venerdì 28 febbraio 2014

SHONAN JUNAI GUMI - LA BANDA DELL'AMORE PURO DI SHONAN


Shonan Junai Gumi, creato da Tohru Fujisawa, altro non è che la narrazione delle vicende di Eikichi Onizuka e Riuji Danma ai tempi del liceo. In Italia tale opera è stata spesso spacciata come un “filler” del più noto Gto, facendola passare per un qualcosa creato in maniera a sé stante e successiva al grande successo riscosso dal manga in questione. In realtà, l'autore ha creato prima lo Shonan Junai Gumi e poi il Gto che ben conosciamo, in quello che è a tutti gli effetti un lavoro che è stato si diviso in due “spezzoni”, ma facenti parte dello stesso storyboard. La storia raccontata è tanto semplice quanto ben sapientemente gestita: i protagonisti sono conosciuti come gli Oni-Baku ( Oni sta per “demone” e indica le iniziali di Onizuka, mentre Baku indica “bomba”, il soprannome di Danma che è definito “la bomba umana”) e sono un noto duo di teppisti che cerca di vivere una vita liceale normale; la loro personalità e la loro “bravura” nel mettersi nei guai li porta però inevitabilmente a finire sempre in risse o comunque in situazioni al limite del grottesco. Il tutto inizia con i due che fingono di essere stati espulsi da un liceo maschile al fine di farsi ammettere all'istituto Tsujikuo; la scuola in questione è nota per l'abbondante presenza di compiacenti fanciulle, e quindi l'obiettivo dei nostri protagonisti è quello di iscriversi da quelle parti con la speranza di perdere la loro verginità. La loro fama di teppisti giungerà però immediatamente anche lì, con il risultato che Onizuka e Riuji incapperanno ben presto in scontri con i delinquenti dell'istituto, Saejima e Kamata, fino a sfociare in scontri sanguinolenti con le più rinomate bande di teppisti della città; tutto questo integrato con sketch esilaranti (l'ossessione della ricerca della ragazza è un “must” ricorrente) e l'immancabile moto, guidata rigorosamente senza casco. Riuji riuscirà a un certo punto anche a trovare la sua anima gemella (Nagisa) facendo precipitare nello sconforto Onizuka, il quale comincerà a frequentare personaggi e ragazze male intenzionate ignorando di piacere molto alla sua amica Shinomi. Con il proseguire della storia lo status dei due teppisti cresce esponenzialmente fino a portarli a diventare delle vere e proprie leggende, con la narrazione che si conclude con una mega-rissa (condita da armi di ogni genere) in cui sono presenti tutti i protagonisti principali del fumetto. La prima cosa che salta all'occhio del lettore è il miglioramento progressivo della qualità del disegno: i primi volumi, infatti, mostrano un disegno particolarmente grezzo, ma con l'evolversi della storia si delinea quello stile che poi renderà celebre Gto, con le mitiche “faccine” di Onizuka che fanno capolino verso la fine del racconto. Shonan Junai Gumi è molto utile per comprendere appieno alcuni aspetti poco chiari di Gto: ad esempio, nella storia “principale” non ci vengono spiegati bene i trascorsi tra Ryuma e Saejima, nonché da dove nasca la tanto decantata leggenda degli Oni-Baku. In questa prima parte tutto viene spiegato a dovere, con sketch in alcuni casi addirittura superiori a Gto ( imperdibile la scena in cui, dopo uno scontro di rilievo, si mettono a confrontarsi i peni) nonché una profonda cura della caratterizzazione dei due protagonisti. Consiglio assolutamente la lettura di tale opera per apprezzare ancora di più Gto e comprendere appieno l' intero arco narrativo delle vicende; da segnalare anche l'ottima riuscita dell'anime che ripercorre in maniera molto buona la storia raccontata dall'opera originale. Uno dei pochi casi in cui l'anime non svilisce il racconto fatto dal manga, e dunque un “bonus” a favore del lavoro che è stato fatto dal maestro Fujisawa e dal suo staff.

