venerdì 29 novembre 2013

"LO SAPEVATE CHE..."


Non è più molto semplice al giorno d’oggi rimanere sorpresi per qualche cosa, essere scioccati da …“Chi c’è?!” Ah, nessuno, solo la mia immaginazione, uno scherzetto della mia mente che ogni tanto perde davvero colpi.

Ma si tratta di una giornata come tante; le attività si susseguono placidamente ed il mio corpo è impegnato in una routinaria attività di deambulazione da un luogo fisico ad un altro, a volte dimentico di aver la testa da qualche altra parte. “Eccoti qui, ma dove ti eri cacciata?”. Si fa sera e come di consueto mi lascio andare ad una selvaggia attività di ‘surfing’ in quel mare magnum che è il web, scivolando con la mia tavola da un sito ad un altro a caccia di una bella onda da ‘cavalcare’. E vengo appagato. “What?!”. Stupore.

Ora dovete provare a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Cercate di visualizzare un giovane dinanzi al suo PC solo soletto nella sua stanza che ad un tratto si desta dal suo letto passando da una posizione quasi fetale (il ragazzo si trova su di un letto, non una sedia. Finite di pensare a cose troppo stravaganti! E no, non ci sono sgabelli. Come può un uomo trovarsi su uno sgabello in una posizione come quella?) ad una ad angolo retto, come intirizzito per il freddo, sgomento, sguardo dritto sullo schermo, attento. Eccomi.

Da una recente indagine condotta dall’ ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) per conto dell’OCSE emerge un dato agghiacciante sul livello di preparazione medio della popolazione italiana di età compresa tra 16 e 65 anni. Secondo tale ricerca l’Italia si trova all’ultimo posto dei paesi OCSE per livello di alfabetizzazione, con un punteggio medio pari a 250 punti contro una media di 273. Paese di ex-poeti. E per ciò che concerne le conoscenze matematiche le cose non vanno davvero meglio. I numeri (quasi beffardamente direi, visto il tema) sono davvero impietosi: con una media di 247 il Belpaese si classifica penultimo della lista (davanti solo alla Spagna), a fronte di un valore medio eguale a 269. Provo a rendere un po’ più chiara la cosa. Secondo questi dati, uno studente liceale giapponese possiede un livello di preparazione non molto dissimile da quello di uno studente universitario italiano.

Come notato dal quotidiano Repubblica, tutto questo permette di spiegare parzialmente alcuni dei mali sociali ed economici di cui il paese soffre. Difatti, sempre secondo lo studio, solamente il 29,8% del campione raggiunge (o supera) quello che è considerato il livello minimo di preparazione “indispensabile per vivere e lavorare nel ventunesimo secolo” relativamente alle conoscenze alfabetiche, e solamente il 28,9% eguaglia le performance in ordine alle competenze matematiche. Tutto questo ovviamente si riflette sull’intera capacità del sistema Italia di essere competitivo a livello globale e conseguentemente di produrre lavoro e ricchezza.

La collocazione geografica del soggetto gioca però un ruolo fondamentale su ciò che risulta la distribuzione delle varie competenze in oggetto. Con una certa regolarità infatti si evince come nelle regioni settentrionali e del centro i punteggi medi di ‘literacy’ siano più elevati e maggiormente allineati con quelli del resto d’Europa (anche se rimangono al di sotto della media OCSE). Nord-est e centro, con un punteggio di 261, si collocano ad un livello pari alla media francese (di 262) ma ahimè lontano da quello di paesi quali Germania (273) e Svezia (279.2).

Basta. Mi fermo qui. L’onda che cercavo durante il mio ‘surfare’ l’ho trovata. E ora spero che questi numeri aiutino i lettori a capire ed a trovare risposte ad alcuni quesiti quali “ma perché a Bruxelles al parlamento europeo uno dei rappresentanti del nostro paese è Iva Zanicchi??????????”.

Per coloro interessati a dare uno sguardo ai risultati dell’analisi brevemente commentata riporto qui il link dell’istituto di ricerca menzionato: http://www.isfol.it/pubblicazioni/highlights/Isfol-Piaac%202013
Per coloro interessati al CV di Iva Zanicchi, si veda: http://www.europarl.europa.eu/meps/it/41007/IVA_ZANICCHI_cv.html

Mediometraggio altamente consigliato: “La ricotta” diretto da Pier Paolo Pasolini. Illuminanti le parole di Orson Welles, e siamo nel 1963.

