rocker degli anni 2000.
Aspettando un  nuovo lavoro, applausi.

Mi.Di

martedì 14 gennaio 2014

4664 - Capitolo 2

(Link al capitolo 1. http://il-cartello.blogspot.it/2013/12/4664-capitolo-1.html )

La prof. scriveva nel suo HC 6000.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche e fuori il sole faticava a comparire coperto dallo smog e macchine metallizzate sfrecciavano su autostrade verticali. L'HC 6000 era il risultato dell'evoluzione tecnologica umana. Il motivo per cui intere generazioni vivevano ormai rinchiuse in casa, isolate dal resto del mondo. L'HC 6000 era una nuova forma di computer, che occupava una stanza intera, che permetteva di fare qualsiasi cosa comodamente seduti su una poltrona. I muscoli diminuivano, l'intelligenza si auto rinchiudeva sempre più in se stessa, stentando a fuoriuscire dalla materia grigia e le industrie degli hc (high computer) si arricchivano lobotomizzando il mondo intero. La prof naturalmente ne possedeva uno, e adesso stava conducendo ricerche sulla fine del mondo da consegnare alle generazioni future nella sua stanza-hc. Io, naturalmente, oziavo. In attesa di un lavoro.
Non starai prendendo troppo sul serio questa faccenda? Insomma, guardati le occhiaie...”
Fuoriuscivano quasi dal volto, due palle nere sotto gli occhi celesti dottschwleiniani.
Se sto prendendo sul serio questa faccenda? Certo che sì...qui parliamo del futuro del mondo, dovresti prendere in considerazione anche te la mia ricerca, non trovi?”
E non guardarmi così...stavo solo dicendo che magari potresti prenderti una pausa. Che so, usare il tuo HC per fare shopping, o per adottare un cucciolo di leone in rete, o per fare una piccola vacanza in un villaggio...”
Se fossi in te comincerei a cercarmi un'occupazione...la mia pazienza ha un limite, sai? E in più la tua apatia, il continuo uso di droghe e la negazione di qualsiasi sorta di attività sono chiari sintomi di depressione.”
E smettila con questa storia...la depressione ormai è stata sconfitta da molti anni...non sono mica un robot?”
Non ascoltare quello che dicono in tv...esiste sempre, è solo stata...”censurata”...le industrie farmaceutiche (e i politici) tendono a nascondere tutto...come per la malattia guscio.”
Le tue stanno diventando paranoie...e poi non sono l'unico ad avere i suoi problemi in questa stanza...anzi”
Non preoccuparti...so gestire da sola le mie difficoltà...e non stuzzicarmi troppo, sai che mi eccita”
Ecco ci risiamo...non riesci a stare da sola in una stanza con un uomo per più di mezz'ora senza che ti venga la voglia di scopare...ora che ci penso...sei mai stata da sola con Trokowski?”
Certo...”
No...non dirmi che...o mio dio...spero che non sia mai successo niente almeno con Vincent...”
Vincent? Lo sai che i robot non hanno organi riproduttivi...”
Meno male...comunque per tua informazione esistono robot da accompagnamento...comincia a fornirtene un centinaio...”
E comunque come ti ho detto...so pensare da sola ai miei problemi...”
Auto analizzarsi non è altro che un modo per accettare i nostri difetti, perché il nostro ego sarà sempre troppo smisurato per ritenerli sbagliati. Ma può sempre far comodo. Vero prof?”
Cos'è, improvvisamente vuoi farmi la morale? Senti, se vuoi facciamo una pausa, insieme...ti va?”
Meglio di no...”
Vincent era uscito per comprare alcune cose, e Trokowski era sicuramente nel suo mini appartamento ad aspettare che cominciassero a fare effetto le medicine. E la prof mi guardava minacciosa sotto gli occhiali, un angelo del peccato. Uscii dalla stanza sbattendo la porta, tornando ad osservare quello skyline che mi cacciava sempre davanti gli occhi la mia solitudine. La solitudine di milioni di vite. Una solitudine al neon. Mi stesi sul ghiaccio pavimento dell'Old Tower, e cominciai a guardare indietro nel tempo, malinconico. Ormai erano quasi venti anni che conoscevo la Dottschwlein. Proveniva da un oscura nazione di cui non ricordavo il nome, fredda e lontanissima. Era la figlia di un famoso (e ricchissimo) scienziato, che l'aveva mandata a fare fortuna nella grande città. Nel centro dell'economia mondiale. Nuovademia, la prima città-nazione costruita dall'uomo, un'immensa unione di pietra e metallo e persone, sangue, disperazione. Un colosso da sessanta milioni di abitanti senza una fine, in continua espansione, pronto ad ingurgitare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Qui, in questa infinita coperta di edifici e fabbriche, ci eravamo conosciuti quasi casualmente. La prima volta che la vidi se ne stava in un love motel, seguita dallo sguardo attento della mia macchina fotografica ad alta definizione, zoom massimo, e se la spassava maledettamente. Si, la professoressa Dottshcwlein era sesso dipendente. Una vera e propria ninfomane. In passato aveva cercato di curarsi in vari SLAA, ma senza successo. Le terapie di gruppo la innervosivano, e finiva per diventare sempre più dipendente. Era stata anche in cura da famosi psicologi, che naturalmente si era portata a letto. Ormai aveva accettato il suo problema, anche se riconosceva che il suo desiderio continuo era un vero problema per la sua vita e, specialmente, per la sua carriera. Uscì dalla stanza-hc, seminuda, con delle manette in mano. Ci risiamo, pensai. Fortunatamente in quel momento entrarono Vincent e Trokowski, trovandomi steso a terra con la prof che mi sovrastava minacciosa a pochi metri di distanza.
Salve!!!” esclamò allegro Trokowski. Pasticca della felicità, pensai.
I soliti umani...sempre a desiderare qualcosa...” bofonchiò metallico Vincent.
Si era comprato una ventina di video giornali di protesta robotica e niente da mangiare. Ecco dove finivano i soldi che gli davo. La prof si ritirò nella sua stanza, silenziosa, cominciando a rivolgersi verso l'apparecchio vocale (e verso le generazioni future). Il lavoro continuava ad essere un miraggio lontano, intangibile. Le macchine e lo smog continuavano a sfrecciare, là fuori dalla finestra della mia scatola metallica personale. E, circondato da questo gruppo di pazzi, non riuscivo neanche a raccontare la mia storia. Questa storia.

