(Link alla Parte 1)
Giorno 4:
Ci svegliamo a
metà mattinata. Non abbiamo più la camera doppia, ma siamo in stanza con un
ciccione di Brisbane, che dorme in maniera scomposta, abbandonato a una posa da
pachiderma.
L'altro con cui
dividiamo la camera dorme in mezzo a ciò che possiede: un computer Apple, un
cartone di latte vuoto, calzini sporchi e altre cianfrusaglie. Tiene il pc
stretto al petto, quasi come fosse un guanciale o una donna, sembra voglia
portarselo dietro anche nel sonno.
Ci vestiamo e
usciamo senza fare troppo rumore.
Le strade sono
affollate da una massa di carne e metallo: macchine, moto, biciclette, carretti
e pedoni si incastrano alla perfezione in un puzzle frenetico ma preciso.
Vorrei avere un
elicottero per poter vedere dall'alto questo spettacolo di traffico a cielo
aperto, che a un primo sguardo può sembrare confusionario, ma in realtà tutto
ha un suo ordine, l'ordine del caos.
Abbiamo saltato
colazione, per questo ci fermiamo in un negozietto che vende cibo che ha due
tavoli all'interno.
Prima di noi ci
sono due ragazzi. Guardiamo i loro noodles e li indichiamo per far capire alla
signora.
Entrando notiamo
un bambino che gioca con un fiore. Ci sediamo.
Salutiamo il
bambino, che inizia a parlarci in cinese. Ovviamente non capiamo.
Avrà più o meno
cinque anni ed è bellissimo. Ci porge il fiore, ce lo passiamo e glielo
rendiamo sorridendo. Il bambino ci guarda e sorride. Sono commosso. Comunicare
senza usare la benché minima parola è straordinario, riscopri i gesti antichi,
gli sguardi silenti, i sorrisi e tanto di ciò che ormai si è perso nella
società odierna.
Il bambino si
nasconde sotto al tavolo, lo seguo con la macchina fotografica, sarà tutto
materiale utile per il documentario, sarà una boccata d'aria fresca
contrapposta a tutta l'aria che si
respira per le strade di Shanghai.
Prima di andare
via, F gli regala un braccialetto che tiene intorno al polso. Il bambino se lo
leva e glielo rende. Non capisce che è un regalo. F insiste e ci riprova. Alla
fine, anche grazie alla mamma che deve avergli detto qualcosa, il bambino
sembra capire. Ride e ci guarda; gli brillano gli occhi.
Usciamo per
strada, sentiamo una vocina che urla parole che non capiamo. Girandoci vediamo
il bambino con il bracciale al polso che ci saluta. Ricambiamo e andiamo per la
nostra strada sicuramente più sollevati e appagati di prima.
Se la vita è un
bicchiere da riempire giorno dopo giorno, di sicuro il mio contagocce ha
lasciato cadere una piccola goccia di felicità per questo momento inaspettato.
Il bicchiere si
sta riempiendo lentamente, ma ancora dovranno scorrere litri d'acqua perché
possa riempirsi.
Andiamo al tempio
del Buddha di Giada.
A differenza del
tempio di Confucio, questo è pieno di turisti, visite guidate e scattatori di
foto impazziti.
Dopo averlo
perlustrato tutto, assistiamo ad una cerimonia di monaci assolutamente di
facciata; una cerimonia per gli obiettivi che li inquadrano da tutte le
direzioni. I monaci di Shanghai sono dei non monaci.
L'unica cosa che
mi colpisce prima di uscire dal tempio è uno stagnetto con tantissimi pesci.
Hanno colori molto accesi. Notiamo che quando qualcuno si avvicina partono
tutti come sciacalli affamati sperando in un po' di cibo. Chiedo a F di
abbassarsi per far dirigere quella massa colorata verso di lui. Abbassa la mano
e...via, tutti si accatastano l'uno sull'altro per arraffare a più non posso, ma
la mano di F non contiene niente. I pesci continuano ad agitarsi. Scatto una
foto. E' bellissima, sopratutto per il significato. Sono pesci che potrebbero
essere uomini. L'ho intitolata Rise of China.
Nel pomeriggio
andiamo in un parco per rilassarci un po'. Ci raccontiamo storie di vita per
rafforzare quella fratellanza difficile da creare in poco tempo.
Abbiamo avuto un
vissuto simile. Lui mi racconta di quando ha passato una notte in carcere in
Messico, io di quando ho dormito nella discarica della stazione di Maastricht.
I perché non ve li racconterò per non deviare troppo la strada del nostro
percorso.
Guardiamo un
aquilone volare altissimo in cielo. Un vecchio lo manovra alla perfezione. Lo
osserviamo come ipnotizzati per diversi minuti.
Decidiamo di
tornare all'ostello per una doccia. Usciamo alle nove e trenta in cerca di un
ristorantino tipico.
Mentre ci
dirigiamo ad un ristorante trovato su internet chiediamo indicazioni ad un
ragazzo, che ci dice una triste verità: “Ragazzi a quest'ora di ristoranti
cinesi aperti non ne troverete neanche uno”.
