sabato 30 novembre 2013

L'ATTACCO DEI GIGANTI - L'UMANITà CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE



Nel momento in cui scrivo, il lavoro di Isayama si avvia verso la seconda metà (l'autore ha dichiarato la sua ferma intenzione di terminare l'opera al ventesimo volume) e per questo mi limiterò a giudicare quanto finora letto, ovvero fino al capitolo 50. Partiamo subito da un'asserzione quantomai scontata: l'idea della razza umana che rischia di estinguersi è stra-abusata, ma l'autore in questo shonen ha avuto il merito di renderla coinvolgente attraverso una trama fresca e piena di capovolgimenti di fronte; molte scene si leggono davvero con il fiato sospeso, e i personaggi principali (Eren, Mikasa e Armin) sono caratterizzati in maniera ben chiara e marcata, riuscendo egregiamente a coinvolgere il lettore nei momenti in cui vengono palesate le loro emozioni, sia quando mostrano terrore, sia quando mostrano il loro odio nei confronti dei titani (specialmente Eren, il cui disprezzo è riconducibile a quanto accade nel primo volume). Inoltre ho trovato apprezzabile l'idea  di fornire di capitolo in capitolo tutte le informazioni necessarie al lettore in modo da comprendere il contesto di riferimento, altrimenti di difficile inquadramento (nota a margine: il primo volume è di fatto un'infarinatura generale per il prosieguo della storia. Molti hanno giudicato il manga da quello, non fate lo stesso errore). Ottimo anche il ritmo con cui si susseguono le azioni, molto belli gli scenari in cui si svolge la trama ( ho particolarmente gradito il castello di Ustgard). Detto questo trovo che i difetti non manchino: in primis, sottolineerei che i personaggi principali sono poco carismatici rispetto agli standard dei manga giapponesi (paradossalmente, mi ha suscitato più interesse Mikasa di Eren), senza contare le innumerevoli forzature che si incontrano nel corso della storia: combatti da 100 anni i titani e ancora non conosci i loro punti deboli? Gli affronti da tempo immemore, sai della loro netta superiorità fisica, e continui a combatterli nello scontro frontale senza piazzare trappole e similari? Purtroppo i personaggi secondari non sono caratterizzati quanto quelli principali (lacuna enorme specialmente nel momento in cui viene rilevato il titano corazzato, che tecnicamente dovrebbe essere un vero e proprio punto di svolta nella trama) a differenza di altri shonen come One Piece e Naruto. A parte questo, la mancanza maggiore sono secondo me i flashback; sono stati, in generale, inseriti male nei capitoli. In diversi momenti il lettore rischia di perdersi, complice anche una rilegatura  non all'altezza, che non permette una lettura fluida in diversi frangenti. Trovo invece che il tanto criticato disegno di Isayama sia perfettamente adatto al contesto, anche se effettivamente una maggiore attenzione alle proporzioni sarebbe stata cosa gradita (ma vabbè, in questo neanche maestri come Oda hanno mai primeggiato). Trovo comunque la storyline dell'opera una delle migliori degli ultimi anni e, se non si è particolarmente sensibili alle immagini violente (le scene crude sono abitudinarie in questo shonen), ne consiglio assolutamente la lettura.

Tommy

venerdì 29 novembre 2013

"LO SAPEVATE CHE..."


Non è più molto semplice al giorno d’oggi rimanere sorpresi per qualche cosa, essere scioccati da …“Chi c’è?!” Ah, nessuno, solo la mia immaginazione, uno scherzetto della mia mente che ogni tanto perde davvero colpi.

Ma si tratta di una giornata come tante; le attività si susseguono placidamente ed il mio corpo è impegnato in una routinaria attività di deambulazione da un luogo fisico ad un altro, a volte dimentico di aver la testa da qualche altra parte. “Eccoti qui, ma dove ti eri cacciata?”. Si fa sera e come di consueto mi lascio andare ad una selvaggia attività di ‘surfing’ in quel mare magnum che è il web, scivolando con la mia tavola da un sito ad un altro a caccia di una bella onda da ‘cavalcare’. E vengo appagato. “What?!”. Stupore.

Ora dovete provare a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Cercate di visualizzare un giovane dinanzi al suo PC solo soletto nella sua stanza che ad un tratto si desta dal suo letto passando da una posizione quasi fetale (il ragazzo si trova su di un letto, non una sedia. Finite di pensare a cose troppo stravaganti! E no, non ci sono sgabelli. Come può un uomo trovarsi su uno sgabello in una posizione come quella?) ad una ad angolo retto, come intirizzito per il freddo, sgomento, sguardo dritto sullo schermo, attento. Eccomi.

Da una recente indagine condotta dall’ ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) per conto dell’OCSE emerge un dato agghiacciante sul livello di preparazione medio della popolazione italiana di età compresa tra 16 e 65 anni. Secondo tale ricerca l’Italia si trova all’ultimo posto dei paesi OCSE per livello di alfabetizzazione, con un punteggio medio pari a 250 punti contro una media di 273. Paese di ex-poeti. E per ciò che concerne le conoscenze matematiche le cose non vanno davvero meglio. I numeri (quasi beffardamente direi, visto il tema) sono davvero impietosi: con una media di 247 il Belpaese si classifica penultimo della lista (davanti solo alla Spagna), a fronte di un valore medio eguale a 269. Provo a rendere un po’ più chiara la cosa. Secondo questi dati, uno studente liceale giapponese possiede un livello di preparazione non molto dissimile da quello di uno studente universitario italiano.

Come notato dal quotidiano Repubblica, tutto questo permette di spiegare parzialmente alcuni dei mali sociali ed economici di cui il paese soffre. Difatti, sempre secondo lo studio, solamente il 29,8% del campione raggiunge (o supera) quello che è considerato il livello minimo di preparazione “indispensabile per vivere e lavorare nel ventunesimo secolo” relativamente alle conoscenze alfabetiche, e solamente il 28,9% eguaglia le performance in ordine alle competenze matematiche. Tutto questo ovviamente si riflette sull’intera capacità del sistema Italia di essere competitivo a livello globale e conseguentemente di produrre lavoro e ricchezza.

La collocazione geografica del soggetto gioca però un ruolo fondamentale su ciò che risulta la distribuzione delle varie competenze in oggetto. Con una certa regolarità infatti si evince come nelle regioni settentrionali e del centro i punteggi medi di ‘literacy’ siano più elevati e maggiormente allineati con quelli del resto d’Europa (anche se rimangono al di sotto della media OCSE). Nord-est e centro, con un punteggio di 261, si collocano ad un livello pari alla media francese (di 262) ma ahimè lontano da quello di paesi quali Germania (273) e Svezia (279.2).

Basta. Mi fermo qui. L’onda che cercavo durante il mio ‘surfare’ l’ho trovata. E ora spero che questi numeri aiutino i lettori a capire ed a trovare risposte ad alcuni quesiti quali “ma perché a Bruxelles al parlamento europeo uno dei rappresentanti del nostro paese è Iva Zanicchi??????????”.

Per coloro interessati a dare uno sguardo ai risultati dell’analisi brevemente commentata riporto qui il link dell’istituto di ricerca menzionato: http://www.isfol.it/pubblicazioni/highlights/Isfol-Piaac%202013
Per coloro interessati al CV di Iva Zanicchi, si veda: http://www.europarl.europa.eu/meps/it/41007/IVA_ZANICCHI_cv.html

Mediometraggio altamente consigliato: “La ricotta” diretto da Pier Paolo Pasolini. Illuminanti le parole di Orson Welles, e siamo nel 1963.