Mi.Di


lunedì 13 gennaio 2014

IL CAPITALE UMANO - Paolo Virzì


Il regista livornese Paolo Virzì passa dalla commedia a lui cara a un mix ben riuscito fra giallo, noir con qualche spruzzo di comicità qua e là.
Per chi era titubante riguardo questo esperimento, o per chi lo è ancora, il consiglio è di scrollarsi di dosso i pregiudizi e i timori sull'approccio del regista a un nuovo genere ed entrare sicuri in sala .
Con lo spegnersi delle luci ci troviamo immersi in un mondo malato, in un paese incancrenito, ben descritto dai fidi collaboratori di Virzì; gli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo.
I tre, notando un romanzo del 2004 di Stephen Amidon ambientato nel Connecticut, capiscono che può fare al caso loro, prendono la palla al balzo ed ecco il Capitale umano.
Siamo in Brianza, la storia gravita intorno a due famiglie, i piccolo borghesi Ossola e i ricchissimi Bernaschi; il pretesto per unire le due famiglie è un omicidio di un “povero cristo”, come ci dirà il commissario, che permette al regista di sviscerare il mondo degli Ossola e dei Bernaschi, di mettere a nudo un'Italia che zoppica ormai da anni.
Dino Ossola (uno stupendo Fabrizio Bentivoglio) sfrutta la relazione della figlia Serena (l'esordiente rivelazione Matilde Gioli) con il rampollo della famiglia Bernaschi per entrare nel loro fondo fiduciario. Un padre disposto a tutto pur di vedere “il nostro comune amico”, il denaro, entrare in cassa, sentire il tintinnio delle monete riempirgli il cuore e l'anima.
Il capofamiglia Bernaschi (un azzeccatissimo Fabrizio Gifuni) è un broker divenuto ricchissimo grazie alle disgrazie altrui, prosciuga la linfa vitale a un paese che ne conserva già poca, incarna quella borghesia agghindata nel lusso sfrenato, cieca all'arte e a tutto ciò che non è concreto, quella borghesia capace di trasformare un antico teatro in un grigio lotto di appartamenti.
Carla Bernaschi è interessata all'arte, appassionata di teatro, sembra diversa dallo sciacallo del marito, ma la sua è solo apparenza perché non disdegna di essere viziata da giri in limousine con tanto di autista che la scarrozza di qua e di là per la città, fra manicure, negozi di tessuti pregiati e chi più ne ha più ne metta. La psicologa Roberta (Valeria Golino), compagna di Dino Ossola, fa da contraltare alla nullafacente Carla; sembra ascoltare e capire tutti, col suo sguardo tenero e innocente, sempre pronta ad aiutare chi ne ha bisogno. Ma proprio lei, che dovrebbe comprendere meglio di chiunque altro l'animo umano, scivola nella contraddizione di vivere accanto ad un essere viscido, senza alcun freno morale come Dino.
Serena e il disadattato Luca, si cercano, si trovano in un mondo corrotto, circondati da persone che pensano solo a se stesse, soli ma complici, dentro un paese scalcinato, in un plot che forse consegna a loro le chiavi del futuro; i giovani sì, forse loro possono...
Il regista ci mostra un panorama arido, sentimenti rarefatti, senza moralismi di alcun tipo: starà allo spettatore capire ciò che giusto o sbagliato.
Dopo questo imponente film, Virzì potrebbe ricevere una chiamata dagli studios più ambiti del mondo, da quella Hollywood che ha già attratto Muccino e Sorrentino. Ma, forse, il regista è troppo connotato con l'Italia e gli italiani; e, forse, è un bene perché dopo questa prova di maturità dobbiamo proteggere il nostro di capitale umano.
Virzì è un po' come il buon vino, più invecchia e più si apprezza.