Maste

giovedì 28 novembre 2013

SPECIALE LOU REED


Un mese. Un mese per convincermi a scrivere questo articolo. Perché vedete, avevo un po' di paura, di timore, a scrivere di Lou Reed. Paura mischiata a tristezza, quella tristezza che attanaglia quando qualcuno di importante se ne va, e hai bisogno di un po' di tempo per metabolizzarla, per chiarirti le idee. Beh, devo essere sincero, le idee ancora non sono poi così chiare. Sento come fosse ora quella notizia improvvisa circolarmi nella testa, una coltellata in un tranquillo pomeriggio di una insospettabile domenica di ottobre (il 27, per essere precisi). Le immancabili lacrime sgorgarono dai miei occhi, perché non solo se ne era andata una leggenda della musica, ma anche una parte della mia vita. Il 27 ottobre mi abbandonai alla nostalgia, ripercorrendo tutte le tappe della sua carriera e unendo i puntini delle mie esperienze, che spesso hanno avuto come colonna sonora proprio le composizioni del cantautore americano. Una notte intera, una notte insonne trascorsa ad ascoltare la discografia essenziale di Lou, una notte trascorsa a ricordare. Ricordare che Lou Reed è stato il primo poeta maledetto del rock, il primo a portarlo verso il lato oscuro, a fuggire dai testi adolescenziali di tutta la musica dell'epoca; è stato il primo grande sperimentatore, visto che con i Velvet Underground ha creato forse il movimento più influente di sempre, dando via al noise rock e a tutti i suoi rami; è stato il primo grande animale da palcoscenico, con la sua indole trasgressiva e mai banale. Ma non è della sua biografia che voglio scrivere. I grandi artisti, come le grandi opere, sono ardui da ricordare basandoci sulla loro vita, proprio perché ognuno ne ha una propria idea personale, una prospettiva diversa per ogni persona. Quindi Lou Reed, come tutti i grandi, arriva a scindersi in migliaia, milioni di personalità diverse. Ed è della mia visione che voglio parlare, tornando così a quella fatidica notte. Una notte che mi assorbe nel suo passare, tra infanzia e adolescenza, tra baci e ferite, amicizie e follie, passato e presente, futuro, se esiste veramente. Una notte che mi catapulta in una vecchia macchina di molto tempo fa, guidata da mio padre, in cui suona una musicassetta (sì, musicassetta) in cui un cantante che non conosco neanche fa: "Doo doo doo, doo" e io cinquenne, trascinato dal ritmo della musica, osservo la strada che sfreccia davanti ai miei occhi. Un cantante che a 10 anni riconoscerò poi in quel Lou Reed che canta nei Velvet Underground, quei Velvet Underground della famosa copertina della banana in cui qualche altro anno dopo riconoscerò un certo Warhol, e tutta la sua arte geniale. Un compagno più che un album, con Sunday Morning a ritmare pomeriggi noiosi e malinconici, I'm Waiting For The man a trascinarmi attraverso lunghi viaggi notturni in macchina, Femme Fatale a farmi pensare a quella ragazza dalle occhiaie perenni, Venus in Furs ad ipnotizzarmi con la malattia che attraversa il suo testo e le sue note rivoluzionarie, Heroin e All Tomorrow's Parties inni di ogni momento onirico ed epifanico teletrasportato nelle nostre menti dalla droga e dall'alcool (droga tanto amata da Lou, troppo). Ho amato con Pale Blue Eyes e Coney Island Baby, ho chiuso gli occhi con Caroline Says e Street Hassle, ho schiacciato l'acceleratore con Sweet Jane e Vicious, ho pianto con I Found a Reason e Perfect Day, ho cantato a squarciagola con Walk on the Wild Side e Satellite Of Love, mi sono assordato con Metal Machine Music, ho riso con il live Take No Prisoners, in cui le canzoni vengono portate all'esasperazione dal monologo isterico di Lou, ho trovato la pace dei sensi con Ecstasy e mi sono pure incazzato ascoltando alcuni album magari non all'altezza del nome che portavano in copertina. Questo è il mio Lou Reed, questa è la persona che ha attraversato ogni periodo della mia vita con almeno una canzone significativa. E continuo ancora a vagare nella notte, in cui rivedo il volto dei miei genitori tornati per un momento giovani, appena maggiorenni, che ascoltano per la prima volta Transformer, rivedo il fantasma di momenti tristi e felici passarmi davanti agli occhi, camminate in zone selvagge e non, emozioni. Mi fermo un attimo e arrivo quasi al culmine della storia, quel penultimo ricordo che precede la sua morte. Quel Pistoia Blues del 2011, dove me ne stavo seduto in prima fila a tracannare birra e ad osservare pieno di emozione le movenze del Rock'n'roll Animal, quell'animale che sembrava scomparso data l'età. Ed è proprio con questa immagine che lo ricordo: quasi immobile sul palco, una statua fatta di musica e di ricordi, una vita, anzi mille vite memorabili alle spalle. Le nostre vite, ognuna diversa, come il ricordo che abbiamo di lui. Un ricordo destinato a non morire mai, perché lassù nell'etere, un satellite di amore ti trattiene al suo interno, sparando segnali della tua musica verso le antenne dei nostri cuori. Grazie Lou.

