sabato 28 dicembre 2013

LA MOSCA EMO - Domenico Martino

venerdì 27 dicembre 2013

IL VERO UOMO DELL'ANNO


Edward Snowden. Presentare il personaggio credo sia pleonastico. E non è difatti mia intenzione. Voglio però approfittare dello spazio concessomi su questo blog per riportare il testo integrale, ed in lingua originale, del discorso fatto nel giorno di Natale dalla ‘talpa’ statunitense, ex agente della ‘National Security Agency’, ora in Russia come rifugiato politico. Ed egli con parole semplici quanto cristalline ci mette in guardia sulla reale portata di un distopico futuro privo di qualsiasi privacy, dove il pensiero di ogni cittadino ‘libero’ è in realtà osservato, messo a nudo, studiato. Difatti, è proprio l’esistenza di tali momenti di libertà individuale, verosimilmente negati nel futuro dipinto da Snowden (in realtà non poi così irrealistico ne tanto meno lontano nel tempo. Forse molto più ‘presente’ di quanto si possa credere), a permettere ad ogni individuo di dar vita a quel processo di autodeterminazione necessario alla costituzione di una coscienza propria, ben delineata, riconoscibile, confine del singolo in una sempre più vasta e anonima moltitudine.

Immaginate per un momento di venire osservati come sotto ad una lente d’ingrandimento; ogni singolo movimento è registrato, ogni vostra decisione è controllata. Nel preciso istante in cui siete chiamati a fare una scelta, qualunque essa sia, vi è la consapevolezza di non essere davvero “soli”, al riparo da occhi indiscreti. E allora forse verrete spinti quasi inconsciamente ad agire come ai più può sembrare opportuno e voluto, lasciatemi dire “giusto”. Il vostro io decisore sarà posto in secondo piano per paura, o magari per vergogna, e poi infine dimenticato o comunque represso, inascoltato perché inadatto, non ritenuto consono. E tutto questo senza alcun bisogno di violenza o costrizione esterna. Siete davvero meravigliati di tale ragionamento? Riflettete un attimo su come usualmente agite quando vi trovate all’interno di un gruppo di persone e quando invece siete completamente isolati? Tenete davvero lo stesso comportamento in ambo le occasioni o in realtà tentate di amicarvi il resto degli astanti o comunque di non sfigurare, di essere “ben accetti”, di seguire quelle che sono le “regole” comunemente accettate?

Permettetemi di eleggere Snowden vero uomo dell’anno a scapito di papa Francesco. “Snowden sei te il mio uomo sulla copertina del Time”.

Hi and merry Christmas, I am honoured to have the chance to speak with you and your family this year”.

Recently we learned that our governments, working in concert, have created a system of world wide mass surveillance, watching everything we do. Great Britain’s George Orwell warned us of the danger of this kind of information. The types of collection in the book - microphones, video cameras and TVs that watch us - are nothing compared to what we have available today. We have sensors in our pockets that track us everywhere we go. Think about what this means for the privacy of the average person. A child born today will grow up with no conception of privacy at all. They will never know what it means to have a private moment to themselves, an unrecorded unanalyzed thought. And that is a problem because privacy matters, privacy is what allows us to determine who we are and who we want to be. The conversation occurring today will determine the amount of trust we can place both in the technology that surrounds us and the government that regulates it. Together we can find a better balance, end mass surveillance and remind the government that if it really wants to know how we feel, asking is always cheaper than spying.

For everyone out there listening, thank you and merry Christmas”
(Edward Snowden)


Maste

giovedì 26 dicembre 2013

COLD WHITE CHRISTMAS - Casiotone for the Painfully Alone



Owen Ashworth unica figura di riferimento dei Casiotone e il cARTEllo vi augurano buone feste a ritmo lo-fi, con note su cui ondeggiare in queste vacanze di natale.