Elle Bi

sabato 11 gennaio 2014

COMPLOTTI - Domenico Martino

venerdì 10 gennaio 2014

UNA CITTA' DI PAZZI NOSTALGICI


Con una percentuale di giovani senza lavoro oramai al di sopra del 40%, lo spettro della disoccupazione pare qualcosa di più di una semplice entità ‘fantasmatica’ in Italia. Anzi, questo acquista sempre maggiore consistenza quanto più la notizia rimbalza da un telegiornale all’altro, da ricerca statistica a ricerca statistica, da quotidiano a quotidiano.

Eppure esiste un luogo in questa zoppa e scalcinata Europa in cui il sogno utopico di una comunità dove nessuno è privato della possibilità di lavorare è divenuto realtà. Un luogo in cui il tasso di disoccupazione è allo 0%, e questo proprio alla faccia di quella “curva di Phillips” che non solo teorizza una relazione inversa tra inflazione e livello di occupazione (ad un decremento del saggio dei prezzi è associato un aumento della disoccupazione) ma in aggiunta postula un cosiddetto livello “naturale” di disoccupazione, al di sotto del quale il sistema non è in grado di dirigersi (cioè, qualcuno a braccia conserte ci deve stare per forza). A questo punto molti lettori penseranno che questa sorta di Eden può trovarsi solo in chissà quale ricca nazione scandinava o essere ubicato magari in un deserto mediorientale stracolmo di petrolio fino all’inverosimile.
In realtà non è proprio così. Anzi, la cittadina di cui stiamo parlando si trova nel cuore di una delle regioni del vecchio continente più colpite dalla crisi, precisamente in Andalusia, Spagna, a 100 chilometri da Siviglia. Il suo nome è Marinaleda, comunità rurale di circa 2700 abitanti dove il concetto di “piena occupazione” non è più soltanto un sogno nel cassetto di qualche convinto sindacalista o di un nostalgico politicante di sinistra.

In questo piccolo comune, sulla cui bandiera tricolore svetta l’eloquente scritta “Marinaleda: una utopia verso la pace”, un sindaco visionario di nome Juan Manuel Sanchez Gordillo è riuscito nel giro di 30 anni a costruire un sistema economico-sociale capace di garantire la sussistenza dell’intera cittadina e di fronteggiare la profonda crisi di questi ultimi anni. Qui si producono e conservano una grande varietà di ortaggi quali legumi, carciofi, peperoni. Tale produzione agricola poi, non solo raggiunge le tavole di tutta la penisola Iberica ma riesce persino a varcare l’oceano Atlantico, fino a toccare il lontano Venezuela.

Volendo scendere un po’ più nel dettaglio per comprendere quali sono i “numeri” di tale progetto, basti pensare che la disoccupazione è allo 0% contro una media nazionale del 30%. Non vi è inoltre alcuna differenza tra i redditi percepiti a Marinaleda qualunque sia la mansione svolta: 47 euro al giorno escludendo la domenica. E se un’annata è particolarmente magra per le imprese agricole della comunità, si lavora meno ma si lavora tutti. I politici non percepiscono alcun rimborso e la loro attività è ripagata solamente dalla soddisfazione di agire per il bene della propria comunità (uguale ai nostri no?!). Ancora, andare in piscina tutta l’estate a Marinaleda è possibile con soli 3 euro e la mensa scolastica ha un costo più che simbolico: 12 euro al mese. Ed ora arriva il “piatto forte”. A Marinaleda è possibile costruirsi una casa di circa 90 metri quadri anticipando solamente 15 euro. L’abitazione un miraggio nel deserto per tanti, troppi oggigiorno? Non in questa comunità andalusa. Basta mettere a disposizione la propria forza lavoro e non si è costretti a pagare mutui con interessi salatissimi: il denaro è dato in prestito dal governo andaluso a tasso zero.