Maste

giovedì 28 novembre 2013

SPECIALE LOU REED


Un mese. Un mese per convincermi a scrivere questo articolo. Perché vedete, avevo un po' di paura, di timore, a scrivere di Lou Reed. Paura mischiata a tristezza, quella tristezza che attanaglia quando qualcuno di importante se ne va, e hai bisogno di un po' di tempo per metabolizzarla, per chiarirti le idee. Beh, devo essere sincero, le idee ancora non sono poi così chiare. Sento come fosse ora quella notizia improvvisa circolarmi nella testa, una coltellata in un tranquillo pomeriggio di una insospettabile domenica di ottobre (il 27, per essere precisi). Le immancabili lacrime sgorgarono dai miei occhi, perché non solo se ne era andata una leggenda della musica, ma anche una parte della mia vita. Il 27 ottobre mi abbandonai alla nostalgia, ripercorrendo tutte le tappe della sua carriera e unendo i puntini delle mie esperienze, che spesso hanno avuto come colonna sonora proprio le composizioni del cantautore americano. Una notte intera, una notte insonne trascorsa ad ascoltare la discografia essenziale di Lou, una notte trascorsa a ricordare. Ricordare che Lou Reed è stato il primo poeta maledetto del rock, il primo a portarlo verso il lato oscuro, a fuggire dai testi adolescenziali di tutta la musica dell'epoca; è stato il primo grande sperimentatore, visto che con i Velvet Underground ha creato forse il movimento più influente di sempre, dando via al noise rock e a tutti i suoi rami; è stato il primo grande animale da palcoscenico, con la sua indole trasgressiva e mai banale. Ma non è della sua biografia che voglio scrivere. I grandi artisti, come le grandi opere, sono ardui da ricordare basandoci sulla loro vita, proprio perché ognuno ne ha una propria idea personale, una prospettiva diversa per ogni persona. Quindi Lou Reed, come tutti i grandi, arriva a scindersi in migliaia, milioni di personalità diverse. Ed è della mia visione che voglio parlare, tornando così a quella fatidica notte. Una notte che mi assorbe nel suo passare, tra infanzia e adolescenza, tra baci e ferite, amicizie e follie, passato e presente, futuro, se esiste veramente. Una notte che mi catapulta in una vecchia macchina di molto tempo fa, guidata da mio padre, in cui suona una musicassetta (sì, musicassetta) in cui un cantante che non conosco neanche fa: "Doo doo doo, doo" e io cinquenne, trascinato dal ritmo della musica, osservo la strada che sfreccia davanti ai miei occhi. Un cantante che a 10 anni riconoscerò poi in quel Lou Reed che canta nei Velvet Underground, quei Velvet Underground della famosa copertina della banana in cui qualche altro anno dopo riconoscerò un certo Warhol, e tutta la sua arte geniale. Un compagno più che un album, con Sunday Morning a ritmare pomeriggi noiosi e malinconici, I'm Waiting For The man a trascinarmi attraverso lunghi viaggi notturni in macchina, Femme Fatale a farmi pensare a quella ragazza dalle occhiaie perenni, Venus in Furs ad ipnotizzarmi con la malattia che attraversa il suo testo e le sue note rivoluzionarie, Heroin e All Tomorrow's Parties inni di ogni momento onirico ed epifanico teletrasportato nelle nostre menti dalla droga e dall'alcool (droga tanto amata da Lou, troppo). Ho amato con Pale Blue Eyes e Coney Island Baby, ho chiuso gli occhi con Caroline Says e Street Hassle, ho schiacciato l'acceleratore con Sweet Jane e Vicious, ho pianto con I Found a Reason e Perfect Day, ho cantato a squarciagola con Walk on the Wild Side e Satellite Of Love, mi sono assordato con Metal Machine Music, ho riso con il live Take No Prisoners, in cui le canzoni vengono portate all'esasperazione dal monologo isterico di Lou, ho trovato la pace dei sensi con Ecstasy e mi sono pure incazzato ascoltando alcuni album magari non all'altezza del nome che portavano in copertina. Questo è il mio Lou Reed, questa è la persona che ha attraversato ogni periodo della mia vita con almeno una canzone significativa. E continuo ancora a vagare nella notte, in cui rivedo il volto dei miei genitori tornati per un momento giovani, appena maggiorenni, che ascoltano per la prima volta Transformer, rivedo il fantasma di momenti tristi e felici passarmi davanti agli occhi, camminate in zone selvagge e non, emozioni. Mi fermo un attimo e arrivo quasi al culmine della storia, quel penultimo ricordo che precede la sua morte. Quel Pistoia Blues del 2011, dove me ne stavo seduto in prima fila a tracannare birra e ad osservare pieno di emozione le movenze del Rock'n'roll Animal, quell'animale che sembrava scomparso data l'età. Ed è proprio con questa immagine che lo ricordo: quasi immobile sul palco, una statua fatta di musica e di ricordi, una vita, anzi mille vite memorabili alle spalle. Le nostre vite, ognuna diversa, come il ricordo che abbiamo di lui. Un ricordo destinato a non morire mai, perché lassù nell'etere, un satellite di amore ti trattiene al suo interno, sparando segnali della tua musica verso le antenne dei nostri cuori. Grazie Lou.

Mi.Di

In questo speciale ho parlato di alcune delle mie canzoni preferite di Lou Reed, dedicando ad ognuna un piccolo spazio nella mia vita. Credo che il modo migliore per ricordarlo sia farlo tutti insieme. Quindi chiunque di voi voglia farlo, è invitato ad inviarci la lista delle sue canzoni preferite di Lou Reed, magari anche spiegando il perché e magari raccontando qualche aneddoto che le riguarda.

martedì 26 novembre 2013

IL GRANDE GATSBY - Francis Scott Fitzgerald


Una luce verde. Una luce verde in lontananza, affascinante, sensuale come le labbra di una donna. Una luce verde così bella quanto irraggiungibile, che assorbe nel suo raggio colorato infondendo desiderio. Ed è il desiderio uno dei temi ricorrenti de "Il Grande Gatsby", capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente la summa della sua bibliografia insieme a "Tenera è la notte". Desiderio che equivale a sogno, il sogno del misterioso protagonista del romanzo, Jay Gatsby (o James Gatz, fate voi). Un Jay Gatsby quasi come un Edmond Dantes moderno, che risuscita da un passato nebbioso ricorrendo all'inganno pur di arrivare a raggiungere il suo obiettivo (sogno), riconquistare la donna che gli è stata rubata, che ha perso. La responsabilità di raccontare tutto questo se la prende il giovane Nick Carraway, ragazzo proveniente da una famiglia agiata appena trasferitosi a West Egg, che si ritrova ad essere il vicino del ricco proprietario di una villa splendida, che organizza feste su feste. Incontra la cugina Daisy, sposata al ricco giocatore di polo Tom Buchanan, e la giocatrice di golf Jordan Baker (con il quale avrà una relazione). Da qui comincerà a sentir parlare più approfonditamente del suo vicino, che un giorno lo inviterà all'ennesima sua festa. E finirà anche per conoscerlo, arrivando a scoprire lentamente il suo piano e la sua persona. Jay Gatsby non è altro che un truffatore (Gatsby non è neanche il suo veo nome, che è James Gatz), un ragazzo di origini povere che si è fatto strada grazie al contrabbando e al crimine, aiutato da un certo Dan Cody da lui salvato tempo prima. Tutto questo per arrivare alla luce verde, il suo vecchio amore conosciuto durante l'addestramento militare, Daisy (la luce infatti non è altro che un faro situato nella sponda opposta del villaggio, East Egg, dove abita l'amata). Proprio la cugina di Nick. Così chiederà il suo aiuto, dando il via ad una sequenza di eventi che terminerà tragicamente. "Il Grande Gatsby" per prima cosa è un autobiografia. L'autobiografia dello scrittore, che si volta indietro osservando il suo passato fatto di party alcolici e di donne, rimanendo solo con un mucchio di polvere tra le mani. Come sono polvere le feste di Gatsby, che si circonda di perfetti sconosciuti che lo frequentano trascinati dall'ondata mondana delle sue feste, senza interessarsi del padrone di casa. La società descritta da Fitgerald è una società fatta di ipocrisia, marcia e corrotta dalla ricchezza, una società che vive solo di apparenze, costruita attorno al mito del dio denaro. La società dell'incomunicabilità, che sfocia inevitabilmente nella solitudine. Difatti Gatsby è un uomo terribilmente solo, conosce esclusivamente pedine da lui manovrate per arrivare a raggiungere il suo sogno. La villa diviene quasi terrificante una volta abbandonata dagli ospiti, uno scenario che porta al suo interno il fantasma di figure ingrassate e ben vestite anch'esse terribilmente spaventose. E la solitudine raggiungerà il culmine alla fine del romanzo, quando nessuno vorrà assistere neanche al funerale del protagonista. Il "Grande Gatsby" è anche il ritratto di un'epoca, l'epoca dei "Roaring Twenties", i ruggenti anni 20, e il ritratto della generazione che li ha vissuti. Una generazione ormai sorpassata, e quindi emarginata dai più, priva di interesse proprio come Gatsby da morto. Infine "Il Grande Gatsby" è il ritratto di un sogno, quel sogno americano che ha risucchiato così tante persone. Quella lucina verde dall'altra parte del fiume che attira con il suo sorriso ammiccante, promettendo fortuna e ricchezza, gioia e amore. Un sogno che non è soltanto americano, ma globale. Un sogno adesso incoraggiato dalle TV con le loro pubblicità, che non smetteranno mai di mietere vittime. Un sogno che Fitgerald aveva già riconosciuto come fasullo. E infatti Gatsby, da uomo dal passato incerto e dalla dubbia moralità, finisce per essere la vittima, il sognatore sconfitto da chi non ha mai sognato, perchè non ne ha bisogno. Un mondo in recessione continua, come sarà l'America qualche anno dopo l'uscita del romanzo. Un mondo costruito da un'umanità ormai priva di principi, indifferente a tutto. E chi non lo è, sarà destinato proprio a capitolare come ha fatto il grande Jay Gatsby. Anzi, il grande James Gatz.

1929. L'America vive uno dei suoi periodi peggiori. E' la Grande Depressione, dovuta al crollo di Wall Street. Un periodo di crisi che ingloberà il mondo intero e che spezzerà molte vite, un periodo che decreterà definitivamente la fine di un sogno, quell'American Dream morto alla nascita.

