martedì 19 novembre 2013

DON GIOVANNI




Camminando per strada mi guardò, o meglio vide quel che io volevo vedesse.
Ripetevo la parte come un attore vittoriano nel bel mezzo di una performance da togliere il fiato.
La mia parlantina impazzava fluida. Lei mi fissava, credendo a tutto. Il sorriso, lo sguardo incredulo, una donna dalle morbide labbra pendeva dalle mie dure e screpolate. Ero senza un soldo ma che importava? In quel momento nemmeno tutto l'oro del mondo mi avrebbe appagato più della sensazione di vedere quella donna cascare fra le mie braccia.
Parlavo, parlavo, parlavo e lei ascoltava avidamente ogni parola, quasi volesse rubarmele di bocca e custodirle in un nascondiglio segreto.
“Lei...lei davvero è stato in America a fare il mozzo? Davvero lei è tornato fra fanfare e zanzare con lo stemma di capitano cucito sul bordo della divisa?”.
“Certo che si, sciocchina mia...e le dirò di più! Laggiù, di ritorno dal Kansas il mio nome fu urlato dalla Callas”.
“Dalla Kanlas?”.
“Callas sciocchina mia, Callas!”.
“Ah, sì, la Callas. Oh mamma che privilegio”.
Lei con le sue gonfie labbra amorose mi guardava come indispettita dalla mia magniloquenza, e io la ricambiavo con occhiate languide tutte frottole e immaginazione.
Non capiva che “la Callas” era un modo di dire, la sua mente proprio non ci arrivava. Poverina! Ma guai se la sua bocca avesse mancato l'appuntamento con la mia.
Ero eccitato, più la guardavo e più mi pregustavo il suo seno abbondante che dolcemente mi stringeva la testa. E fu allora che immaginai di essere un pittore per vantarmi di aver dipinto io quella sua pelle rosea, liscia e profumata.
“Vorrei morire per rinascere pittore” le dissi guardandola con pathos e decisione.
“E perché mai da parte vostra un gesto così estremo?”.
“Semplicemente per perder ogni nobile privilegio”.
“Ma perché pittore invece che nuotatore?”.
“Perché, adesso, guardandovi m'è venuto in mente che solo maneggiando a fondo i pennelli potrei fissare per sempre il vostro volto”.
“Ah, che poeta che siete!”.
Era fatta! Già sentivo il calore del suo ventre che s'attorcigliava.
Dopo mesi d'astinenza forzata (alla legge non si comanda) finalmente avrei ritrovato me stesso, l'amatore che fui, l'amante delle mille e una notte, il Don Giovanni come dicono in Italia.
Ormai mancava poco, il gioco era fatto, la mia sciocchina aveva abboccato all'amo che le avevo teso. Eccola lì che mi guardava come un pesce impaurito, sperando in cuor suo (lo so per certo) che sarei stato il primo e l'ultimo tra gli uomini della sua vita.
I nostri sguardi si presero ancora nell'imbarazzo che precede l'amplesso, ma non si scoraggiarono, anzi, si intrecciarono e si baciarono scambiandosi ammiccamenti maliziosi.
Ecco, era quello il momento.Dovevo agire all'istante, il tempismo è tutto nell'arte della conquista.
Un complimento, una carezza lieve, delicata come a toccar la mano di una fata e poi...e poi l'accelerata finale, la corsa verso il traguardo amato, l'amore gagliardo di una giovinezza ormai sfiorita...cui afferrarsi senza mai cedere.
“Brucio d'amore per te, ardesia mia. Andiamocene da questa sporca via, vedrai quant'è bella casa mia”.
“Mi spiace tradire i vostri nobili intenti ma mio marito mi aspetta e sappiate poi che con un vecchio ci sono mai andata”.
Il cuore non resse, stramazzai in terra senza certezze.

