giovedì 10 ottobre 2013

FEELERS - Crushed Beaks



Il Music-biz cambia e con esso la natura delle band: sempre più formazioni a due, meno strumenti e una costante ricerca del “more with less”. In questa scia che inizia idealmente con The White Stripes, prosegue con The Black Keys e arriva ai Crocodiles, s’inseriscono i CRUSHED BEAKS. Il duo noisey-pop del Sud di Londra licenzia “TROPES”, un Ep che guidato dal singolo “FEELERS” riscuote i tributi dell’ NME, di DAZED e del più istituzionale The TIMES. Il sound parte dal Garage, si bagna nello Shoegaze e nel Noise ma il cantato sempre melodico un po’ di scuola Morrisey un po’ da band Lo-Fi anni ’60 sposta l’ago verso territori Pop. Ascoltarli è gettarsi nel futuro con un filo che ti lega al passato. Per chi vuole, il 26 ottobre sono a Firenze, al Combo.

Radio

martedì 8 ottobre 2013

LETTERATURA: "SOGNO N. 18 MARZO"

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".


Molti dei miei amici si erano tolti la vita da poco, uno dopo l'altro erano andati ad allargare quella vasta cerchia di persone che ormai riempiva le prime pagine dei giornali. Questa volta era toccato a Carletto, amico d'infanzia romano che aveva una vera e propria fissazione.
Gli uomini sono come le mosche; vengono attirati costantemente dalla merda!” ripeteva di volta in volta.
Lo avevano trovato spiaccicato proprio come una mosca sul marciapiede davanti casa.
Un'altra persona che si era tolta la vita con noncuranza, come se fosse una cosa normale.
Il suicidio non veniva più considerato né un atto di forza né di debolezza, aveva perso tutto il suo fascino e mistero; ormai era una cosa da tutti i giorni, per questo quello fu chiamato “Il periodo dei suicidi”.
Le persone volavano dagli ultimi piani dei palazzi come foglie che si staccano da un albero.
La moglie ti lascia...e allora perché non buttarsi sotto un treno?
Il capo ti licenzia...e allora perché non ingerire una scatola di sonniferi?
Morte da abuso di sonniferi...la chiamano la morte da codardi, ti addormenti e non ti svegli più, è come morire di vecchiaia.
Viene chiamata morte da codardi solo perché non provoca dolore, ma non è forse dolore quello provocato nel cuore delle persone care?
Forse il loro desiderio è solo di addormentarsi come tutte le sere con la differenza che dopo aver chiuso gli occhi li aspetta una meta mai tracciata; o forse in cuor loro sono semplicemente gentili con i propri cari non facendosi trovare penzoloni con un cappio intorno al collo; fatto sta che il suicidio non è mai codardo o coraggioso...il suicidio è suicidio.
In quel periodo passavo intere giornate ad aggirarmi per le strade della città cercando di scervellarmi sulla questione.
Proprio io che avevo pensato e idealizzato il suicido mille e più volte mi trovavo ad assistere giorno dopo giorno a questo suicidio di massa della società senza poter far niente.
Dopo aver appreso la notizia della morte di Carletto, sentii il bisogno di passeggiare in campagna il più lontano possibile da quel clima folle e disperato.
Il cinguettio degli uccelli aveva preso il posto del rumore continuo delle ambulanze che si era ormai impadronito della mia testa.
L'aria di campagna servì a schiarirmi le idee.
La continua industrializzazione aveva contribuito in maniera significativa ad aumentare le debolezze delle persone facendole diventare fragili come bicchieri.
Bastava un nonnulla per mandare in frantumi tutte le certezze su cui era saldamente ancorata la vita di un individuo.
Uomini e donne che si toglievano la vita per una figuraccia in pubblico.
Vecchi che si toglievano la vita per la vergogna di essere vecchi.
La società aveva indebolito la sua popolazione succhiandole forza e coraggio; qualità ormai rare.
La malinconia, compagna fedele dell'uomo, riempiva di nero le stanze degli adolescenti chiudendoli in prigioni di tristezza e disperazione.
Camminando mi venne in mente che forse avrebbe potuto essere quella la fine dell'umanità...un grande suicidio indolore.
In lontananza scorsi un grosso carro trascinato da un uomo a mo di rishò.
Non riuscivo a capire come una sola persona potesse smuovere una cosa così grossa.
Quando mi fu più vicino lo riconobbi; era Simon, vecchio amico mio e di Carletto.
Ehilà Borges! Che ci fai in queste tristi strade di campagna?”.
Borges...era tanto che qualcuno non mi chiamava con quel soprannome; sentirglielo pronunciare mi fece piacere.
Vecchia volpe, come stai? Non sei cambiato di una virgola rispetto a cinque anni fa. Comunque se queste strade di campagna sono tristi, quelle di città sono veri e propri gironi infernali” risposi cambiando tono di voce.
Città o campagna ormai non fa più differenza...tutto ha perso importanza...persino la vita”.
Quella frase mi gelò il sangue. Simon non era mai stato un ragazzo riflessivo ed ora appariva davanti ai miei occhi come una persona matura, anche se maturata nello sconforto.
Che ci fai con questo carro?” chiesi cercando di cambiare discorso.
Trasporto anime. Al suo interno ci sono molti stranieri provenienti da diverse nazioni che non hanno soldi per un lungo viaggio. Io li sto portando a Roma per pochi spiccioli. Mi piace l'idea di poter aiutare questi bisognosi; durante la giovinezza pensavo solo a me stesso e ho finito per perdere di vista tutte le cose davvero importanti. Ora ho trent'anni e mi rimane solo questo carro e la sua missione”.
E' una bella cosa. Hai saputo di Carletto? Anche lui ad aumentare la schiera dei suicidi”.
Povero Carletto...eppure eravamo tanto felici noi tre assieme. Guardaci ora, lui morto e noi due morti di disperazione. Non ci sono più stagioni per la tristezza...”.
Non seppi cosa rispondere e feci solo un piccolo cenno di assenso col capo.
Tienimi un secondo il carro”. Mi disse scomparendo all'interno di un bosco.
Quella fu l'ultima volta che vidi Simon.
Lo cercai nel bosco disperatamente, ma di lui nemmeno l'ombra.
Che si fosse volatilizzato nel nulla? Che si fosse iscritto anche lui nell'albo dei suicidi?
Non potevo sapere niente di tutto questo...mi caricai sulle spalle il suo fardello e iniziai a trainare il carro.