Mi.Di

In questo speciale ho parlato di alcune delle mie canzoni preferite di Lou Reed, dedicando ad ognuna un piccolo spazio nella mia vita. Credo che il modo migliore per ricordarlo sia farlo tutti insieme. Quindi chiunque di voi voglia farlo, è invitato ad inviarci la lista delle sue canzoni preferite di Lou Reed, magari anche spiegando il perché e magari raccontando qualche aneddoto che le riguarda.

martedì 26 novembre 2013

IL GRANDE GATSBY - Francis Scott Fitzgerald


Una luce verde. Una luce verde in lontananza, affascinante, sensuale come le labbra di una donna. Una luce verde così bella quanto irraggiungibile, che assorbe nel suo raggio colorato infondendo desiderio. Ed è il desiderio uno dei temi ricorrenti de "Il Grande Gatsby", capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente la summa della sua bibliografia insieme a "Tenera è la notte". Desiderio che equivale a sogno, il sogno del misterioso protagonista del romanzo, Jay Gatsby (o James Gatz, fate voi). Un Jay Gatsby quasi come un Edmond Dantes moderno, che risuscita da un passato nebbioso ricorrendo all'inganno pur di arrivare a raggiungere il suo obiettivo (sogno), riconquistare la donna che gli è stata rubata, che ha perso. La responsabilità di raccontare tutto questo se la prende il giovane Nick Carraway, ragazzo proveniente da una famiglia agiata appena trasferitosi a West Egg, che si ritrova ad essere il vicino del ricco proprietario di una villa splendida, che organizza feste su feste. Incontra la cugina Daisy, sposata al ricco giocatore di polo Tom Buchanan, e la giocatrice di golf Jordan Baker (con il quale avrà una relazione). Da qui comincerà a sentir parlare più approfonditamente del suo vicino, che un giorno lo inviterà all'ennesima sua festa. E finirà anche per conoscerlo, arrivando a scoprire lentamente il suo piano e la sua persona. Jay Gatsby non è altro che un truffatore (Gatsby non è neanche il suo veo nome, che è James Gatz), un ragazzo di origini povere che si è fatto strada grazie al contrabbando e al crimine, aiutato da un certo Dan Cody da lui salvato tempo prima. Tutto questo per arrivare alla luce verde, il suo vecchio amore conosciuto durante l'addestramento militare, Daisy (la luce infatti non è altro che un faro situato nella sponda opposta del villaggio, East Egg, dove abita l'amata). Proprio la cugina di Nick. Così chiederà il suo aiuto, dando il via ad una sequenza di eventi che terminerà tragicamente. "Il Grande Gatsby" per prima cosa è un autobiografia. L'autobiografia dello scrittore, che si volta indietro osservando il suo passato fatto di party alcolici e di donne, rimanendo solo con un mucchio di polvere tra le mani. Come sono polvere le feste di Gatsby, che si circonda di perfetti sconosciuti che lo frequentano trascinati dall'ondata mondana delle sue feste, senza interessarsi del padrone di casa. La società descritta da Fitgerald è una società fatta di ipocrisia, marcia e corrotta dalla ricchezza, una società che vive solo di apparenze, costruita attorno al mito del dio denaro. La società dell'incomunicabilità, che sfocia inevitabilmente nella solitudine. Difatti Gatsby è un uomo terribilmente solo, conosce esclusivamente pedine da lui manovrate per arrivare a raggiungere il suo sogno. La villa diviene quasi terrificante una volta abbandonata dagli ospiti, uno scenario che porta al suo interno il fantasma di figure ingrassate e ben vestite anch'esse terribilmente spaventose. E la solitudine raggiungerà il culmine alla fine del romanzo, quando nessuno vorrà assistere neanche al funerale del protagonista. Il "Grande Gatsby" è anche il ritratto di un'epoca, l'epoca dei "Roaring Twenties", i ruggenti anni 20, e il ritratto della generazione che li ha vissuti. Una generazione ormai sorpassata, e quindi emarginata dai più, priva di interesse proprio come Gatsby da morto. Infine "Il Grande Gatsby" è il ritratto di un sogno, quel sogno americano che ha risucchiato così tante persone. Quella lucina verde dall'altra parte del fiume che attira con il suo sorriso ammiccante, promettendo fortuna e ricchezza, gioia e amore. Un sogno che non è soltanto americano, ma globale. Un sogno adesso incoraggiato dalle TV con le loro pubblicità, che non smetteranno mai di mietere vittime. Un sogno che Fitgerald aveva già riconosciuto come fasullo. E infatti Gatsby, da uomo dal passato incerto e dalla dubbia moralità, finisce per essere la vittima, il sognatore sconfitto da chi non ha mai sognato, perchè non ne ha bisogno. Un mondo in recessione continua, come sarà l'America qualche anno dopo l'uscita del romanzo. Un mondo costruito da un'umanità ormai priva di principi, indifferente a tutto. E chi non lo è, sarà destinato proprio a capitolare come ha fatto il grande Jay Gatsby. Anzi, il grande James Gatz.