Può dunque Marinaleda essere considerata una concreta alternativa al sistema di matrice neoliberista oggi predominante che in questi anni ha mostrato tutta la sua fragilità e iniquità nella distribuzione di ricchezze e sofferenze tra la popolazione mondiale? Basta davvero affermare che è giunto il momento di “porre l’uomo al centro delle idee e dei progetti, invece del profitto dei pochi a danno dei molti” per cambiare concretamente le cose?

Se qualche lettore è interessato all’opinione del sottoscritto si faccia pure avanti e commenti l’articolo.

Se vi dicessi però che il concetto di bene e male, di ciò che è giusto fare e giusto non fare, è molto più labile ed effimero di quello che al senso comune può spesso sembrare?

Maste

giovedì 9 gennaio 2014

WAH-WAH - George Harrison



Per molti l'unico ex Beatles a fare dei capolavori dopo lo scioglimento del gruppo è stato John Lennon. Ma non tutti hanno ascoltato "All Things Must Pass" di George Harrison (1971), vera perla del rock psichedelico. Un album continuamente attraversato dalle rivelazioni religiose fatte da Harrison durante la sua vita( e già introdotte, anche se timidamente, con i Fab Four) e, specialmente, un album fatto di scarti. Quegli scarti che non erano mai stati inseriti negli album dei Beatles, rifiutati da John e Paul, che comandavano l'intera società degli "scarafaggi". E che scarti. Un vero è proprio contenitore di piccoli capolavori, a partire da "Isn't it a Pity" per passare da "My sweet Lord" (ormai un classico) e dalla traccia che da il titolo all'album. Il tutto, perfettamente confezionato dal genio di Phil Spector (forse il più grande produttore della storia del rock) e dal suo "Wall Of Sound". La nostra scelta va su "Wah Wah", forse perchè rappresenta più delle altre la vera anima da chitarrista del compianto George. Come dice il titolo dell'album, con il tempo tutte le cose devono passare, tranne fortunatamente, i veri capolavori, la vera arte che riesce ad emozionare, questa arte. Film consigliato: George Harrison: Living in the material World.

