martedì 17 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 2"

(Link alla Parte 1)

Giorno 4:

Ci svegliamo a metà mattinata. Non abbiamo più la camera doppia, ma siamo in stanza con un ciccione di Brisbane, che dorme in maniera scomposta, abbandonato a una posa da pachiderma.
L'altro con cui dividiamo la camera dorme in mezzo a ciò che possiede: un computer Apple, un cartone di latte vuoto, calzini sporchi e altre cianfrusaglie. Tiene il pc stretto al petto, quasi come fosse un guanciale o una donna, sembra voglia portarselo dietro anche nel sonno.
Ci vestiamo e usciamo senza fare troppo rumore.
Le strade sono affollate da una massa di carne e metallo: macchine, moto, biciclette, carretti e pedoni si incastrano alla perfezione in un puzzle frenetico ma preciso.
Vorrei avere un elicottero per poter vedere dall'alto questo spettacolo di traffico a cielo aperto, che a un primo sguardo può sembrare confusionario, ma in realtà tutto ha un suo ordine, l'ordine del caos.
Abbiamo saltato colazione, per questo ci fermiamo in un negozietto che vende cibo che ha due tavoli all'interno.
Prima di noi ci sono due ragazzi. Guardiamo i loro noodles e li indichiamo per far capire alla signora.
Entrando notiamo un bambino che gioca con un fiore. Ci sediamo.
Salutiamo il bambino, che inizia a parlarci in cinese. Ovviamente non capiamo.
Avrà più o meno cinque anni ed è bellissimo. Ci porge il fiore, ce lo passiamo e glielo rendiamo sorridendo. Il bambino ci guarda e sorride. Sono commosso. Comunicare senza usare la benché minima parola è straordinario, riscopri i gesti antichi, gli sguardi silenti, i sorrisi e tanto di ciò che ormai si è perso nella società odierna.
Il bambino si nasconde sotto al tavolo, lo seguo con la macchina fotografica, sarà tutto materiale utile per il documentario, sarà una boccata d'aria fresca contrapposta a tutta l'aria  che si respira per le strade di Shanghai.
Prima di andare via, F gli regala un braccialetto che tiene intorno al polso. Il bambino se lo leva e glielo rende. Non capisce che è un regalo. F insiste e ci riprova. Alla fine, anche grazie alla mamma che deve avergli detto qualcosa, il bambino sembra capire. Ride e ci guarda; gli brillano gli occhi.


Usciamo per strada, sentiamo una vocina che urla parole che non capiamo. Girandoci vediamo il bambino con il bracciale al polso che ci saluta. Ricambiamo e andiamo per la nostra strada sicuramente più sollevati e appagati di prima.
Se la vita è un bicchiere da riempire giorno dopo giorno, di sicuro il mio contagocce ha lasciato cadere una piccola goccia di felicità per questo momento inaspettato.
Il bicchiere si sta riempiendo lentamente, ma ancora dovranno scorrere litri d'acqua perché possa riempirsi.
Andiamo al tempio del Buddha di Giada.
A differenza del tempio di Confucio, questo è pieno di turisti, visite guidate e scattatori di foto impazziti.
Dopo averlo perlustrato tutto, assistiamo ad una cerimonia di monaci assolutamente di facciata; una cerimonia per gli obiettivi che li inquadrano da tutte le direzioni. I monaci di Shanghai sono dei non monaci.
L'unica cosa che mi colpisce prima di uscire dal tempio è uno stagnetto con tantissimi pesci. Hanno colori molto accesi. Notiamo che quando qualcuno si avvicina partono tutti come sciacalli affamati sperando in un po' di cibo. Chiedo a F di abbassarsi per far dirigere quella massa colorata verso di lui. Abbassa la mano e...via, tutti si accatastano l'uno sull'altro per arraffare a più non posso, ma la mano di F non contiene niente. I pesci continuano ad agitarsi. Scatto una foto. E' bellissima, sopratutto per il significato. Sono pesci che potrebbero essere uomini. L'ho intitolata Rise of China.