Tommy

giovedì 27 febbraio 2014

SOUR TIMES (AIRBUS RECONSTRUCTION) - Portishead



No. Non è la Sour Times che conoscete. Non è la seconda traccia del monumentale album del 1994 Dummy, capolavoro senza tempo della Trip Hop, l'ultimo movimento musicale (nato a Bristol) veramente interessante (anzi innovativo, geniale). Difatti questa è una b-side contenuta nel singolo dell'omonima, ricostruita da una band rock, gli Airbus (naturalmente da Bristol). Ed è una b-side fantastica, quasi migliore dell'originale. Una b-side che dimostra la dinamicità della musica dei Portishead, capace di prestarsi anche a un rock più duro, un post-grunge che riporta la mente indietro nel tempo, nei fantastici 90's. Ricordi (indelebili) di momenti passati, 5 minuti da pelle d'oca.

Mi.Di

martedì 25 febbraio 2014

IL GRANDE SONNO - Raymond Chandler


Un mondo alla malora. Un mondo ormai disilluso dove tutti i concetti morali come l'amore, il rispetto verso il prossimo, sono ormai morti. E Chandler, sentendosi lentamente escluso da questo mondo, non può che cominciare a scrivere per poterlo recuperare, per farlo nuovamente suo. E per farlo, sceglie il genere che può sembrare il meno adatto. L'hard boiled. L'hard boiled che recupera il giallo trascinandolo per la strada, l'hard boiled crudo e violento, l'hard boiled che riporta inevitabilmente Chandler verso quel mondo immorale da cui si sente tradito. E lascia intendere, tra le righe, che non esiste modo migliore per esorcizzare le proprie paure che infilarcisi dentro, fino al collo, senza un dubbio. E lo fa egregiamente con il ciclo di Marlowe, dove per mettere le cose in ordine, per ricostruire il puzzle morale della sua mente, crea un personaggio dalla personalità decisa e con principi saldi, impossibili da cambiare. E infatti ne esce fuori un personaggio che non può vivere senza il suo autore (anche se Chandler in alcune interviste ha rivelato che stava cominciando a vivere di vita propria) perché lo rispecchia in pieno. Un po' come Henry Chinaski per Bukowski, Marlowe rappresenta lo sguardo dell'autore sul mondo, la sua concezione romantica ma nello stesso tempo cinica e lievemente nichilista del tutto. Così diviene obbligatorio parlare un po' di Raymond Chandler. Nato nel 1888 nell'Illinois, figlio di uno statunitense e un'irlandese, assiste alla prima delusione della sua vita quando i genitori divorziano, e si trasferisce con la madre in Gran Bretagna. Tornato negli Stati Uniti si arruola nell'esercito canadese combattendo la Prima Guerra Mondiale. Dopo alcuni lavori inutili, finalmente nel 1933 l'esordio letterario con Il Grande Sonno. Un debutto che l'autore fa a 45 anni, il tempo di osservare con fare critico il mondo e di diventare un alcolizzato. Il suo talento verrà notato qualche anno dopo, tanto che comincerà a lavorare per Hollywood (che farà anche un film sul romanzo di esordio con uno splendido Humphrey Bogart). Il Grande Sonno comincia con la convocazione di Marlowe a casa di un cliente, l'ex generale Sternwood, ormai stroncato dalla vecchiaia (ma pur sempre ricchissimo, grazie ad alcuni campi petroliferi). Il vecchio viene ricattato da un certo Geiger, proprietario di una libreria antiquaria (che si scoprirà essere il centro di un enorme traffico di materiale pornografico). Inoltre il generale è preoccupato per le figlie, Carmen, coinvolta nel ricatto, e Vivian.  Saranno le colonne portanti del romanzo, le tanto famose quanto immancabili femmes fatales. Da qui nascerà un intreccio torbido costruito da omicidi, sesso e corruzione che terminerà con una considerazione stupenda del nostro antieroe, Philip Marlowe. "Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L'acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l'aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora". Probabilmente lo stesso pensiero che ha fatto Chandler nel 1955, quando tentò il suicidio dopo la morte della moglie. Un tentativo non riuscito che ha il suono della sconfitta, come se Chandler, una volta persa la moglie, si sentisse nuovamente smarrito in quel mondo immorale che aveva conosciuto prima del matrimonio, quando cominciò a scrivere questo grande romanzo noir. Ma a riscattarlo rimarrà sempre Philip Marlowe, grande prototipo dell'antieroe, fonte infinita di ispirazione per tutto il genere (e non solo). Un personaggio immortale perché tenta a tutti i costi di infondere il bene in un mondo maledetto. E lo fa con mezzi tutt'altro che consoni per la concezione di un protagonista positivo. Cinico, alcolizzato, violento, barcolla sempre sul filo del rasoio della correttezza, tra luci e ombre. Questo è il bene secondo Chandler (o secondo Marlowe, fate voi). Un bene diverso, continuamente a stretto contatto con il male, costretto a farsi strada a suon di cazzotti e pallottole. E' un bene ormai stufo di farsi chiamare tale, e sta qui la grande forza dell'opera di Chandler, nella sua "bipolarità", nella sua ambiguità. Un opera eterna, come un grande sonno infinito.

