lunedì 31 marzo 2014

CINEMA: "IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) - Paul Wright"





Qualche giorno fa mi sono imbattuto, del tutto casualmente, nell’esordio cinematografico (come lungometraggio, avendo già alle spalle alcuni cortometraggi) di un giovane regista scozzese, Paul Wright. Il film è For those in peril (uscito in Italia in poche sale all’inizio del marzo scorso con il superficiale titolo Il superstite).


Nonostante non sia un capolavoro e presenti alcuni difetti di messa in scena e un cast in generale non eccelso (escluso il protagonista, bravo nel rendere naturale la complessità del personaggio), il film mi ha decisamente impressionato, lasciandomi, alla fine, come interdetto a riflettere su quello che avevo appena veduto.

E' ambientato lungo le coste della Scozia (luogo dove è cresciuto il regista), in un paesino di pescatori. Aaron; il giovane superstite del film, è l’unico sopravvissuto di sei ragazzi (tra i quali anche suo fratello maggiore) usciti in mare aperto con un peschereccio e mai più ritornati. Il ragazzo, che vive solo con la madre, non ricorda niente di quanto successo e sarà costretto ad affrontare, oltre al dolore per la perdita dell’amato fratello, il sospetto e le malelingue degli abitanti del paese che lo ritengono, neanche troppo velatamente, responsabile della tragedia.

Impossibile catalogare il film secondo qualche genere, tanto complessa e sfaccettata è l’ora e mezza che lo compone. Il superstite parte, infatti, come racconto intimistico di elaborazione del lutto, si trasforma quasi impercettibilmente in uno psicodramma per concludersi quindi in qualcosa di molto simile all’horror. La grande bravura del giovane regista e sceneggiatore sta proprio nell’essere riuscito a gestire il passaggio da un registro all’altro, fondendoli e confondendoli tra loro fino a renderli qualcosa di assolutamente unico e coerente avvalendosi della voce off e del flusso di coscienza del protagonista (in stile malickiano, anche per quanto riguarda i difetti; i toni ad esempio, a volte troppo enfatici). Attraverso le reminiscenze di Aaron, e ai suoi comportamenti sempre meno giustificati dalla sofferenza per la perdita del fratello e sempre più inquietanti, veniamo a scoprire la natura deviata della sua psiche, in una folle corsa verso l’enigmatico e drammatico finale.

Infine, una menzione va fatta, obbligatoriamente, ad un aspetto centralissimo dell’intera vicenda, ovvero le credenze popolari molto forti nei villaggi costieri scozzesi. Superstizioni, leggende, che la madre raccontava al piccolo Aaron e a suo fratello, in particolare quella che narra dell’esistenza di un enorme mostro marino, proprio quello a cui Aaron attribuisce la colpa della sparizione del fratello in mare. Superstizioni che ritornano nei tormentati monologhi interiori del ragazzo e che ritorneranno nel già citato enigmatico finale. Enigmatico e indimenticabile.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 29 marzo 2014

ARTE: "ORIZZONTI D'ACCIAIO - Mi.Di"



Busan, Corea del Sud, il Ranbow Bridge, 7 km di ponte.

di Mi.Di per la rubrica "ARTE".

venerdì 28 marzo 2014

NEWS: "SWAZILAND, THE GOLD MINE OF MARIJUANA?"

Piggs Peak, Swaziland. Stazione dei Taxi. Sono seduto su uno spoglio muretto e ripercorro mentalmente gli eventi della giornata mentre mi guardo intorno, alla ricerca di una faccia più sospetta delle altre. Ripenso al superamento della dogana, veloce e gratuito. Rifletto sul fatto che mi sento molto più sicuro rispetto al moderno e veloce Sudafrica che ho lasciato in Johannesburg. Guardandosi intorno si capisce immediatamente l’importanza del settore agricolo. E’ chiara anche la minaccia costituita dall’AIDS: preservativi gratuiti sono facilmente reperibili e pubblicità progresso sono all’ordine del giorno. Nonostante la povertà, le persone sono amichevoli, curiose e disposte ad aiutarti. Sono ottimista rispetto alla riuscita della mia missione e orgoglioso del fuoristrada che ho noleggiato. Penso a tutto questo quando casualmente S. e T. mi si siedono accanto. Che fortuna, proprio il tipo di faccia che stavo cercando!

Ciao, sono un giornalista e sto scrivendo un articolo sullo Swaziland. Vorrei sapere qualcosa di più sulla marijuana, weed. Dove posso comprare della weed?”. Ricevo in risposta una serie di sorrisi e risposte vaghe, “Che cerchi?” dice S., “Man, vorrei della weed, sono un giornalista”. “Ahhh” dice S. sicuro di sé ‘vuoi una moglie Swazi? Cerchi una Swazi-wife?”, “No veramente” – comincio a dire io. Poi mi fermo, rifletto, capisco il messaggio criptato. “Oh si, man, cerco una Swazi-wife. Vorrei anche vedere la sua casa, insomma i campi in cui vive, pensi sia possibile?”. I due parlottano tra di loro e poi mi dicono di si, mi faranno conoscere la rinomata ‘moglie Swazi’. Andiamo a farci un paio di birre mentre fanno delle telefonate, il posto si chiama Vuya-Vuya. Particolarmente spartano ma carino quando paragonato agli altri bar che Piggs Peak offre. Finalmente posso parlare chiaro e dico a S. che vorrei vedere delle piantagioni di marijuana, intervistare i contadini che la producono e, già che ci sono, visitare le zone rurali dove questi ultimi vivono. S. sembra aver capito bene, a quanto pare nessuno verrà quella sera ma la mattina andremo a fare il tour da me richiesto. Per il momento mi presentano K., una loro amica, giochiamo a ‘casino’, un gioco di carte Swazi, e ci scoliamo un altro paio di birre. K. mi invita a mangiare qualcosa ma declino l’invito e porto i ragazzi a casa.

Alle 20 sono in albergo, ceno e faccio amicizia con un ragazzo mentre guardo una partita del campionato di calcio sudafricano. N., il mio nuovo amico, mi apre gli occhi sulla povertà del paese quando mi dice che la sua ambizione è quella di trovare un lavoro migliore, un lavoro che gli permetta di guadagnare 3000 Emalangeni al mese – l’equivalente di 200 €! N., continua col suo racconto e mi dice che sogna di diventare un poliziotto ma, per diventarlo, è necessario comprarsi il posto corrompendo qualcuno e, non avendo né contatti né soldi, si rassegna al fatto che non sarà mai un poliziotto. Dice che biasima il re per questo, con un governo democratico sarebbe tutto diverso. Abbandoniamo le conversazioni serie per parlare un po’ di calcio, italiano ovviamente, prima che mi congedi per andare a letto in vista della missione mattutina.