lunedì 7 ottobre 2013

L'EAU FROIDE - Olivier Assayas



Non servono parole per raccontare un’epoca, una generazione, un sogno. E questo, Olivier Assayas dimostra di saperlo bene.  Il significato profondo del suo film, infatti, è racchiuso in scene in cui i dialoghi sono relegati in secondo piano per lasciare spazio alle immagini che compongono uno straordinario affresco il cui colore è fornito dalla colonna sonora che, come sempre in Assayas, è ricercata e raffinata e unisce Dylan, Creedence, Alice Cooper e tantissimi altri.

Siamo in Francia, dintorni di Parigi, fine anni Sessanta. I due giovani protagonisti del film vivono con difficoltà il rapporto con i loro genitori (entrambi appartengono a famiglie che potremmo definire disfunzionali all’interno delle quali è evidente lo scarto generazionale, causa di una difficoltà di comunicare ed empatizzare che pare insuperabile), non sono ben visti dal proprio insegnante, hanno problemi con la legge (dovuti a certi furtarelli che commettono) ma soprattutto, si amano. Di quegli amori belli perché impossibili dove ci si perde, ci si ritrova e di nuovo ci si perde. Memorabili alcune sequenze (su tutte quella del rave nei pressi dell’edificio abbandonato abitato da alcuni studenti che occupa la parte centrale del film, struggente e poetica) che riescono a restituirci il senso di una passione con un gesto, uno sguardo, un sorriso.
Assayas, meglio di chiunque altro, è stato capace di cogliere il valore della rivoluzione giovanile sessantottina: l’anticonformismo, la cultura di massa, il conflitto con le istituzioni sociali (famiglia, scuola, forze dell’ordine, Stato), con la morale e l’ipocrisia borghesi, ma soprattutto il desiderio di trovare la propria identità, di uscire dal rigido schematismo imposto dalla società, individuando un percorso alternativo, seguendolo fino in fondo. Come la protagonista del film che senza portare niente con sé, armandosi soltanto di una buona dose di coraggio e spirito libertario, scappa da tutto ciò che conosce per inseguire il proprio destino, lasciando alla persona che più ama l’ultimo addio custodito tra le pieghe di una pagina bianca.