1929. L'America vive uno dei suoi periodi peggiori. E' la Grande Depressione, dovuta al crollo di Wall Street. Un periodo di crisi che ingloberà il mondo intero e che spezzerà molte vite, un periodo che decreterà definitivamente la fine di un sogno, quell'American Dream morto alla nascita.

Mi.Di

lunedì 25 novembre 2013

IL PASSATO - Asghar Farhadi


Con l'accendersi delle luci in sala la sensazione che ci assale è più unica che rara. Dobbiamo assorbire tutto quello che ci è stato mostrato; due ore e dieci di emozioni forti, di quelle che restano impresse, ci scuotono dall'interno come se uno sguardo ci avesse scrutato senza veli.
Il regista Asghar Farhadi, dopo il bellissimo Una separazione, torna ad indagare con Il passato il contesto familiare, sviscerando tutte le paure, i dubbi che nascono dai rapporti umani.
Non siamo più in Iran, ma a Parigi dove Ahmad torna da Teheran dopo quattro anni. All'aeroporto si guarda intorno, cerca qualcuno, poi appare una donna: i due sono separati da uno spesso vetro, si salutano, sorridono, cercano di comunicare nonostante la distanza; i loro movimenti sono impacciati, si nota che fra i due c'è stato qualcosa, un legame forte che non può essere offuscato da quel semplice vetro.
La bellissima donna è Marie, moglie di Ahmad che lo ha chiamato per fargli firmare i documenti del divorzio. Veniamo a conoscenza che Marie ha due figlie nate da altre relazioni; Ahmad viene invitato a stare da lei anziché in albergo come lui stesso aveva richiesto.
Scopre subito che la donna ha una relazione con Samir, anch'egli sposato e con un figlio, il piccolo Fouad.
Il desiderio della donna di ospitare l'ormai ex marito a casa è tutto un piano, una macchinazione per immergerlo nel letame che la circonda.
E qui, inizia la spirale discendente, i pezzi già incrinati iniziano a sgretolarsi intorno al povero Ahmad, capro espiatorio di una situazione ormai sfuggita a tutti di mano.
Una donna in coma ha tentato il suicido, è la mamma di Fouad, la moglie di Samir, la rivale in amore di Marie, una donna che ha ingerito candeggina davanti al figlio nella lavanderia del marito; quel figlio che in una scena memorabile col padre nella metro parigina ci consegna parole forti riguardo la madre, riguardo la morte, dicendoci che non riesce a capire come mai la donna sia attaccata a dei fili che la tengono in vita se lei, proprio da quest'ultima era voluta fuggire.
Ha compiuto un gesto estremo ma calcolato; tutti si interrogano sul movente pensando singolarmente di essere la causa di quella vita appesa a un filo.
Il marito è inquieto, Marie ha i nervi a pezzi, la figlia maggiore Lucie non ha la forza di stare in casa, di affrontare lo sguardo del nuovo uomo di sua madre.
Ahmad si trova nel bel mezzo di un ciclone, un ciclone di passioni troppo forti per essere gestite; finché non arriva al punto di rottura decidendo di ripartire.
Asghar Farhadi si interroga sulle colpe dell'uomo, le distribuisce fra i protagonisti in modo tale da scatenare le più disparate reazioni, paure, dubbi e insicurezze fuoriescono dall'animo dei suoi attori come tirate da una mano invisibile; basta un niente per far vacillare ognuno di loro.
Il passato è un film dostoevskiano per tematiche e toni; Farhadi calibra bene ogni situazione, ogni parola, ogni dialogo perfetto nella sua scrittura, per consegnarci un film che pone molte domande ma da poche risposte. La più importante ci dice che per andare avanti abbiamo bisogno di un taglio netto, un taglio a quel cordone che ci lega ai nostri ricordi, perché i fantasmi passati riaffiorano sempre.