L’appuntamento con le mie “guide” è fissato alle 8. Mi sveglio alle 6:30 eccitato per la giornata che ho davanti e preparo le domande da fare ai contadini, quando li incontrerò. Fatto ciò, preparo la valigia e vado a fare colazione. Incontro R., una giovane contabile in viaggio di lavoro, che mi mostra una faccia completamente nuova del paese. R. ha studiato all’Università dello Swaziland e ha un lavoro ben pagato ed è molto contenta e fiera del suo paese (sebbene anche essa vorrebbe un governo democratico). Salutata R. mi metto alla guida della mia Toyota per andare a prendere S. e T. I due ragazzi mi aspettano in strada, saltano a bordo del mio mezzo e ci avviamo verso le zone rurali nei dintorni di Piggs Peak. Come la sera prima, parliamo del più e del meno, mentre saltando da una marcia all’altra mi arrampico su impossibili strade sterrate. Entrambi non hanno un lavoro fisso ma hanno figli, entrambi pensano che il re sia uno dei mali del paese e che una transizione verso un modello democratico sarebbe benefico per tutti. Finalmente arriva il tanto atteso momento in cui S. mi dice “Parcheggia là”. Annuisco e posteggio il veicolo dietro a delle frasche. Scendiamo e entriamo dentro una proprietà spartanamente delimitata. Sul terreno vi sono delle capanne di fango e diverse piante di banane. E’ proprio dietro a queste ultime che si apre un passaggio che conduce ad un campo di mais. Attraversiamo il campo di mais e vediamo in lontananza altre due capanne, in muratura questa volta. Due signore ci vengono incontro, “Sono loro!” penso mentre preparo la macchina fotografica. I quattro scambiano qualche parola in swazi e le signore mi sorridono. E’ allora che S. mi dice “girati, la Swazi è proprio dietro di te”. Felice mi volto, inizialmente non vedo cosa mi sta indicando, poi la noto. Dietro di me c’è un’enorme pianta di marijuana. Un sorriso inizia ad allargarsi sul mio volto per poi scomparire di colpo quando alla domanda “Dove è il resto?” ricevo come risposta “Loro hanno solo questa”.

Mentre abbraccio la pianta-albero per farmi fare una simpatica foto ricordo, collego in un secondo tutti i puntini. K. non era altro che una prostituta e S. e T. non usavano nessuno linguaggio in codice: volevano realmente presentarmi una Swazi-wife!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 27 marzo 2014

MUSICA: "TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE - Verdena"



Etereo ed ermetico "Trovami un modo semplice per uscirne" dei Verdena ci trascina in un acquoso e denso paesaggio di nostalgia ed incomprensione. Vaghiamo per quattro minuti in un ambiente evanescente scandito dalla minimale scrittura accordale chitarristica e dall'uso ironico e distorto della vocalità e degli effetti rumoristici. Il testo poetico di alta qualità riflette immagini melanconiche struggenti. Non si può fare altro che chiedersi: “Come puoi vivere a testa in giù?”.

di Giada Celeste Chelli per la rubrica "MUSICA".

martedì 25 marzo 2014

LETTERATURA: "DIARIO DI UN PAZZO"


Non riesco più a scrivere. Non riesco più a scrivere perché fuori il sole mi guarda, e le macchine mi disturbano con il loro rumore, per non contare la televisione, la televisione, sempre accesa, con il suo rumore scocciante ripetitivo di pubblicità gastronomiche e diete ecologiche a spasso con musiche sgargianti, suv e monete luccicanti sotto la scia del sole, il sole che mi guarda perciò non riesco a scrivere, perché è disturbante tanta luce, acceca gli occhi quando ti volti a guardarla e quindi sei costretto-costretto-a vivere con la testa bassa, tranne di notte, mi piace la notte perché la luna regala crateri, l'insonnia non tarda ad arrivare, precisamente si avvicina con il passare del tram della mezzanotte, un tram che porta verso la mia mente, o verso il mio cuore, me ne sono dimenticato, comunque un tram magico, un tram che viaggia con i ricordi, non gli serve la benzina, e adesso devo smettere di parlare dei miei sogni perché alla tv la pubblicità è assordante e dice di comprare macchine, oppure scarpe, oppure profumi, oppure nuove identità, oppure case, oppure gioielli, cellulari, frigoriferi, lamette, rasoi, mobili, soprammobili, la tv dice di comprare tv, e radio, musica e film, e quindi confuso da questa marea di consigli per gli acquisti cambio canale e passano una canzone dei joy division, ho sempre trovato la loro musica geniale, ed è palese il merito di ian curtis perché la musica dei joy division rispecchia la sua epilessia, la musica dei joy division è epilettica, provate ad ascoltare digital, e poi provate a ballarla seguendo il suo ritmo e vi ritroverete ad emulare un attacco epilettico, così, senza che ve ne rendiate conto, proprio come sto facendo adesso io, ballo e la stanza si volta di continuo sotto i colpi delle mie movenze, mi muovo veloce, mi hanno sempre detto che mi muovo bene, vedete me la cavavo con il ballo da giovane, da giovane ballavo in discoteca dopo aver assunto delle droghe sintetiche, ecstasy la chiamano, ma adesso ho smesso perché la mia testa non mi consola più, sono andato ad una festa ieri e tutto era così stroboscopico, amo le luci della discoteca, mi piace l'effetto che trasfigurano sulle pareti, apre fantasie nascoste nella mia mente, geometrie imprevedibili e colori bizzarri, accesi e rococò, ma adesso le pareti di casa mia sono bianche, nero il mio gatto, e fuori le macchine passano all'impazzata lasciandosi una scia di petrolio dietro, macchine che contengono milioni di esistenze che si incrociano a 100km/h senza notarsi, milioni di esistenze contenute all'interno di metallo che lentamente le corrode, lentamente inietta benzina nelle nostre vene rendendoci automi, ci nutriamo di ciò per cui lavoriamo, lavoriamo per tramutarci in ciò per cui lavoriamo, perché lavorando a contatto con macchine sentiamo il brivido nella pelle della tramutazione,ci trasformiamo in macchinari marchingegni bisognosi di olio per lubrificare i nostri movimenti, bisognosi di una mano che ci comandi, ma io non ci sto, io mi sono ribellato e adesso casa mia è qui, a circa cinque chilometri dalle fabbriche, le vedo in lontananza e su di esse riflette il sole ma non le infastidisce, vedo in lontananza le loro torri di metallo che mandano ad intermittenza richiami subliminali a possibili vittime, ed io ho sempre odiato le fabbriche perché anche adesso le macchine delle persone che stanno andando a lavorare passano e mi infastidiscono e quindi non riesco a scrivere, non riesco a scrivere, e mi dovrei concentrare maggiormente, ma ho sempre avuto problemi nel concentrarmi, sono molto sbadato, mi dimentico continuamente le cose, e sono costretto a fissare lo sguardo nel vuoto per recuperare le mie intenzioni, per ricordarmi cosa stavo facendo, così adesso                                                                                   fisso lo sguardo nel vuoto per alcuni secondi e posso ripartire, vi piace fumare? Io solitamente non fumo ma quando scrivo mi viene una certa voglia, un certo appetito, e quindi accendo una sigaretta e adesso una nuvola zolfo contenente acqua, oscillando tra cielo e terra, copre il sole che cessa di disturbarmi, almeno per qualche secondo, o minuto, la durata della nuvola, il tempo di una sigaretta, e brucerò anche io, quindi conto la durata del mio attimo di gloria uno due tre quattro cinque sei ma poi scopro che la nuvola se n'è già andata ed io ho sprecato l'attimo giusto per scrivere a contare e mi rammarico per il mio errore, non devo più sbagliare, devo concentrarmi per evitare gli errori, da piccolo facevo molti errori quando scrivevo e le maestre sgridavano la mia indisciplina, ma adesso sono migliorato, e ricordo con malinconia i tempi passati, quando non c'era giorno senza una scazzottata al giardino della scuola, ed io sentivo sempre la vita, non come ora, ora sono un sordo muto dinanzi alla vita, e attendo che mi giustizi, che mi punisca, senza paura, ma prima devo scrivere, devo scrivere la storia della mia vita, devo scrivere, ma cosa dovrei scrivere? Non è accaduto molto, è stata solo tutta un'illusione, come per tutti d'altronde, secondo me l'uomo dovrebbe domandarsi se è veramente stata una scelta giusta quella di evolversi, probabilmente no, è stata un'azione nociva, ci siamo auto condannati immettendo nelle nostre menti la coscienza, un semplice concetto,perché tutta la nostra storia non è stata altro che un'illusione, ci siamo illusi di essere i più intelligenti, ci siamo illusi di poter migliorare con le rivoluzioni industriali, ci siamo illusi di poter vivere intere vite di amore, ci siamo illusi di poter essere pace, ci siamo illusi sull'amicizia, sulla famiglia, ci siamo illusi su tutte le cose che noi stessi abbiamo creato, senza renderci conto che niente di questo ci ha resi migliori, niente di questo è stato raggiunto e si è dimostrato utile alle nostre esistenze, continuo lo zapping televisivo e osservo la nostra sconfitta, tra guerre, lacrime da conflitti coniugali, rabbia familiare, roghi scolastici, amplessi gratuiti all'ora di pranzo, traffico e intossicazioni da pubblicità, le nostre città sono una cosa molto più grande di noi, ci è sfuggita la situazione di mano, e viviamo in un panico assoluto, attendendo l'esplosione nell'isterismo del vicino di casa, per ora i miei vicini non si sono mai lamentati, sono una persona educata, pulita, forse pazzo, ma ho un gatto che mi graffia di continuo, e adesso il sole mi disturba nuovamente, mentre il tappeto, il pavimento, il soffitto, i tavoli e le seggiole occupano il loro spazio in un espressione di sfida, quasi rivendicando la loro indipendenza, perché sono gli oggetti, le uniche cose libere del mondo, e adesso mi sto dimenticando lentamente per cosa sto scrivendo, quindi, vogliate scusarmi, ma per ricordarmi fisserò per qualche minuto lo sguardo nel vuoto. Fatelo anche voi, se vi è rimasto qualcosa da ricordare. A presto.