Diccì

sabato 5 ottobre 2013

FUMETTI: "SICK ANIMALS - Francesco Briganti"



Questa settimana il nostro disegnatore di fiducia ci propone due tavole realizzate completamente a china, che dimostrano una grande padronanza del mezzo artistico. Disegni istintivi, senza niente di programmato, assenza del lapis che solitamente crea una griglia su cui lavorare; è come se i suoi animali fossero un unico grande flusso di membra e muscoli. Animali senza espressione, dai toni cupi, il tocco quasi arabico è preciso e marcato come fosse un'operazione chirurgica, uno smembramento dei tessuti dall'interno atto quasi a ricostruirli da zero.


Elle Bi















venerdì 4 ottobre 2013

LA GRANDE SOCIETà


C’è un tale silenzio qui all’ultimo piano. Il brandy scorre dalla bottiglia rapido ma sinuoso, e le sue note ambrate giocano con la luce e col vetro e col ghiaccio che colma il bicchiere. Mi accendo una sigaretta, ancora una volta, e ne osservo metodico il fumo: Casanova diceva che il piacere di fumare sta proprio in questo, nel poter guardare il fumo che si leva elegante ad ogni inalata. Io trovo affascinante invece come il suo ‘rifuggire’ bene scandisca il tempo, che finalmente si palesa ai nostri occhi nel vorticare dello stesso.
Comincio a scorrere le pagine tra le dita, una volta sedutomi sul divano del mio salotto. Voglio tentare di chiarire a me stesso cosa portò alla “transizione dal piccolo gruppo alla società aperta, e il trattare ogni persona come essere umano piuttosto che come amico o nemico”in questa “Grande Società”. Cosa può aver spinto ad una apparente de-personificazione, svalutazione, de-identificazione del singolo in nome della moltitudine.
“E’ sicuramente una sfida troppo ardua Maste. perché poche righe di un blog possano contenere tutto questo”.
Non demordo. Afferro il bicchiere e lo porto alla bocca. Fumo ancora. Tento.
Sicuramente un punto di partenza deve essere un insieme di regole ampiamente condiviso, ma che oggettivamente non discrimini tra Caio e Sempronio, rendendo questo semplicemente un cittadino. Un sistema legislativo comune quindi, e non fatto ‘su misura’ per un gruppo o per un altro, dove le regole del gioco sono uguali per tutti, determinando un risultato di una attività (in senso lato ‘economica’), qualunque essa sia: “risultato che dipende dall’abilità, forza o fortuna superiori”.
Ecco”, dico tra me e me,“forse il mio obbiettivo è un po’ più vicino ora. Cominciano a delinearsi perlomeno i tratti salienti di quella che dovrebbe risultare una sorta di organizzazione ‘ultima’, ‘onnicomprensiva’, l’attuale benchmark di numerosi ordinamenti occidentali. C’è un elemento fondamentale però, molto ‘classico’, Fortuna. Fortuna nel possedere determinate qualità, nel trovarsi (nascere) nel posto giusto al momento giusto. Ma lei, ahimè, non si ‘concede’ a tutti gli individui alla stessa maniera. Beffardamente punisce e premia, ed il tutto, al di fuori di qualsiasi umano controllo. Credo sia naturale quindi che nasca il bisogno di quello che è detto welfare state o stato sociale, caratteristica inscindibile dal cosiddetto Stato Democratico e sorta di ‘assicurazione’ minima ai brutti tiri di Fortuna”.
Non vi è motivo per cui in una società libera lo Stato non debba assicurare a tutti la protezione contro la miseria […]. E’ nell’interesse di tutti partecipare a quest’assicurazione contro l’estrema sventura”.
“Attraverso gli strumenti dello Stato Sociale (che per motivi di spazio darò per conosciuti, sorry) deve essere quindi permesso (ma non assicurato incondizionatamente) ad ogni individuo di modificare il proprio punto iniziale, per quanto sventurato esso sia stato. Il punto di arrivo dipenderà dalle proprie abilità e, ancora una volta, da Fortuna”.
La “Grande Società” può ridursi quindi ad un gioco, in cui può essere ritenuta giusta soltanto la condotta dei players (chiunque essi siano) assoggettata a regole unanimemente riconosciute, e nel quale a tutti sono concessi mezzi minimi (dallo Stato Sociale) per avviare un processo di auto affermazione. Difatti i risultati ottenuti (successi, fallimenti, carriera, ecc.) sono ‘viziati’ da Fortuna e qualità personali al di fuori di un diretto assoggettamento e in una tale situazione, parlare di giusto e ingiusto perde di valenza generale”.
Era inverosimile che il genere umano avesse attinto un principio così bello, così paradossale, direi acrobatico, anti-naturale. E’ un esercizio troppo difficile e complicato perché si possa consolidare sulla Terra”.
Siamo sempre stati così lontani da tale benchmark. Forse è per questo motivo che oggi, sul finire del secolo…”
Libro della settimana per la rubrica “Notizie dal futuro”: Legge, Legislazione e Libertà di Friedrich August von Hayek. 

