martedì 31 dicembre 2013

L'URLO E IL FURORE - William Faulkner


Life.. is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” William Shakespeare, Machbet.

L’urlo e il furore (1929) è la storia dei Compson, una famiglia del profondo Sud degli Stati Uniti nell’anno della Grande Depressione. È il tragico affresco della decadenza della “grande” famiglia americana, ritratta in tutto il suo misero squallore.

La suddivisione del romanzo in quattro parti permette a Faulkner di narrare gli eventi facendo ricorso alla tecnica dello stream of consciousness (marchio dei migliori romanzi faulkneriani), dedicando le prime tre alle voci di Benjy, Quentin e Jason (tre dei quattro fratelli Compson; la quarta, Caddy, pur protagonista della scena, non avrà propria voce in capitolo, risultando così delineata solamente attraverso le voci dei fratelli). La quarta ed ultima parte invece sarà descritta in terza persona e vi avrà un ruolo preponderante Dilsey, la cuoca nera al servizio della famiglia Compson (che oltre ai quattro figli consta anche del padre Jason Compson III, della madre Caroline e della figlia di Caddy anche lei di nome Quentin).

Come se non bastasse l’utilizzazione di più voci narranti, l’autore inserisce ulteriori elementi di complessità nel romanzo quali la continua alternanza del discorso diretto con quello indiretto e i continui salti temporali. A proposito di alinearità temporale i quattro capitoli descrivono quattro diverse giornate: Sette aprile 1928, Due giugno 1910, Sei aprile 1928, Otto aprile 1928.

La prima voce è quella di Benjy, il figlio trentatreenne scemo che come tale vede le cose con occhi distorti, leggendo il mondo attraverso esperienze sensoriali. “Caddy mi teneva tra le braccia e io sentivo il rumore di tutti noi, e del buio, e di una cosa che aveva il suo odore. E poi vidi le finestre, dove gli alberi bisbigliavano. Poi il buio prese a muoversi in forme lucenti e silenziose, come fa sempre, anche quando Caddy dice che ho dormito.”

La seconda parte si svolge diciotto anni prima e ci è narrata dalla voce di Quentin, il fratello partito di casa per andare a studiare al college. È qui che Faulkner condensa gran parte del senso della sua intera poetica regalandoci forse i momenti più alti della sua intera produzione letteraria. L’insensatezza della vita, la caducità del tempo, la torbidità dei rapporti familiari (distorti e malati), l’impossibilità di riscattarsi da un destino drammatico. “Se di là ci fosse almeno un inferno: la pura fiamma noi due più che morti. Allora tu avrai soltanto me allora solo me allora noi due tra l’esecrazione e l’orrore oltre la pura fiamma”. Questo il disperato appello di Quentin, perversamente innamorato della sorella.

La terza (dedicata al figlio Jason) e la quarta (come detto in terza persona) contribuiranno a fare maggiore luce sull’intera vicenda e sui suoi effettivi contorni. Forse alla fine del viaggio si potrà anche scorgere un bagliore di luce. Ma al di là dei singoli eventi narrati ciò che risalta maggiormente è il quadro, globale e disperato, di un’intera umanità che ha irrimediabilmente smarrito il senso ultimo della vita. E alla maniera di Schopenhauer oscilla incessantemente tra il dolore e la noia. O se preferite tra l’urlo e il furore.

Quando l’ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell’orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L’uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un’illusione dei filosofi e degli stolti”.