di Mi.Di per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 24 marzo 2014

CINEMA: "HER - Spike Jonze"





Siamo in un futuro prossimo concettualmente non troppo distante dal nostro presente. Theodore Twombly (uno straordinario Joaquin Phoenix) vive in una metropoli imprecisata, che si differenzia molto dalle altre viste fino ad ora sullo schermo; i colori sono caldi, così caldi che volti e contorni di ciò che circonda Theodore, di ciò che sta all'esterno, sembrano liquefarsi, sfumare piano piano in qualcosa di ectoplasmatico.
E' il risultato della spersonalizzazione dell'uomo nella grande città, ma più che di spazi qui si parla di consistenza: l'uomo è solo non perché piccolo puntino in mezzo a distese chilometriche di palazzi di cui non si vede la fine, ma perché si è creato un carcere di solitudine, un'ampolla in cui si culla senza rendersi conto che il punto di non ritorno è più vicino di quanto egli creda.
Theodore è diverso dalla massa, ha un animo sensibile, scrive lettere di corrispondenza per conto terzi con gentilezza ormai rara, si traveste di volta in volta da amante, amico, marito, quasi come se li conoscesse davvero, analizzando le foto che gli vengono inviate nei minimi dettagli, per recuperare più indizi possibili sui destinatari, mostrandoci che i dettagli sono ancora importanti in un mondo invaso dall'avvento tecnologico, che diventa spesso abuso di un mezzo che può masticare cervelli ipnotizzando milioni di persone.
E' un momento duro per Theodore, la vita gli ha voltato le spalle quasi un anno prima, e lui ha scoperto il fianco, vulnerabile per come è finito il suo matrimonio si lascia cadere in una spirale di depressione che gli farà perdere di vista tutto, perfino il suo lavoro che ha tanto di autentico, di dolce, ma lui dirà al collega che sono solo lettere, sminuendo il suo magnifico operato, sbriciolando tutto ciò che lo rende un animo nobile.
Nel mondo di Theodore sembra esserci una soluzione per tutto: per strada volti copia e incolla si aggirano con cellulari tenuti come figli, auricolari pigiati negli orecchi come ovatta, quasi a non voler sentire il lamento di un'era, quasi a non voler sentire il proprio prossimo, come se bastasse una voce elettronica per sostituire tutto ciò che ci sta intorno, tutto ciò che è carne e sangue. Per questo anche Theodore trova il modo di uscire da quell'ampolla dov'è relegata la sua vita; la soluzione è a portata di mano, la soluzione è il sistema operativo Samantha (la bellissima voce di Scarlett Johansson).
Samantha è la compagna perfetta, non invade gli spazi di Theodore, è sempre lui che decide quando e come parlarci. Lei ascolta e asseconda tutto ciò che le viene detto con spirito di osservazione, ma, poco a poco, inizia ad interrogarsi su tutto, proprio come un essere in carne ed ossa, e Theodore rimarrà abbagliato da questa voce calma e docile, dalla sua voglia di scoprire il mondo, di emozionarsi per le piccole cose così tanto da innamorarsene.
Theodore inizia a chiedersi se sia insano quello che si sta compiendo fra lui e Samantha, arriverà quasi a vergognarsene, finché non ne parlerà con l'amica Amy (una dolce Amy Adams), altra anima sola che lo capirà perfettamente, lo incoraggerà a continuare dritto per la propria strada.
Samantha si ciba di conoscenza proprio come l'uomo beve acqua tutti i giorni per non rimanere disidratato, ma ad un certo punto l'appetito di Samantha diventerà inarrestabile: non può bastarle un solo uomo, anche se amato, non può bastarle il mondo di Theodore e per questo finirà per allontanarsi ferendolo come una freccia scagliata dall'alto del cielo.
Spike Jonze, dopo molti film buoni ma mai eccelsi, arriva a compiere il tanto atteso passo della maturità con Her, che ci mostra un mondo dalle emozioni fredde, rarefatte, sfuggite di mano alla maggior parte della popolazione, ma ce lo mostra con amore, con sentimenti caldi, con primi piani di Theodore che piange sdraiato sul letto, che vive stritolato dai suoi ricordi, di un matrimonio ormai finito, di un passato che non ritorna, ma da cui è difficile distaccarsi, un po' come dal cordone ombelicale; anche qui per voltare pagina c'è bisogno di un taglio netto, c'è bisogno di continuare a credere nell'essere umano, nell'altro e negli altri. Samantha ha ferito Theodore ma lo ha smosso da un torpore che non avrebbe superato da solo, a dimostrare che basta un input, una semplice voce per far ricominciare tutto, per far girare di nuovo gli ingranaggi della vita, e la lettera di Theodore alla ex moglie Catherine è la rappresentazione del superamento del dolore, la presa di coscienza che la vita va avanti con noi e senza di noi, quindi perché non farne parte?

