lunedì 7 aprile 2014

CINEMA: "ARANCIA MECCANICA - Stanley Kubrick"





Il film si apre con lo sguardo di Alex, l'antieroe kubrickiano, il protagonista del romanzo Clockwork Orange di Burgess, che ci guarda, con ghigno malefico, da cane rabbioso, quasi a dirci che assisteremo a qualcosa di tremendo, quasi ad avvertirci che il peggio deve arrivare.
Siamo in Inghilterra, in un futuro non troppo lontano; Alex e i suoi drughi se ne stanno al Korova Milk Bar, con facce interdette e stomaci pieni di Lattepiù - un mix di latte e mescalina - così da poter irrobustire corpo e anima per il tanto amato esercizio dell'ultraviolenza.
Alex e i suoi compagni si dilettano in pestaggi continui, stupri, torture fisiche e psicologiche; il mondo che li circonda strabocca di violenza da tutti i pori e loro ne fanno parte, sono figli del dolore della società che li circonda.
Il film di Kubrick è perfetto dal primo all'ultimo minuto, lo spettatore non ha un attimo di pausa, tutto si muove a ritmo di musica, la spirale di ingiustizia e violenza parte da Alex che commette i crimini più efferati a cuor leggero, felice e pienamente consapevole di ciò che sta facendo. E' un personaggio cattivo e spietato, ma onesto, non nasconde mai il piacere che prova nel far star male il prossimo, pensare e agire sono quindi strettamente legati da un nodo di purezza e autenticità seppur intinto nella malvagità.
La musica, oltre che da accompagnamento, funge pienamente da linea conduttrice del film, sarà addirittura un input scatenante reazioni e azioni da parte di Alex, come nella fantastica scena lungo i bordi del Tamigi, in cui il nostro antieroe, sentendosi tagliato fuori dalla leadership del gruppo, ci confessa in un monologo interiore che la musica udita da una finestra, la Gazza ladra di Rossini gli ha aperto gli occhi: ora sì che sa cosa fare e allora ciak, azione...ed ecco partire un ralenty mozzafiato in cui Alex ristabilirà le posizioni, picchierà i suoi drughi, li ferirà con bastone e coltello, quasi a marchiare col sangue un segno indelebile firmato Alex DeLarge.
A circa metà film la spirale si interrompe, arriva ad un punto critico, tutta l'energia negativa assimilata fino a quel momento verrà coagulata sul povero Alex, che, finito in prigione e condannato a quattordici anni di reclusione, si offrirà volontario per la cura Ludovico, un nuovo metodo studiato dallo stato, dai medici delle alte sfere, che sembrerebbe “guarire” i delinquenti dagli impulsi di violenza. La personalità di Alex verrà annientata, verrà privato del libero arbitrio, che, come ci dice il prete, è l'unica cosa che fa di un uomo un uomo. Alex non potrà più produrre violenza, ma neanche ribellarsi alla violenza stessa, non avrà più capacità di autodifesa in un mondo che si dimostra più violento di Alex stesso, una spietatezza mascherata, a differenza di quella onesta e pienamente consapevole del protagonista.
E allora eccoci arrivare al momento catartico, al ritorno della forza sprigionata da inizio film, che come un fulmine piomberà sul nostro “affezionatissimo” trascinandolo in un vortice di soprusi a cui non potrà ribellarsi. Tutto torna, la spirale ha compiuto il suo giro, la violenza è come un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso di cui la società fa parte integrante e Alex e compagni ne sono dei degni prodotti.
Kubrick nel 1971- quasi dieci anni dopo il magnifico romanzo di Burgess - si prende sulle spalle il peso di trasferire sullo schermo un testo complesso, dal linguaggio immaginifico e sperimentale, consegnandoci un film dalla potenza disarmante, una sinfonia in immagini con protagonista una perfetta arancia meccanica, un frutto morbido all'esterno - perché costretto ad esserlo - ma duro all'interno, meccanizzato e composto da ingranaggi che nessuno vorrebbe avere, che nessuno vorrebbe masticare, perché difficili da digerire.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 5 aprile 2014

ARTE: "PARIS JE T'AIME - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 4 aprile 2014

NEWS: "THE MATRIX E PLATONE? IMPOSSIBILE..."




Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio…”

Queste le parole di Morpheus poco prima di aprire i palmi delle sue mani.

Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio”

Impossibile non riconoscere da queste parole il film in questione: Matrix. Leggermente più complesso può essere il constatare come la sua trama sia una proiezione eccezionalmente moderna del plurisecolare mito della caverna di Platone.
Un’umanità completamente soggiogata al dominio di intelligenze artificiali è ridotta inconsapevolmente al ruolo di una enorme fonte di energia, ad una vera e propria pila. Ciascun individuo dorme un sonno profondo da cui è praticamente impossibile svegliarsi, ed egli vive “un sogno tanto realistico da sembrare vero”. Ed è qui che Platone comincia a fare capolino.
Difatti, nella grotta platonica, uomini incatenati braccia e gambe ad una roccia sono costretti a fissare solamente il fondo della loro “prigione”. All’esterno, nascosti da un muretto, altri individui portano sulle proprie spalle delle statue rappresentanti tutte le cose esistenti al mondo, le cui ombre sono proiettate sul fondo della caverna da un fuoco che arde dietro le stesse. Come è facile intuire, queste immagini fittizie osservate dai prigionieri sono del tutto analoghe a quelle proiettate nella mente dei soggetti-pila della pellicola dei fratelli Wachowski dalla cosiddetta matrice. Una percezione del reale assolutamente fasulla ma che trova la sua forza mistificatrice nel fatto di essere l’unica realtà ritenuta possibile da ciascun soggetto.
Le analogie col mito del filosofo greco non si esauriscono qui però. Continua infatti Platone a narrare come il pensatore, del tutto analogo all’ “eletto” del film, dirigendo verso l’uscita della grotta il suo sguardo, riesce a vedere le “cose vere” di cui prima conosceva solo le ombre, assieme ai “burattinai” che le maneggiano. Ma a tale vista egli rimane inizialmente come abbagliato, confuso, incredulo e stordito. “Se egli fosse costretto a guardare la luce direttamente, non proverebbe forse un dolore agli occhi che gli farebbe distogliere lo sguardo per guardare gli oggetti che è abituato a vedere senza provare alcun dolore?”. Ed anche questa immagine può essere ben accostata al momento del risveglio del protagonista della pellicola che, completamente spaesato, si affaccia ad osservare attonito quei campi sterminati dove gli esseri umani sono “coltivati”.
L'uomo platonico poi, libero dalle catene dell’ignoranza, vuole condividere la sua scoperta del mondo reale con coloro ancora intrappolatI nella caverna; li vuole liberare. Ciononostante “le persone direbbero di lui che è andato in superficie e vi è tornato senza occhi; e che sarebbe stato meglio non pensare di salire nemmeno”. E se costui tentasse di liberare qualcun altro per condurlo verso la luce, egli meriterebbe certo la morte.
I prigionieri ucciderebbero, piuttosto di permettere a qualcuno di portarli all’esterno della caverna. Lotterebbero per poter stare all’interno di essa perché è l'unico mondo che conoscono, quello dove si sentono veramente sicuri (incarnati nel film dal personaggio di Cypher).
Termino però con una riflessione tratta dall’ “Elogio alla Follia” di Erasmo da Rotterdam: “Che differenza pensate vi sia tra coloro che nella caverna di Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le cose vere?”. Che differenza c’è realmente?

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 3 aprile 2014

MUSICA: "IN PARTICULAR - Blonde Redhead"


Damaged Lemons. Macchine in panne in autostrada ( tradotto dallo slang americano). Così il trio statunitense (due fratelli di origini italiane e una cantante giapponese) definisce la propria musica. Ed è così che si intitola anche il loro quinto lavoro, Melody Of Certain Damaged Lemons (2000). E i tre dimostrano di aver fatto un lungo autostop, in quella immensa autostrada del rock, e di aver trovato pure qualcuno propenso a dargli un passaggio. Come i Television, per esempio. Come non pensare alla famosa chitarra di Marque Moon quando sentiamo In Particular?Ma la strada in cui si è fermata la macchina dei Blonde Redhead sembra particolarmente trafficata, così possiamo notare tra le righe delle loro canzoni un vero e proprio collage noise-rock che sfocia in un sound particolare e straordinariamente personale. Composizioni in cui si avverte sempre un lieve stato di emergenza, e si rimane con il fiato sospeso chiedendoci se quella macchina riuscirà a ripartire oppure no.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 1 aprile 2014

LETTERATURA: "BOOMERANG - Capitolo 5, Camille"

(Link al capitolo 4)