Mi.Di

lunedì 24 febbraio 2014

A PROPOSITO DI DAVIS - Joel & Ethan Coen


Passo falso. Ovvero, come ci suggerisce un qualunque dizionario, cadere in errore, sbagliare o sbagliarsi. Ecco, se c’è qualcosa che mi stupisce del cinema dei fratelli Coen è proprio l’assenza, nella loro filmografia (che conta sedici film in circa trent’anni), di veri e propri passi falsi, di film sbagliati insomma. La loro ultima fatica, presentata allo scorso festival di Cannes, si inserisce perfettamente in una filmografia assolutamente coerente: è la storia di Llewyn Davis (ispirato al musicista Dave Van Ronk) uno dei tanti cantanti folk che riempivano la scena dei sixties nel Greenwich Village newyorkese. Lo stesso Village, gli stessi anni, che furono testimoni dei primi passi di Bob Dylan. Llewyn Davis (interpretato da Oscar Isaac) è solo l’ultimo dei tanti personaggi che popolano l’universo cinematografico coeniano, personaggi che sono, ciascuno a suo modo, dei perdenti, degli sfigati, degli uomini senza qualità, dimenticati o dimenticabili, anonimi volti persi nel caos della vita.

Un microfono, la voce tormentata di Llewyn Davis, lo straziante appello di “Hang me, oh hang me” , aprono la prima scena del film in uno dei tanti locali del Village. Al termine dell’esecuzione si avvicina al cantante un signore, intuiamo sia il proprietario del locale, che lo invita ad uscire; un amico lo aspetta fuori, dice. Fuori dal locale dove, appena uscito, Llewyn riceverà un sacco di botte. Finisce così l’opening del film, poco più di cinque minuti, sufficienti però per farci capire chi è Llewyn Davis. Nella scena successiva il protagonista, disturbato nel sonno da un gatto (gatto che ritornerà più volte nel corso del film con una precisa valenza simbolica), si sveglia in una casa vuota, su di un divano. Uno dei tanti divani in cui Llewyn, senza dimora e senza un soldo in tasca, passa le proprie notti per ripararsi dal freddo inverno di Manhattan. È il divano dei genitori del defunto partner artistico di Llewyn, morto suicida, verremo a sapere. Forse gli unici due personaggi che provano un reale affetto per lui, considerando che pure la sorella prova una sorta di disprezzo per la vita che conduce il fratello. Per non dire poi della ragazza (ingravidata da Llewyn, e non è la sola) interpretata da Carey Mulligan (che completa il cast con Justin Timberlake e John Goodman, quest’ultimo nei panni di un musicista jazz piuttosto bizzarro) che in una scena emblematica del film gli rinfaccia tutto il suo rancore. Insomma, Llewyn è il classico personaggio sfigato coeniano e non è che poi faccia molto per non esserlo, prigioniero com’è in una sorta di limbo, incapace di liberarsi da un’esistenza che gli passa davanti senza che riesca in alcun modo ad afferrarla. Ma nonostante tutto non riusciamo a non empatizzare con lui. Anche quando, per una birra di troppo, cede alla tentazione dell’insulto gratuito nei confronti di chi, come lui, cerca solo di farsi largo in un mondo in cui inizia ad imporsi la zazzera del menestrello più famoso della musica americana.