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 22 marzo 2014

FUMETTI: "STORIA DI F. - Domenico Martino"

(Link al capitolo 4)


di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 21 marzo 2014

NEWS: "KEEP GOING R'n'R"





Passeggio solitario per le strade di uno dei quartieri più eleganti dell’intera capitale: Prati, non lontano da Castel Sant’Angelo. Respiro la prima giornata di primavera permettendomi di renderla ancor più “profumata” con un bicchiere di prosecco sorseggiato al tavolo di uno dei tanti locali della zona. Inizio poetico…ma sto divagando troppo, catturato dalla “grande bellezza” della città eterna quasi come fossi un turista in visita per la prima volta. Scusate.

Il richiamo a Roma non è però casuale. Con l’articolo di questa settimana vorrei infatti aggiungermi alle fila di coloro che vedono nel concerto dei “dinosauri del Rock” (i Rolling Stones), in programma per il 22 giugno proprio qui nella capitale, l’occasione di un riscatto anziché un disastro da calata dei Lanzichenecchi. Il grande evento avrà luogo nell’arena del Circo Massimo che ospiterà circa 65.000 fan sfegatati in arrivo da tutta Europa. Si prospetta quindi uno spettacolo più unico che raro, a maggior ragione data la location davvero “imperiale” tanto voluta da Jagger e compagni. Ovviamente però questi “numeroni” hanno spaventato la soprintendente ai beni archeologici Mariarosa Barbera che, perentoria, ha affermato come decibel in eccesso ed una folla incontrollabile “potrebbero causare danni irreparabili” al sito in questione. L’ingombro causato dall’evento infatti sarebbe “non sostenibile per un'area di particolare pregio e delicatezza, e i rischi per la conservazione del patrimonio archeologico sono elevati e difficilmente prevedibili". Una domanda però mi sorge spontanea: ma il live8 del 2005, il concerto dei Genesis del 2007, i festeggiamenti per lo scudetto della Roma del 2001 e quelli per la vittoria dei mondiali del 2006 non si sono svolti tutti al Circo Massimo? Ed ogni fine dell’anno non sono numerosissime le persone che si lanciano in festeggiamenti, balli e canti, proprio in questo luogo ora divenuto “tanto sacro” ed inviolabile? Della stessa opinione della Barbera pare poi Adriano La Regina, da ben 28 anni a capo della soprintendenza di Roma, il quale chiosa come sia “indegno sfruttare luoghi così preziosi e darle in mano a masse incontrollabili.”. Ma in questi tre decenni di carriera durante i quali l’arena è stata palcoscenico per manifestazioni di ogni tipo, te cosa hai fatto? Probabilmente dietro a parole dal forte sapore morale si nascondo interessi meramente politici. Forse non ti sta tanto simpatico il nuovo sindaco Marino (grande fan degli Stones e sostenitore dell’evento) ? Dai che a noi puoi dirlo.
Secondo il mio modesto parere, anziché comportarsi in maniera anacronistica alzando inutili veti (un esempio: nella tanto “civile” Inghilterra, durante il solstizio d’estate, è possibile ballare per tutta la notte al ritmo di jambè e congas all’interno del sito archeologico di Stonehenge. Visto il numero impressionante di poliziotti sconsiglio però vivamente di tentare di portarsi a casa un “souvenir”), sarebbe intelligente evitare un nuovo caso “Venezia” post-concerto dei Pink Floyd del 1989. Non conoscete questa storia? Incredibile. Senza dovizia di particolari vi basti sapere che la Serenissima abbandonò completamente al loro destino la band inglese, costringendola così non solo a pagare di tasca propria le transenne per arginare la folla in piazza San Marco, ma persino a far arrivare il palco galleggiante con tanto di rimorchiatori da Trieste. La città era quindi assolutamente impreparata ad accogliere la folla attesa per una manifestazione di tale risonanza, il “concerto del secolo” a detta di molti. E l’immensa folla abbandonata a se stessa effettivamente causò non pochi problemi ai veneziani che per ben 3 giorni furono costretti a ripulire la loro incantevole piazza San Marco dalla sporcizia. Tralasciando il discorso sull’inciviltà degli spettatori accorsi, credo sia chiaro come un problema centrale sia stata l’incapacità delle autorità competenti a gestire la spettacolare manifestazione (che consiglio caldamente di vedere su youtube. Un sogno ad occhi aperti lungo 90 minuti).
Permettetemi però di fare una precisazione. Non vorrei infatti si pensasse sia spinto a fare le mie affermazioni poiché privo di senso civico e rispetto nei confronti del patrimonio artistico del Belpaese. Tutt’altro. Il sottoscritto punta invece il dito contro quelle amministrazioni fintamente moraliste che permettono poi scempi come quello accaduto di recente a Pompei dove vandali armati di scalpello hanno trafugato l’immagine di una dea da un affresco di una villa. Ecco il link della notizia. Il primo problema sono loro.
(PS io al concerto ci sarò. “It is only Rock‘n’Roll but I like it”!) 

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 20 marzo 2014

MUSICA: "MFN - Cibo Matto"



Damaged Lemons. Macchine in panne in autostrada (tradotto dallo slang americano). Così il trio statunitense (due fratelli di origini italiane e uan cantante giapponese) definisce la propria musica. Ed è così che si intitola anche il loro quinto lavoro, Melody Of Certain Damaged Lemons (2000). E i tre dimostrano di aver fatto un lungo autostop, in quella immensa autostrada del rock, e di aver trovato pure qualcuno propenso a dargli un passaggio. Come i Television, per esempio. Come non pensare alla famosa chitarra di Marque Moon quando sentiamo In Particular? Ma la strada in cui si è fermata la macchina dei Blonde Redhead sembra particolarmente trafficata, così possiamo notare tra le righe delle loro canzoni un vero e proprio collage noise-rock che sfocia in un sound particolare e straordinariamente  personale. Composizioni in cui si avverte sempre un lieve stato di emergenza, e si rimane con il fiato sospeso chiedendoci se quella macchina riuscirà a ripartire oppure no.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 18 marzo 2014

LETTERATURA: "IL VOLTO SVELATO"





