Girava in punta di piedi per non fare troppo rumore, amava passare inosservato, malato di una sanità dimenticata da tempo. Quella sanità che lo aveva rovinato, solo in un mondo di solitudine.
Le
carte erano ormai scoperte, il volto svelato, coperto da eterni
fallimenti, fingendo che tutto andasse bene continuava a vivere quel
sogno ad occhi aperti.
Guardandosi
intorno capì che aveva perso tutto, solo quella palla di pelo era
rimasta a fargli compagnia, e quel taccuino su cui scriveva miliardi
di parole, su cui cercava di avere un'altra chance, parole che
galoppavano su binari paralleli, ma che inevitabilmente si stampavano
come macchie su un muro.
Scelte
folli, promesse mai fatte, il ritardo di una vita in fiamme, bruciata
anzitempo, senza nemmeno aver avuto la possibilità di appiccare
quella miccia. Una miccia troppo corta per non essere vissuta, ma la
paura lo tormentava ormai da tempo, la paura di non essere
all'altezza. All'altezza di grattacieli di emozioni, cubi di
conoscenza sprecata, sguardi mai dati, amori vissuti come un'enorme
sfilata.
Lui
era lì, con l'ovatta pigiata nelle orecchie, non voleva sentire il
lamento di un'era, l'urlo soffocato di una società che si era presa
tutto senza dar niente. Una società sorda che ammala di mutismo e di
pallore i ragazzi forti attratti dal grigiore.
Consolato
da un bisogno di consolazione girava per la stanza guardandosi le
mani. Mani troppo forti che lo tenevano imbrigliato in una vita che
lo aveva respinto, ma forse era stato lui il primo a rimanere
intrappolato da se stesso, dalla sua maschera di autocommiserazione,
ritrovandosi a cinquant'anni con un buco nel cuore profondo come uno
sparo alla tempia.
Si
cacciò la canna in gola, il colpo pronto, tremante rivide la sua
vita, pillole di gioia ingoiate in un mare di delusioni, provò a
premere il grilletto, ma la paura fece cilecca, posò l'arma sul
tavolo, si guardò allo specchio e capì che un morto non sarebbe
potuto morire.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".







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