Se
avevo smesso, un motivo ci doveva pur essere. Ne parlavo con S.
qualche giorno prima, al bar. Cominciò tutto da lì.
“Ti
ricordi com'eri in forma quando facevi il supereroe? Tonico,
scattante, pronto all'azione.”
“Lo
so, lo so.”
“Avevi
anche più capelli...e non ti si era ancora abbassata la vista.”
“Ti
ho detto che lo so.”
Sorseggiava il suo caffè.
Io mi guardavo dentro lo specchio che sta dietro il bancone,
assuefatto da qualcosa di oscuro che non riuscivo a definire.
“Perché
mollasti?”
“Non
me lo ricordo. Forse non mi entrava più il costume.”
“È
un peccato”.
“La
vita è così.”
Il
giorno dopo, a cena, mi fermai un secondo a guardare la mia famiglia
che mangiava. Mia moglie che imboccava il piccolo, gli altri due
ragazzi col luccichio della televisione negli occhi. Era una sera
come tante altre, tutti con la stanchezza della giornata addosso, e
io più tutti. L'unico che sembrava divertirsi come un matto era
Mirko, il piccoletto, che all'epoca aveva appena sei mesi. Avevamo
l'abitudine di mangiare con la televisione accesa, per coprire il
rimbrottare dei pensieri. Il riflesso dello schermo sul pavimento
dava una sensazione di caldo; buttai giù il boccone.
Il
telegiornale parlava di scioperi, manifestazioni e lotte sindacali.
C'era anche un corteo di supereroi a manifestare, con striscioni e
fischietti: erano quelli del sindacato, qualcuno di loro lo conoscevo
anch'io. Mia moglie, continuando a imboccare Mirko, si voltò verso
di me eseguendo una mezza torsione del busto e mi chiese,
preoccupata:
“E
il tuo vitalizio? Ti leveranno il vitalizio?”
“Non
credo, comunque boh. Vedremo.”
Ruttai
sommessamente. In realtà Nicla, questo il nome di mia moglie, mi
aveva dato un pensiero. Alludeva alla somma di denaro che lo Stato si
era offerto di elargirmi mensilmente, vita natural durante, in virtù
delle mie vecchie gesta da supereroe.
Quella
sera, a letto, Nicla era inquieta. Continuava ad aprire e chiudere un
libro che stava leggendo, si voltava verso di me, tornava a guardare
il libro.
“Certo
che ne è passato di tempo da quando facevi il supereroe.”
“Dieci
anni.” Commentai senza alzare gli occhi dalle parole crociate.
“Com'eri
bello. Non dico per via del costume, quello tutto sommato era
abbastanza ridicolo. C'era qualcosa che ti distingueva dagli altri.”
“Cosa?”
“Una
luce...”
Aspettai
che Nicla si addormentasse e mi misi a riflettere nella penombra. Era
quella penombra blu cobalto che conoscevo molto bene per via delle
levatacce da supereroe. Le parole di S., quelle di mia moglie, i
ragazzi ipnotizzati dalla tv che trasmetteva cortei, Mirko che rideva
e lanciava via il cucchiaio: tutto cominciò a turbinarmi nella testa
e sentii una puntina acuminata trafiggermi in profondità,
nell'animo. Sospirai e sgusciai fuori dal letto. In punta di piedi
raggiunsi l'armadio, aprii lo scomparto segreto e tirai fuori il
vecchio costume. Non potevo cambiarmi lì, avrei finito per svegliare
Nicla, così mi spostai in bagno.
C'era
ancora tutto. La maschera senza lineamenti, il cinturone con gli
attrezzi del mestiere, il mantello rosso, la tuta di lycra gialla con
sul petto il mio simbolo: un cartello stradale di divieto con un
cervello che vi rimbalzava contro. Rimasi per un bel po' a tastare la
consistenza degli indumenti, ripensando alla gloria del passato. Poi
scattai in piedi, mi spogliai e cominciai a infilarmi nel costume.