Elle Bi

martedì 24 dicembre 2013

IL PICCOLO MONACO DI MONTAGNA

Pregava, pregava e pregava. Ma per chi? Per cosa?
Nessuno poteva dirlo, quel piccolo monaco di montagna non era molto loquace, pensava solo a svolgere i compiti per la sua comunità e a pregare.
Camminando lungo un ruscello si abbassò per carezzare l'acqua, che, fredda, gli provocò un senso di beatitudine, la ricerca di una sensazione forte, come a cercar conferma di essere ancora vivo.
Gli uccelli cinguettavano mentre lui giocava con le mani nell'acqua come un bambino, lontano da ogni cosa terrena.
Nonostante i suoi trentaquattro anni, il viso era quello di un giovane non segnato dai solchi della vita, un sorriso mascherava i turbamenti del suo cuore.
Niente gli aveva mai dato più pace che stare in quel tempio.
Poteva vivere con altri esseri umani mantenendo il dono del silenzio; non era indispensabile parlare con loro. Li rispettava, sapendo poco o niente delle loro vite; per lui, questa era una cosa straordinaria.
Pensava che quando conosci a fondo una persona, lentamente inizi a scoprirne dei lati nascosti, sviscerati da un luogo buio e segreto, dove di solito vengono gelosamente custoditi. Lati che non avresti mai voluto conoscere, ma questa è la base della convivenza, dei rapporti interpersonali, è tutto un dare e avere. Uno scambio reciproco che spesso spaventa gli animi puri come quello del piccolo monaco di montagna.
Una rana lo guardava con i suoi occhi a palla, lui si avvicinò e quasi sfidandola le fece il verso “Cra-Cra-Cra”.
La rana non ci stette, saltò dritto e lungo sulla faccia del monaco, egli sobbalzò all'indietro ma a differenza di molti non emise imprecazioni schifato, non si vendicò sul povero animale lanciandolo da qualche parte ma, rise, rise sonoramente come il più innocente dei bambini.
Sei proprio una rana simpatica lo sai?” disse cercando di accarezzarla. Ma la rana scappò quasi infastidita.
Continuando la sua camminata mattutina incrociò un altro monaco, si scambiarono un saluto rapido e formale con un cenno del capo.
Iniziò a pensare se le sue preghiere sarebbero bastate, si chiedeva se non servisse uno sforzo maggiore. Pregava otto ore tutti i giorni; per lui era un vero e proprio lavoro.
Da quando era arrivato in quel tempio, non si era mai fermato, con la pioggia e il vento incessanti, col caldo torrido, con la neve alta un metro, perfino quando era malato riusciva a trovare le forze per pregare, con un'ostinazione che faceva quasi invidia ai suoi compagni.
Tornando nel suo abitacolo prese un tappeto di canna di bambù, lo stese e iniziò la consueta preghiera.
Farfugliava parole incomprensibili, solo il suo cuore ne conosceva il significato più recondito.
Di tanto in tanto si tirava dei colpi sul petto, con una rabbia e una forza che sembravano squarciarlo, colpi che tuonavano come lampi sul suo torace e le vene pompavano molto più sangue del normale durante quegli sfoghi autolesionisti.
Otto ore in ginocchio, senza pause, con quegli scatti rabbiosi di tanto in tanto, da anni costellavano ormai le sue giornate.
Quando era arrivato al tempio quattro anni prima con quel suo zainetto contenente lo stretto necessario, tutti lo accolsero a braccia aperte.
Era un giorno piovoso e lui, zuppo come un pulcino bagnato, piangeva, ma nessuno pareva essersene accorto; si sa, la pioggia cancella le lacrime: aveva scelto proprio un buon giorno per nascondere il suo dolore.
Vorrei rendermi utile” disse incrociando lo sguardo con i monaci.
Essendo tutti di larghe vedute, lo accolsero senza troppe domande; notarono che era fatto della loro stessa pasta, aveva percorso due chilometri a passo di montagna con una pioggia come non se ne vedeva da anni.
Che lo avesse fatto per infliggersi un'altra delle sue punizioni corporali? O forse mentre camminava tranquillamente per raggiungere la vetta della montagna era scoppiato un improvviso temporale? Aveva l'aria di chi ha fatto lo zaino in fretta, di chi è scappato dal proprio presente, trasformandolo in passato. Da quel giorno dedicò anima e corpo alla comunità.
Finite le otto ore di preghiera, ansimante andò a farsi un doccia senza neanche riscaldare l'acqua.
Prima di andare a letto guardò una foto, due occhi di donna lo guardavano, ma il resto del corpo non c'era.
Solo quegli occhi erano stati ritagliati, quasi a smaterializzare la figura umana, uno sguardo era più che sufficiente per ricordare. Ma ricordare chi? Cosa?
Si rannicchiò sotto le coperte guardando le iridi della ragazza, ci si perse dentro, fantasticando, ma il sorriso che si formò sulla sua bocca era evidentemente amaro.
L'espressione del piccolo monaco non era quella di un adolescente che fantastica sul primo amore, era l'espressione di un uomo ferito, ferito da un colpo mortale, non la semplice rottura di un legame, non la fine di una bella storia; c'era qualcosa di più.
Un orecchio attento avrebbe potuto decifrare i suoi borbottii mentre pregava, avrebbe potuto scoprire il motivo di quei colpi sul petto. Un orecchio attento avrebbe potuto capire che il piccolo monaco aveva una moglie in coma da quattro anni, avrebbe potuto capire che pregava, pregava e pregava soltanto per la salvezza della donna, per il suo risveglio e infine avrebbe potuto capire che tutti quei colpi furiosi erano uno sfogo verso la divinità, una richiesta silenziosa “Prendi me” diceva col cuore colmo di rabbia e disperazione.
Guardò per un'ultima volta la foto, chiuse gli occhi e si addormentò custodendo tutto questo dentro il suo involucro da essere umano.