Elle Bi

sabato 23 novembre 2013

FILI - Matilde Spinelli



La fotografa Spinelli a Valencia...Traetene voi il significato...Nell'arte non si può spiegare sempre tutto...

Elle Bi

venerdì 22 novembre 2013

DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE/DAL LETAME NASCONO I FIOR


Guardai ancora una volta quell’alba bianca e sprofondai beatamente tra le braccia di Morfeo. Iniziai subito a sognare. Lei era là, bella, imprendibile, mi sfiorava i capelli rassicurandomi. Anche altre facce note erano là, perlopiù amici. Erano belli pure loro, mi facevano sentire a casa. Il sogno si evolveva con la sua tipica non linearità quando… ‘Stoc!’, la guida sportiva del conducente fece sobbalzare il veicolo e la mia testa sbatté contro il finestrino. Mi destai di soprassalto, mi guardai intorno e pensai: “Cazzo! Sono ancora nel fottuto Laos!”. Mi stavo dirigendo verso la capitale, Vientiane, e continuavo a non capire come fosse possibile che per coprire 350 km servissero 12 ore di viaggio. Leggere era impossibile per via del poco spazio nel veicolo e per la già menzionata guida del conducente. Decisi che l’unico modo per far passare il tempo era mettermi a fare conversazione. Mi guardai attorno. Un uomo sulla sessantina, dai capelli biondo-rame, mi sedeva accanto e interloquiva con il suo vicino di posto. Appena si fermarono per prendere fiato, domandai se parlavano inglese (aspettandomi una risposta negativa). ‘Non sono abituato a sentire parlare inglese da queste parti. Ciao il mio nome è X.’ disse l’uomo dai capelli biondo-rame sorridendo per la sorpresa. ‘Sono in Laos per visitare la mia famiglia’ continuò, ‘Erano venti anni che non tornavo, vivo a San Diego, in California’.


Risposi presentandomi e cominciammo a conversare. Il bus si stava arrampicando su strade di montagna. Rocce carsiche si alternavano a risaie. Entrambe apparivano improvvisamente per poi sparire altrettanto velocemente. Parlammo a lungo del Laos, fino a quando X. disse ‘E’ strano tornare dopo così tanto tempo e vedere che poco è cambiato. Lasciai questa terra nel 1970, poco prima che iniziasse la campagna statunitense di bombardamento per tagliare i rifornimenti al Vietnam via-Laos. Ero giovane quando partii, avevo solo 24 anni. Nacqui nella capitale sotto quel che rimaneva dell’eredità francese, anche se di questa cultura conosco solamente l’arte pasticciera. Come ti dicevo partii giovane e mi adattai alla vita californiana. Sebbene la California sia molto liberale, le differenze culturali si fanno sentire e integrarsi non è stato facile’. Il van si fermò nella piazza di un paesino. Alcuni dei passeggeri dovevano scendere e altri salire. Le valigie dei primi vennero scaricate dal tetto del mezzo e rimpiazzate con altre borse. Cogliemmo l’occasione per fare una sosta.