Alla fine poi, nella perfetta chiusura del cerchio, torniamo dove eravamo partiti. Al locale, ad “Hang me, oh hang me”, alle botte. Quelle botte che prima non avevano ragione e che ora siamo in grado di capire perfettamente. Au revoir Llewin. Au revoir Coen. Al prossimo film. Che scommettiamo non sarà un passo falso.

Diccì

sabato 22 febbraio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 21 febbraio 2014

NON TI CURAR DI LOR, MA GUARDA E PASSA


L’incontro-scontro tra i due nuovi rampolli della politica italiana, Grillo “commedian-turned-politician” (pragmatico epiteto coniato dalla BBC) e Renzi l’ “Italian Obama” (come soprannominato dal Time e secondo il mio modestissimo parere un po’ azzardato. Catherine Mayer ma che ti sei presa prima di scrivere il tuo articolo quella sera?) ha catalizzato l’attenzione di tutti i media nazionali. E non poteva essere altrimenti dato che da ora in avanti oltre al “mezzogiorno di fuoco” di Zinnemann si parlerà anche delle “una e quarantacinque piuttosto arroventate” del giorno delle consultazioni tra i due leader politici.

Circa 10 minuti di attacchi unidirezionali “Grillo-2-Renzi” sono il risultato della volontà della rete la quale, dopo un sondaggio, aveva deciso che il vertice M5S e PD “s’aveva da fare”. Ma il genovese, fin da subito contrario al contatto, è stato di altra opinione e il risultato, al limite del ridicolo, lo conosciamo bene.

Eviterò però di dilungarmi sui particolari del tete-à-tete tra i due politici (argomento inflazionato) poiché vorrei condividere assieme a voi un particolarissimo articolo del Corriere della Sera riportante i vari aggettivi con i quali il comico genovese dal 2009 è stato solito indicare il sindaco di Firenze “part-time”. E vi assicuro che la cosa è piuttosto esilarante. Seguono poi alcuni passaggi direttamente tratti dal vertice di mercoledì e concludono i risultati di un sondaggio di Ixé Trieste per conto di Agorà-Rai 3 che ha tentato di rispondere alla fatidica domanda: “Ma per gli italiani chi è stato il vincitore?”.
E per voi, “chi è stato il vincitore (o il meno ridicolo)?”:

  1. Nel 2009, in occasione delle comunali di Firenze, Grillo conia l’epiteto forse più conosciuto per indicare Renzi: “EBETINO DI FIRENZE”.
  2. FANTASMA” - Nel novembre del 2012 Grillo attacca sul suo blog il sindaco del capoluogo toscano con tanto di fotomontaggio da “Chi l’ha visto?”. «Da quando Renzi è in campagna elettorale per le primarie non si è mai presentato in Consiglio Comunale”
  3. INVIDIA PENIS” - Il 17 ottobre 2012 Grillo sul suo blog scrive: «Renzi soffre di invidia penis. Sente profondamente la mancanza di un programma elettorale del Pdmenoelle di egual valore a quello del MoVimento 5 Stelle. Per questo si considera intimamente inferiore”.
  4. ARLECCHINO E CARTONE ANIMATO” - Il 18 febbraio scorso, Grillo attacca da Sanremo. «È il vuoto assoluto, un cartone animato”, dopo averlo definito anche “un Arlecchino con due padroni, De Benedetti e Berlusconi”.