Elle Bi

lunedì 23 dicembre 2013

IL TOCCO DEL PECCATO - Jia Zhangke


Contraddizioni sociali e politiche della Cina odierna. Un colosso economico che ha da tempo digerito la lezione capitalista e che è a tutti gli effetti parte del mondo globalizzato. Peccato che nella corsa affannata per inseguire il fuoco fatuo del progresso economico abbia lasciato per strada un intero strato della popolazione, costretta a vivere in condizioni di miseria alla mercè dei nuovi ricchi, imprenditori, collusi col potere.

L’analisi di Zhangke è lucida e spietata. Prende a pretesto quattro storie realmente accadute di cronaca nera, apparentemente indipendenti l’una dall’altra, che si svolgono in quattro diverse province cinesi.
Dahai è un operaio che stufo delle false promesse dei suoi superiori corrotti decide di riscattare col sangue una vita di umiliazioni e sottomissione. Saner, giovane immigrato, preferisce darsi alle rapine convinto che il delitto paghi bene piuttosto che accettare la propria vita di stenti. Xiao You bagnerà col sangue il tentativo di difendersi dalle minacce (neanche troppo velate) di violenza (sessuale) subite da due clienti della sauna presso la quale è impiegata come receptionist. Infine, Xiao Hui è un giovane ragazzo alla ricerca di un’occupazione e di qualche affetto, per poter riempire una vita colma di solitudine.

La struggente bellezza di queste storie è soltanto interrotta da improvvisi scatti di violenza. Una violenza che ci è mostrata in tutta la sua efferatezza, freddezza, da far gelare il sangue. Una violenza che è divenuta l’unica unità di misura possibile della disperazione. I protagonisti di Jia sono tutti degni appartenenti di quel vasto popolo che vive all’ombra dei grattacieli, alla periferia dell’impero, in miserabili bettole. Quel popolo che poi è la Cina più vera.

Sotto gli occhi pietrificati di Mao, retaggio di un passato ancora troppo recente e non abbastanza remoto, si consumano nuove oppressioni. Stavolta però gli oppressi hanno il volto incazzato di Dahai, il viso camuffato di Saner, gli occhi disperati di Xiao You. Nella macelleria globale del capitalismo moderno gli animali da macello sono gli esseri umani, liberi per natura, costretti a vivere in cattività. Cattività in cui sono costretti anche tutti gli animali che simbolicamente attraversano le quattro storie: cavalli, buoi, scimmie, pesci, tutti (ad eccezione dei pesciolini rossi liberati alla fine dal giovane Xiao Hui) ridotti alla catena. Perfino la Madonna, costretta entro una cornice, attraversa, inerme e distante, la quotidiana miseria.

Archiviato il passato, fotografato il raggelante presente, Jia ci lascia in eredità un’inquietante prospettiva futura: il cammino in avanti della “giovane” Cina ha piuttosto le sembianze di un volo verticale verso il basso. E lo schianto non può che essere assordante.