C’era un mercatino locale, feci un giro mentre X. riprendeva a parlare con il suo primo interlocutore. Oltre alle rane arrostite su stecchi di bambù e i topi morti legati per la coda e venduti sul banco, fu il rosso vivo del sanguinaccio di porco che mi rimase impresso in quel mercatino di montagna. Sembrava che la vita dell’animale fosse stata aspirata e concentrata in quel cubo gelatinoso. Raggiunsi X. e il suo interlocutore, feci in tempo a fumare una sigaretta e a comprare delle banane fritte e ripartimmo. Quando risalimmo sul mezzo dissi a X.: ‘Perché te ne sei andato?’. Si schiarì la voce e disse: ‘Me ne sono andato perché, aldilà del rischio legato alla guerra imminente, non potevo tollerare la corruzione di questo paese’. Fece una pausa e continuò: ‘I poteri forti continuano a sfruttare una popolazione poco istruita per fare i loro comodi. Il partito comunista (burattino di quello vietnamita) impone una rigida dittatura e indice elezioni fasulle dove si può votare solo per questo. I soldi sono mal distribuiti, l’industria nera dell’eroina è forte e lo sviluppo non incentivato. Per queste ragioni me ne andai e sono contento di averlo fatto. Guarda questa strada. Lo sai perché ci vogliono 12 ore per fare 350km? La strada è costruita con soldi pubblici. Più lunga è la strada, maggiore è il guadagno per le aziende. Essendo le aziende di proprietà governativa, questo non è altro che un meccanismo per riciclare denaro: il governo paga le sue aziende e, visto che il costo della manodopera è irrisorio, i soldi tornano nelle sue mani. Sai, un giorno scriverò un libro su questo…’. Ci lasciammo poco dopo, i suoi parenti stavano in un paesino a due ore circa dalla capitale.

Immagino che il lettore si chieda quale sia la morale di questa storiella. Circa una settimana fa, dopo un numero imprecisato di notizie susseguitesi negli scorsi mesi sui nostri quotidiani riguardanti festini con soldi pubblici, macchine comprate a sbafo e fondi regionali considerati come l’albero della cuccagna, una notizia mi ha fatto ripensare a quell’esperienza. Mentre il vaso della mia sopportazione traboccava. Ho sempre evitato di prendere posizioni nette, preferendo proporre temi che inducessero alla riflessione. Ma quanto avvenuto mi ha deluso a tal punto che ho deciso di farlo: il ministro della GIUSTIZIA (cioè il custode della legge) ha telefonato a giudici e magistrati per evitare questioni giudiziarie ad una ‘famiglia alla quale è molto legata’. In un paese normale la carriera di tale ministro sarebbe finita. Non in Italia, dove ‘mantenere quel ministro seduto sulla poltrona è segno di unità e forza del governo’. A volte ho la sensazione di vivere su una nave che imbarca acqua e il cui equipaggio, in preda al panico per l’imminente affondamento, arraffa tutto ciò che è di valore prima che l’imbarcazione venga risucchiata dagli abissi. La corruzione italiana è disarmante e ti viene sbattuta in faccia ogni giorno. Ci tengo a riportare questi dati. Per il Fondo Monetario Internazionale l’Italia e il Laos sono rispettivamente la 9^ e la 137^ economie mondiali; per Transparency International invece, l’Italia è al 64° posto per corruzione e il Laos al 160°. Non serve un genio per capire che c’è qualcosa che non torna. Credo invece che serva un genio per capire quella nostranissima attitudine nei confronti di quanto succede: l’indignazione borghese di facciata è onnipresente ma i fatti sono un’oasi nel deserto. De André scriveva: ‘Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior’, mi chiedo, dunque, se ci sia modo di invertire rotta o se il letame è talmente tanto che la via migliore è quella seguita da X.

Film/documentario (nonché titolo di una canzone capolavoro dei ‘The Smiths’) ‘Girlfriend in a Coma’.