Camille seppe del licenziamento di David da Jessy che, durante una delle sue aerodinamiche scopate, l'aveva saputo da Jo, il quale era stato avvertito da Rob durante una maratona di strisce di coca.
“Cazzo l'hai saputo di David?” disse Rob col naso tappato.
“No, che è successo?”.
“L'hanno licenziato”.
“E' uno dei nostri ora, si stava dando un po' troppe arie il bricconcello” disse Jo con perfidia.
“Pensandoci bene non hai tutti i torti, gli servirà da lezione. Che vada in culo lui e tutta quella perfezione”.
Rob l'aveva saputo da David, che chiamandolo gli aveva detto quanto fossero stronze le donne, che si meritavano carota e bastone; un discorso non molto elegante per uno che si definiva una persona di classe, l'unico del gruppo che si lavava le mani dopo aver pisciato.
Camille reagì alla notizia con non molto stupore, emise un piccolo sbuffetto, un sospiro carico di un menefreghismo raro. Era giunto il momento, finalmente sarebbe stata l'unica produttiva dei cinque, l'unica ad avere un futuro davanti, si immaginò laureata con tanto di alloro a coronare i suoi capelli, e gli altri a sbavarle davanti, a fotografare quel momento dimenticando il tanto applaudito stipendio da duemila al mese che David aveva bruciato in pochi attimi di eccitazione.
“Diventerò una psicologa coi fiocchi, ho tanto di quel materiale tutti i giorni sotto gli occhi...” pensò capendo che i suoi amici erano ottime cavie da laboratorio.
Schizofrenia, tossicodipendenza, mania del controllo, dipendenza da sesso, tutto questo si mostrava a un palmo di naso costantemente, con sfaccettature sempre diverse. Era come un enorme parco giochi per Camille; sì, i suoi amici, la tribù della scimmia, erano uno spettacolo incredibile, uno spettacolo gratuito; saltellavano dalla mattina alla sera davanti al suo microscopio, davanti alla sua lente d'ingrandimento che li osservava e li radiografava senza pietà, senza risparmiare nessuno, nemmeno la sua cara amica Jessy.
“Mi dispiace per David, poveretto” disse Camille mentendo al telefono.
“Già...tutti quei regali...ora non ci saranno più” rispose Jessy.
“Non solo per quello; lo sai, David era l'unico affermato”.
“Non dire cazzate, non vedevi l'ora di poterlo sbranare”.
“Sei pazza? Sono molto addolorata”.
“Se sento un'altra stronzata uscire da quella bocca da santarellina giuro che te la chiudo con un dildo enorme. Non venirmi a raccontare balle su balle, tutti sanno che non aspettavi altro. E' il tuo momento, fa vedere quello che vali...se vali” sbraitò Jessy dall'altro capo della linea.
“Ma veramente io...”.
“Taci troietta...a dopo” riattaccò Jessy imponendo la propria autorità.
“Che si fotta quella stronza” pensò Camille lanciando il telefono sulla poltrona.
Aprendo il libro di psicologia, Camille lesse la parola dipendenza, che risvegliò in lei molti ricordi ma uno in particolare la stuzzicò per diversi minuti.
Era San Patrizio, ormai si festeggiava anche in Italia con regolarità, e fiumi d'alcool e buffi cappelli scorrevano per le strade imbottigliate da un traffico umano non indifferente.
Rob si divincolava tra la folla barcollando di tanto in tanto, era su di giri, un misto di alcool e coca lo aveva trasformato in uno zombie verde in cerca di chissà cosa.
Si era pitturato di verde la faccia, credeva nelle festività, sopratutto quando erano motivo di sballo doppio, di sballo extra, di animalesche danze che lo proiettavano in lidi lontani; con gli occhi chiusi volava dall'altra parte del globo, ma il giorno seguente, sempre la stessa merda, sempre alla ricerca della pace interiore, del momento perfetto, ma perfetto per cosa?
Girandosi verso gli altri e pronunciando parole masticate da un tasso alcolico ormai elevato tirò fuori dalla tasca l'ultimo pezzo di coca, chiese a Camille se ne volesse un po', e lei rispose che era proprio un buon momento per farsi una striscia, rispose che non aveva esami in programma, sì, rispose proprio così.
Prendendo la busta con le movenze di un uomo di Neanderthal inciampò contro un muro umano, un colosso alto due metri; guardandolo gli parve come una montagna invalicabile, farfugliò qualcosa e si mise a cercare la busta.
Un cane schizzò come un elastico davanti alla sua faccia, afferrò la busta e la ingoiò distruggendo tutti i sogni di Rob e Camille.
“Cazzo, no, non posso crederci” riuscì a balbettare Rob nonostante una quasi semi paresi facciale.
“Te l'avevo detto, coglione, mai tenere la droga insieme al cibo” disse Jo.
“Al cibo? Che cazzo c'entra?” rispose Rob.
“Quel cane isterico avrà sentito l'odore della mortadella, sei un animale peggio di lui, mai tenere droga e cibo a stretto contatto” disse Jo.
Il cervello di Rob iniziò a connettere, aveva tenuto un panino in tasca per ore in attesa di un sentore di appetito e il cane l'aveva sentito, non c'era altra possibilità.
“Vieni qui bello, dai vieni qui” disse Rob incrociando lo sguardo del cane.
Il cane si fidò avvicinandosi di soppiatto, due mani furiose lo cinsero all'improvviso.
“E' la resa dei conti, o io o te” disse Rob tirando fuori il coltello dalla tasca.
“Che cazzo fai Rob? Sei impazzito?” disse David correndo verso l'amico.
“Ora lo sbudello ben bene e poi glielo faccio vedere io come si finisce a fregare chi è più furbo, ah ah ah” rise Rob in procinto di sbudellare la povera bestia.
“Fermo cazzo” urlò Camille saltandogli addosso.
“Lo sbuzzo, lo sbuzzo, lasciatemi”.
Dopo una sceneggiata pantomimica gli altri convinsero Rob a lasciare in pace il povero animale.
Camille si ricordò tutta la scena, si ricordò la faccia di Rob che come un bambino iniziò a piangere e a farfugliare: voleva la coca, voleva la mamma. Ma entrambe erano già a letto da diverse ore.
“Le dipendenze, ah, che strane cose” pensò Camille dondolando la penna fra le dita.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 31 marzo 2014