Diccì

lunedì 30 dicembre 2013

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY - Ben Stiller


Walter Mitty è il personaggio di un romanzo di James Thurber del 1939, è il correttore di bozze del film Sogni Proibiti di Norman McLeod ed infine è l'editor fotografico di Ben Stiller.
Non è mai facile prendere un'idea altrui e trasformarla, dipingerla di colori propri dandone una tua personale interpretazione; sopratutto se il personaggio in questione ha già perforato lo schermo quasi sessant'anni prima dopo essersi stampato nell'immaginario collettivo grazie al perfetto sarcasmo dello scrittore James Thurber.
Ben Stiller si scrolla di dosso le paure del confronto, si mette in gioco creando un personaggio che ha sì alcune delle peculiarità care all'autore che gli permettono di creare situazioni comico-demenziali che sono il suo pane quotidiano, ma qui vediamo un tentativo di sorpassare quel cinema che tanto appassionava milioni di fan.
Walter Mitty è un editor fotografico del magazine Life, lavora nel sottosuolo dell'edificio, in una stanza buia, per questo il suo impegno passa inosservato, come del resto la sua vita che scorre anonima come uno dei tanti fotogrammi da lui analizzati ripetuto all'infinito.
Ma i sogni, quelli ci sono, costellano i momenti di blackout di Walter, lo trasportano in scenari avventurosi, pericolosi, fra montagne ghiacciate, dentro edifici in fiamme e lui lì è l'eroe, senza macchia, grande amatore a cui le donne non sanno resistere; si sente speciale non rendendosi conto che siamo tutti un po' speciali, anche chi come lui lavora in quella stanza oscura, senza riconoscimenti.
Di tanto in tanto al lavoro incontra la bella Cheryl (Kristen Wiig), donna di cui si innamora senza sapere niente, ma anche lei sembra non notarlo.
Il magazine Life sta per chiudere, soppiantato da una versione online, per questo, l'ultimo numero dovrà essere perfetto, la direzione vuole una copertina da urlo.
Tutto è fatto, il fotografo Sean O'Connell (Sean Penn) ha spedito dei fotogrammi da sviluppare a prova di bomba, uno in particolare è stato evidenziato come la quintessenza della vita.
Walter, come sempre deve dar luce al lavoro di Sean, valorizzarlo, renderlo pubblico, ma quando apre la busta contenente la tanto agognata quintessenza della vita rimane di sasso, non c'è, è l'unico tassello mancante.
Al lavoro parte l'ultimatum, o viene fuori il fotogramma n. 25 entro la data di pubblicazione o sarà Walter ad andare fuori dalla porta principale.
Mitty è disperato, non sa dove battere la testa, ma ha modo di rivolgere parola alla bella Cheryl, le racconta tutto, lei lo incoraggia, gli dice di non arrendersi, di inseguire quel fotogramma.
Lui si fa forza, zaino in spalla, parte senza guardarsi indietro.
Walter vivrà tutti i sogni che non era mai stato in grado di vivere, rischierà la vita nel mare nordico, si sposterà in Afghanistan, fino ad arrivare sull'Himalaya alla ricerca del fotografo che improvvisamente gli ha complicato la vita.
Ben Stiller ci fa ridere, induce lo spettatore a riflettere, ci delizia con una grande cura della fotografia, ci immerge nel mondo inizialmente grigio di Walter Mitty pitturandolo progressivamente di colori, di avventure fantastiche che tutti noi vorremmo vivere.

Elle Bi

sabato 28 dicembre 2013

LA MOSCA EMO - Domenico Martino

venerdì 27 dicembre 2013

IL VERO UOMO DELL'ANNO


Edward Snowden. Presentare il personaggio credo sia pleonastico. E non è difatti mia intenzione. Voglio però approfittare dello spazio concessomi su questo blog per riportare il testo integrale, ed in lingua originale, del discorso fatto nel giorno di Natale dalla ‘talpa’ statunitense, ex agente della ‘National Security Agency’, ora in Russia come rifugiato politico. Ed egli con parole semplici quanto cristalline ci mette in guardia sulla reale portata di un distopico futuro privo di qualsiasi privacy, dove il pensiero di ogni cittadino ‘libero’ è in realtà osservato, messo a nudo, studiato. Difatti, è proprio l’esistenza di tali momenti di libertà individuale, verosimilmente negati nel futuro dipinto da Snowden (in realtà non poi così irrealistico ne tanto meno lontano nel tempo. Forse molto più ‘presente’ di quanto si possa credere), a permettere ad ogni individuo di dar vita a quel processo di autodeterminazione necessario alla costituzione di una coscienza propria, ben delineata, riconoscibile, confine del singolo in una sempre più vasta e anonima moltitudine.