Mi.Di

lunedì 25 novembre 2013

IL PASSATO - Asghar Farhadi


Con l'accendersi delle luci in sala la sensazione che ci assale è più unica che rara. Dobbiamo assorbire tutto quello che ci è stato mostrato; due ore e dieci di emozioni forti, di quelle che restano impresse, ci scuotono dall'interno come se uno sguardo ci avesse scrutato senza veli.
Il regista Asghar Farhadi, dopo il bellissimo Una separazione, torna ad indagare con Il passato il contesto familiare, sviscerando tutte le paure, i dubbi che nascono dai rapporti umani.
Non siamo più in Iran, ma a Parigi dove Ahmad torna da Teheran dopo quattro anni. All'aeroporto si guarda intorno, cerca qualcuno, poi appare una donna: i due sono separati da uno spesso vetro, si salutano, sorridono, cercano di comunicare nonostante la distanza; i loro movimenti sono impacciati, si nota che fra i due c'è stato qualcosa, un legame forte che non può essere offuscato da quel semplice vetro.
La bellissima donna è Marie, moglie di Ahmad che lo ha chiamato per fargli firmare i documenti del divorzio. Veniamo a conoscenza che Marie ha due figlie nate da altre relazioni; Ahmad viene invitato a stare da lei anziché in albergo come lui stesso aveva richiesto.
Scopre subito che la donna ha una relazione con Samir, anch'egli sposato e con un figlio, il piccolo Fouad.
Il desiderio della donna di ospitare l'ormai ex marito a casa è tutto un piano, una macchinazione per immergerlo nel letame che la circonda.
E qui, inizia la spirale discendente, i pezzi già incrinati iniziano a sgretolarsi intorno al povero Ahmad, capro espiatorio di una situazione ormai sfuggita a tutti di mano.
Una donna in coma ha tentato il suicido, è la mamma di Fouad, la moglie di Samir, la rivale in amore di Marie, una donna che ha ingerito candeggina davanti al figlio nella lavanderia del marito; quel figlio che in una scena memorabile col padre nella metro parigina ci consegna parole forti riguardo la madre, riguardo la morte, dicendoci che non riesce a capire come mai la donna sia attaccata a dei fili che la tengono in vita se lei, proprio da quest'ultima era voluta fuggire.
Ha compiuto un gesto estremo ma calcolato; tutti si interrogano sul movente pensando singolarmente di essere la causa di quella vita appesa a un filo.
Il marito è inquieto, Marie ha i nervi a pezzi, la figlia maggiore Lucie non ha la forza di stare in casa, di affrontare lo sguardo del nuovo uomo di sua madre.
Ahmad si trova nel bel mezzo di un ciclone, un ciclone di passioni troppo forti per essere gestite; finché non arriva al punto di rottura decidendo di ripartire.
Asghar Farhadi si interroga sulle colpe dell'uomo, le distribuisce fra i protagonisti in modo tale da scatenare le più disparate reazioni, paure, dubbi e insicurezze fuoriescono dall'animo dei suoi attori come tirate da una mano invisibile; basta un niente per far vacillare ognuno di loro.
Il passato è un film dostoevskiano per tematiche e toni; Farhadi calibra bene ogni situazione, ogni parola, ogni dialogo perfetto nella sua scrittura, per consegnarci un film che pone molte domande ma da poche risposte. La più importante ci dice che per andare avanti abbiamo bisogno di un taglio netto, un taglio a quel cordone che ci lega ai nostri ricordi, perché i fantasmi passati riaffiorano sempre.

Elle Bi

sabato 23 novembre 2013

FILI - Matilde Spinelli



La fotografa Spinelli a Valencia...Traetene voi il significato...Nell'arte non si può spiegare sempre tutto...

Elle Bi

venerdì 22 novembre 2013

DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE/DAL LETAME NASCONO I FIOR


Guardai ancora una volta quell’alba bianca e sprofondai beatamente tra le braccia di Morfeo. Iniziai subito a sognare. Lei era là, bella, imprendibile, mi sfiorava i capelli rassicurandomi. Anche altre facce note erano là, perlopiù amici. Erano belli pure loro, mi facevano sentire a casa. Il sogno si evolveva con la sua tipica non linearità quando… ‘Stoc!’, la guida sportiva del conducente fece sobbalzare il veicolo e la mia testa sbatté contro il finestrino. Mi destai di soprassalto, mi guardai intorno e pensai: “Cazzo! Sono ancora nel fottuto Laos!”. Mi stavo dirigendo verso la capitale, Vientiane, e continuavo a non capire come fosse possibile che per coprire 350 km servissero 12 ore di viaggio. Leggere era impossibile per via del poco spazio nel veicolo e per la già menzionata guida del conducente. Decisi che l’unico modo per far passare il tempo era mettermi a fare conversazione. Mi guardai attorno. Un uomo sulla sessantina, dai capelli biondo-rame, mi sedeva accanto e interloquiva con il suo vicino di posto. Appena si fermarono per prendere fiato, domandai se parlavano inglese (aspettandomi una risposta negativa). ‘Non sono abituato a sentire parlare inglese da queste parti. Ciao il mio nome è X.’ disse l’uomo dai capelli biondo-rame sorridendo per la sorpresa. ‘Sono in Laos per visitare la mia famiglia’ continuò, ‘Erano venti anni che non tornavo, vivo a San Diego, in California’.


Risposi presentandomi e cominciammo a conversare. Il bus si stava arrampicando su strade di montagna. Rocce carsiche si alternavano a risaie. Entrambe apparivano improvvisamente per poi sparire altrettanto velocemente. Parlammo a lungo del Laos, fino a quando X. disse ‘E’ strano tornare dopo così tanto tempo e vedere che poco è cambiato. Lasciai questa terra nel 1970, poco prima che iniziasse la campagna statunitense di bombardamento per tagliare i rifornimenti al Vietnam via-Laos. Ero giovane quando partii, avevo solo 24 anni. Nacqui nella capitale sotto quel che rimaneva dell’eredità francese, anche se di questa cultura conosco solamente l’arte pasticciera. Come ti dicevo partii giovane e mi adattai alla vita californiana. Sebbene la California sia molto liberale, le differenze culturali si fanno sentire e integrarsi non è stato facile’. Il van si fermò nella piazza di un paesino. Alcuni dei passeggeri dovevano scendere e altri salire. Le valigie dei primi vennero scaricate dal tetto del mezzo e rimpiazzate con altre borse. Cogliemmo l’occasione per fare una sosta.

C’era un mercatino locale, feci un giro mentre X. riprendeva a parlare con il suo primo interlocutore. Oltre alle rane arrostite su stecchi di bambù e i topi morti legati per la coda e venduti sul banco, fu il rosso vivo del sanguinaccio di porco che mi rimase impresso in quel mercatino di montagna. Sembrava che la vita dell’animale fosse stata aspirata e concentrata in quel cubo gelatinoso. Raggiunsi X. e il suo interlocutore, feci in tempo a fumare una sigaretta e a comprare delle banane fritte e ripartimmo. Quando risalimmo sul mezzo dissi a X.: ‘Perché te ne sei andato?’. Si schiarì la voce e disse: ‘Me ne sono andato perché, aldilà del rischio legato alla guerra imminente, non potevo tollerare la corruzione di questo paese’. Fece una pausa e continuò: ‘I poteri forti continuano a sfruttare una popolazione poco istruita per fare i loro comodi. Il partito comunista (burattino di quello vietnamita) impone una rigida dittatura e indice elezioni fasulle dove si può votare solo per questo. I soldi sono mal distribuiti, l’industria nera dell’eroina è forte e lo sviluppo non incentivato. Per queste ragioni me ne andai e sono contento di averlo fatto. Guarda questa strada. Lo sai perché ci vogliono 12 ore per fare 350km? La strada è costruita con soldi pubblici. Più lunga è la strada, maggiore è il guadagno per le aziende. Essendo le aziende di proprietà governativa, questo non è altro che un meccanismo per riciclare denaro: il governo paga le sue aziende e, visto che il costo della manodopera è irrisorio, i soldi tornano nelle sue mani. Sai, un giorno scriverò un libro su questo…’. Ci lasciammo poco dopo, i suoi parenti stavano in un paesino a due ore circa dalla capitale.

Immagino che il lettore si chieda quale sia la morale di questa storiella. Circa una settimana fa, dopo un numero imprecisato di notizie susseguitesi negli scorsi mesi sui nostri quotidiani riguardanti festini con soldi pubblici, macchine comprate a sbafo e fondi regionali considerati come l’albero della cuccagna, una notizia mi ha fatto ripensare a quell’esperienza. Mentre il vaso della mia sopportazione traboccava. Ho sempre evitato di prendere posizioni nette, preferendo proporre temi che inducessero alla riflessione. Ma quanto avvenuto mi ha deluso a tal punto che ho deciso di farlo: il ministro della GIUSTIZIA (cioè il custode della legge) ha telefonato a giudici e magistrati per evitare questioni giudiziarie ad una ‘famiglia alla quale è molto legata’. In un paese normale la carriera di tale ministro sarebbe finita. Non in Italia, dove ‘mantenere quel ministro seduto sulla poltrona è segno di unità e forza del governo’. A volte ho la sensazione di vivere su una nave che imbarca acqua e il cui equipaggio, in preda al panico per l’imminente affondamento, arraffa tutto ciò che è di valore prima che l’imbarcazione venga risucchiata dagli abissi. La corruzione italiana è disarmante e ti viene sbattuta in faccia ogni giorno. Ci tengo a riportare questi dati. Per il Fondo Monetario Internazionale l’Italia e il Laos sono rispettivamente la 9^ e la 137^ economie mondiali; per Transparency International invece, l’Italia è al 64° posto per corruzione e il Laos al 160°. Non serve un genio per capire che c’è qualcosa che non torna. Credo invece che serva un genio per capire quella nostranissima attitudine nei confronti di quanto succede: l’indignazione borghese di facciata è onnipresente ma i fatti sono un’oasi nel deserto. De André scriveva: ‘Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior’, mi chiedo, dunque, se ci sia modo di invertire rotta o se il letame è talmente tanto che la via migliore è quella seguita da X.