Elle Bi

lunedì 18 novembre 2013

A SERIOUS MAN - Joel ed Ethan Coen


Joel ed Ethan Coen, sin dai loro primi film degli anni ottanta (Blood Simple, Arizona Junior, Crocevia della morte), hanno rappresentato, nel vasto panorama della cinematografia statunitense fortemente mainstream, uno straordinario esempio di cinema indipendente ed autoriale che non ha comunque impedito ai due registi (soprattutto negli ultimi anni) di ricevere consensi unanimi da parte di critica e pubblico. I fratelli del Minnesota non mancano di connotare i loro film con la personale e tragica visione del mondo che essi hanno, ai confini con un nichilismo che richiama alla mente Bresson (penso soprattutto a opere come Il diavolo probabilmente o L’argent).
Quello coeniano è un universo popolato da uomini insignificanti, senza qualità, mediocri o addirittura idioti. Sono mossi nel loro agire da fini egoistici (il denaro, il successo, il potere), fini che non potranno comunque raggiungere se non pagando un prezzo altissimo. Questo è vero sia quando sono essi stessi causa degli eventi tragici che gli accadono (Fargo, Non è un paese per vecchi, Burn After Reading) sia quando assistono impotenti al disgregarsi del microcosmo che li circonda. Ed è qui che entra in gioco Larry Gopnik, protagonista di A Serious Man. Larry, personaggio coeniano per eccellenza, professore di fisica all’università (dove è in corsa per un posto di ruolo), sposato con due figli, vede tutte le certezze su cui fondava la sua tranquilla e modesta esistenza crollare una dopo l’altra. La moglie vuole il divorzio per potersi risposare con un amico di famiglia e gli chiede di andarsene di casa, la figlia gli ruba del denaro per pagarsi un intervento di chirurgia estetica, il figlio fuma spinelli. E, come se non bastasse, attende l’esito degli esami prescrittigli dal medico che potrebbero diagnosticargli un male. Incapace di districarsi tra tutti questi problemi decide di chiedere aiuto a tre diversi rabbini (è ebreo, fatto per la verità non secondario visto che siamo in un film dei Coen). Ma coloro che dovrebbero avere tutte le risposte in realtà non gli offrono alcun aiuto. Qui i Coen inseriscono un altro elemento imprescindibile della loro filmografia: l’umorismo caustico, tipicamente ebraico, un po’ alleniano. Si sorride spesso durante la visione del film ma a denti ben stretti. Del resto, c’è ben poco da ridere; assistiamo alle continue sventure che accadono al protagonista senza averle in alcun modo meritate, provando una sorta di compassione per un uomo sopraffatto dalla vita (ho trovato molte similitudini tra questo film e quello, bellissimo, di Todd Solondz Life During Wartime). Nel finale (vagamente biblico) l’arrivo del tornado ci ricorda l’unica verità indiscutibile: Larry Gopnik siamo tutti noi. Poveri cristi, che combattono in terra una guerra già persa.

Diccì

sabato 16 novembre 2013

INCROCI - Matilde Spinelli


Scatto eseguito nel labirinto di Robert Morris, un'installazione contemporanea custodita nel parco di Villa Celle (Collezione Gori) in provincia di Pistoia.
Come Morris, la fotografa Spinelli ci comunica il disagio psicologico di questa installazione che fa perdere i punti di riferimento allo spettatore.
La messa a fuoco non è perfetta, quasi a creare un'ipnosi visiva, l'occhio si perde in un'atmosfera metafisica, corre, corre fantasticando fino all'uscita di quel labirinto.
Un bianco e nero che sembra sciogliere le forme, creare spazi che non esistono, ma inevitabilmente dopo un'attenta analisi, alla fine del viaggio ci ritroviamo nella nostra stanza, nella nostra vita di sempre.