Non fu facile. Quando ebbi finito abbassai gli occhi e potei
constatare che una tondeggiante superficie lunare si era sostituita
agli addominali scolpiti che ai tempi mi ero costruito con tanta
fatica. Il cartello era tutto deformato, il cervello sembrava quasi
avere delle difficoltà a rimbalzarci sopra, si perdeva in una piega,
come se seguisse una traiettoria diversa. Un'altra puntina acuminata,
stavolta di rimorso: un conto è ingrassare dentro certe maschere, un
conto dentro altre.
Comunque
sia, ci stavo. Ero di nuovo io: il Senzanome. Uscii in strada
cercando di dare ai miei movimenti un'aria atletica. La zona era
tranquilla e procedevo a grandi salti librandomi nella notte
suburbana, sfiorando gli insettini raccolti in un groviglio attorno
ai lampioni. Poi tornavo giù sentendo il fresco della picchiata,
toccavo il cemento e ricominciavo. La sensazione più bella del
mondo, ma non mi lasciai prendere troppo dalla foga. Pensai subito
all'avventatezza del mio gesto: qualsiasi altro ex supereroe,
compresi quelli che avevo visto a manifestare in tv, mi avrebbero
preso per pazzo. Rientrare in scena dopo dieci anni, di punto in
bianco, senza contatti nella malavita cittadina o nell'underground
dei tossici, potendo contare solo su qualche aggancio con la polizia,
è da incoscienti. La malavita in dieci anni cambia molto, e gli
sbirri che ti davano una mano all'epoca magari adesso si sono
imbolsiti e hanno perso d'autorevolezza. Perdipiù, in tanti si
sarebbero chiesti il perché di un mio ritorno sulle scene, e si
sarebbero senz'altro aspettati una motivazione forte, tipo che
'guardando il telegiornale ero stato toccato nel profondo da qualche
ingiustizia'. Il mio ritiro di dieci anni prima, infatti, era stata
una faccenda seria. Anche se al bar, parlando con S., avevo fatto il
vago, in realtà c'era un motivo preciso che mi aveva spinto a
smettere: Davide, il mio secondogenito. Quando nacque, promisi a
Nicla e a Beatrice, la maggiore dei tre, che non avrei più vissuto
di adrenalina, cazzotti e inseguimenti. Perdipiù la stampa cavalcò
la notizia gonfiandola con titoli tipo: 'Il vecchio supereroe che
lascia spazio alle nuove generazioni' oppure 'Senzanome si ritira:
esempio di ricambio generazionale nel mondo dei supereroi'. Chissà
come l'avrebbero presa. Preferii non pensarci e lasciarmi accarezzare
dall'adrenalina. Presto sarebbero arrivati i guai.
Infatti,
in una tenebrosa traversa di via Baccio da Montelupo, incappai in due
delinquenti che stavano cercando di violentare una donna, mentre
quello che presumibilmente doveva essere il suo compagno, se ne stava
k.o. ai piedi di un reticolato, simile a un mucchio di stracci.
Adottai la mia solita tecnica. Mi piazzai in mezzo alla strada, gambe
divaricate, mantello svolazzante, le mani sui fianchi. Cominciai a
fischiettare un motivetto ridicolo. Nell'arco di cinque secondi i due
delinquenti si accorsero della mia presenza e cominciarono a
surriscaldarsi. Si voltarono nella mia direzione insultandomi col
classico gergo da strada. La donna era ancora prigioniera di uno dei
due, ma l'altro veniva verso di me con aria minacciosa, la testa
bassa, il mento incassato. Lasciai che si avvicinasse, e quando si
trovò alla distanza giusta sfoderai dal cinturone la grossa chiave
inglese e gliela sferrai sullo sterno. Si piegò sulle ginocchia,
senza fiato. A questo punto lo misi fuori gioco con un potentissimo
destro alla mascella e guardai l'altro. Questo, vedendomi avanzare
sicuro, lasciò la donna e scappò nella notte. Legai il delinquente
alla rete coi laccetti di plastica e mi assicurai che le due vittime
stessero bene. L'uomo era solo stordito e si rianimò con facilità.