Girava in punta di piedi per non fare troppo rumore, amava passare inosservato, malato di una sanità dimenticata da tempo. Quella sanità che lo aveva rovinato, solo in un mondo di solitudine.
Le carte erano ormai scoperte, il volto svelato, coperto da eterni fallimenti, fingendo che tutto andasse bene continuava a vivere quel sogno ad occhi aperti.
Guardandosi intorno capì che aveva perso tutto, solo quella palla di pelo era rimasta a fargli compagnia, e quel taccuino su cui scriveva miliardi di parole, su cui cercava di avere un'altra chance, parole che galoppavano su binari paralleli, ma che inevitabilmente si stampavano come macchie su un muro.
Scelte folli, promesse mai fatte, il ritardo di una vita in fiamme, bruciata anzitempo, senza nemmeno aver avuto la possibilità di appiccare quella miccia. Una miccia troppo corta per non essere vissuta, ma la paura lo tormentava ormai da tempo, la paura di non essere all'altezza. All'altezza di grattacieli di emozioni, cubi di conoscenza sprecata, sguardi mai dati, amori vissuti come un'enorme sfilata.
Lui era lì, con l'ovatta pigiata nelle orecchie, non voleva sentire il lamento di un'era, l'urlo soffocato di una società che si era presa tutto senza dar niente. Una società sorda che ammala di mutismo e di pallore i ragazzi forti attratti dal grigiore.
Consolato da un bisogno di consolazione girava per la stanza guardandosi le mani. Mani troppo forti che lo tenevano imbrigliato in una vita che lo aveva respinto, ma forse era stato lui il primo a rimanere intrappolato da se stesso, dalla sua maschera di autocommiserazione, ritrovandosi a cinquant'anni con un buco nel cuore profondo come uno sparo alla tempia.
Si cacciò la canna in gola, il colpo pronto, tremante rivide la sua vita, pillole di gioia ingoiate in un mare di delusioni, provò a premere il grilletto, ma la paura fece cilecca, posò l'arma sul tavolo, si guardò allo specchio e capì che un morto non sarebbe potuto morire.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 17 marzo 2014

MUSICA: "ONLY LOVERS LEFT ALIVE - Jim Jarmusch"





Le leggi, non scritte, della grande distribuzione sono note a tutti; tuttavia continuo a domandarmi come mai certi film (uno su tutti: Mud di Jeff Nichols) non riescono a trovare il minimo spazio nel circuito distributivo italiano. Tra questi film rientra anche l’ultimo lavoro del regista americano Jim Jarmush, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, tra l’altro una delle migliori edizioni degli ultimi anni.


I protagonisti di Only lovers left alive sono quelle creature fantastiche che tanta fortuna hanno avuto nel recente passato sul piccolo e grande schermo: i vampiri. Ma se in Twilight erano semplicemente i protagonisti di una storia d’amore giovanilistica in salsa melò e in True Blood erano (non semplicemente) la reificazione del “diverso” in una società xenofoba come quella in cui viviamo, nel film di Jarmush assumono connotati del tutto differenti trovandosi al centro di una riflessione esistenziale velata di una romantica malinconia di fondo.

Esemplari i primi venti minuti, che ci presentano i due protagonisti, Adam ed Eve, gli amanti del titolo, ai due lati del mondo, alle prese con il bisogno primario di ogni essere “vivente”: nutrirsi. Necessità alla quale assolvono non più succhiando sangue dagli esseri umani (o, come li chiamano loro, zombie), ritenuto infetto, ma bevendo sangue pulito in provetta che ottengono da medici dietro oneroso compenso. Sono ultracentenari, sposati la prima volta nel 1864, ed hanno conosciuto (o sono stati loro stessi?) alcuni tra i più grandi artisti del passato quali Shakespeare, Schubert, Byron.

Adam si trova a Detroit, nel suo palazzo lugubre ed imboscato, insieme con gli strumenti del mestiere (musicista) che ha svolto nel corso dei secoli passati sulla Terra, e con una sempre più insistente depressione che lo spinge a cullare la possibilità di farla finita. “Mi sento come sabbia sul fondo di una clessidra” dice alla compagna. Eve è a Tangeri insieme al comune amico, anch’egli vampiro, Kit (Christopher Marlowe in persona, lo scrittore maledetto che ha ispirato William Shakespeare) ma deciderà presto di coprire le migliaia di chilometri che li separano volando dal suo amore in difficoltà. Rileggendo in aereo, lei grande divoratrice di libri, le parole di Sir William sull’eternità e l’immutabilità dell’amore. Adam ed Eve, due anime gemelle che hanno attraversato centinaia di anni, adattandosi a secoli di cambiamenti, e che adesso stanno nel tempo con la quieta rassegnazione di chi ne ha viste tante, forse troppe. Esauriti, faticano a capovolgere ancora una volta la clessidra. Diventano così l’emblema di un disagio esistenziale che è malattia del nostro millennio decadente.

C’è un che di malinconico nella vita, esclusivamente notturna, di un vampiro. C’è anche qualcosa di profondamente romantico in due anime sole che si muovono all’interno di una cornice che è il mondo a loro estraneo. Così diverso dal mondo che hanno conosciuto loro e che preziosamente conservano in parole, musiche ed immagini. 

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 15 marzo 2014

ARTE: "SGUARDO INDISCRETO - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 14 marzo 2014

ADDIO CAPE TOWN, A CACCIA DI GANJA IN SWAZILAND


Un mese è passato rapido come uno schiocco di dita, come sempre. Ripenso nostalgicamente al mio atterraggio a Cape Town: io che distolgo lo sguardo dal romanzo che sto leggendo per guardare fuori dall’aereo, il sole che mi abbaglia e per un attimo mi fa credere di essere in paradiso. Poi l’aereo plana e curva a sinistra allo stesso tempo, e d’improvviso Table Mountain, nei suoi improvvisi 1100 metri di imponente bellezza, mi si materializza davanti. Mi lascia senza fiato, e la luce dorata del tramonto che ne pennella le pendici la rende quasi sacra. L’uscita dall’aeroporto è invece un’esperienza pressoché opposta: la sacra visione dell’imponente monumento fatto da madre natura è sostituita da un drammatico profano. La prima cosa che si incontra uscendo dall’aeroporto è una delle più grosse baraccopoli della città, una decina di chilometri di instabili capanne, persone e qualche capra che vivono ai bordi dell’autostrada e – almeno a prima vista – ai margini della società. Trovo che l’arrivo a Cape Town sia una perfetta metafora che descrive i contrasti che caratterizzano questa città – e che forse caratterizzano l’intero Sudafrica. Infatti, se da un lato si trovano la bellezza naturalistica, il dinamismo sociale, una città artisticamente viva e invitante per i turisti, dall’altro povertà, contrasti sociali e criminalità (vedi Numbers Gang) sono all’angolo di ogni strada.

Rileggo il mio diario e mi rendo conto di come Cape Town, proprio per via dei suoi contrasti, crei un certo bipolarismo emotivo per cui la malinconia sale alla svelta ma svanisce altrettanto velocemente.