Film/documentario (nonché titolo di una canzone capolavoro dei ‘The Smiths’) ‘Girlfriend in a Coma’.

IT

giovedì 21 novembre 2013

SPECIALE PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz, Milano 20/11/2013



Mentre mi accingo ad entrare all'Alcatraz di Milano sono diviso tra due stati d'animo contrastanti. Il primo, è l'emozione che precede l'ascolto di un concerto di un gruppo che ha fatto la storia della musica contemporanea, mentre il secondo è il timore di rimanerne deluso, forse perché quella storia è ormai (sor)passata , lasciando spazio solo allo scheletro di quello che è stata. Il gruppo di cui sto parlando sono i Primal Scream, che nel 91, conl'uscita di Screamadelica, hanno rivoluzionato il modo di pensare il rock. Ma non solo questo. Il gruppo di cui sto parlando è il gruppo di Bobby Gillespie, padrino dello shoegaze che come batterista dei Jesus and Mary Chain ha contribuito a dare il via ad un movimento musicale poi portato al culmine dai My Bloody Valentine di cui ancora oggi sentiamo gli strascichi ogni volta che ascoltiamo un alternative band esordiente. Beh, fortunatamente mai timore è stato così immotivato. Il cantante del gruppo di supporto finisce di sbraitare e, dopo un attesa di dieci minuti, finalmente eccoli salire sul palco. Naturalmente il concerto comincia dall'ultimo album in studio degli scozzesi, More Light, sicuramente non all'altezza dei capolavori del passato ma una piccola gemma se si pensa ad alcuni svarioni musicali del presente. Al primo impatto, sulle note delle ottime 2013 e River Of pain, penso di aver trovato un gruppo fuori forma. Anzi, un frontman svogliato. Bobby Gillespie non sembra carburare ad inizio concerto e tornano i timori. Che svaniscono immediatamente quando i Primal cominciano il loro viaggio a ritroso nel passato, introducendo lentamente il pubblico verso i loro classici migliori, un poco alla volta. Con Jailbird, Burning Wheel, Shoot Speed/ Kill Light e Accelerator (sì, una dopo l'altra) comincia il Bobby Gillespie show. Il cantante dimostra di essere uno sciamano del rock, passando da momenti di calma a momenti in cui si lascia andare trascinando il pubblico con le sue movenze inconfondibili, entrandone a contatto come pochi al mondo. E' una guida sul palco, dimostrando con questo suo "piano-forte" di avere la capacità di prendere per mano i suoi fan accompagnandoli all'interno delle sue performance. Tutto questo seguito da altre canzoni di More Light, una sorta di piccolo spartiacque del concerto, sino ad arrivare alla fantastica Autobahn 66 e a Swastika Eyes. Con questa canzone si capisce quanto il gruppo sia stato importante per la musica degli anni novanta (e non solo), portando il rock all'interno della discoteca e rendendolo ballabile (seguendo così le orme di altri gruppi degli anni 80 quali gli Happy Mondays, forse tra i pionieri della cultura rave e del dance rock). Probabilmente uno dei punti migliori del concerto, seguito da altri capolavori come Country Girls e Rocks, senza una pausa, investendoci con il loro rock mischiato con elettronica, blues, house, funk e gospel. La pausa invece arriva inaspettata. Il gruppo lascia il palco e tutti restano con il fiato sospeso. la paura che il concerto sia finito senza aver ascoltato neanche un pezzo di Screamadelica è alta, ma fortunatamente i Primal sono in grado di smentire ogni dubbio. Tornano sul palco concludendo tutto con il loro primo capolavoro (con conseguente cambio di abiti che porta con nostalgia la mente verso gli splendidi 90's). Concludendo con Higher Than The sun( bellissima nella versione live estesa a più di 10 minuti) Loaded e Movin On Up, gli inni della loro carriera, tre perle che illuminano la notte di Milano squarciandola con un suono che emoziona vecchi nostalgici e nuovi arrivi, unendo intere generazioni. Quindi chapeau. Chapeau per Bobby Gillespie che dimostra di essere, insieme a Dave Gahan dei Depeche Mode, l'ultimo vero grande animale da palcoscenico. Chapeau anche al resto del gruppo, fino ad ora ingiustamente mai menzionato, ad Andrew Innes, a Barrie Cadogan, Darrin Mooney e Simone Butler (graditissima new entry al basso). Chapeau ai Primal Scream. E lo dico senza timori.

Mi.Di

martedì 19 novembre 2013

DON GIOVANNI




Camminando per strada mi guardò, o meglio vide quel che io volevo vedesse.
Ripetevo la parte come un attore vittoriano nel bel mezzo di una performance da togliere il fiato.
La mia parlantina impazzava fluida. Lei mi fissava, credendo a tutto. Il sorriso, lo sguardo incredulo, una donna dalle morbide labbra pendeva dalle mie dure e screpolate. Ero senza un soldo ma che importava? In quel momento nemmeno tutto l'oro del mondo mi avrebbe appagato più della sensazione di vedere quella donna cascare fra le mie braccia.
Parlavo, parlavo, parlavo e lei ascoltava avidamente ogni parola, quasi volesse rubarmele di bocca e custodirle in un nascondiglio segreto.
“Lei...lei davvero è stato in America a fare il mozzo? Davvero lei è tornato fra fanfare e zanzare con lo stemma di capitano cucito sul bordo della divisa?”.
“Certo che si, sciocchina mia...e le dirò di più! Laggiù, di ritorno dal Kansas il mio nome fu urlato dalla Callas”.
“Dalla Kanlas?”.
“Callas sciocchina mia, Callas!”.
“Ah, sì, la Callas. Oh mamma che privilegio”.
Lei con le sue gonfie labbra amorose mi guardava come indispettita dalla mia magniloquenza, e io la ricambiavo con occhiate languide tutte frottole e immaginazione.
Non capiva che “la Callas” era un modo di dire, la sua mente proprio non ci arrivava. Poverina! Ma guai se la sua bocca avesse mancato l'appuntamento con la mia.
Ero eccitato, più la guardavo e più mi pregustavo il suo seno abbondante che dolcemente mi stringeva la testa. E fu allora che immaginai di essere un pittore per vantarmi di aver dipinto io quella sua pelle rosea, liscia e profumata.
“Vorrei morire per rinascere pittore” le dissi guardandola con pathos e decisione.
“E perché mai da parte vostra un gesto così estremo?”.
“Semplicemente per perder ogni nobile privilegio”.
“Ma perché pittore invece che nuotatore?”.
“Perché, adesso, guardandovi m'è venuto in mente che solo maneggiando a fondo i pennelli potrei fissare per sempre il vostro volto”.
“Ah, che poeta che siete!”.
Era fatta! Già sentivo il calore del suo ventre che s'attorcigliava.
Dopo mesi d'astinenza forzata (alla legge non si comanda) finalmente avrei ritrovato me stesso, l'amatore che fui, l'amante delle mille e una notte, il Don Giovanni come dicono in Italia.
Ormai mancava poco, il gioco era fatto, la mia sciocchina aveva abboccato all'amo che le avevo teso. Eccola lì che mi guardava come un pesce impaurito, sperando in cuor suo (lo so per certo) che sarei stato il primo e l'ultimo tra gli uomini della sua vita.
I nostri sguardi si presero ancora nell'imbarazzo che precede l'amplesso, ma non si scoraggiarono, anzi, si intrecciarono e si baciarono scambiandosi ammiccamenti maliziosi.
Ecco, era quello il momento.Dovevo agire all'istante, il tempismo è tutto nell'arte della conquista.
Un complimento, una carezza lieve, delicata come a toccar la mano di una fata e poi...e poi l'accelerata finale, la corsa verso il traguardo amato, l'amore gagliardo di una giovinezza ormai sfiorita...cui afferrarsi senza mai cedere.
“Brucio d'amore per te, ardesia mia. Andiamocene da questa sporca via, vedrai quant'è bella casa mia”.
“Mi spiace tradire i vostri nobili intenti ma mio marito mi aspetta e sappiate poi che con un vecchio ci sono mai andata”.
Il cuore non resse, stramazzai in terra senza certezze.