Ed ora qualche chicca direttamente dal loro animato “appuntamento” così da non farci mancare niente:

  1. NON SEI CREDIBILE - Grillo parte: “Qualsiasi cosa dici non sei credibile”.
  2. NON è IL TRAILER DEL TUO SHOW – “Non è il trailer del tuo show, non so se sei in difficoltà sulla prevendita e se mai ti do una mano. Questo non è Sanremo” replica Renzi.
  3. FAI IL GIOVANE MA NON LO SEI – “Tu sei una persona buona che rappresenta un potere marcio. Un minuto? Non te lo do. Non abbiamo nessuna fiducia in te” prosegue il genovese.
  4. HAI UN PROGRAMMA COPIA E INCOLLA – “Hai un programma che è un `copia e incolla´ meraviglioso, ne hai preso una metà da noi”, accusa ancora Grillo rivolgendosi al premier incaricato.
  5. SEI UN INCROCIO TRA GASPARRI E BIANCOFIORE – “Sei un incrocio tra Gasparri e la Biancofiore”, attacca Renzi.
Gran finale: risultati del sondaggio di Ixé. E voi site d’accordo?
  • RENZI 43%
  • GRILLO 13%
  • NESSUNO DEI DUE 10%
  • NON HA VISTO IL CONFRONTO 34%

Maste

giovedì 20 febbraio 2014

COLOURS TO LIFE - Temples



Qualcuno li ha definiti la migliore band attualmente presente in Inghilterra, eppure i Temples non fanno altro che creare melodie catchy e riportarle indietro agli anni della psichedelia.

E vi pare poco? Poco non è. Quel qualcuno è infatti il signor Johnny Marr.

Difficile scegliere un brano, Sun Structures (Heavenly Recordings, 2014), il loro album d'esordio, è pieno di singoli potenziali e non: il brano d'apertura, Shelter Song (pubblicato per primo a fine 2012), la title track, Keep In The Dark oppure Mesmerise, per dirne alcuni.

Ce n'è uno però che mi ha colpita fin da subito, grazie anche alla simpatica accoppiata col rispettivo b-side, Ankh (grazie Spotify, hai reso loro una dignità – ai lati b, appunto): Colours To Life.

Sarò tutt'altro che prolissa: definirlo radiofonico parrebbe quasi offensivo e, soprattutto, un eufemismo. Non possiamo neanche ridurre tutto al ritornello, più appiccicoso di un chewing-gum, o alla batteria, che pare registrata ad Abbey Road (tutto in camera di James Bagshaw, cantante e fondatore!) o alla chitarra sixties che subentra proprio quando la vorresti sentire. E' molto di più.


Love, lust, spaces in time bring colours to life”


Lara Magnelli

martedì 18 febbraio 2014

BOOMERANG - Capitolo 3, Jo

(Link al capitolo 2.  http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-2-jessy.html)