Mi.Di

martedì 7 gennaio 2014

UN VIAGGIO ACCIDENTATO


E' il mio turno, non posso più tornare indietro, ora o mai più.
E' il momento della verità, e il professore lo sa.
“Venga Borghini...si sieda”.
Io mi siedo e lo scruto con sguardo da cane impaurito.
Ha gli occhi da predatore in attesa di sbranare la preda.
“Vedo che è il suo ultimo esame. Vedo anche che è fuori corso di un anno e mezzo. Come mai ha impiegato tutto questo tempo? Studente lavoratore?”.
“Avevo delle cose da risolvere”.
Il professore si alza e accende il proiettore, sullo schermo appare un teatro antico.
Dietro di me non c'è nessuno, siamo solo io e lui.
“In che periodo ci troviamo?”.
“Siamo nell'età romana” rispondo prontamente.
“No, si sbaglia, guardi più attentamente”.
Io rimango perplesso, la mia risposta è giusta ma a lui non va bene.
“Teatro di Tito, Anfiteatro Flavio, età romana, 80 d.c. né un anno di più né uno di meno”.
“Si sbaglia Borghini, la verità risale a molto tempo prima”.
Non capisco bene cosa vogliano dire quelle parole, ma una cosa è certa; non può essere un teatro greco e su questo non ci piove.
“Non si limiti ad usare gli occhi. Se ha bisogno di tempo si alzi e vada pure a guardare da vicino”.
Seguo il suo consiglio, mi avvicino al telo. Spalanco gli occhi, ma davanti a me vedo sempre il teatro di Tito.
Improvvisamente una mano mi spinge, scivolo dentro il telo.
Mi giro e intorno a me vedo il teatro di Tito. Dall'altra parte c'è il professore che mi guarda.
Da osservatore sono diventato osservato.
“E' riuscito a capire ora Borghini?”.
Ma capire cosa? So solo che mi trovo intrappolato in questa diapositiva sfocata. Non so come, ma ci sono finito dentro.
“Aspetti Borghini, ora la raggiungo”.
Il professore si tuffa verso di me.
E' passato, ce l'ha fatta.
“Ora anche lui è intrappolato in questa diapositiva del cazzo. Ben gli sta” penso con un briciolo di cattiveria.
“Andiamo Borghini, mi segua, ora le mostrerò la verità riguardo al teatro”.
Mi giro ma il teatro non c'è più. E' scomparso.
Al suo posto c'è un'enorme vasca d'acqua.
Il professore senza battere ciglio si butta completamente vestito.
“Venga Borghini mi segua”.
Io sono un po' titubante. Dal centro della vasca si erge un palo che arriva su fino in cielo.
Ai lati spuntano delle cabine simili a quelle delle giostre panoramiche.
Il professore è già lì bello comodo su una di esse. Mi fa cenno con la mano di seguirlo.
Non ci penso due volte. Prendo la rincorsa e mi tuffo di getto.
Dopo alcune bracciate arrivo davanti al palo.
“Come faccio ad arrivare lassù?” chiedo guardando il professore.
“Te fallo. Fallo e basta”
Non mi sembra una risposta molto logica per un professore.
Mi rimbocco le maniche e inizio a scalare quel maledetto palo.
Dopo aver sputato litri di sudore, finalmente raggiungo la cabina.
Mi siedo accanto al professore e lo guardo in attesa di qualcosa.
“E' riuscito a capire adesso?”.
Lo dice come se fosse tutto chiaro, ma niente è più incasinato di questa situazione assurda.
“Sarò franco. Non ho capito un bel niente”.
“Male Borghini, male. Pensavo, che dopo tutto questo, avesse capito” mi dice scuotendo la testa.
“Ma capito cosa?” mi domando, con una gran voglia di dargli un bel ceffone su quella faccia sorridente, ma non lo faccio; improvvisamente dentro di me si inerpica una sensazione strana, inizio quasi a voler bene a quel professore che fino a poco tempo prima appariva ai miei occhi come un predatore affamato.
“Evidentemente non sei ancora pronto. Hai bisogno di un piccolo aiuto” mi dice passandomi degli occhiali davvero ridicoli, perfino peggio di quelli usati per vedere i film in 3d.
Mi sento scemo con quegli occhiali e mi vergogno anche un po', ma tanto siamo solo io e lui.
Non appena messi gli occhiali tutto si dissolve.
Improvvisamente rimango solo. Il mio Virgilio in questo viaggio assurdo è come scomparso.
Sono in una specie di caverna rossa.
Fa freddo, forse perché sono ancora bagnato, forse perché sono rimasto da solo, forse perché è il momento della verità.
Mi addentro nella caverna, sempre con quegli orrendi occhiali da sole.
Sono diventati parte di me, ormai.
Vado avanti e noto che ai lati della caverna ci sono piccoli schermi che trasmettono qualcosa.
Mi avvicino al primo, lo guardo e non c'è niente. Una malinconia improvvisa mi assale lentamente.
Sono scosso, ma non so il perché.
Davanti a me solo uno schermo bianco.
Decido di andare avanti, di farmi forza.
“E' il momento della verità, non posso arrendermi ora” penso stringendo le spalle per il freddo.
Arrivo allo schermo successivo, lo guardo con attenzione, ma vedo solo qualche immagine sfocata.
Sento una fitta allo stomaco, una lacrima mi scende da un occhio.
Asciugo la lacrima e inizio ad avere paura.
Non capisco perché, però ho davvero paura.
“E' il momento della verità. Non posso deludere il professore” penso proseguendo.
Arrivo davanti all'ultimo schermo.
Metto le mani davanti agli occhi creando un piccolo spiraglio per poter guardare, ma sono sinceramente spaventato.
So che guardando questo ultimo schermo potrei perdere tutto, potrei rimanere vittima di me stesso, potrei deludere le aspettative del professore, potrei deludere le aspettative dei miei familiari, ma potrei arrivare anche alla verità.
Scosto le mani e guardo spavaldo, non curante di quello che mi potrebbe succedere.
Scoppio in pianto, tremo, rido, urlo; è un calderone di sensazioni.
Finalmente capisco.
Su questi schermi sono rappresentate tutte le mie paure.
E' il duro confronto con la realtà e con me stesso, non posso fuggire in eterno.
Affronto tutto questo da solo.
“Grazie professore per avermi indicato la via, ora posso camminare con le mie gambe”.
Mi sveglio, guardo l'orologio, 6 in punto.
Ho un leggero mal di testa ma mi sento più forte.

Elle Bi