IT

giovedì 21 novembre 2013

SPECIALE PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz, Milano 20/11/2013



Mentre mi accingo ad entrare all'Alcatraz di Milano sono diviso tra due stati d'animo contrastanti. Il primo, è l'emozione che precede l'ascolto di un concerto di un gruppo che ha fatto la storia della musica contemporanea, mentre il secondo è il timore di rimanerne deluso, forse perché quella storia è ormai (sor)passata , lasciando spazio solo allo scheletro di quello che è stata. Il gruppo di cui sto parlando sono i Primal Scream, che nel 91, conl'uscita di Screamadelica, hanno rivoluzionato il modo di pensare il rock. Ma non solo questo. Il gruppo di cui sto parlando è il gruppo di Bobby Gillespie, padrino dello shoegaze che come batterista dei Jesus and Mary Chain ha contribuito a dare il via ad un movimento musicale poi portato al culmine dai My Bloody Valentine di cui ancora oggi sentiamo gli strascichi ogni volta che ascoltiamo un alternative band esordiente. Beh, fortunatamente mai timore è stato così immotivato. Il cantante del gruppo di supporto finisce di sbraitare e, dopo un attesa di dieci minuti, finalmente eccoli salire sul palco. Naturalmente il concerto comincia dall'ultimo album in studio degli scozzesi, More Light, sicuramente non all'altezza dei capolavori del passato ma una piccola gemma se si pensa ad alcuni svarioni musicali del presente. Al primo impatto, sulle note delle ottime 2013 e River Of pain, penso di aver trovato un gruppo fuori forma. Anzi, un frontman svogliato. Bobby Gillespie non sembra carburare ad inizio concerto e tornano i timori. Che svaniscono immediatamente quando i Primal cominciano il loro viaggio a ritroso nel passato, introducendo lentamente il pubblico verso i loro classici migliori, un poco alla volta. Con Jailbird, Burning Wheel, Shoot Speed/ Kill Light e Accelerator (sì, una dopo l'altra) comincia il Bobby Gillespie show. Il cantante dimostra di essere uno sciamano del rock, passando da momenti di calma a momenti in cui si lascia andare trascinando il pubblico con le sue movenze inconfondibili, entrandone a contatto come pochi al mondo. E' una guida sul palco, dimostrando con questo suo "piano-forte" di avere la capacità di prendere per mano i suoi fan accompagnandoli all'interno delle sue performance. Tutto questo seguito da altre canzoni di More Light, una sorta di piccolo spartiacque del concerto, sino ad arrivare alla fantastica Autobahn 66 e a Swastika Eyes. Con questa canzone si capisce quanto il gruppo sia stato importante per la musica degli anni novanta (e non solo), portando il rock all'interno della discoteca e rendendolo ballabile (seguendo così le orme di altri gruppi degli anni 80 quali gli Happy Mondays, forse tra i pionieri della cultura rave e del dance rock). Probabilmente uno dei punti migliori del concerto, seguito da altri capolavori come Country Girls e Rocks, senza una pausa, investendoci con il loro rock mischiato con elettronica, blues, house, funk e gospel. La pausa invece arriva inaspettata. Il gruppo lascia il palco e tutti restano con il fiato sospeso. la paura che il concerto sia finito senza aver ascoltato neanche un pezzo di Screamadelica è alta, ma fortunatamente i Primal sono in grado di smentire ogni dubbio. Tornano sul palco concludendo tutto con il loro primo capolavoro (con conseguente cambio di abiti che porta con nostalgia la mente verso gli splendidi 90's). Concludendo con Higher Than The sun( bellissima nella versione live estesa a più di 10 minuti) Loaded e Movin On Up, gli inni della loro carriera, tre perle che illuminano la notte di Milano squarciandola con un suono che emoziona vecchi nostalgici e nuovi arrivi, unendo intere generazioni. Quindi chapeau. Chapeau per Bobby Gillespie che dimostra di essere, insieme a Dave Gahan dei Depeche Mode, l'ultimo vero grande animale da palcoscenico. Chapeau anche al resto del gruppo, fino ad ora ingiustamente mai menzionato, ad Andrew Innes, a Barrie Cadogan, Darrin Mooney e Simone Butler (graditissima new entry al basso). Chapeau ai Primal Scream. E lo dico senza timori.

Mi.Di