In un giorno più malinconico scrivevo: “E’ come se vi fosse una duplice realtà, due veri e propri mondi distinti, divisi dalle recinzioni elettriche che delimitano le abitazioni, dal filo spinato che riveste ogni muretto e dai numerosi cancelli che ti devi chiudere dietro prima di entrare in casa. Ogni mattina andando al bar passo, necessariamente, attraverso la messa in scena della disuguaglianza. Macchine costose che partono dal mio quartiere per andare al lavoro sfrecciano accanto a poveri senzatetto coperti di stracci, che setacciano i secchi della spazzatura in caccia di ogni avanzo ancora utilizzabile. Accanto a questi, già dalle prime ore del giorno, si trovano i poveri di una categoria leggermente superiore, i car-guards (parcheggiatori abusivi e prima classe sociale che non si da per vinta e prova a far qualcosa per sbarcare il lunario). Mentre le donne di servizio varcano portoni di case che puliranno durante il giorno, scambiandosi sull’uscio con signore ben vestite.”

Un altro giorno ho invece scritto: “Il bus navetta gratuito (con tanto di Wi-Fi) che mi porta fino all’università, mi fa sempre tornare il sorriso. Anche la passeggiata per il campus è sempre un toccasana per il morale: mai visto un campus così colorato, cartolina perfetta della ‘Nazione Arcobaleno’, lasciata in eredità da Mandela. Ancora, le persone sono estremamente sorridenti e gentili. Molti si danno da fare per cogliere le opportunità offerte da un paese in sviluppo e migliorarlo, spesso riuscendo anche a trarne un sostanzioso profitto. Tra l’altro sono tante le attività volte ad integrare i poveri e i gruppi sociali deboli (il paradosso qua è che è una minoranza – i bianchi – a integrare una maggioranza – i neri), dalle attività di pulizia all’integrazione tramite progetti artistici. E poi i manifesti, le attività, i mercati e lo sport colorano le strade di questa strana città. E’ indubbiamente un posto dove la qualità della vita è alta e si può vivere bene.”

Probabilmente la nota più significativa è questa, scritta in un giorno di umore neutro. “Le divisioni sono marcate ma c’è un grande margine di cambiamento, e quest’ultimo è un processo in atto. Ripenso a quando sono andato a pranzo nella baraccopoli. Viste dall’interno, le cose sembrano un po’ meno radicali di quanto sembrano da fuori. E’ uno spettacolo triste da vedere, ma guidandovi all’interno si nota che c’è chi inizia ad avere un tenore di vita migliore, chi possiede macchine, bei vestiti e un bel giardino. Insomma la classe media si sta formando – ovviamente – a partire dal basso. Sono sicuro che se tornassi tra due anni sarebbe già tutto cambiato: questo paese è l’emblema del dinamismo.”

Scorro il mio diario mentre pianifico il resto del viaggio – durante il quale potrò finalmente vedere cosa ha da offrire il resto del paese. Mi emoziono a pensare ai safari, alle spiagge deserte, ai tramonti e ai pernottamenti con comunità locali che farò nei prossimi giorni. Tuttavia ho un chiodo fisso in testa da circa un mese, da quando vidi un documentario di Vice sullo Swaziland. Lo Swaziland è il San Marino del Sudafrica, se non fosse che il primo è l’ultima monarchia assoluta dell’Africa e che la povertà e il tasso di morti per HIV sono altissimi. Credo che sia anche per questo che nessuno sa dirmi niente di preciso su questo piccolo paese di 1.4 milioni di (quasi tutti) contadini: nessuno c’è stato. Mi è rimasto in testa il video perché documenta la massiccia produzione – illegale – di marijuana in Swaziland. Dunque vi lascio rendendovi partecipi del mio obiettivo: vado in Swaziland con l’obiettivo di farmi un nuovo timbro sul passaporto e di poter scrivere un articolo sulla produzione illegale di ganja in Swaziland!

Ovviamente, per professionalità, avrò cura di documentare il prodotto in prima persona.

Ps. C’è un’altra storia incredibile sempre a proposito dello Swaziland. Il re, ogni anno, sceglie una nuova moglie durante una sorta di Miss Swaziland, dove migliaia di donne sfidano la sorte ballando a seno scoperto e sostenendo prove per lui. Ci sono vari articoli, io ho letto questo.

Video consigliato, “Swaziland, the Gold Mine of Marijuana” – Vice

IT

giovedì 13 marzo 2014

SPITFIRE - Public Service Broadcasting



In tempi di revival, vince chi propone una formula fresca di qualcosa che fresco non è più.
I PUBLIC SERVICE BROADCASTING scelgono una via diversa e si pongono l’obiettivo di raccontare la storia del passato coi suoni del futuro e nel loro progetto musicale, un sound decisamente contemporaneo racconta le immagini del passato.
Magnifici documentari d’archivio accompagnano il loro suono: kraut e space rock che giocano con l’elettronica, il post rock e un guitar sound deciso e retrò al punto giusto; i sequencer ed i campionatori impattano sulla sezione ritmica della batteria ed il risultato è coninvolgente e potente in modo inaudito.
INFORM, EDUCATE, ENTERTAIN” è il loro full-lenght pubblicato lo scorso anno ma nuovamente disponibile in versione deluxe CD + DVD dal 3 marzo 2014, che ripropone su supporto fisico l’emozione e la deflagrante esplosività dei loro concerti live.
SPITFIRE”, il singolo estratto, incarna perfettamente le caratteristiche della band:
l’arpeggio di chitarra che apre è presto preda di una figura ritmica quadrata, le si affiancano gli arpeggiatori e di nuovo la chitarra prende voce in capitolo, prima con un riff coinvolgente e poi con un refrain di accordi. In sottofondo insistono le sequenze dei synth che ci tengono ben ancorati al presente, mentre una voce del passato, racconta le acrobazie in bianco e nero di uno Spitfire, storico quanto avveniristico aereo da combattimento del XX secolo.
In madrepatria, i PUBLIC SERVICE BROADCASTING hanno aperto il concerto di Hyde Park dei THE ROLLING STONES, oltre ad aver campeggiato sui cartelloni del GLASTONBURY Festival e ad aver fatto compagnia sul palco ai NEW ORDER.
Arrivano finalmente in Italia per una manciata di show, queste le date. Segnatevele.
MARTEDI’ 18 MARZO - LANIFICIO, ROMA
MERCOLEDI’ 19 MARZO - MAGNOLIA, MILANO
GIOVEDI’ 20 MARZO - MOVEMENT @ MAME, PADOVA
VENERDI’ 21 MARZO - KLUBB LOTTAROX @ COMBO SOCIAL CLUB, FIRENZE
SABATO 22 MARZO - COVO CLUB, BOLOGNA


Radio

martedì 11 marzo 2014

BOOMERANG - Capitolo 4, David

(Link al capitolo 3. http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-3-jo.html)