Maste

giovedì 3 ottobre 2013

GOOD - Morphine



Una regola della musica dice che solitamente la prima canzone dell'album d'esordio dei grandi gruppi è un capolavoro (tanto per fare alcuni esempi “Break on trough” dei Doors, ”Sunday morning” dei Velvet Undergrounds, ”Disorder” dei Joy Division ecc). E in tanti avranno pensato questa cosa al primo ascolto di Good (1992), facendosi accogliere dalle prime note della title track. I Morphine ci trascinano nel loro post-jazz fatto di bassi a due corde e sax, percussioni ipnotiche, una voce (quella del compianto Sandman) profonda e desolata, eccitata ma al tempo stesso monotona. E fanno volare la mente verso locali invasi dal fumo di sigarette, frequentati da ubriaconi, puttane e sbandati vari. Ascoltare “Good” è come ascoltare un gruppo punk al Blue Note,è come ascoltare B.B King suonare una canzone new wave, è come ascoltare tutto quello che conosciamo e non conosciamo, partendo dal primo blues del Missisipi per arrivare ai Gun Club e a Nick Cave. In sole due parole, ascoltare tutto questo è veramente So Good.



Testo


You're good, good, good, good

You're good, good, good, you're good

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me
Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, you can read my mind

Your brain is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain
Is callin' to me one more time, you're good

You push, push, push so good

You push, push, push, you're good

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me
Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, you can read my mind

Your brain is callin' to me one more time

Somethin' tells me, you can read my mind
Your brain is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain
Is callin' to me one more time
You're good, good, good, so good


Mi.Di

martedì 1 ottobre 2013

L'AMICO SPECIALE


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“E' un po' picchiatello” dicevano i miei genitori.
“E' un po' picchiatello” dicevano i vicini.
Non sapevo cosa significasse, ma tutti me lo ripetevano in continuazione.
L'unica bocca da cui non uscì mai era quella del mio amico Alter.
Con lui mi sentivo al sicuro da tutte le avversità e sopratutto dalle malelingue che quando mi incrociavano per strada usavano mettere la mano davanti alla bocca per bisbigliare quella parola senza pronunciarla apertamente.
Ma Alter no; lui era un amico con la A maiuscola, era la mia fortezza, era il falò che riscaldava il mio cuore nelle fredde giornate invernali, era il ragazzo che ascoltava tutti i miei pensieri più nascosti, i miei desideri impronunciabili, insomma era il mio unico amico.
In autunno passeggiavamo nel vialetto dietro casa osservando con curiosità il cambiamento di colore delle foglie, con i miei genitori guardinghi alla finestra che parlottavano frasi come: “Uscire un po' gli farà bene alla salute”, oppure: “Quando si renderà conto che quel suo amico non è davvero un amico a tutti gli effetti?”.
Perché dicessero che non era un amico a tutti gli effetti non l'ho mai capito; forse perché ogni tanto spariva di colpo come nel cilindro di un prestigiatore, come quella volta che camminando per casa gli chiesi cosa pensasse dell'arcobaleno e lui non mi rispose, anzi, si prese addirittura la briga di nascondersi a mia insaputa mentre urlavo il suo nome a squarciagola in tutte le stanze.
Comunque, nonostante la sua brutta abitudine di sparire, posso dire che fino al momento della sua partenza sia stato più di un amico, un fratello mancato, un castello incantato, un treno con un posto in prima classe riservato solo per me.
L'unica ferita che mi inflisse fu proprio quando partì senza dirmi nulla, scomparso come un sogno di mezza estate.

Elle Bi                                                                     (Pubblicato sul Tirreno lunedi 20 agosto 2012)