CINEMA: "IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) - Paul Wright"





Qualche giorno fa mi sono imbattuto, del tutto casualmente, nell’esordio cinematografico (come lungometraggio, avendo già alle spalle alcuni cortometraggi) di un giovane regista scozzese, Paul Wright. Il film è For those in peril (uscito in Italia in poche sale all’inizio del marzo scorso con il superficiale titolo Il superstite).


Nonostante non sia un capolavoro e presenti alcuni difetti di messa in scena e un cast in generale non eccelso (escluso il protagonista, bravo nel rendere naturale la complessità del personaggio), il film mi ha decisamente impressionato, lasciandomi, alla fine, come interdetto a riflettere su quello che avevo appena veduto.

E' ambientato lungo le coste della Scozia (luogo dove è cresciuto il regista), in un paesino di pescatori. Aaron; il giovane superstite del film, è l’unico sopravvissuto di sei ragazzi (tra i quali anche suo fratello maggiore) usciti in mare aperto con un peschereccio e mai più ritornati. Il ragazzo, che vive solo con la madre, non ricorda niente di quanto successo e sarà costretto ad affrontare, oltre al dolore per la perdita dell’amato fratello, il sospetto e le malelingue degli abitanti del paese che lo ritengono, neanche troppo velatamente, responsabile della tragedia.

Impossibile catalogare il film secondo qualche genere, tanto complessa e sfaccettata è l’ora e mezza che lo compone. Il superstite parte, infatti, come racconto intimistico di elaborazione del lutto, si trasforma quasi impercettibilmente in uno psicodramma per concludersi quindi in qualcosa di molto simile all’horror. La grande bravura del giovane regista e sceneggiatore sta proprio nell’essere riuscito a gestire il passaggio da un registro all’altro, fondendoli e confondendoli tra loro fino a renderli qualcosa di assolutamente unico e coerente avvalendosi della voce off e del flusso di coscienza del protagonista (in stile malickiano, anche per quanto riguarda i difetti; i toni ad esempio, a volte troppo enfatici). Attraverso le reminiscenze di Aaron, e ai suoi comportamenti sempre meno giustificati dalla sofferenza per la perdita del fratello e sempre più inquietanti, veniamo a scoprire la natura deviata della sua psiche, in una folle corsa verso l’enigmatico e drammatico finale.

Infine, una menzione va fatta, obbligatoriamente, ad un aspetto centralissimo dell’intera vicenda, ovvero le credenze popolari molto forti nei villaggi costieri scozzesi. Superstizioni, leggende, che la madre raccontava al piccolo Aaron e a suo fratello, in particolare quella che narra dell’esistenza di un enorme mostro marino, proprio quello a cui Aaron attribuisce la colpa della sparizione del fratello in mare. Superstizioni che ritornano nei tormentati monologhi interiori del ragazzo e che ritorneranno nel già citato enigmatico finale. Enigmatico e indimenticabile.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 29 marzo 2014

ARTE: "ORIZZONTI D'ACCIAIO - Mi.Di"



Busan, Corea del Sud, il Ranbow Bridge, 7 km di ponte.

di Mi.Di per la rubrica "ARTE".