Elle Bi

lunedì 18 novembre 2013

A SERIOUS MAN - Joel ed Ethan Coen


Joel ed Ethan Coen, sin dai loro primi film degli anni ottanta (Blood Simple, Arizona Junior, Crocevia della morte), hanno rappresentato, nel vasto panorama della cinematografia statunitense fortemente mainstream, uno straordinario esempio di cinema indipendente ed autoriale che non ha comunque impedito ai due registi (soprattutto negli ultimi anni) di ricevere consensi unanimi da parte di critica e pubblico. I fratelli del Minnesota non mancano di connotare i loro film con la personale e tragica visione del mondo che essi hanno, ai confini con un nichilismo che richiama alla mente Bresson (penso soprattutto a opere come Il diavolo probabilmente o L’argent).
Quello coeniano è un universo popolato da uomini insignificanti, senza qualità, mediocri o addirittura idioti. Sono mossi nel loro agire da fini egoistici (il denaro, il successo, il potere), fini che non potranno comunque raggiungere se non pagando un prezzo altissimo. Questo è vero sia quando sono essi stessi causa degli eventi tragici che gli accadono (Fargo, Non è un paese per vecchi, Burn After Reading) sia quando assistono impotenti al disgregarsi del microcosmo che li circonda. Ed è qui che entra in gioco Larry Gopnik, protagonista di A Serious Man. Larry, personaggio coeniano per eccellenza, professore di fisica all’università (dove è in corsa per un posto di ruolo), sposato con due figli, vede tutte le certezze su cui fondava la sua tranquilla e modesta esistenza crollare una dopo l’altra. La moglie vuole il divorzio per potersi risposare con un amico di famiglia e gli chiede di andarsene di casa, la figlia gli ruba del denaro per pagarsi un intervento di chirurgia estetica, il figlio fuma spinelli. E, come se non bastasse, attende l’esito degli esami prescrittigli dal medico che potrebbero diagnosticargli un male. Incapace di districarsi tra tutti questi problemi decide di chiedere aiuto a tre diversi rabbini (è ebreo, fatto per la verità non secondario visto che siamo in un film dei Coen). Ma coloro che dovrebbero avere tutte le risposte in realtà non gli offrono alcun aiuto. Qui i Coen inseriscono un altro elemento imprescindibile della loro filmografia: l’umorismo caustico, tipicamente ebraico, un po’ alleniano. Si sorride spesso durante la visione del film ma a denti ben stretti. Del resto, c’è ben poco da ridere; assistiamo alle continue sventure che accadono al protagonista senza averle in alcun modo meritate, provando una sorta di compassione per un uomo sopraffatto dalla vita (ho trovato molte similitudini tra questo film e quello, bellissimo, di Todd Solondz Life During Wartime). Nel finale (vagamente biblico) l’arrivo del tornado ci ricorda l’unica verità indiscutibile: Larry Gopnik siamo tutti noi. Poveri cristi, che combattono in terra una guerra già persa.

Diccì

sabato 16 novembre 2013

INCROCI - Matilde Spinelli


Scatto eseguito nel labirinto di Robert Morris, un'installazione contemporanea custodita nel parco di Villa Celle (Collezione Gori) in provincia di Pistoia.
Come Morris, la fotografa Spinelli ci comunica il disagio psicologico di questa installazione che fa perdere i punti di riferimento allo spettatore.
La messa a fuoco non è perfetta, quasi a creare un'ipnosi visiva, l'occhio si perde in un'atmosfera metafisica, corre, corre fantasticando fino all'uscita di quel labirinto.
Un bianco e nero che sembra sciogliere le forme, creare spazi che non esistono, ma inevitabilmente dopo un'attenta analisi, alla fine del viaggio ci ritroviamo nella nostra stanza, nella nostra vita di sempre.

Elle Bi

venerdì 15 novembre 2013

"NOTIZIA DAL FUTURO?! LONDONIA XX/XX/XXXX"


Londonia XX/XX/XXXX

Non è una lettera, non è un racconto, non vi sarà niente di romanzato, esagerato, poetizzato. Parole semplici, sincere, familiari. Solo questo potrà essere trovato; solo questo potrà essere letto. E nient’altro. Provate la sensazione di vuoto.
PS: ho cambiato dei nomi qua e là, tanto per divertirmi.
L’editore del Financial World, Lionel Barberry interviene ad una lezione aperta al pubblico presso la Londonia School of Economics dal titolo Can and should the Europaniazone survive?. La stanza ove questa è tenuta è gremita di gente, le aspettative nei confronti di un ospite di tale calibro sono decisamente alte. In effetti, sin dalle prime parole, le attese non vengono minimamente tradite. Acuto, brillante, dotato di quell’ironia londonica sottile, sottesa, e mai volgare, ispira il suo pubblico a guisa di un brillante oratore e mantiene la qualità dell’intervento sempre a livelli non facilmente imitabili da persone poco abili di lingua. L’ora e mezzo di durata dell’incontro scorre rapida, e gli argomenti toccati sono molteplici nonostante il filo conduttore sia uno, l’Europania e il suo futuro. Ma non c’è Etallia. Di rado fa capolino tra le labbra del giornalista, e ancor più di rado tra quelle di coloro che tengono ancor più viva la lezione con domande e approfondimenti.
Ma è principalmente nel modo in cui si conclude l’incontro che non c’è Etallia. Almeno per il sottoscritto.
Ci racconti la storia del suo incontro ad Aroma col presidente T. (ho volutamente modificato l’iniziale del vero nome ma voi metteteci chi vi pare. Fa davvero così differenza? Si veda a tal proposito il precedente articolo del sottoscritto dal titolo “Intervista col professor C.” e la lista degli ‘onorevoli’ condannati o sotto processo dell’attuale legislatura Etalliana)”.
Questa la domanda finale di un ragazzo alemano. Ed è proprio tale ridicola storiella a terminare l’intervento del famoso editore. E quest’accenno fatto alla ridicola storiella è ciò che termina anche il mio articolo (dai forza, provate ad immaginare un attimo, lavorate un po’ di fantasia. Non è difficile capire di cosa si sia trattato. Vi do un piccolo aiuto riportandone l’inizio. “Durante una calda serata aromana, mi trovavo in una splendida villa del centro storico…”).

Etallia
61.473.166
Popolazione
€ 2.078.329.334.351
Debito pubblico etalliano

1.910.347.000.000                          PIL

9°                                                        Economia mondiale per PIL nominale

3°                                                        Economia dell’Europa continentale

261.423.740.707
Soldi evasi al fisco quest'anno
€ 207.205.811
Costo del Quirinale quest'anno
€ 928.578.828
Costo della Camera dei deputati quest'anno
€ 74.747.985
Spese per l'uso di aerei di stato per i politici quest'anno
Maste

giovedì 14 novembre 2013

COLD WIND - Arcade Fire

                                                             


Beh, cosa dire degli Arcade Fire? Credo che ormai tutti voi conosciate perfettamente il gruppo che, con i primi due album (Funeral del 2004 e Neon Bible del 2007), è arrivato ad essere probabilmente il massimo esponente della nuova ondata di indie rock proveniente dalla new wave degli anni 80. Ma i sette canadesi hanno qualcosa di nascosto da far scoprire, al di fuori degli album, e Cold Wind fa parte di quel qualcosa. Cold Wind è un piccolo fuori programma,  un fuori programma straordinario, direi essenziale nell'ascolto della loro discografia. E' una di quelle tracce che, una volta concluse, fa venire la voglia di mettere repeat, assorbendoci nel suo vento freddo. Inoltre, da sottolineare lo scopo della canzone: fare da colonna sonora per il telefilm capolavoro Six Feet Under. Quindi due consigli in uno: guardatevi Six Feet Under, cullati dalle note di questa straordinaria canzone.

Mi.Di

martedì 12 novembre 2013

LE STELLE


Le stelle erano sempre lì a guardarlo e lui non disdegnava quegli sguardi indiscreti, anzi, sembrava apprezzarli, li ricambiava fumando la sua quinta sigaretta affacciato alla terrazza.
Il fumo si alzava verso il cielo disperdendosi fra il mare dei suoi pensieri, amava guardare le stelle, amava il sapore del tabacco e sopratutto amava pensare davanti a quegli sguardi silenziosi che lo scrutavano dall'alto.
“Ah, le stelle!!! Se fossero tutti come le stelle...Chissà come sarebbe un mondo fatto di stelle?” si ripeteva di tanto in tanto.
Il suo divagare era una vera e propria fissazione, si perdeva nei meandri della mente di continuo, sognava vite impossibili dove amava donne esotiche rincorso da boia che volevano decapitarlo, sognava di essere il primo uomo sulla luna, sognava di correre una maratona devastante, sognava, sognava e sogn...
Aveva una fantasia che avrebbe fatto invidia ai migliori scrittori, poeti, cantautori, ma lui le storie voleva viverle non raccontarle, fremeva percorso da una smodata voglia di avventura, di gettarsi a capofitto in mille peripezie, con la sua edizione tascabile del Candido di Voltaire sempre stretta al petto.
“Ah, quante avventure ha vissuto Candido grazie al suo autore”.
Anche lui avrebbe voluto gettarsi nella mischia della vita, sporcarsi di fango il lembo della giacca, rotolare da un paese all'altro ma l'unica cosa che movimentava la sue giornate erano le divagazioni davanti alle timide stelle. Un'ora al giorno passata in compagnia di quelle amiche fidate a cui poteva confidare tutto, luccicanti di bellezza, una bellezza che per lui ormai il mondo aveva perso.
“Se fossero tutti come le stelle!”.
Si accese la sesta sigaretta e guardò il fumo scivolare via sopra la sua testa, involarsi verso quelle stelle che tanto amava, anzi, improvvisamente fu quasi dispiaciuto che quel fumo nocivo avrebbe prima o poi raggiunto le sue compagne celesti.
Pensava che sarebbe stato davvero bello poter essere sincero anche con i suoi amici, ma loro non lo capivano, lo denigravano, dicevano che era un po' lunatico, che si perdeva in discorsi senza senso, che parlava sempre di viaggi avventurosi, di sentieri selvaggi, del giro del mondo in ottanta secondi, delle principesse esotiche, di essere stato al polo nord.
Nessuno gli credeva, ma lui li guardava sempre disincantato, quasi fosse lui l'incredulo davanti a tanta ostinazione; sapeva di essere stato in tutti quei posti, era sicuro di aver vissuto tutti quei viaggi, ma nessuno gli credeva. Tutti gli davano del bugiardo, lo insultavano dicendogli che non aveva coraggio, il coraggio di affrontare la realtà, la società, mamma e papà, ma lui continuava a non capire; non capiva come mai tutte le signore fossero sempre così buone con lui, sorridenti, accondiscendenti, con caramelle sempre pronte nel taschino.
Lui le ringraziava e non capiva, non capiva come mai gli riservassero tutta quella gentilezza: i ragazzi lo odiavano e le signore di una certa età lo amavano.
Non capiva, non capiva e non capiva.
Doveva capire perché piacesse così tanto a quelle vecchie signore, era quello il trucco, non appena svelato lo avrebbe potuto usare con i suoi coetanei, integrarsi, vivere quelle avventure che tanto fantasticava al fianco di schiere di amici.
Si scervellò molto davanti alle stelle cercando di capire il trucco misterioso.
“Tutto questo è un trucco, perfino la vita...solo le stelle non lo so. Eppure ci dev'essere il trucco”.
“Marco come va stasera? Stai un po' meglio? Prendi le medicine che ancora non hai preso” disse una delle tante signore in camice che gli voleva tanto bene.
“Grazie. Voi siete tanto buone con me. Grazie per tutte queste caramelle. Mi piacciono tanto. Ma il trucco dov'è?” chiese Marco ripensando alle stelle.