Devo fare più soldi. Quattromilacinquecento, quattromilacinquecentocinquanta. E che cazzo, con questi non mi ci compro nemmeno una Golf. Devo fare più soldi, devo fare più soldi....o potrei fregare qualcuno, sì potrei fregare qualcuno, un bell'allocco che abbocchi alla mia esca. La droga attira molta gente, ah ah ah” pensava Jo ad alta voce.
Aveva quella strana abitudine, quando era da solo parlottava sempre ad alta voce, era felice quando si inerpicava in ragionamenti assurdi, era felice perché non si sentiva solo, era il suo modo per combattere l'assenza di gente nella stanza.
Sembrava un duro quando era per strada, quando era con gli altri a casa di Rob, sembrava sempre non aver bisogno di nessuno, ma soffriva molto quando all'interno della stanza si alzava il silenzio, per questo aveva inventato questo siparietto fra lui e i suoi pensieri ad alta voce, per coprire il silenzio, lo doveva coprire o sarebbe impazzito.
Prese un block notes e annotò: “Fare più soldi e fregare qualcuno”.
Quelle semplici parole lo rallegrarono, una risata famelica si disegnò sul suo viso, quando non era anestetizzato da qualche droga faceva davvero paura, la sua faccia faceva paura, ma sopratutto la sua imprevedibilità.
Era un po' come dottor Jekill e Mr Hide, da lucido avrebbe piegato il mondo intero ai suoi piedi, mentre da fatto era una palla umana schiacciata contro divani, poltrone, letti; amava tutto ciò che era soffice e morbido, infatti amava le tette di Jessy.
Jessy era la donna perfetta, cinica, spietata, sexy, lui la considerava la sua metà, ma lei non si sentiva legata a lui in alcun modo.
Jo aveva droga, soldi e conosceva un paio di giochini da fare fra le gambe di una donna, e pensava di poter possedere tutto: pensava che le persone avessero bisogno di qualcosa, chi era dipendente dalla droga diventava suo schiavo, chi aveva bisogno di soldi si sarebbe prostrato ai suoi piedi, ed infine chi fosse stato estraneo a entrambi, allora sarebbe diventato prigioniero di infinite scopate.
Sapeva che Jessy amava scopare, sapeva che avrebbe nuotato volentieri sopra a un ammasso di verdoni e sapeva anche che senza spararsi due strisce di qualcosa avrebbe perso la testa; per questo pensava di averla in pugno.
Ma Jessy era troppo avanti, se Jo pensava di averla in pugno ecco che lei diventava sfuggente, sgusciava fuori dalla sua presa ribaltando completamente la situazione, lei aveva soltanto una carta da giocare, se stessa, una carta che riteneva più che sufficiente per ammansire qualsiasi componente di sesso maschile.
“Fare il culo a Jessy” scrisse sul taccuino.
Non gli bastava quel pomeriggio di sesso sfrenato a casa di Rob, quello era stato solo l'antipasto, aveva ancora fame, aveva fame di Jessy.
Uscì di casa abbastanza eccitato, guardava la gente che camminava per andare a lavoro, tutti in giacca e cravatta, tutti apparentemente sorridenti e non capiva come cazzo facessero ad essere così felici.
Non poteva immaginarsi fra dieci anni prosciugato dal lavoro, stirato dalla testa ai piedi, con il capo che fa su e giù tutto il giorno per leccare il culo al principale, ai clienti e a chiunque abbia un culo coperto da soffici verdoni.
“Maledetti colletti bianchi. Fate pena, siete ridicoli. Non diventerò mai come voi, mai! Devo fare soldi, devo fare soldi. Dai Jo ce la puoi fare, non vorrai mica finire come questi morti viventi no? Puah!” bofonchiò sputando in terra.
Vide una bambina giocare col fratellino sul marciapiede, aveva un hula hop, li scrutò attentamente, vide girare il grosso giocattolo intorno alla vita della bambina, girava, girava, girava...
Fu come ipnotizzato da quella girandola umana che lo riportò all'infanzia, a quando giocava con un ragazzino inglese; i suoi lo avevano portato in Inghilterra per due settimane, non sapeva un accidenti di inglese, niente di niente ma gli sembrò che con quel bambino fosse tutto facile, vivere, ridere, divertirsi senza scambiare parola, si capivano al volo, annuendo di tanto in tanto, scoppiando a ridere se uno dei due inciampava, quella fu l'estate migliore della sua vita.
Non lo voleva ammettere, ma ormai i suoi unici amici erano Rob, Jessy, Camille e David, la sua tribù, con cui faceva strani rituali a base di sesso, droghe e perdizione.
Ma qualcosa dentro di lui si agitava, qualcosa gli diceva che il suo amico più sincero era stato quel bambino in Inghilterra, quel Bobby che correva con lui nei prati. Ma lui preferiva credere ad altro, preferiva credere alla magia della droga, quella droga che accomuna tutti, facendo scorrere il tempo fra ragazzi che credono di amarsi perché sempre insieme, ma spesso finiscono per amare solo la droga, quella compagna sensuale che ti rapisce promettendoti pillole di felicità, ma che allo stesso tempo ti nega tutto, ma lui questo non poteva ancora saperlo.
“E che cazzo! Che mi succede? Ricordi vecchi come la morte, ma io sono nel presente, il passato non conta, è come i vecchi, non serve più a nessuno, si vive nel presente, si scopa nel presente, si guadagna nel presente, tutto è dannatamente al presente. Il passato è passato, puah, puah, puah” imprecò asciugandosi gli occhi gonfi di lacrime, e una era sicuramente per il piccolo Bobby, amico vero che lo aveva amato per com'era, senza compromessi, artifici o altre stronzate del genere.