Diccì

sabato 21 dicembre 2013

RED VAGINA - Matilde Spinelli

venerdì 20 dicembre 2013

NELSON MANDELA PER UN (NUOVO) SUDAFRICANO



Una tempesta di articoli ha seguito la sua morte. Tra tutti i titoli, uno mi ha colpito particolarmente. “A giant among men has passed away”, campeggiava sulle colonne del The Guardian, sintetizzando in sette parole la grandezza di Nelson Mandela. Molto su di lui è stato detto in questi anni, con (come precedentemente notato) un’ovvia condensazione dopo il 5 dicembre, giorno della sua scomparsa. La sua lotta contro l’Apartheid. La sua lunga detenzione a Robben Island (dove “sebbene dietro le sbarre, sembrava un uomo libero e gli unici incarcerati sembravano i suoi aguzzini”). Le sue innumerevoli qualità, in particolare la tenacia e la determinazione, che gli hanno permesso di superare la prigionia. L’uomo duro e forte che era. Il carattere giocoso e festaiolo che aveva. La sua passione per lo sport e per il ballo. La sua visione pacifista e la sua propensione a perdonare. Il suo desiderio di creare un Nuovo Sud Africa. Sono questi alcuni dei tratti salienti di Mandela, ma non voglio parlare di questo. Sono tutti aspetti plurimenzionati e noti ai più. Nell’ultimo anno ho avuto a che fare con diversi sudafricani, cosa che mi ha permesso di scoprire questa figura sotto un altro punto di vista: ho conosciuto Mandela come Tata (padre) piuttosto che come l’uomo politico che è stato. Scrivo dunque su Mandela perché voglio provare a spiegare chi era e cosa la sua storia significasse per un sudafricano.

I sudafricani che conosco rappresentano la prima generazione post-Apartheid: sono cittadini del Nuovo Sud Africa. Tra le tante conversazioni che abbiamo avuto riguardo alla loro nazione, alcune riguardavano Mandela (o Madiba, secondo il suo nome di clan). Ho sempre amato parlare della storia del Sud Africa e del loro Tata. Tuttavia, vi è un aspetto riguardo a quest’ultimo che ha richiesto molto tempo perché lo cogliessi appieno. Ho sempre ritenuto Mandela un personaggio degno di stima e massimo rispetto, ma non capivo che cosa rendesse i miei amici così sinceramente grati a Madiba. Non avevo mai percepito una cosa del genere, mostravano un affetto che di solito si da (appunto) ad un padre. Spinto dal desiderio di capire meglio, lo scorso aprile andai ad una mostra dedicata a Mandela che mi aiutò a ripercorrerne la storia da vicino. L’interattività della mostra mi aveva in qualche modo proiettato con la mente in quell’Africa coloniale dove la società era divisa in razze per via dell’Apartheid. Mi aveva in qualche modo fatto sedere su quelle panchine “solo per bianchi” e fatto giocare a calcio con coetanei bianchi, mentre dall’altro lato della strada ragazzini neri vestiti di stracci giocavano con i sassi. La mostra mi aveva guidato attraverso le proteste e coinvolto in riunioni dell’ANC (African National Congress). Mi aveva portato nel carcere dove Mandela (insieme ad prigionieri politici) è stato costretto a spaccare pietre per quasi un quarto di secolo. Mi ha permesso di provare solo un’infinitesima parte del suo dolore e di quello dei suoi compagni mostrandomi le immagini truci e violente di proteste represse col sangue. Mi ha infine riempito il cuore di gioia quando ha fatto luce sulla liberazione di Mandela e sulla proclamazione di quest'ultimo come capo del governo nel 1994.

Le emozioni lasciatemi dalla mostra furono avvisaglia del fatto che mi stavo avvicinando al senso di ciò che non capivo. Con una maggiore comprensione dei fatti mi confrontai ancora su Mandela con i miei amici e finalmente colsi il senso di quella pura gratitudine che si destinerebbe ad un buon padre quando mi venne detto “senza Mandela non saremmo nemmeno stati qui!”. La lotta di Mandela ha insegnato ad una intera nazione a perdonare e a guardare avanti. E’ ciò che ha infuso i cuori di questi ragazzi di positivismo e ottimismo. E’ ciò che ha avviato la costruzione di una società multietnica egualitaria. Ha posto le basi per una società dinamica e proattiva che ha l’obiettivo di risolvere le contraddizioni sociali ereditate dal colonialismo e che in un tempo brevissimo (circa un ventennio) ha compiuto passi da gigante. La lotta di Mandela ha acceso i riflettori sul Sud Africa, rendendolo un attrattore di investimenti esteri e turismo. Infine, è stata la sua battaglia a dar vita al suo sogno (e di molti altri), creando la Rainbow Nation (termine coniato da un arcivescovo e riutilizzato da Mandela nel suo primo discorso da primo ministro nel 1994).

Il 5 dicembre ho visto pianti, feste, commozioni, celebrazioni, manifestazioni, danze, statue issate, veglie, concerti, tutti i leader del mondo riuniti in uno stadio, funerali maestosi e molto altro ancora. Stavolta, però, non mi son posto nessuna domanda. Ho solo pensato “Rest in Peace Tata”, sapendo che una piccola parte di questo gigante avrebbe riposato per sempre dentro ogni sudafricano.

IT