Elle Bi

venerdì 15 novembre 2013

"NOTIZIA DAL FUTURO?! LONDONIA XX/XX/XXXX"


Londonia XX/XX/XXXX

Non è una lettera, non è un racconto, non vi sarà niente di romanzato, esagerato, poetizzato. Parole semplici, sincere, familiari. Solo questo potrà essere trovato; solo questo potrà essere letto. E nient’altro. Provate la sensazione di vuoto.
PS: ho cambiato dei nomi qua e là, tanto per divertirmi.
L’editore del Financial World, Lionel Barberry interviene ad una lezione aperta al pubblico presso la Londonia School of Economics dal titolo Can and should the Europaniazone survive?. La stanza ove questa è tenuta è gremita di gente, le aspettative nei confronti di un ospite di tale calibro sono decisamente alte. In effetti, sin dalle prime parole, le attese non vengono minimamente tradite. Acuto, brillante, dotato di quell’ironia londonica sottile, sottesa, e mai volgare, ispira il suo pubblico a guisa di un brillante oratore e mantiene la qualità dell’intervento sempre a livelli non facilmente imitabili da persone poco abili di lingua. L’ora e mezzo di durata dell’incontro scorre rapida, e gli argomenti toccati sono molteplici nonostante il filo conduttore sia uno, l’Europania e il suo futuro. Ma non c’è Etallia. Di rado fa capolino tra le labbra del giornalista, e ancor più di rado tra quelle di coloro che tengono ancor più viva la lezione con domande e approfondimenti.
Ma è principalmente nel modo in cui si conclude l’incontro che non c’è Etallia. Almeno per il sottoscritto.
Ci racconti la storia del suo incontro ad Aroma col presidente T. (ho volutamente modificato l’iniziale del vero nome ma voi metteteci chi vi pare. Fa davvero così differenza? Si veda a tal proposito il precedente articolo del sottoscritto dal titolo “Intervista col professor C.” e la lista degli ‘onorevoli’ condannati o sotto processo dell’attuale legislatura Etalliana)”.
Questa la domanda finale di un ragazzo alemano. Ed è proprio tale ridicola storiella a terminare l’intervento del famoso editore. E quest’accenno fatto alla ridicola storiella è ciò che termina anche il mio articolo (dai forza, provate ad immaginare un attimo, lavorate un po’ di fantasia. Non è difficile capire di cosa si sia trattato. Vi do un piccolo aiuto riportandone l’inizio. “Durante una calda serata aromana, mi trovavo in una splendida villa del centro storico…”).

Etallia
61.473.166
Popolazione
€ 2.078.329.334.351
Debito pubblico etalliano

1.910.347.000.000                          PIL

9°                                                        Economia mondiale per PIL nominale

3°                                                        Economia dell’Europa continentale

261.423.740.707
Soldi evasi al fisco quest'anno
€ 207.205.811
Costo del Quirinale quest'anno
€ 928.578.828
Costo della Camera dei deputati quest'anno
€ 74.747.985
Spese per l'uso di aerei di stato per i politici quest'anno
Maste

giovedì 14 novembre 2013

COLD WIND - Arcade Fire

                                                             


Beh, cosa dire degli Arcade Fire? Credo che ormai tutti voi conosciate perfettamente il gruppo che, con i primi due album (Funeral del 2004 e Neon Bible del 2007), è arrivato ad essere probabilmente il massimo esponente della nuova ondata di indie rock proveniente dalla new wave degli anni 80. Ma i sette canadesi hanno qualcosa di nascosto da far scoprire, al di fuori degli album, e Cold Wind fa parte di quel qualcosa. Cold Wind è un piccolo fuori programma,  un fuori programma straordinario, direi essenziale nell'ascolto della loro discografia. E' una di quelle tracce che, una volta concluse, fa venire la voglia di mettere repeat, assorbendoci nel suo vento freddo. Inoltre, da sottolineare lo scopo della canzone: fare da colonna sonora per il telefilm capolavoro Six Feet Under. Quindi due consigli in uno: guardatevi Six Feet Under, cullati dalle note di questa straordinaria canzone.

