(Link al capitolo 3. http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-3-jo.html)
Lavandosi le mani con cura, strofinata dopo strofinata, si guardò allo
specchio, sistemandosi il ciuffo verso destra, come piaceva a lui. Era
molto rigoroso su tutto, era una maniaco del controllo,
dell'attenzione e ci riusciva sempre o quasi; nemmeno il più piccolo
capello gli sfuggiva di mano.
Tornando
alla scrivania lanciò un'occhiata maliziosa a una sua collega che lo
ricambiò con un sorriso appetitoso, come spesso accadeva da diversi
giorni sul posto di lavoro.
Sedendosi
pensò a come sarebbe stato bello scopare la sua collega dai capelli
rossi che infiammavano gli sguardi di tutta la stanza, a come sarebbe
stato bello strapparle quel tailleur bianco e nero di dosso, sfilarle
il micro perizoma che probabilmente indossava e metterla a novanta
sul lavandino dei bagni dove si era appena lavato le mani. Pensando a
tutto questo si scordò del lavoro, doveva sbrigare delle pratiche
per un suo cliente, o meglio un cliente dell'azienda per cui
lavorava; era un impiegato commerciale coi fiocchi, mai una
sbavatura, sempre gentile, con quella voce rassicurante che faceva
sborsare centinaia di bigliettoni a tutti i suoi protetti, ma adesso
aveva un unico chiodo fisso, sbattersi Lucia, la prorompente collega
che gli faceva andare il cervello in pappa.
“Devo
farmela Jo, non puoi capire...mi lancia delle occhiate che
risveglierebbero un orso dal letargo” disse David a Jo un
pomeriggio al parco.
“E
che ti devo dire...sbattila contro un radiatore” rispose Jo
ridendosela di buon gusto.
Ripensava
alle parole di Jo, ma non era un tipo avventato, preferiva
temporeggiare, ma quel giorno aveva il testosterone a mille che
fuoriusciva da tutti i pori come sbuffi di una locomotiva a vapore.
Giocherellava
con la penna cercando di far sbollire i suoi appetiti sessuali che
strabordavano sempre di più; quando riusciva a calmarsi, ecco che
Lucia accavallava le gambe mostrando un interno coscia che veniva
prontamente divorato dagli sguardi di tutti i colleghi, ma
soprattutto da quelli di David che stava a pochi metri di distanza da
quelle cosce proibite, da quel tailleur da donna di classe. Se la
figurò come una matriosca da spogliare, una grossa cipolla rossa di
Tropea, voleva spogliarla per congiungersi al suo seno materno,
abbondante e provocante, voleva entrare dentro di lei, e morire,
morire sul lavandino di quel bagno.
“Devo
lavorare, devo lavorare” si ripeteva distogliendo lo sguardo.
Provò
a pensare ai suoi amici, si figurò Jo intento a scappare dalla
polizia, Jessy strafatta di coca a fare un po' di su e giù con falli
di ogni tipo, Camille annoiata alla televisione o intenta a guardare
le provocazioni di sesso post moderno di Jessy, e Rob stravaccato sul
divano a girarsi i pollici, a guardare programmi succhia vita alla
tivù, a maledire tutto e tutti, a dire che si stava meglio quando
non c'era la crisi, a mangiare cracker con tonnellate di formaggio
spalmate sopra, a sbraitare contro qualche vicino, a progettare di
partire, di lasciare l'Italia, quell'Italia scalcinata che li
respingeva. Ma poi, inevitabilmente, si ritrovava davanti a quella
tivù con schermo al LED, ma pur sempre una tivù succhia vita,
succhia orbite, succhia cervelli, come diceva David.
Pensando
a tutto questo non fece altro che disperarsi, odiava ammettere che i
suoi amici erano dei falliti, lui era l'unico che aveva fatto strada,
aveva uno stipendio da duemila al mese che gli altri si sognavano
fotografandolo di volta in volta, come ad onorare il raggiungimento
di tutti quei soldi col duro lavoro, alzandosi tutte le mattine e
sgomitando nella realtà di tutti i giorni, ma queste erano cose
incomprensibili per il resto del gruppo; lavorare era una parola
tabù, un po' come lo era felicità, ma di questo nessuno di loro
sembrava accorgersene, o forse sì; ma che importava?