Lavandosi le mani con cura, strofinata dopo strofinata,  si guardò allo specchio, sistemandosi il ciuffo verso destra, come piaceva a lui. Era molto rigoroso su tutto, era una maniaco del controllo, dell'attenzione e ci riusciva sempre o quasi; nemmeno il più piccolo capello gli sfuggiva di mano.
Tornando alla scrivania lanciò un'occhiata maliziosa a una sua collega che lo ricambiò con un sorriso appetitoso, come spesso accadeva da diversi giorni sul posto di lavoro.
Sedendosi pensò a come sarebbe stato bello scopare la sua collega dai capelli rossi che infiammavano gli sguardi di tutta la stanza, a come sarebbe stato bello strapparle quel tailleur bianco e nero di dosso, sfilarle il micro perizoma che probabilmente indossava e metterla a novanta sul lavandino dei bagni dove si era appena lavato le mani. Pensando a tutto questo si scordò del lavoro, doveva sbrigare delle pratiche per un suo cliente, o meglio un cliente dell'azienda per cui lavorava; era un impiegato commerciale coi fiocchi, mai una sbavatura, sempre gentile, con quella voce rassicurante che faceva sborsare centinaia di bigliettoni a tutti i suoi protetti, ma adesso aveva un unico chiodo fisso, sbattersi Lucia, la prorompente collega che gli faceva andare il cervello in pappa.
“Devo farmela Jo, non puoi capire...mi lancia delle occhiate che risveglierebbero un orso dal letargo” disse David a Jo un pomeriggio al parco.
“E che ti devo dire...sbattila contro un radiatore” rispose Jo ridendosela di buon gusto.
Ripensava alle parole di Jo, ma non era un tipo avventato, preferiva temporeggiare, ma quel giorno aveva il testosterone a mille che fuoriusciva da tutti i pori come sbuffi di una locomotiva a vapore.
Giocherellava con la penna cercando di far sbollire i suoi appetiti sessuali che strabordavano sempre di più; quando riusciva  a calmarsi, ecco che Lucia accavallava le gambe mostrando un interno coscia che veniva prontamente divorato dagli sguardi di tutti i colleghi, ma soprattutto da quelli di David che stava a pochi metri di distanza da quelle cosce proibite, da quel tailleur da donna di classe. Se la figurò come una matriosca da spogliare, una grossa cipolla rossa di Tropea, voleva spogliarla per congiungersi al suo seno materno, abbondante e provocante, voleva entrare dentro di lei, e morire, morire sul lavandino di quel bagno.
“Devo lavorare, devo lavorare” si ripeteva distogliendo lo sguardo.
Provò a pensare ai suoi amici, si figurò Jo intento a scappare dalla polizia, Jessy strafatta di coca a fare un po' di su e giù con falli di ogni tipo, Camille annoiata alla televisione o intenta a guardare le provocazioni di sesso post moderno di Jessy, e Rob stravaccato sul divano a girarsi i pollici, a guardare programmi succhia vita alla tivù, a maledire tutto e tutti, a dire che si stava meglio quando non c'era la crisi, a mangiare cracker con tonnellate di formaggio spalmate sopra, a sbraitare contro qualche vicino, a progettare di partire, di lasciare l'Italia, quell'Italia scalcinata che li respingeva. Ma poi, inevitabilmente, si ritrovava davanti a quella tivù con schermo al LED, ma pur sempre una tivù succhia vita, succhia orbite, succhia cervelli, come diceva David.
Pensando a tutto questo non fece altro che disperarsi, odiava ammettere che i suoi amici erano dei falliti, lui era l'unico che aveva fatto strada, aveva uno stipendio da duemila al mese che gli altri si sognavano fotografandolo di volta in volta, come ad onorare il raggiungimento di tutti quei soldi col duro lavoro, alzandosi tutte le mattine e sgomitando nella realtà di tutti i giorni, ma queste erano cose incomprensibili per il resto del gruppo; lavorare era una parola tabù, un po' come lo era felicità, ma di questo nessuno di loro sembrava accorgersene, o forse sì; ma che importava?
Ora David si ritrovava depresso e l'eccitazione stava scomparendo come l'effetto delle tanto amate droghe che lui e i suoi amici trangugiavano costantemente; ma poi un lampo; tutta quella carne si dirigeva verso la sua scrivania, ondeggiando come un hula hop.
“Hai mica una penna grossa da prestarmi, Davide?” chiese Lucia mettendo molto pathos sul nome.
Ci fu un momento di blackout totale, odiava non avere la situazione sotto controllo, doveva capire se era cascato in errore, doveva capire se la collega gli aveva lanciato un chiaro input sessuale o se aveva frainteso tutto, ma era sicuro che la penna che voleva Lucia fosse grossa e non rossa, e lui poteva accontentarla.
Stette al gioco e le porse una delle sue penne, la osservò scodinzolare con quelle sue chiappe piene, come piacevano a lui, quelle chiappe stile anni Sessanta di cui voleva impossessarsi, su cui voleva avventarsi come un falco sulla preda.
Dopo circa mezzora Lucia si alzò, passò davanti a David sorridendo e gli disse che sarebbe andata in bagno. Ma perché comunicargli quel particolare inopportuno, non erano amici, non erano membri dello stesso sesso, non aveva bisogno dell'amica che la tenesse per mano, era il segno che tanto aspettava?
Il piede di David iniziò a battere un ritmo irregolare sul pavimento, era nervoso, era impaziente, si alzò, iniziò la sua lenta camminata verso il bagno, voleva gustarsi il momento che precede la vittoria, l'agognata scopata che aveva idealizzato centinaia di volte, sapeva come sarebbe andata, aveva pianificato tutto, sapeva dove avrebbe dovuto mettere le mani, il gioco era fatto, bastava varcare quella porta.
Entrando si sistemò il ciuffo, vide Lucia china sul lavandino intenta a lavarsi le mani, la agguantò da dietro, le tirò su il tailleur, le strinse una tetta con forza, lei si divincolò, ma lui le disse di stare calma, le disse che era Davide e che l'avrebbe scopata come nessuno prima d'ora, le tirò giù il perizoma che non era così minuscolo come si era immaginato, ma comunque andava bene, aveva la giusta dose di sesso marchiata sopra.
“Lasciami Davide, che stai facendo? Sei pazzo?” urlava Lucia.
Ma David non sentiva, era in un'ampolla libidinosa, sentiva solo il fuoco uscirgli dalle membra, si sbottonò i pantaloni e cercò di infilare la sua grossa penna nella vagina di Lucia, ma la donna riuscì a liberarsi, gli tirò la saponetta in faccia e lo stese con un calcio nelle palle che fece fuoriuscire un dolore dal basso ventre che mai prima d'ora aveva provato; stramazzò in terra in pieno stato confusionale, si domandò come era arrivato a tutto questo, non trovando troppe risposte.
Lucia corse fuori dai bagni, si sentivano voci che si accatastavano l'una sull'altra di là nell'ufficio, e David mezzo tramortito, si tirò su i pantaloni, si sistemò il ciuffo e varcò nuovamente la porta del bagno.
Nella stanza c'era un rumore assordante, partirono insulti, penne, appuntalapis, che fiondavano addosso a David sferzandolo come frecce, una pioggia di oggetti lo accompagnò fino alla porta d'ingresso.
Il giorno seguente, quando tornò a prendere le sue cose, seppe che Lucia era stata promossa; si era accaparrata tutti i clienti di David, il capo l'aveva premiata per lo shock subito cercando di insabbiare lo scandalo e lo stipendio da duemila al mese di David cascava a pennello per quel silenzio professionale.
Entrando in casa guardò tutte le foto delle sue buste paga, ognuna con accanto la faccia di uno dei suoi amici che esibiva sguardi perplessi, smorfie di ogni tipo e sorrisi; le guardò una ad una e capì che non solo malattie, calamità e imprevisti non dipendenti dalla propria persona sfuggivano al suo controllo, ma anche le donne. Rimuginò su questo chiedendosi migliaia di volte se quel diavolo rosso avesse davvero pianificato tutto nei minimi dettagli.