Tirai fuori il cellulare e chiamai il 112. Mentre mi allontanavo
nella notte, però, sentii l'uomo dire commosso:
“Hai
visto chi era? Era Senzanome... è tornato.”
Mi
avevano riconosciuto. Porcaputtana, pensai, e mi diressi a grandi
salti verso casa. D'altronde era una cosa inevitabile.
La
mattina dopo mi svegliai con un senso di appagamento che non provavo
da tempo. Le gambe mi dolevano un po' per via di tutti quei salti, le
nocche della mano destra erano leggermente contuse, ma l'animo
gozzovigliava nell'autostima. Mi stiracchiai e andai in cucina. Nicla
era già andata a portare i ragazzi a scuola e mi aveva lasciato il
caffè e il pane tostato. Bevvi il caffè tiepido e accesi la
televisione in cerca del telegiornale mattutino. Come fa presto un
uomo a cadere vittima dell'orgoglio...
Ma,
nonostante le mie aspettative, nessuno parlava di me. Apertura della
Borsa di Milano, incidenti, giochi di politica. Non me la presi e
andai in ufficio.
Mentre
sbrigavo le mie pratiche andando quasi in automatico, pensai che
forse quella poteva essere una benedizione. Se la notizia non si era
diffusa, avrei potuto sotterrare l'episodio, riprendere la mia vita
di impiegato, e considerarlo una specie di omaggio ai vecchi tempi,
una cosa fatta tanto per rivivere il brivido della lotta contro le
forze del male. Sì, l'orgoglio della mattina mi aveva fatto perdere
di vista la realtà dei fatti: ero un supereroe ritirato, un
supereroe che aveva fatto una promessa.
In
pausa pranzo guardai sul pc altri notiziari. C'era l'intervista al
capo del sindacato dei supereroi, il Giustiziere Elettricista, che
sbraitava nel microfono cose sul diritto al vitalizio per la nostra
categoria. Era roba del giorno prima e non mi ci soffermai troppo,
anche se riguardava anche me in prima persona. Andai agli articoli di
cronaca locale: cani abbandonati, cani ritrovati, furti in
appartamenti, vandalismo... eccolo! Lessi: 'Tentato stupro in via
Baccio da Montelupo: donna salvata da misterioso soccorritore'.
Finché restavo misterioso, andava benissimo. Purtroppo, però, alla
fine dell'intervista, il compagno della donna affermava di aver
riconosciuto nel soccorritore la fisionomia di Senzanome. “La
polizia però non vuole credermi, perché ho ricevuto un colpo da
k.o.”. Finalmente la polizia fa qualcosa di intelligente, pensai.
C'era ancora speranza di restare nell'ombra.
Uscito
da lavoro, andai a fare un giro nel parco. Ero a dir poco irrequieto,
mi sentivo tirare in direzioni differenti senza capire quale dovessi
assecondare. Guardai le papere nuotare nel laghetto; sembravano
immobili ma sotto la superficie le zampe si muovevano velocissime.
Tornai a casa determinato a sotterrare quella storia e a non tirare
mai più fuori il costume di Senzanome.
A
cena i miei familiari erano stanchi come al solito, le loro teste
appesantite se ne stavano curve sul piatto. Io sorridevo a tutti
mentre grattavo il formaggio, avvolgevo gli spaghetti, passavo loro
la bottiglia d'acqua. Avevo le endorfine a mille. Ogni tanto riuscivo
a far sbocciare sulla bocca dei ragazzi un sorrisetto, e di questo mi
accontentavo. Nicla era seria ma non seriosa – del resto stava
imboccando Mirko – e non sembrava ostile nei miei confronti per
nessun motivo recondito.