Nel pomeriggio andiamo in un parco per rilassarci un po'. Ci raccontiamo storie di vita per rafforzare quella fratellanza difficile da creare in poco tempo.
Abbiamo avuto un vissuto simile. Lui mi racconta di quando ha passato una notte in carcere in Messico, io di quando ho dormito nella discarica della stazione di Maastricht. I perché non ve li racconterò per non deviare troppo la strada del nostro percorso.
Guardiamo un aquilone volare altissimo in cielo. Un vecchio lo manovra alla perfezione. Lo osserviamo come ipnotizzati per diversi minuti.
Decidiamo di tornare all'ostello per una doccia. Usciamo alle nove e trenta in cerca di un ristorantino tipico.
Mentre ci dirigiamo ad un ristorante trovato su internet chiediamo indicazioni ad un ragazzo, che ci dice una triste verità: “Ragazzi a quest'ora di ristoranti cinesi aperti non ne troverete neanche uno”.
Ce ne consiglia due internazionali ancora aperti. Mangiamo bene, purtroppo non cinese, e il portafogli lo dimostra, 20 euro scivolati via come niente.
Dopo aver finito la bottiglia di vino rosso, ci incamminiamo  in cerca di avventure.
Come prima tappa decidiamo di ripassare dal Seventh Floor. La donna alla cassa ci fa entrare senza nemmeno il bisogno della parola magica. Ordiniamo i drink che ci hanno regolarmente regalato all'ingresso domandandoci come faccia ad andare avanti il locale. Rimarrà per sempre un mistero.
C'è un po' più gente rispetto alla sera precedente, ma la situazione rimane sempre la stessa. Finiamo i due drink e filiamo dritti in un altro locale. Si chiama Mint ed è in un palazzo di lusso.
All'ingresso ci chiedono se abbiamo la prenotazione. Non ce l'abbiamo ma ci fanno entrare lo stesso. Forse è il fascino dell'occidentale.
Entrando notiamo addirittura un acquario con degli squaletti. F andando in bagno mi mostra una foto dei cessi, che hanno una piccola televisione sopra; è proprio una discoteca di classe.
Ci avviciniamo al bancone e ordiniamo due cocktail.
“200 yuan (circa 24 euro)” dice il barman...E' proprio una discoteca di classe.
Sondiamo un po' la situazione, l'alcool inizia a farsi sentire. Ci buttiamo nella pista.
Ci sono molti occidentali, i nostri sguardi si incrociano con quelli di diverse fanciulle, ma sfortunatamente la pista non è molto affollata, quindi le ragazze si possono contare con il contagocce.
Continuiamo a ballare, ma la discoteca si svuota. Sono le due passate e decidiamo di uscire per continuare la serata.
Ci fermiamo in un market per comprare una bottiglietta di whisky, ne va della nostra salute perché la qualità è bassa, ma se all'Hollywood – la prossima discoteca – le bevute dovessero costare come al Mint i nostri portafogli ne risentirebbero troppo.
Camminando per strada veniamo agganciati da un tipo.
“Massaggi?” chiede. Stranamente rispondiamo di sì.
Ci dice di seguirlo, fa dei cenni con la mano e improvvisamente ai miei occhi alterati appare come un piccolo Caronte cinese, quindi lo seguo senza fare troppe storie.
Entrando nel centro massaggi ci dicono di salire al piano superiore.
Entriamo in una stanza con due divani. Ci sediamo.
Dopo poco entra una specie di matrona dal volto paffuto con due ragazze. Ci dice che il massaggio costa 100 yuan a testa. Rispondiamo che va bene e buttiamo giù qualche sorso dalla bottiglia.
Le ragazze fanno le carine, ci sorridono, ci accarezzano e la matrona esce dai giochi. Ci dicono di metterci in piedi per poter iniziare il massaggio. Ci danno dei deboli pugni sulla schiena, quando ad una certa entrano due tipi poco raccomandabili e le ragazze escono dalla stanza. E' una trappola.
Uno guarda F e gli dice che il locale chiude e che dobbiamo andarcene, l'altro armato di occhiali da sole mi chiede se ho altri soldi in tasca. Gli rispondo di no, e gli dico di renderci il contante. Prova a mettermi una mano in tasca, ma con un colpo secco gliela allontano.
Il tipo che parla con F continua la stessa tiritera. F inizia a perdere la testa, ha la bottiglia in mano e la temperatura si alza.
“I look like a fucking idiot?” gli urla più volte in faccia.
Il tipo inizia ad abbassare la cresta, e nel frattempo entra un terzo che ci dice di scendere. Guardo F, gli dico che non appena avremo sceso le scale assesterò un diritto a uno dei tre, lui mi guarda e dice di aspettare un attimo. Restiamo lì, immobili in attesa del risarcimento. Mi impettisco e vado a muso duro su uno di loro, quasi come un gallo, in segno di sfida. Mi guarda e non ha più il coraggio necessario per mandarmi via. Inizio a mordermi le mani dalla rabbia, scalpito come un puledro da corsa, F è lì, pronto a tutto.
La matrona sente l'odore della paura, percepisce le scintille che rimbalzano per la stanza. Ci rende i soldi e dice di andarcene.
Usciamo felici e soddisfatti, non tanto per i pochi soldi che non ci hanno sottratto, ma per esserci fatti valere in una situazione assai sfavorevole.
Andiamo all'Hollywood carichi come rulli compressori. Facciamo subito un ultimo drink e ci lanciamo nella mischia. Balliamo come pazzi, saltiamo da una parte all'altra della discoteca.
Ci sono molte ragazze carine, ma adesso vogliamo solo sfogare la dose di adrenalina accumulata in quel centro massaggi. Ce ne andiamo quando il sole è già sorto.
Prendiamo un tuc tuc (mezzo di locomozione a tre ruote con carrozza incorporata) per stare all'aria aperta, per respirare un po' della nostra gioventù. Raccontiamo svariate volte quello che ci è successo.  Arrivati all'ostello ci sediamo sugli scalini di legno a fumare una sigaretta. Sono le sette e abbiamo in programma di svegliarci alle dieci per andare a Zhujiajiao, la Venezia cinese. Ci guardiamo ancora alticci e euforici.
“Partiamo alle nove e non dormiamo” dico ad F.
Ride e risponde di sì.
Andiamo a darci una rinfrescata ripensando a tutto quello che ci è successo e capiamo che in quel momento ci siamo sentiti davvero vivi.