Ora
David si ritrovava depresso e l'eccitazione stava scomparendo come
l'effetto delle tanto amate droghe che lui e i suoi amici
trangugiavano costantemente; ma poi un lampo; tutta quella carne si
dirigeva verso la sua scrivania, ondeggiando come un hula hop.
“Hai
mica una penna grossa da prestarmi, Davide?” chiese Lucia mettendo
molto pathos sul nome.
Ci
fu un momento di blackout totale, odiava non avere la situazione
sotto controllo, doveva capire se era cascato in errore, doveva
capire se la collega gli aveva lanciato un chiaro input sessuale o se
aveva frainteso tutto, ma era sicuro che la penna che voleva Lucia
fosse grossa e non rossa, e lui poteva accontentarla.
Stette
al gioco e le porse una delle sue penne, la osservò scodinzolare con
quelle sue chiappe piene, come piacevano a lui, quelle chiappe stile
anni Sessanta di cui voleva impossessarsi, su cui voleva avventarsi
come un falco sulla preda.
Dopo
circa mezzora Lucia si alzò, passò davanti a David sorridendo e gli
disse che sarebbe andata in bagno. Ma perché comunicargli quel
particolare inopportuno, non erano amici, non erano membri dello
stesso sesso, non aveva bisogno dell'amica che la tenesse per mano,
era il segno che tanto aspettava?
Il
piede di David iniziò a battere un ritmo irregolare sul pavimento,
era nervoso, era impaziente, si alzò, iniziò la sua lenta camminata
verso il bagno, voleva gustarsi il momento che precede la vittoria,
l'agognata scopata che aveva idealizzato centinaia di volte, sapeva
come sarebbe andata, aveva pianificato tutto, sapeva dove avrebbe
dovuto mettere le mani, il gioco era fatto, bastava varcare quella
porta.
Entrando
si sistemò il ciuffo, vide Lucia china sul lavandino intenta a
lavarsi le mani, la agguantò da dietro, le tirò su il tailleur, le
strinse una tetta con forza, lei si divincolò, ma lui le disse di
stare calma, le disse che era Davide e che l'avrebbe scopata come
nessuno prima d'ora, le tirò giù il perizoma che non era così
minuscolo come si era immaginato, ma comunque andava bene, aveva la
giusta dose di sesso marchiata sopra.
“Lasciami
Davide, che stai facendo? Sei pazzo?” urlava Lucia.
Ma
David non sentiva, era in un'ampolla libidinosa, sentiva solo il
fuoco uscirgli dalle membra, si sbottonò i pantaloni e cercò di
infilare la sua grossa penna nella vagina di Lucia, ma la donna
riuscì a liberarsi, gli tirò la saponetta in faccia e lo stese con
un calcio nelle palle che fece fuoriuscire un dolore dal basso ventre
che mai prima d'ora aveva provato; stramazzò in terra in pieno stato
confusionale, si domandò come era arrivato a tutto questo, non
trovando troppe risposte.
Lucia
corse fuori dai bagni, si sentivano voci che si accatastavano l'una
sull'altra di là nell'ufficio, e David mezzo tramortito, si tirò su
i pantaloni, si sistemò il ciuffo e varcò nuovamente la porta del
bagno.
Nella
stanza c'era un rumore assordante, partirono insulti, penne,
appuntalapis, che fiondavano addosso a David sferzandolo come frecce,
una pioggia di oggetti lo accompagnò fino alla porta d'ingresso.
Il
giorno seguente, quando tornò a prendere le sue cose, seppe che
Lucia era stata promossa; si era accaparrata tutti i clienti di
David, il capo l'aveva premiata per lo shock subito cercando di
insabbiare lo scandalo e lo stipendio da duemila al mese di David
cascava a pennello per quel silenzio professionale.
Entrando
in casa guardò tutte le foto delle sue buste paga, ognuna con
accanto la faccia di uno dei suoi amici che esibiva sguardi
perplessi, smorfie di ogni tipo e sorrisi; le guardò una ad una e
capì che non solo malattie, calamità e imprevisti non dipendenti
dalla propria persona sfuggivano al suo controllo, ma anche le donne.
Rimuginò su questo chiedendosi migliaia di volte se quel diavolo
rosso avesse davvero pianificato tutto nei minimi dettagli.
Elle
Bi