All'improvviso, però, la
tragedia. Il telegiornale cominciò di punto in bianco ad emettere
suoni interessanti, e le orecchie dei miei familiari (e mie) a
ricevere questi suoni e a trasmetterli ai centri nervosi del
cervello. Le nostre facce si indirizzarono tutte verso lo schermo e
le nostre posate rimasero sospese a mezz'aria. Mentre scorrevano
immagini di repertorio di via Baccio da Montelupo, la voce di donna
della cronista diceva: “Il misterioso soccorritore che ha salvato
ieri notte una donna da un tentativo di stupro, ha già un'identità.
Il compagno della donna, anch'egli vittima dell'aggressione, aveva
suggerito alla polizia che potesse trattarsi di Senzanome, noto
supereroe di provincia famoso per aver sgominato la banda della
lavatrice negli anni Novanta, ma gli agenti hanno attribuito la cosa
alla violenta commozione cerebrale riscontrata dall'uomo. Oggi
pomeriggio, però, la prova schiacciante: un inquilino di via Baccio
da Montelupo, insospettito dal rumore, si è affacciato alla finestra
e, vedendo il supereroe, ha sfoderato il cellulare e ha girato un
video che ritrae la rissa fra Senzanome e i due aggressori. Vediamo.”
Guardai
le facce dei miei familiari che guardavano lo schermo. Nicla si girò
e mi rivolse uno sguardo carico di risentimento. Beatrice scosse la
testa e infilzò un pezzo di carne con la forchetta. Mirko e Davide,
invece, non capirono niente di quanto stava succedendo. Abbassai gli
occhi e mi coprii la faccia con le mani.
Passai
la notte in macchina, ad ascoltare programmi radio con voci
sputacchianti che parlavano di politica. Ero molto triste, ma non
c'era niente da fare. Alle tre mi addormentai, sperando che quella
brutta situazione potesse dissolversi al mio risveglio.
Ma
quando mi svegliai trovai la macchina assediata dai giornalisti.
Cercai di fare mente locale e di capire cosa stesse succedendo. Non
venivo preso d'assedio in questo modo dai tempi della banda della
lavatrice, quando passavo tutte le notti in macchina pronto
all'azione. Socchiusi il finestrino e cercai di farmi valere.
“Dovete
farmi passare.”
Le
domande arrivarono come uno scroscio. Le lasciai fluire via, ma una,
verso la fine della cascata verbale, mi rimase fissa nella mente:
“Perché
l'ha fatto, Senzanome? L'ha fatto per paura che le togliessero il
vitalizio o per dimostrare qualcosa alle nuove generazioni? È una
questione di soldi o c'entra il suo amor proprio?”
Rimasi
interdetto. Il giornalista, - aria strapazzata, barbetta fintamente
trascurata, - mi aveva colpito nell'animo. Sentii di dover
rispondere. Pensai a Nicla che guarda preoccupata il corteo dei
supereroi al telegiornale, a Davide che guarda la stessa cosa senza
capire niente, a Beatrice che inizia a capirci qualcosa, e a Mirko
che sbatte il cucchiaio sul seggiolone e sputa il cibo. Chiusi gli
occhi e presi un bel respiro, poi guardai gli occhietti del cronista
dall'altra parte del finestrino e a denti stretti risposi:
“Sì,
l'ho fatto per il vitalizio.” E misi in moto. I giornalisti si
dispersero come piccioni.
Il
pomeriggio, al bar, S. mi guardò e mi chiese se poteva offrirmi
qualcosa.
“Vuoi
un caffè?”
“No,
offrimi qualcosa di forte.”
“Giornataccia? Allora
ci vuole un whisky, che ne dici?”
“Doppio.”
Lo
mandai giù senza troppa convinzione: non ero più abituato a bere.
In televisione davano una partita di calcio fra squadre di circuiti
esteri. I turisti seduti a bere erano tutti concentrati. S. mi guardò
e sorrise sardonico, poi mi dette una pacca sulla spalla. Tirai un
profondo respiro, mi alzai e uscii dal bar accompagnato dal boato
della gente ai tavoli: “Goaaaaaaal!”
Mi
incamminai lungo la strada mentre faceva sera.
Ernesto
Meribù