Giorno 5:

Andiamo due ore nella hall a rilassarci un po' prima della partenza. Beviamo un tè.
F scrive il suo diario di viaggio, io mi addormento di botto.
Mi sveglio e sono come in trance, vedo una donna che parla seduta davanti a me, muove la bocca e non escono parole. O è muta o sto ancora dormendo.
F mi sveglia dicendomi che è ora di andare. Partiamo.
Shanghai è calda come non mai da quando siamo arrivati.
Andiamo a prendere il bus alla fermata, ma è scritto tutto in cinese. Chiediamo ad un ragazzo, che, stranamente ci indica una lunga fila. Il bus non è ancora arrivato, ma in compenso il caldo ci sta uccidendo. Non abbiamo dormito e le nostre teste stanche sono lì lì per scoppiare. L'asfalto scotta sotto i nostri piedi.
Arriva il bus, che improvvisamente si trasforma in un carro da buoi. Gente accatastata da ogni parte, ma il problema più grosso riamane sempre il caldo. Non c'è l'aria condizionata e il bus sembra un forno crematorio. La gente non parla, non spreca parole, preferisce soffrire in silenzio in attesa della partenza.
Dopo qualche minuto partiamo per Zhujijiao.
F inizia a parlare con un ragazzo alla sua destra. Mi introduco di tanto in tanto nella conversazione, alternando domande a colpi di sonno e momentanee uscite di scena. Il ragazzo è coreano, di Seoul, andiamo subito d'accordo. Ha una strana acconciatura, con tanto di codino da samurai pitturato di viola, e studia trading per diventare un bravo squalo della finanza.
Il ragazzo continua a parlare, ma iniziano a mancarmi le forze. Fa troppo caldo, non resisterò a lungo.
F mi sveglia non appena siamo arrivati. Il viaggio è durato circa un'ora, ma è stato davvero sfibrante. Scendiamo dal bus in cerca di un posto dove poter mangiare.
Salutiamo il ragazzo coreano ed entriamo in un ristorante self service. Ondeggiamo fra i vassoi, ci guardiamo e decidiamo di uscire. La roba non aveva un bell'aspetto.
Iniziamo ad avvicinarci lentamente, sfiancati dal caldo, alla città vecchia. Ci sono canali ovunque, è come Venezia anche se più primordiale. Scendiamo scale, attraversiamo ponti, ma il caldo non ci molla, sembra quasi che ci abbia inseguito da Shanghai per restarci appiccicato addosso.
Troviamo un ristorante e ci sediamo a un tavolo affacciato su un canale.
Ordiniamo dei gamberetti bolliti che arrivano in pochi minuti. Sono orrendi.
F ne prende in mano alcuni e mi mostra che hanno ancora le uova attaccate, quindi decidiamo di ordinare del pollo.
Il pollo in Cina è quasi sempre una sicurezza. Ce lo portano e si rivela tale...il pollo non  tradisce mai.
Dopo aver finito di mangiare, F va in bagno e tornando mi dice di andare assolutamente a vedere. Ci vado.
E' un qualcosa di unico: un cesso regolarmente alla turca è affiancato da una bacinella che dovrebbe essere una sorta di lavandino, un tubo che funge da cannella ti costringe ad abbassarti ad altezza terra per poterti lavare le mani, il tutto condensato in poco più di un metro quadro.
Vi mostrerò la foto perché è un qualcosa di unico.


Successivamente continuiamo il giro per la città.
Arriviamo in una delle stradine più pittoresche della zona. Ci sono bancarelle che vendono cibo ovunque, carne sopratutto, carne a destra, carne a sinistra, è la messa in scena di un carnaio infinito.
Ma gli odori...gli odori sono come sempre indescrivibili. E' come se tutte le interiora del mondo si fossero riversate qui in un lento grido di morte.
Vorrei avere un apparecchio per registrare questi odori, per poterli annusare di nuovo, sì dovrebbero inventare l'odorofono. Ce ne andiamo disgustati.
Completiamo velocemente il giro della città, siamo stanchi e decidiamo di tornare a Shanghai.
Arriviamo all'ostello con le membra spossate e gli occhi semichiusi: sono il segno della nostra resa. Decidiamo di andare a letto presto: per una volta Shanghai potrà aspettare.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

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