Ce ne consiglia
due internazionali ancora aperti. Mangiamo bene, purtroppo non cinese, e il
portafogli lo dimostra, 20 euro scivolati via come niente.
Dopo aver finito
la bottiglia di vino rosso, ci incamminiamo
in cerca di avventure.
Come prima tappa
decidiamo di ripassare dal Seventh Floor. La donna alla cassa ci fa entrare
senza nemmeno il bisogno della parola magica. Ordiniamo i drink che ci hanno
regolarmente regalato all'ingresso domandandoci come faccia ad andare avanti il
locale. Rimarrà per sempre un mistero.
C'è un po' più
gente rispetto alla sera precedente, ma la situazione rimane sempre la stessa.
Finiamo i due drink e filiamo dritti in un altro locale. Si chiama Mint ed è in
un palazzo di lusso.
All'ingresso ci
chiedono se abbiamo la prenotazione. Non ce l'abbiamo ma ci fanno entrare lo
stesso. Forse è il fascino dell'occidentale.
Entrando notiamo
addirittura un acquario con degli squaletti. F andando in bagno mi mostra una
foto dei cessi, che hanno una piccola televisione sopra; è proprio una
discoteca di classe.
Ci avviciniamo al
bancone e ordiniamo due cocktail.
“200 yuan (circa
24 euro)” dice il barman...E' proprio una discoteca di classe.
Sondiamo un po'
la situazione, l'alcool inizia a farsi sentire. Ci buttiamo nella pista.
Ci sono molti
occidentali, i nostri sguardi si incrociano con quelli di diverse fanciulle, ma
sfortunatamente la pista non è molto affollata, quindi le ragazze si possono
contare con il contagocce.
Continuiamo a
ballare, ma la discoteca si svuota. Sono le due passate e decidiamo di uscire
per continuare la serata.
Ci fermiamo in un
market per comprare una bottiglietta di whisky, ne va della nostra salute
perché la qualità è bassa, ma se all'Hollywood – la prossima discoteca – le
bevute dovessero costare come al Mint i nostri portafogli ne risentirebbero
troppo.
Camminando per
strada veniamo agganciati da un tipo.
“Massaggi?”
chiede. Stranamente rispondiamo di sì.
Ci dice di
seguirlo, fa dei cenni con la mano e improvvisamente ai miei occhi alterati
appare come un piccolo Caronte cinese, quindi lo seguo senza fare troppe
storie.
Entrando nel
centro massaggi ci dicono di salire al piano superiore.
Entriamo in una
stanza con due divani. Ci sediamo.
Dopo poco entra
una specie di matrona dal volto paffuto con due ragazze. Ci dice che il
massaggio costa 100 yuan a testa. Rispondiamo che va bene e buttiamo giù
qualche sorso dalla bottiglia.
Le ragazze fanno
le carine, ci sorridono, ci accarezzano e la matrona esce dai giochi. Ci dicono
di metterci in piedi per poter iniziare il massaggio. Ci danno dei deboli pugni
sulla schiena, quando ad una certa entrano due tipi poco raccomandabili e le
ragazze escono dalla stanza. E' una trappola.
Uno guarda F e
gli dice che il locale chiude e che dobbiamo andarcene, l'altro armato di
occhiali da sole mi chiede se ho altri soldi in tasca. Gli rispondo di no, e
gli dico di renderci il contante. Prova a mettermi una mano in tasca, ma con un
colpo secco gliela allontano.
Il tipo che parla
con F continua la stessa tiritera. F inizia a perdere la testa, ha la bottiglia
in mano e la temperatura si alza.
“I look like a
fucking idiot?” gli urla più volte in faccia.
Il tipo inizia ad
abbassare la cresta, e nel frattempo entra un terzo che ci dice di scendere.
Guardo F, gli dico che non appena avremo sceso le scale assesterò un diritto a
uno dei tre, lui mi guarda e dice di aspettare un attimo. Restiamo lì, immobili
in attesa del risarcimento. Mi impettisco e vado a muso duro su uno di loro,
quasi come un gallo, in segno di sfida. Mi guarda e non ha più il coraggio
necessario per mandarmi via. Inizio a mordermi le mani dalla rabbia,
scalpito come un puledro da corsa, F è lì, pronto a tutto.
La matrona sente
l'odore della paura, percepisce le scintille che rimbalzano per la stanza. Ci
rende i soldi e dice di andarcene.
Usciamo felici e
soddisfatti, non tanto per i pochi soldi che non ci hanno sottratto, ma per
esserci fatti valere in una situazione assai sfavorevole.
Andiamo
all'Hollywood carichi come rulli compressori. Facciamo subito un ultimo drink e
ci lanciamo nella mischia. Balliamo come pazzi, saltiamo da una parte all'altra
della discoteca.
Ci sono molte
ragazze carine, ma adesso vogliamo solo sfogare la dose di adrenalina
accumulata in quel centro massaggi. Ce ne andiamo quando il sole è già sorto.
Prendiamo un tuc
tuc (mezzo di locomozione a tre ruote con carrozza incorporata) per stare
all'aria aperta, per respirare un po' della nostra gioventù. Raccontiamo
svariate volte quello che ci è successo.