Immaginate per un momento di venire osservati come sotto ad una lente d’ingrandimento; ogni singolo movimento è registrato, ogni vostra decisione è controllata. Nel preciso istante in cui siete chiamati a fare una scelta, qualunque essa sia, vi è la consapevolezza di non essere davvero “soli”, al riparo da occhi indiscreti. E allora forse verrete spinti quasi inconsciamente ad agire come ai più può sembrare opportuno e voluto, lasciatemi dire “giusto”. Il vostro io decisore sarà posto in secondo piano per paura, o magari per vergogna, e poi infine dimenticato o comunque represso, inascoltato perché inadatto, non ritenuto consono. E tutto questo senza alcun bisogno di violenza o costrizione esterna. Siete davvero meravigliati di tale ragionamento? Riflettete un attimo su come usualmente agite quando vi trovate all’interno di un gruppo di persone e quando invece siete completamente isolati? Tenete davvero lo stesso comportamento in ambo le occasioni o in realtà tentate di amicarvi il resto degli astanti o comunque di non sfigurare, di essere “ben accetti”, di seguire quelle che sono le “regole” comunemente accettate?

Permettetemi di eleggere Snowden vero uomo dell’anno a scapito di papa Francesco. “Snowden sei te il mio uomo sulla copertina del Time”.

Hi and merry Christmas, I am honoured to have the chance to speak with you and your family this year”.

Recently we learned that our governments, working in concert, have created a system of world wide mass surveillance, watching everything we do. Great Britain’s George Orwell warned us of the danger of this kind of information. The types of collection in the book - microphones, video cameras and TVs that watch us - are nothing compared to what we have available today. We have sensors in our pockets that track us everywhere we go. Think about what this means for the privacy of the average person. A child born today will grow up with no conception of privacy at all. They will never know what it means to have a private moment to themselves, an unrecorded unanalyzed thought. And that is a problem because privacy matters, privacy is what allows us to determine who we are and who we want to be. The conversation occurring today will determine the amount of trust we can place both in the technology that surrounds us and the government that regulates it. Together we can find a better balance, end mass surveillance and remind the government that if it really wants to know how we feel, asking is always cheaper than spying.

For everyone out there listening, thank you and merry Christmas”
(Edward Snowden)


Maste

giovedì 26 dicembre 2013

COLD WHITE CHRISTMAS - Casiotone for the Painfully Alone



Owen Ashworth unica figura di riferimento dei Casiotone e il cARTEllo vi augurano buone feste a ritmo lo-fi, con note su cui ondeggiare in queste vacanze di natale.