Elle Bi


lunedì 17 febbraio 2014

CASTAWAY ON THE MOON - Lee Hae-jun


Castaway on the Moon è una gemma rara; uscito nel 2009 in Corea del Sud arriva in Italia di soppiatto sbancando la dodicesima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Nel 2011 durante la nona edizione del Koreafilmfest di Firenze, a cui partecipai come giurato, mi imbattei in questo originalissimo film.
Kim, giovane impiegato della middle class coreana, decide di farla finita; si getta quindi nel fiume Han di Seoul. Un volo ad angelo, un botto secco...dissolvenza in nero.
Sprazzi di sole risvegliano il povero Kim, che si rende conto di non essere riuscito nella sua impresa, ma, cosa ancor peggiore, è rimasto intrappolato in un isolotto separato dal resto del mondo o meglio, del suo mondo.
Disperato, proverà a giocare tutte le carte a sua disposizione per poter tornare fra i “vivi”: si tufferà cercando di raggiungere a nuoto la terra ferma, ma l'acqua si dimostrerà non essere il suo elemento ideale.
Tenterà di chiamare la sua ex fidanzata con la poca batteria rimasta sul cellulare, ma lei, cinica e spietata, lo liquiderà senza ascoltare la sua richiesta di aiuto.
Dall'altra parte della storia e della costa, troviamo una ragazza omonima di nome Kim che vive autoreclusa in casa; ha paura degli altri, non regge gli sguardi della gente, è un hikikomori, l'agorafobia orientale che sta attanagliando sempre di più Cina, Giappone e Corea, i nuovi colossi industriali, città sviluppate sempre più in altezza, brulicanti di persone come in un formicaio.
La ragazza vive in simbiosi con la sua macchina fotografica, guarda la luna con sguardo romantico: vorrebbe tanto poter essere l'unico abitante di un satellite lontano.
Un giorno, il suo occhio osservatore si scontra con il buffo Kim, alle prese con la sua nuova vita all'inizio tanto odiata ma poi via via, sempre più amata.
La ragazza è attratta da quello stravagante “alieno”- così lo chiamerà - che si danna come un pazzo per un piatto di tagliolini.
Lui è un uomo affogato nei debiti, uno che non ce l'ha fatta a stare al passo coi tempi, tempi accelerati che intrappolano in una spirale di stress fisico e mentale; è il compromesso della metropoli, di quella Seoul, fantastica, incandescente, quella Seoul al neon, che offre tanto, ma allo stesso tempo prosciuga piano piano, mettendoti alla prova costantemente; tutti corrono verso il domani con lauree, master, mille lavori, cercando di migliorarsi sempre di più, diventando nella maggior parte dei casi più simili a robot che a perfetti esseri umani.
Di lei si sa poco o niente. Naviga in continuazione su un social network con tanto di identità fasulla, si vergogna di se stessa, di quella bruciatura che le sfigura il viso, anche lei come molti ha paura di essere imperfetta, in una società dove l'apparenza è più importante della sostanza.
Lei prende coraggio, sfida il mondo con un casco da motociclista in testa, lancia una bottiglia verso quel novello Robinson Crusoe, cercando un contatto con l'unica persona che forse potrebbe accettarla, l'unica persona che potrebbe completare la sua imperfezione.
Da lì, inizierà uno scambio di messaggi fra i due, inizieranno a conoscersi, rideranno l'uno dell'altro, si arrabbieranno, affronteranno le difficoltà della vita sostenendosi a vicenda, scambiandosi brevi messaggi cifrati, come un: “Fine, thank you” scritto con un legno sulla sabbia, che nel mondo d'oggi ha perso d'importanza, ma che - se sentito - rimarrà sempre una risposta autentica a una domanda fatta da una persona cara.
Il regista Lee Hae-jun orchestra bene il registro comico (durante la prima parte) - creando situazioni paradossali che ci faranno ridere a crepapelle - alternato a quello drammatico (seconda parte) in cui reggeremo a stento dei lacrimoni carichi di speranza. La speranza di un incontro inaspettato fra due realtà così diverse ma così uguali, due anime sole, affogate nel magma incandescente della vita, che possono tirarsi su tramite piccoli contatti, bisbigliando messaggi segreti, riscoprendo se stessi, che nella maggior parte dei casi rimane cosa rara, un po' come i Panda in via d'estinzione, questi animi fragili vanno tutelati, perché un giorno noi tutti potremmo crollare, e non ci rimarrà che sperare che dall'altra parte ci sia un Mr o Mrs Kim pronto ad aiutare.