Elle Bi

lunedì 10 marzo 2014

SNOWPIERCER - Bong Joon-ho


Un treno lunghissimo si aggira per il globo percorrendo centinaia di migliaia di chilometri all'infinito; fuori, metri di neve e giaccio ricoprono la terra.
E' l'avvento di una nuova era glaciale, i pochi superstiti sono ingabbiati in questa trappola per topi; costretti a sopravvivere girando intorno al mondo da diciassette anni.
La plebe è racchiusa nella coda del treno, tira avanti con poco, perché all'interno del treno-mondo ci vuole equilibrio e i ricchi, come sempre, devono prendere il piatto più buono, devono arraffare a più non posso, devono avere i posti chic in testa al treno.
Il meccanismo si inceppa, il malcontento serpeggia dalla coda, gli oppressi non ci stanno, sono stufi di mangiare sbobba proteica tutti i giorni, sono stufi di vedere i propri figli strappati dalle loro braccia e il loro leader, Curtis (Chris Evans) aspetta il momento giusto per tentare la rivolta, per cercare di sovvertire l'ordine delle cose.
Bong Joon-ho ci ha abituati bene, è un regista sapiente, che non sbaglia un colpo e anche qui riesce a orchestrare bene la sua banda di orchestrali, i pazzi che abitano il suo mondo folle e malato, in un futuro non troppo lontano dal nostro presente.
Bong come un esperto del naturalismo prende l'uomo, il suo campione da analizzare, da sezionare e ne sviscera i difetti più evidenti, mette a nudo la rabbia dei deboli, la voce di quella parte del popolo che non ce la fa più a ingoiare bocconi amari giorno dopo giorno, umiliazione dopo umiliazione, mentre i ricchi, voraci, li trattano come animali, o meglio come scarpe, perché le scarpe come la coda del treno sono oggetti che stanno in basso, a contatto con il suolo, strisciando in silenzio a testa bassa.
La macchina da presa danza per i vagoni del treno, si muove a colpi di accetta riprendendo scontri cruenti, all'ultimo respiro, indispensabili per la meta finale, seguendo i protagonisti bagnati di sangue, sudore e lacrime.
Come sempre l'equazione Bong Joon-ho/Song Kang-ho è vincente in partenza, l'attore ormai osannato in patria come il Leonardo di Caprio orientale interpreta l'elemento di disturbo che sposta gli equilibri, imprevedibile nella sua follia, grazie al suo estro riesce a calarsi alla perfezione nella parte di un tossico esperto di sicurezza, una di quelle persone che la società non accetta perché ritenute “diverse”, ma che saprà regalarci risate alternate a momenti di riflessione.
Mirabolanti inseguimenti ci porteranno dritti all'epilogo, in una parata di esseri umani in pieno caos, fra fuochi, spari, urla e un equilibrio che ormai si è rotto, come il meccanismo perfetto del treno-mondo, un meccanismo inceppato dalla nascita che risparmia poco o niente.
“Si salvi chi può” sembra dire Bong, e la speranza è l'ultima a morire.

Elle Bi

sabato 8 marzo 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 7 marzo 2014

FIDELIO


Prego, la parola d’ordine”.
Fidelio”.
Quella è la parola per entrare, ma non per giocare”.
Questa la scena clou dell’ultima pellicola firmata Stanley Kubrick, criticata e non sempre apprezzata, considerata quasi minore rispetto a capolavori del calibro di “2001 Odissea nello spazio” o di “Full metal Jacket”. “Eyes wide shut” è un dipinto onirico di un universo fatto di eccessi, di anarchica adulazione del proibito, celato agli occhi dei più, ma a soli pochi chilometri di distanza dal resto dell’umanità. Sappiate però che per rivivere le atmosfere a luci rosse del film non serve riuscire ad entrare in una setta segreta simile a quella disegnata dal regista americano; una mail ben scritta ed essere di bell’aspetto possono essere strumenti più che sufficienti per lo scopo. Esiste infatti un club elegante ed esclusivo alle porte di Roma dove i desideri più peccaminosi possono diventare realtà e numerose coppie da tutta Italia si incontrano, si conoscono ed in piena libertà si “scambiano” i propri partner. Stiamo parlando del Flirt Club, ubicato in una località segreta sul lago di Bracciano, a pochi chilometri dalla capitale.
Qui “non è un do ut des, c’è una condivisione delle emozioni allargata ad altre coppie. Un luogo dove le coppie possono incontrarsi tra loro e lo possono fare liberamente, senza pressioni, forzature” sono le parole di Genni a Repubblica, 46 anni, proprietario dell’esclusivo club e da 20 anni nel mondo del libertinaggio. In questo luogo infatti, perfetti sconosciuti si incontrano, parlano, bevono e ridono assieme per poi nascondersi da occhi indiscreti appartandosi in uno dei luoghi predisposti nella struttura per un vero e proprio scambio di coppia (c’è una regola però: non fare sesso nella piscina del locale per motivi di igiene).
Volete sapere come entrare a far parte del mondo libertino del Flirt club? Come già accennato, è necessario contattare il locale telefonicamente oppure mandare una mail all’indirizzo disponibile alla pagina web del Flirt. Verrà poi giudicato l’approccio verbale utilizzato dagli interessati oltreché delle foto personali di lui e di lei da allegare al messaggio di posta. I limiti di età sono 47 per lei e 48 per lui e la tessera d’iscrizione annuale costa 70 euro con possibilità di sconti ed agevolazioni per i soggetti più giovani.
All’inizio è come una festa. Niente fa presagire cosa succederà successivamente” prosegue Genni di fronte alle telecamere. Dei braccialetti colorati indossati prima di sedersi a tavola sono poi “la caratteristica del locale”: verde nel caso si sia alla ricerca di una donna per la propria partner, lilla quando la coppia è invece desiderosa di incontrare amanti un po’ più soft e grigio nel caso si voglia trasgredire assieme ad un duo più “open mind”. E quando scocca la mezzanotte (e Genni sorride) “arriva il fatidico momento: viene suonata una campanella e le donne devono cominciare a svestirsi e rimanere in lingerie”. Si continua a parlare, magari di fronte ad un drink e poi avviene lo “scambio” nel caso in cui si sia soddisfatti della compagnia durante la serata. Un’altra regola: ognuno deve provvedere autonomamente a portarsi i propri profilattici. E in caso di dimenticanza? E’ possibile chiedere al bar e la vostra serata non sarà rovinata (ci sono anche profilattici latex free per gli allergici).
Desiderosi di rivivere le atmosfere del film di Kubrick? Allora siete nel posto giusto.

Maste