Elle Bi

martedì 24 dicembre 2013

IL PICCOLO MONACO DI MONTAGNA

Pregava, pregava e pregava. Ma per chi? Per cosa?
Nessuno poteva dirlo, quel piccolo monaco di montagna non era molto loquace, pensava solo a svolgere i compiti per la sua comunità e a pregare.
Camminando lungo un ruscello si abbassò per carezzare l'acqua, che, fredda, gli provocò un senso di beatitudine, la ricerca di una sensazione forte, come a cercar conferma di essere ancora vivo.
Gli uccelli cinguettavano mentre lui giocava con le mani nell'acqua come un bambino, lontano da ogni cosa terrena.
Nonostante i suoi trentaquattro anni, il viso era quello di un giovane non segnato dai solchi della vita, un sorriso mascherava i turbamenti del suo cuore.
Niente gli aveva mai dato più pace che stare in quel tempio.
Poteva vivere con altri esseri umani mantenendo il dono del silenzio; non era indispensabile parlare con loro. Li rispettava, sapendo poco o niente delle loro vite; per lui, questa era una cosa straordinaria.
Pensava che quando conosci a fondo una persona, lentamente inizi a scoprirne dei lati nascosti, sviscerati da un luogo buio e segreto, dove di solito vengono gelosamente custoditi. Lati che non avresti mai voluto conoscere, ma questa è la base della convivenza, dei rapporti interpersonali, è tutto un dare e avere. Uno scambio reciproco che spesso spaventa gli animi puri come quello del piccolo monaco di montagna.
Una rana lo guardava con i suoi occhi a palla, lui si avvicinò e quasi sfidandola le fece il verso “Cra-Cra-Cra”.
La rana non ci stette, saltò dritto e lungo sulla faccia del monaco, egli sobbalzò all'indietro ma a differenza di molti non emise imprecazioni schifato, non si vendicò sul povero animale lanciandolo da qualche parte ma, rise, rise sonoramente come il più innocente dei bambini.
Sei proprio una rana simpatica lo sai?” disse cercando di accarezzarla. Ma la rana scappò quasi infastidita.
Continuando la sua camminata mattutina incrociò un altro monaco, si scambiarono un saluto rapido e formale con un cenno del capo.
Iniziò a pensare se le sue preghiere sarebbero bastate, si chiedeva se non servisse uno sforzo maggiore. Pregava otto ore tutti i giorni; per lui era un vero e proprio lavoro.
Da quando era arrivato in quel tempio, non si era mai fermato, con la pioggia e il vento incessanti, col caldo torrido, con la neve alta un metro, perfino quando era malato riusciva a trovare le forze per pregare, con un'ostinazione che faceva quasi invidia ai suoi compagni.
Tornando nel suo abitacolo prese un tappeto di canna di bambù, lo stese e iniziò la consueta preghiera.
Farfugliava parole incomprensibili, solo il suo cuore ne conosceva il significato più recondito.
Di tanto in tanto si tirava dei colpi sul petto, con una rabbia e una forza che sembravano squarciarlo, colpi che tuonavano come lampi sul suo torace e le vene pompavano molto più sangue del normale durante quegli sfoghi autolesionisti.
Otto ore in ginocchio, senza pause, con quegli scatti rabbiosi di tanto in tanto, da anni costellavano ormai le sue giornate.
Quando era arrivato al tempio quattro anni prima con quel suo zainetto contenente lo stretto necessario, tutti lo accolsero a braccia aperte.
Era un giorno piovoso e lui, zuppo come un pulcino bagnato, piangeva, ma nessuno pareva essersene accorto; si sa, la pioggia cancella le lacrime: aveva scelto proprio un buon giorno per nascondere il suo dolore.
Vorrei rendermi utile” disse incrociando lo sguardo con i monaci.
Essendo tutti di larghe vedute, lo accolsero senza troppe domande; notarono che era fatto della loro stessa pasta, aveva percorso due chilometri a passo di montagna con una pioggia come non se ne vedeva da anni.
Che lo avesse fatto per infliggersi un'altra delle sue punizioni corporali? O forse mentre camminava tranquillamente per raggiungere la vetta della montagna era scoppiato un improvviso temporale? Aveva l'aria di chi ha fatto lo zaino in fretta, di chi è scappato dal proprio presente, trasformandolo in passato. Da quel giorno dedicò anima e corpo alla comunità.
Finite le otto ore di preghiera, ansimante andò a farsi un doccia senza neanche riscaldare l'acqua.
Prima di andare a letto guardò una foto, due occhi di donna lo guardavano, ma il resto del corpo non c'era.
Solo quegli occhi erano stati ritagliati, quasi a smaterializzare la figura umana, uno sguardo era più che sufficiente per ricordare. Ma ricordare chi? Cosa?
Si rannicchiò sotto le coperte guardando le iridi della ragazza, ci si perse dentro, fantasticando, ma il sorriso che si formò sulla sua bocca era evidentemente amaro.
L'espressione del piccolo monaco non era quella di un adolescente che fantastica sul primo amore, era l'espressione di un uomo ferito, ferito da un colpo mortale, non la semplice rottura di un legame, non la fine di una bella storia; c'era qualcosa di più.
Un orecchio attento avrebbe potuto decifrare i suoi borbottii mentre pregava, avrebbe potuto scoprire il motivo di quei colpi sul petto. Un orecchio attento avrebbe potuto capire che il piccolo monaco aveva una moglie in coma da quattro anni, avrebbe potuto capire che pregava, pregava e pregava soltanto per la salvezza della donna, per il suo risveglio e infine avrebbe potuto capire che tutti quei colpi furiosi erano uno sfogo verso la divinità, una richiesta silenziosa “Prendi me” diceva col cuore colmo di rabbia e disperazione.
Guardò per un'ultima volta la foto, chiuse gli occhi e si addormentò custodendo tutto questo dentro il suo involucro da essere umano.