Elle Bi

lunedì 11 novembre 2013

GIOVENTù BRUCIATA - NIcholas Ray


Jimmy Dean, Jimmy Dean” così si intitola una pellicola uscita ventisette anni dopo la prematura morte del divo statunitense firmata da Robert Altman. E se un regista del calibro di Altman ha deciso di dedicare un suo film al culto quasi divinatorio che ha preso corpo dopo la scomparsa dell'attore... forse un valido motivo ci sarà.
James Dean compare sul grande schermo agli inizi degli anni Cinquanta, in piccoli ruoli di poca importanza prima del suo clamoroso debutto da protagonista ne “La valle dell'Eden” per il quale riceverà una nomination all'Oscar postuma quale miglior attore nel 1955.
La cosa singolare è che i tre film da lui interpretati da protagonista (La valle dell'Eden, Gioventù bruciata, Il gigante) sono stati prodotti tutti in poco più di un anno solare; questo, a dimostrare quanto lo star system puntasse sull'ancora sconosciuto Dean, la cui bravura, a parere di alcuni, è stata ingigantita dalla sua precoce morte.
Nonostante questi giudizi, nessuno può mettere in dubbio che James Dean sia stato un ottimo attore; la sua recitazione non è mai scontata in nessuno dei suoi film, ogni smorfia di dolore, ogni sorriso, ogni risata non è mai superflua.
Dopo l'esordio col maestro Elia Kazan, Dean dimostra di avere imparato molto sul set del suo primo film guadagnandosi di diritto il ruolo di protagonista in “Gioventù bruciata (Rebel without a cause)” di Nicholas Ray, altro grande del cinema.
Come recita il titolo originale, i ragazzi presenti nel film sono ribelli senza causa, combattono per affermare loro stessi, come individui, come uomini a cavallo tra l'adolescenza e la maturità, quella maturità che spaventa, a differenza dei giorni passati a scorrazzare per le strade o a schiacciare il piede sull'acceleratore per far schizzare una macchina giù da un dirupo.
Nelle prime scene le tre stelle del film si incontrano in una caserma. Jim Stark (James Dean) portato dentro per ubriachezza inscena una farsa tragicomica degna del suo grande talento, Judy (Natalie Wood), è fuggita di casa perché suo padre l'ha trattata male; infine il giovanissimo John (Sal Mineo) che vive con una governante di colore abbandonato dai genitori.
Jim li osserva, si muove inquieto ed offre la giacca a John con fare quasi paterno.
Quando i genitori di Jim arrivano al commissariato, lui, nonostante la grossa sbronza, cerca un dialogo con loro, ma si accorge che, come sempre, la distanza è incolmabile. Proprio per questo, l'unico che sembra capirlo è l'agente di polizia con il quale si confida in privato.
Il soprannome di John (Platone) indica un sentimento bloccato in partenza, un amore platonico per quel Jim che potrebbe incarnare la figura del padre che lo ha abbandonato, quel Jim che guarda con occhi di profonda ammirazione.
Natalie sembra apparire la classica sciocchina che corre dietro al capogruppo di turno, il violento Buzz che le ricorda il padre, anch'egli violento, verso il quale prova un sentimento morboso, ma poi capirà che Jim è quello giusto, quel ragazzo dolce e arrabbiato di cui ha bisogno.
Gioventù bruciata è lo spaccato di una generazione che sente la distanza dai propri padri (qui resi caricaturali all'inverosimile proprio per far capire l'incomunicabilità generazionale), il loro fiato sul collo, una generazione che arde di rabbia, distruggendo spesso quello che tocca; per questo il film ha un tono da tragedia greca, sembra sempre che stia per succedere l'inevitabile, la quiete prima della tempesta, quella tempesta che porterà ad un tragico epilogo.
Dean morì a ventiquattro anni in un incidente stradale, Sal Mineo fu assassinato a trentaquattro e Natalie Wood morì annegata a quarantatre; tutti morti prematuramente quasi come se aver girato Gioventù bruciata, aver segnato gli adolescenti di una generazione, essere riusciti a rimanere impressi nell'immaginario collettivo fosse stata una colpa, una condanna anzitempo. Quindi il consiglio è di guardare la versione originale di questo cult, seguendo le vicende di questi ragazzi che bruciano, bruciano proprio come noi.

Elle Bi

sabato 9 novembre 2013

RETICOLATO - Matilde Spinelli



Nuova fotografia (anch'essa presente nella mostra “Destrutturazione del soggetto”) della nostra fedelissima Matilde Spinelli.
Siamo a Parigi, la Defense, un luogo senza tempo o meglio dove il tempo sembra essersi fermato.
Un ambiente futuristico con palazzi enormi, vetri che rispecchiano la freddezza del progresso quasi a fare da contraltare alla bellezza ottocentesca di una delle città più magiche al mondo.
La fotografa ci indica la strada, ci mostra una perfezione geometrica delle linee che può essere tale solamente all'interno di uno scatto, di un click senza tempo proprio come quel luogo metafisico, piatto, magnetico e ipnotico...quindi il consiglio è di abbandonare tutte le convenzioni, i canoni prestabiliti dell'arte e lasciarci ipnotizzare da questo reticolato, da questa ragnatela di emozioni che ti assalgono come il ragno assale la preda.

Elle Bi

venerdì 8 novembre 2013

LA HAINE


Come ogni mattina faccio colazione mentre scorro annoiato i titoli del quotidiano online. Quando sto per chiudere la pagina e servirmi il caffè ormai pronto sul fuoco, una notizia cattura la mia attenzione. ‘Una squadra di terza categoria è scesa in campo con la faccia pitturata di nero. Il gesto è stato fatto per esprimere solidarietà ad un compagno di squadra di origini togolesi che, in seguito ad insulti discriminatori, aveva reagito guadagnandosi un cartellino rosso.’ Tra le tante voci che urlano al razzismo italiano, una notizia in controtendenza. Un ghigno si disegna sul mio volto e, senza nemmeno realizzare, volo con la mente da tutta un’altra parte.

Sono a Parigi. Il tempo incerto e le tinte scure dipingono la città con toni più boéhmien del solito. Siamo in un cafe, dietro al Pompidou. Qualche birra e molte sigarette. Fiumi di parole e discussioni intense, intervallate dal classico ‘Hey, guarda quella tipa!’. Alla chiusura del cafe non è ancora ora di andare a letto. Compriamo un whisky ad una ‘alimentation general’ e continuiamo a ingannare il tempo con i nostri discorsi, bagnati ora dal malto d’oro dell’alcolico. Finisce anche il whisky e arriva il momento delle grandi decisioni. Continuare la serata o rincasare? La procedura è standard. Da copione. Apri il portafogli, fai il check delle finanze e applichi la regola: ’sopra trenta euro si sta fuori, al di sotto è ora di rientrare’. E’ così che io e i ragazzi ci dividiamo, loro hanno più cash (o applicano la regola con una soglia più bassa), è giusto che facciano mattina inseguendo qualche fanciulla o, più poeticamente, i loro sogni. Osservo così le loro sagome sciogliersi nella nebbia mentre mi riparo sotto la pensilina dei bus notturni. Sono a Chatelet, snodo importante al cuore della città, in attesa del bus che mi porti dritto sotto le coperte.

Come spesso succede attacco a fare conversazione. Parlo con K., un ragazzo dell’Angola. Proprio in quei giorni sto scrivendo un saggio sul Botswana per l’università, dunque sono particolarmente interessato a storie e questioni riguardanti l’Africa sub-sahariana. Ci mettiamo a conversare. Mi spiega che parla portoghese per via del passato coloniale della sua nazione. Mi racconta in breve come la sua storia sia intrecciata con quella dell’Angola. E che vive a Parigi da tanto, dopo esservi immigrato una ventina d’anni prima. La guerra civile che seguì all’indipendenza ottenuta nel 1975 ha, a suo dire, reso invivibile un paese già complesso. Le risorse naturali e minerarie del paese sono molte ma mancano le infrastrutture per lasciare che esse siano gestite dagli angolani invece che da potenti multinazionali. La povertà e il tasso di mortalità sono alti e la ricchezza è nelle mani di pochi. Queste, e qualche conoscenza in Francia, le ragioni che lo hanno portato all’estero. Non gli chiedo come sia stato il viaggio che lo ha portato in Francia, non mi sembra il caso. Mi dice che è sposato e che ha dei figli. Quando la confidenza aumenta mi spingo un po’ più in là e chiedo cosa ne pensa del livello di integrazione a Parigi.