Mi.Di

martedì 12 novembre 2013

LE STELLE


Le stelle erano sempre lì a guardarlo e lui non disdegnava quegli sguardi indiscreti, anzi, sembrava apprezzarli, li ricambiava fumando la sua quinta sigaretta affacciato alla terrazza.
Il fumo si alzava verso il cielo disperdendosi fra il mare dei suoi pensieri, amava guardare le stelle, amava il sapore del tabacco e sopratutto amava pensare davanti a quegli sguardi silenziosi che lo scrutavano dall'alto.
“Ah, le stelle!!! Se fossero tutti come le stelle...Chissà come sarebbe un mondo fatto di stelle?” si ripeteva di tanto in tanto.
Il suo divagare era una vera e propria fissazione, si perdeva nei meandri della mente di continuo, sognava vite impossibili dove amava donne esotiche rincorso da boia che volevano decapitarlo, sognava di essere il primo uomo sulla luna, sognava di correre una maratona devastante, sognava, sognava e sogn...
Aveva una fantasia che avrebbe fatto invidia ai migliori scrittori, poeti, cantautori, ma lui le storie voleva viverle non raccontarle, fremeva percorso da una smodata voglia di avventura, di gettarsi a capofitto in mille peripezie, con la sua edizione tascabile del Candido di Voltaire sempre stretta al petto.
“Ah, quante avventure ha vissuto Candido grazie al suo autore”.
Anche lui avrebbe voluto gettarsi nella mischia della vita, sporcarsi di fango il lembo della giacca, rotolare da un paese all'altro ma l'unica cosa che movimentava la sue giornate erano le divagazioni davanti alle timide stelle. Un'ora al giorno passata in compagnia di quelle amiche fidate a cui poteva confidare tutto, luccicanti di bellezza, una bellezza che per lui ormai il mondo aveva perso.
“Se fossero tutti come le stelle!”.
Si accese la sesta sigaretta e guardò il fumo scivolare via sopra la sua testa, involarsi verso quelle stelle che tanto amava, anzi, improvvisamente fu quasi dispiaciuto che quel fumo nocivo avrebbe prima o poi raggiunto le sue compagne celesti.
Pensava che sarebbe stato davvero bello poter essere sincero anche con i suoi amici, ma loro non lo capivano, lo denigravano, dicevano che era un po' lunatico, che si perdeva in discorsi senza senso, che parlava sempre di viaggi avventurosi, di sentieri selvaggi, del giro del mondo in ottanta secondi, delle principesse esotiche, di essere stato al polo nord.
Nessuno gli credeva, ma lui li guardava sempre disincantato, quasi fosse lui l'incredulo davanti a tanta ostinazione; sapeva di essere stato in tutti quei posti, era sicuro di aver vissuto tutti quei viaggi, ma nessuno gli credeva. Tutti gli davano del bugiardo, lo insultavano dicendogli che non aveva coraggio, il coraggio di affrontare la realtà, la società, mamma e papà, ma lui continuava a non capire; non capiva come mai tutte le signore fossero sempre così buone con lui, sorridenti, accondiscendenti, con caramelle sempre pronte nel taschino.
Lui le ringraziava e non capiva, non capiva come mai gli riservassero tutta quella gentilezza: i ragazzi lo odiavano e le signore di una certa età lo amavano.
Non capiva, non capiva e non capiva.
Doveva capire perché piacesse così tanto a quelle vecchie signore, era quello il trucco, non appena svelato lo avrebbe potuto usare con i suoi coetanei, integrarsi, vivere quelle avventure che tanto fantasticava al fianco di schiere di amici.
Si scervellò molto davanti alle stelle cercando di capire il trucco misterioso.
“Tutto questo è un trucco, perfino la vita...solo le stelle non lo so. Eppure ci dev'essere il trucco”.
“Marco come va stasera? Stai un po' meglio? Prendi le medicine che ancora non hai preso” disse una delle tante signore in camice che gli voleva tanto bene.
“Grazie. Voi siete tanto buone con me. Grazie per tutte queste caramelle. Mi piacciono tanto. Ma il trucco dov'è?” chiese Marco ripensando alle stelle.