Arrivati all'ostello ci sediamo sugli scalini di legno a fumare una
sigaretta. Sono le sette e abbiamo in programma di svegliarci alle dieci per
andare a Zhujiajiao, la Venezia cinese. Ci guardiamo ancora alticci e euforici.
“Partiamo alle
nove e non dormiamo” dico ad F.
Ride e risponde
di sì.
Andiamo a darci
una rinfrescata ripensando a tutto quello che ci è successo e capiamo che in
quel momento ci siamo sentiti davvero vivi.
Giorno 5:
Andiamo due ore
nella hall a rilassarci un po' prima della partenza. Beviamo un tè.
F scrive il suo diario
di viaggio, io mi addormento di botto.
Mi sveglio e sono
come in trance, vedo una donna che parla seduta davanti a me, muove la bocca e
non escono parole. O è muta o sto ancora dormendo.
F mi sveglia
dicendomi che è ora di andare. Partiamo.
Shanghai è calda
come non mai da quando siamo arrivati.
Andiamo a
prendere il bus alla fermata, ma è scritto tutto in cinese. Chiediamo ad un
ragazzo, che, stranamente ci indica una lunga fila. Il bus non è ancora
arrivato, ma in compenso il caldo ci sta uccidendo. Non abbiamo dormito e le
nostre teste stanche sono lì lì per scoppiare. L'asfalto scotta sotto i nostri
piedi.
Arriva il bus,
che improvvisamente si trasforma in un carro da buoi. Gente accatastata da ogni
parte, ma il problema più grosso riamane sempre il caldo. Non c'è l'aria
condizionata e il bus sembra un forno crematorio. La gente non parla, non
spreca parole, preferisce soffrire in silenzio in attesa della partenza.
Dopo qualche
minuto partiamo per Zhujijiao.
F inizia a
parlare con un ragazzo alla sua destra. Mi introduco di tanto in tanto nella
conversazione, alternando domande a colpi di sonno e momentanee uscite di
scena. Il ragazzo è coreano, di Seoul, andiamo subito d'accordo. Ha una strana
acconciatura, con tanto di codino da samurai pitturato di viola, e studia
trading per diventare un bravo squalo della finanza.
Il ragazzo
continua a parlare, ma iniziano a mancarmi le forze. Fa troppo caldo, non
resisterò a lungo.
F mi sveglia non
appena siamo arrivati. Il viaggio è durato circa un'ora, ma è stato davvero
sfibrante. Scendiamo dal bus in cerca di un posto dove poter mangiare.
Salutiamo il
ragazzo coreano ed entriamo in un ristorante self service. Ondeggiamo fra i
vassoi, ci guardiamo e decidiamo di uscire. La roba non aveva un bell'aspetto.
Iniziamo ad
avvicinarci lentamente, sfiancati dal caldo, alla città vecchia. Ci sono canali
ovunque, è come Venezia anche se più primordiale. Scendiamo scale,
attraversiamo ponti, ma il caldo non ci molla, sembra quasi che ci abbia
inseguito da Shanghai per restarci appiccicato addosso.
Troviamo un
ristorante e ci sediamo a un tavolo affacciato su un canale.
Ordiniamo dei
gamberetti bolliti che arrivano in pochi minuti. Sono orrendi.
F ne prende in
mano alcuni e mi mostra che hanno ancora le uova attaccate, quindi decidiamo di
ordinare del pollo.
Il pollo in Cina
è quasi sempre una sicurezza. Ce lo portano e si rivela tale...il pollo
non tradisce mai.
Dopo aver finito
di mangiare, F va in bagno e tornando mi dice di andare assolutamente a vedere.
Ci vado.
E' un qualcosa di
unico: un cesso regolarmente alla turca è affiancato da una bacinella che
dovrebbe essere una sorta di lavandino, un tubo che funge da cannella ti
costringe ad abbassarti ad altezza terra per poterti lavare le mani, il tutto
condensato in poco più di un metro quadro.
Vi mostrerò la
foto perché è un qualcosa di unico.
Successivamente
continuiamo il giro per la città.
Arriviamo in una
delle stradine più pittoresche della zona. Ci sono bancarelle che vendono cibo
ovunque, carne sopratutto, carne a destra, carne a sinistra, è la messa in
scena di un carnaio infinito.
Ma gli
odori...gli odori sono come sempre indescrivibili. E' come se tutte le
interiora del mondo si fossero riversate qui in un lento grido di morte.
Vorrei avere un
apparecchio per registrare questi odori, per poterli annusare di nuovo, sì
dovrebbero inventare l'odorofono. Ce ne andiamo disgustati.
Completiamo
velocemente il giro della città, siamo stanchi e decidiamo di tornare a
Shanghai.
Arriviamo all'ostello con le membra spossate e gli occhi semichiusi: sono
il segno della nostra resa. Decidiamo di andare a letto presto: per una volta
Shanghai potrà aspettare.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".










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grazie, lo prendo come un complimento :)
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