La domanda mi viene naturale. Non pensando che si possa definire la società italiana come multietnica, mi chiedo cosa un extracomunitario pensi di una città che, a mio dire, lo è. La situazione sfugge di mano. Non so bene cosa sono andato a risvegliare in K. I suoi occhi trasmettono rabbia, mi fissa. Pensa. Prende fiato e con un filo di voce mi dice ‘Non c’è integrazione. Ero un Negro quando sono partito e sono ancora un Negro venti anni dopo. Sei soddisfatto della mia risposta Bianco fottuto?’. La situazione si fa tesa, un ragazzo marocchino capisce, calma K. e lo tiene a distanza. Una fermata prima di scendere l’angolano si scusa e, per farsi perdonare, mi invita a conoscere la sua famiglia. Rispondo che non c’è problema ma che sarà per un'altra volta. ‘Adieu K. C’était un plaisir de te connaitre’. Mentre pronuncio quelle parole mi rendo conto che sono strano.

Scendo dall’autobus e rifletto, mentre cammino verso casa. Accendo una sigaretta e la prima boccata mi risveglia in gola il sapore del whisky che mi ha reso così loquace. Capisco solo dopo un po’. Sono ferito. In passato sono stato chiamato ‘italiano’ o ‘forestiero’ con un’accezione offensiva, ma non aveva fatto così male. Era la prima volta che venivo discriminato per un motivo per cui non vi possono certo essere colpe, il colore della mia pelle. E’ questo che mi ha tremendamente ferito. Guardo il cielo, vi sono un sacco di colori lassù, specie ora che un’alba arancione si è tuffata nella notte, scacciandola. A volte il cielo di Parigi mi fa credere che Dio esista. Guardo ancora tutti quei colori e un sorriso triste mi appare sul viso. Mi continuo a ripetere che il razzismo non esiste e che i confini di questo sono delineati dall’ignoranza e dalla paura. Che esista o meno, ora so che fa veramente male.

Aaah! Cazzo!’, è un dolore acuto anche quello che mi risveglia dal mio sogno ad occhi aperti riportandomi in cucina: mi son versato il caffè sulla mano… Che anche questa giornata abbia inizio.

Film consigliato ‘La haine’ (L’Odio) o canzone a tema ‘La Rage’ di Keny Arkana, a voi la scelta.

IT

giovedì 7 novembre 2013

¡NO PASARáN! - The Heartbreaks

                               


Dal loro esordio discografico passa solo un anno, ed agli albori del 2014 tornano The Heartbreaks con un nuovo, bellissimo singolo.
No Pasaran!” ; non si può passare oltre la spessa cortina dell’arrangiamento prodotto da Dave Heringa (Manic Street Preachers): si respira aria calda e polvere  da sparo in una canzone presumibilmente d’amore, ma che attinge agli slogan della guerra civile spagnola (e degli antifascisti britannici) per dichiararsi.
Archi trionfali su un ritmo da epica cavalcata western, mentre le chitarre di Ryan Wallace brillano e si mischiano con i cori e le esultanze del quartetto di Morecambe.
I fiati scintillanti, l’organo, le chitarre tirate, il cantato - prima caldo e poi disperato di Matthew Whitehouse - creano la giusta atmosfera.
C’è Morricone, c’è una guitar band, ci sono gli Smiths, Echo and the Bunnymen e i Beatles.  Ci sono The Heartbreaks.

Se questo singolo racchiude il valore dell’album che ne seguirà (anch’esso prodotto da Heringa),avremo sicuramente una perla da ascoltare per tutto l’inverno….