Elle Bi

lunedì 11 novembre 2013

GIOVENTù BRUCIATA - NIcholas Ray


Jimmy Dean, Jimmy Dean” così si intitola una pellicola uscita ventisette anni dopo la prematura morte del divo statunitense firmata da Robert Altman. E se un regista del calibro di Altman ha deciso di dedicare un suo film al culto quasi divinatorio che ha preso corpo dopo la scomparsa dell'attore... forse un valido motivo ci sarà.
James Dean compare sul grande schermo agli inizi degli anni Cinquanta, in piccoli ruoli di poca importanza prima del suo clamoroso debutto da protagonista ne “La valle dell'Eden” per il quale riceverà una nomination all'Oscar postuma quale miglior attore nel 1955.
La cosa singolare è che i tre film da lui interpretati da protagonista (La valle dell'Eden, Gioventù bruciata, Il gigante) sono stati prodotti tutti in poco più di un anno solare; questo, a dimostrare quanto lo star system puntasse sull'ancora sconosciuto Dean, la cui bravura, a parere di alcuni, è stata ingigantita dalla sua precoce morte.
Nonostante questi giudizi, nessuno può mettere in dubbio che James Dean sia stato un ottimo attore; la sua recitazione non è mai scontata in nessuno dei suoi film, ogni smorfia di dolore, ogni sorriso, ogni risata non è mai superflua.
Dopo l'esordio col maestro Elia Kazan, Dean dimostra di avere imparato molto sul set del suo primo film guadagnandosi di diritto il ruolo di protagonista in “Gioventù bruciata (Rebel without a cause)” di Nicholas Ray, altro grande del cinema.
Come recita il titolo originale, i ragazzi presenti nel film sono ribelli senza causa, combattono per affermare loro stessi, come individui, come uomini a cavallo tra l'adolescenza e la maturità, quella maturità che spaventa, a differenza dei giorni passati a scorrazzare per le strade o a schiacciare il piede sull'acceleratore per far schizzare una macchina giù da un dirupo.
Nelle prime scene le tre stelle del film si incontrano in una caserma. Jim Stark (James Dean) portato dentro per ubriachezza inscena una farsa tragicomica degna del suo grande talento, Judy (Natalie Wood), è fuggita di casa perché suo padre l'ha trattata male; infine il giovanissimo John (Sal Mineo) che vive con una governante di colore abbandonato dai genitori.
Jim li osserva, si muove inquieto ed offre la giacca a John con fare quasi paterno.
Quando i genitori di Jim arrivano al commissariato, lui, nonostante la grossa sbronza, cerca un dialogo con loro, ma si accorge che, come sempre, la distanza è incolmabile. Proprio per questo, l'unico che sembra capirlo è l'agente di polizia con il quale si confida in privato.
Il soprannome di John (Platone) indica un sentimento bloccato in partenza, un amore platonico per quel Jim che potrebbe incarnare la figura del padre che lo ha abbandonato, quel Jim che guarda con occhi di profonda ammirazione.
Natalie sembra apparire la classica sciocchina che corre dietro al capogruppo di turno, il violento Buzz che le ricorda il padre, anch'egli violento, verso il quale prova un sentimento morboso, ma poi capirà che Jim è quello giusto, quel ragazzo dolce e arrabbiato di cui ha bisogno.
Gioventù bruciata è lo spaccato di una generazione che sente la distanza dai propri padri (qui resi caricaturali all'inverosimile proprio per far capire l'incomunicabilità generazionale), il loro fiato sul collo, una generazione che arde di rabbia, distruggendo spesso quello che tocca; per questo il film ha un tono da tragedia greca, sembra sempre che stia per succedere l'inevitabile, la quiete prima della tempesta, quella tempesta che porterà ad un tragico epilogo.
Dean morì a ventiquattro anni in un incidente stradale, Sal Mineo fu assassinato a trentaquattro e Natalie Wood morì annegata a quarantatre; tutti morti prematuramente quasi come se aver girato Gioventù bruciata, aver segnato gli adolescenti di una generazione, essere riusciti a rimanere impressi nell'immaginario collettivo fosse stata una colpa, una condanna anzitempo. Quindi il consiglio è di guardare la versione originale di questo cult, seguendo le vicende di questi ragazzi che bruciano, bruciano proprio come noi.

Elle Bi