Elle Bi

lunedì 23 dicembre 2013

IL TOCCO DEL PECCATO - Jia Zhangke


Contraddizioni sociali e politiche della Cina odierna. Un colosso economico che ha da tempo digerito la lezione capitalista e che è a tutti gli effetti parte del mondo globalizzato. Peccato che nella corsa affannata per inseguire il fuoco fatuo del progresso economico abbia lasciato per strada un intero strato della popolazione, costretta a vivere in condizioni di miseria alla mercè dei nuovi ricchi, imprenditori, collusi col potere.

L’analisi di Zhangke è lucida e spietata. Prende a pretesto quattro storie realmente accadute di cronaca nera, apparentemente indipendenti l’una dall’altra, che si svolgono in quattro diverse province cinesi.
Dahai è un operaio che stufo delle false promesse dei suoi superiori corrotti decide di riscattare col sangue una vita di umiliazioni e sottomissione. Saner, giovane immigrato, preferisce darsi alle rapine convinto che il delitto paghi bene piuttosto che accettare la propria vita di stenti. Xiao You bagnerà col sangue il tentativo di difendersi dalle minacce (neanche troppo velate) di violenza (sessuale) subite da due clienti della sauna presso la quale è impiegata come receptionist. Infine, Xiao Hui è un giovane ragazzo alla ricerca di un’occupazione e di qualche affetto, per poter riempire una vita colma di solitudine.

La struggente bellezza di queste storie è soltanto interrotta da improvvisi scatti di violenza. Una violenza che ci è mostrata in tutta la sua efferatezza, freddezza, da far gelare il sangue. Una violenza che è divenuta l’unica unità di misura possibile della disperazione. I protagonisti di Jia sono tutti degni appartenenti di quel vasto popolo che vive all’ombra dei grattacieli, alla periferia dell’impero, in miserabili bettole. Quel popolo che poi è la Cina più vera.

Sotto gli occhi pietrificati di Mao, retaggio di un passato ancora troppo recente e non abbastanza remoto, si consumano nuove oppressioni. Stavolta però gli oppressi hanno il volto incazzato di Dahai, il viso camuffato di Saner, gli occhi disperati di Xiao You. Nella macelleria globale del capitalismo moderno gli animali da macello sono gli esseri umani, liberi per natura, costretti a vivere in cattività. Cattività in cui sono costretti anche tutti gli animali che simbolicamente attraversano le quattro storie: cavalli, buoi, scimmie, pesci, tutti (ad eccezione dei pesciolini rossi liberati alla fine dal giovane Xiao Hui) ridotti alla catena. Perfino la Madonna, costretta entro una cornice, attraversa, inerme e distante, la quotidiana miseria.

Archiviato il passato, fotografato il raggelante presente, Jia ci lascia in eredità un’inquietante prospettiva futura: il cammino in avanti della “giovane” Cina ha piuttosto le sembianze di un volo verticale verso il basso. E lo schianto non può che essere assordante.

Diccì