Radio

martedì 5 novembre 2013

IL SUPEREROE


Se avevo smesso, un motivo ci doveva pur essere. Ne parlavo con S. qualche giorno prima, al bar. Cominciò tutto da lì.
“Ti ricordi com'eri in forma quando facevi il supereroe? Tonico, scattante, pronto all'azione.”
“Lo so, lo so.”
“Avevi anche più capelli...e non ti si era ancora abbassata la vista.”
“Ti ho detto che lo so.”
Sorseggiava il suo caffè. Io mi guardavo dentro lo specchio che sta dietro il bancone, assuefatto da qualcosa di oscuro che non riuscivo a definire.
“Perché mollasti?”
“Non me lo ricordo. Forse non mi entrava più il costume.”
“È un peccato”.
“La vita è così.”
Il giorno dopo, a cena, mi fermai un secondo a guardare la mia famiglia che mangiava. Mia moglie che imboccava il piccolo, gli altri due ragazzi col luccichio della televisione negli occhi. Era una sera come tante altre, tutti con la stanchezza della giornata addosso, e io più tutti. L'unico che sembrava divertirsi come un matto era Mirko, il piccoletto, che all'epoca aveva appena sei mesi. Avevamo l'abitudine di mangiare con la televisione accesa, per coprire il rimbrottare dei pensieri. Il riflesso dello schermo sul pavimento dava una sensazione di caldo; buttai giù il boccone.
Il telegiornale parlava di scioperi, manifestazioni e lotte sindacali. C'era anche un corteo di supereroi a manifestare, con striscioni e fischietti: erano quelli del sindacato, qualcuno di loro lo conoscevo anch'io. Mia moglie, continuando a imboccare Mirko, si voltò verso di me eseguendo una mezza torsione del busto e mi chiese, preoccupata:
“E il tuo vitalizio? Ti leveranno il vitalizio?”
“Non credo, comunque boh. Vedremo.”
Ruttai sommessamente. In realtà Nicla, questo il nome di mia moglie, mi aveva dato un pensiero. Alludeva alla somma di denaro che lo Stato si era offerto di elargirmi mensilmente, vita natural durante, in virtù delle mie vecchie gesta da supereroe.
Quella sera, a letto, Nicla era inquieta. Continuava ad aprire e chiudere un libro che stava leggendo, si voltava verso di me, tornava a guardare il libro.
“Certo che ne è passato di tempo da quando facevi il supereroe.”
“Dieci anni.” Commentai senza alzare gli occhi dalle parole crociate.
“Com'eri bello. Non dico per via del costume, quello tutto sommato era abbastanza ridicolo. C'era qualcosa che ti distingueva dagli altri.”
“Cosa?”
“Una luce...”
Aspettai che Nicla si addormentasse e mi misi a riflettere nella penombra. Era quella penombra blu cobalto che conoscevo molto bene per via delle levatacce da supereroe. Le parole di S., quelle di mia moglie, i ragazzi ipnotizzati dalla tv che trasmetteva cortei, Mirko che rideva e lanciava via il cucchiaio: tutto cominciò a turbinarmi nella testa e sentii una puntina acuminata trafiggermi in profondità, nell'animo. Sospirai e sgusciai fuori dal letto. In punta di piedi raggiunsi l'armadio, aprii lo scomparto segreto e tirai fuori il vecchio costume. Non potevo cambiarmi lì, avrei finito per svegliare Nicla, così mi spostai in bagno.
C'era ancora tutto. La maschera senza lineamenti, il cinturone con gli attrezzi del mestiere, il mantello rosso, la tuta di lycra gialla con sul petto il mio simbolo: un cartello stradale di divieto con un cervello che vi rimbalzava contro. Rimasi per un bel po' a tastare la consistenza degli indumenti, ripensando alla gloria del passato. Poi scattai in piedi, mi spogliai e cominciai a infilarmi nel costume. Non fu facile. Quando ebbi finito abbassai gli occhi e potei constatare che una tondeggiante superficie lunare si era sostituita agli addominali scolpiti che ai tempi mi ero costruito con tanta fatica. Il cartello era tutto deformato, il cervello sembrava quasi avere delle difficoltà a rimbalzarci sopra, si perdeva in una piega, come se seguisse una traiettoria diversa. Un'altra puntina acuminata, stavolta di rimorso: un conto è ingrassare dentro certe maschere, un conto dentro altre.
Comunque sia, ci stavo. Ero di nuovo io: il Senzanome. Uscii in strada cercando di dare ai miei movimenti un'aria atletica. La zona era tranquilla e procedevo a grandi salti librandomi nella notte suburbana, sfiorando gli insettini raccolti in un groviglio attorno ai lampioni. Poi tornavo giù sentendo il fresco della picchiata, toccavo il cemento e ricominciavo. La sensazione più bella del mondo, ma non mi lasciai prendere troppo dalla foga. Pensai subito all'avventatezza del mio gesto: qualsiasi altro ex supereroe, compresi quelli che avevo visto a manifestare in tv, mi avrebbero preso per pazzo. Rientrare in scena dopo dieci anni, di punto in bianco, senza contatti nella malavita cittadina o nell'underground dei tossici, potendo contare solo su qualche aggancio con la polizia, è da incoscienti. La malavita in dieci anni cambia molto, e gli sbirri che ti davano una mano all'epoca magari adesso si sono imbolsiti e hanno perso d'autorevolezza. Perdipiù, in tanti si sarebbero chiesti il perché di un mio ritorno sulle scene, e si sarebbero senz'altro aspettati una motivazione forte, tipo che 'guardando il telegiornale ero stato toccato nel profondo da qualche ingiustizia'. Il mio ritiro di dieci anni prima, infatti, era stata una faccenda seria. Anche se al bar, parlando con S., avevo fatto il vago, in realtà c'era un motivo preciso che mi aveva spinto a smettere: Davide, il mio secondogenito. Quando nacque, promisi a Nicla e a Beatrice, la maggiore dei tre, che non avrei più vissuto di adrenalina, cazzotti e inseguimenti. Perdipiù la stampa cavalcò la notizia gonfiandola con titoli tipo: 'Il vecchio supereroe che lascia spazio alle nuove generazioni' oppure 'Senzanome si ritira: esempio di ricambio generazionale nel mondo dei supereroi'. Chissà come l'avrebbero presa. Preferii non pensarci e lasciarmi accarezzare dall'adrenalina. Presto sarebbero arrivati i guai.
Infatti, in una tenebrosa traversa di via Baccio da Montelupo, incappai in due delinquenti che stavano cercando di violentare una donna, mentre quello che presumibilmente doveva essere il suo compagno, se ne stava k.o. ai piedi di un reticolato, simile a un mucchio di stracci. Adottai la mia solita tecnica. Mi piazzai in mezzo alla strada, gambe divaricate, mantello svolazzante, le mani sui fianchi. Cominciai a fischiettare un motivetto ridicolo. Nell'arco di cinque secondi i due delinquenti si accorsero della mia presenza e cominciarono a surriscaldarsi. Si voltarono nella mia direzione insultandomi col classico gergo da strada. La donna era ancora prigioniera di uno dei due, ma l'altro veniva verso di me con aria minacciosa, la testa bassa, il mento incassato. Lasciai che si avvicinasse, e quando si trovò alla distanza giusta sfoderai dal cinturone la grossa chiave inglese e gliela sferrai sullo sterno. Si piegò sulle ginocchia, senza fiato. A questo punto lo misi fuori gioco con un potentissimo destro alla mascella e guardai l'altro. Questo, vedendomi avanzare sicuro, lasciò la donna e scappò nella notte. Legai il delinquente alla rete coi laccetti di plastica e mi assicurai che le due vittime stessero bene. L'uomo era solo stordito e si rianimò con facilità. Tirai fuori il cellulare e chiamai il 112. Mentre mi allontanavo nella notte, però, sentii l'uomo dire commosso:
“Hai visto chi era? Era Senzanome... è tornato.”
Mi avevano riconosciuto. Porcaputtana, pensai, e mi diressi a grandi salti verso casa. D'altronde era una cosa inevitabile.
La mattina dopo mi svegliai con un senso di appagamento che non provavo da tempo. Le gambe mi dolevano un po' per via di tutti quei salti, le nocche della mano destra erano leggermente contuse, ma l'animo gozzovigliava nell'autostima. Mi stiracchiai e andai in cucina. Nicla era già andata a portare i ragazzi a scuola e mi aveva lasciato il caffè e il pane tostato. Bevvi il caffè tiepido e accesi la televisione in cerca del telegiornale mattutino. Come fa presto un uomo a cadere vittima dell'orgoglio...
Ma, nonostante le mie aspettative, nessuno parlava di me. Apertura della Borsa di Milano, incidenti, giochi di politica. Non me la presi e andai in ufficio.
Mentre sbrigavo le mie pratiche andando quasi in automatico, pensai che forse quella poteva essere una benedizione. Se la notizia non si era diffusa, avrei potuto sotterrare l'episodio, riprendere la mia vita di impiegato, e considerarlo una specie di omaggio ai vecchi tempi, una cosa fatta tanto per rivivere il brivido della lotta contro le forze del male. Sì, l'orgoglio della mattina mi aveva fatto perdere di vista la realtà dei fatti: ero un supereroe ritirato, un supereroe che aveva fatto una promessa.
In pausa pranzo guardai sul pc altri notiziari. C'era l'intervista al capo del sindacato dei supereroi, il Giustiziere Elettricista, che sbraitava nel microfono cose sul diritto al vitalizio per la nostra categoria. Era roba del giorno prima e non mi ci soffermai troppo, anche se riguardava anche me in prima persona. Andai agli articoli di cronaca locale: cani abbandonati, cani ritrovati, furti in appartamenti, vandalismo... eccolo! Lessi: 'Tentato stupro in via Baccio da Montelupo: donna salvata da misterioso soccorritore'. Finché restavo misterioso, andava benissimo. Purtroppo, però, alla fine dell'intervista, il compagno della donna affermava di aver riconosciuto nel soccorritore la fisionomia di Senzanome. “La polizia però non vuole credermi, perché ho ricevuto un colpo da k.o.”. Finalmente la polizia fa qualcosa di intelligente, pensai. C'era ancora speranza di restare nell'ombra.
Uscito da lavoro, andai a fare un giro nel parco. Ero a dir poco irrequieto, mi sentivo tirare in direzioni differenti senza capire quale dovessi assecondare. Guardai le papere nuotare nel laghetto; sembravano immobili ma sotto la superficie le zampe si muovevano velocissime. Tornai a casa determinato a sotterrare quella storia e a non tirare mai più fuori il costume di Senzanome.
A cena i miei familiari erano stanchi come al solito, le loro teste appesantite se ne stavano curve sul piatto. Io sorridevo a tutti mentre grattavo il formaggio, avvolgevo gli spaghetti, passavo loro la bottiglia d'acqua. Avevo le endorfine a mille. Ogni tanto riuscivo a far sbocciare sulla bocca dei ragazzi un sorrisetto, e di questo mi accontentavo. Nicla era seria ma non seriosa – del resto stava imboccando Mirko – e non sembrava ostile nei miei confronti per nessun motivo recondito.
All'improvviso, però, la tragedia. Il telegiornale cominciò di punto in bianco ad emettere suoni interessanti, e le orecchie dei miei familiari (e mie) a ricevere questi suoni e a trasmetterli ai centri nervosi del cervello. Le nostre facce si indirizzarono tutte verso lo schermo e le nostre posate rimasero sospese a mezz'aria. Mentre scorrevano immagini di repertorio di via Baccio da Montelupo, la voce di donna della cronista diceva: “Il misterioso soccorritore che ha salvato ieri notte una donna da un tentativo di stupro, ha già un'identità. Il compagno della donna, anch'egli vittima dell'aggressione, aveva suggerito alla polizia che potesse trattarsi di Senzanome, noto supereroe di provincia famoso per aver sgominato la banda della lavatrice negli anni Novanta, ma gli agenti hanno attribuito la cosa alla violenta commozione cerebrale riscontrata dall'uomo. Oggi pomeriggio, però, la prova schiacciante: un inquilino di via Baccio da Montelupo, insospettito dal rumore, si è affacciato alla finestra e, vedendo il supereroe, ha sfoderato il cellulare e ha girato un video che ritrae la rissa fra Senzanome e i due aggressori. Vediamo.”
Guardai le facce dei miei familiari che guardavano lo schermo. Nicla si girò e mi rivolse uno sguardo carico di risentimento. Beatrice scosse la testa e infilzò un pezzo di carne con la forchetta. Mirko e Davide, invece, non capirono niente di quanto stava succedendo. Abbassai gli occhi e mi coprii la faccia con le mani.
Passai la notte in macchina, ad ascoltare programmi radio con voci sputacchianti che parlavano di politica. Ero molto triste, ma non c'era niente da fare. Alle tre mi addormentai, sperando che quella brutta situazione potesse dissolversi al mio risveglio.
Ma quando mi svegliai trovai la macchina assediata dai giornalisti. Cercai di fare mente locale e di capire cosa stesse succedendo. Non venivo preso d'assedio in questo modo dai tempi della banda della lavatrice, quando passavo tutte le notti in macchina pronto all'azione. Socchiusi il finestrino e cercai di farmi valere.
“Dovete farmi passare.”
Le domande arrivarono come uno scroscio. Le lasciai fluire via, ma una, verso la fine della cascata verbale, mi rimase fissa nella mente:
“Perché l'ha fatto, Senzanome? L'ha fatto per paura che le togliessero il vitalizio o per dimostrare qualcosa alle nuove generazioni? È una questione di soldi o c'entra il suo amor proprio?”
Rimasi interdetto. Il giornalista, - aria strapazzata, barbetta fintamente trascurata, - mi aveva colpito nell'animo. Sentii di dover rispondere. Pensai a Nicla che guarda preoccupata il corteo dei supereroi al telegiornale, a Davide che guarda la stessa cosa senza capire niente, a Beatrice che inizia a capirci qualcosa, e a Mirko che sbatte il cucchiaio sul seggiolone e sputa il cibo. Chiusi gli occhi e presi un bel respiro, poi guardai gli occhietti del cronista dall'altra parte del finestrino e a denti stretti risposi:
“Sì, l'ho fatto per il vitalizio.” E misi in moto. I giornalisti si dispersero come piccioni.
Il pomeriggio, al bar, S. mi guardò e mi chiese se poteva offrirmi qualcosa.
“Vuoi un caffè?”
“No, offrimi qualcosa di forte.”
“Giornataccia? Allora ci vuole un whisky, che ne dici?”
“Doppio.”
Lo mandai giù senza troppa convinzione: non ero più abituato a bere. In televisione davano una partita di calcio fra squadre di circuiti esteri. I turisti seduti a bere erano tutti concentrati. S. mi guardò e sorrise sardonico, poi mi dette una pacca sulla spalla. Tirai un profondo respiro, mi alzai e uscii dal bar accompagnato dal boato della gente ai tavoli: “Goaaaaaaal!”
Mi incamminai lungo la strada mentre faceva sera.

Ernesto Meribù