Elle Bi

sabato 15 febbraio 2014

LIFE - Elle Bi



Bretagna, Saint-Malo, due bambini che giocano spensierati

venerdì 14 febbraio 2014

UN LUNGO VIAGGIO VERSO L'AFRICA


In questo giorno di ennesimo cambiamento del sistema politico italiano (che tra l’altro non sono sicuro di aver capito. Perché Renzi se ne va a Montecitorio senza la democratica giustificazione popolare? Se me lo potete ri-spiegare mi fate un favore), ho deciso di scrivere un breve post per raccontare il viaggio che mi ha portato dall’altra parte del mondo, in Sudafrica.

Imbarcatomi a Fiumicino, ho fatto il primo scalo a Jeddah, in Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è grande, è il più grande stato del Medio Oriente per superficie. E’ una distesa di sabbia che si estende per chilometri e chilometri sotto la quale si trovano litri e litri di petrolio (95% delle esportazioni del paese). E’ pressoché una distesa di oro nero. E’ il paese più sacro del Medio Oriente - per i musulmani quantomeno -, essendo casa delle due più sacre moschee del mondo islamico: La Mecca, dove la scatola nera, simbolo dell’Islam, è conservata, e ‘Medina’, altro importante centro religioso. Per questa ragione moltissimi pellegrini musulmani visitano il ‘Regno’ per far fede a uno dei precetti imposti dalla religione: il pellegrinaggio alla Mecca. Lo Stato, monarchia assoluta capitanata dal re Abdul Aziz Saud, non è molto popolato (30 milioni di persone, di cui un terzo sono stranieri) per via delle sue caratteristiche geografiche. Lo sviluppo tecnologico sta tuttavia portando alla creazione, sempre più, di infrastrutture e centri abitativi. Dormivo quando il capitano ha acceso l’altoparlante per fare presente ai passeggeri che stavamo per sorvolare La Mecca, nel caso i musulmani a bordo volessero omaggiare Allah. Così ho iniziato a guardare fuori dal finestrino cercando di vedere qualcosa. E’ strano perché non vedi le città fino all’ultimo e queste spuntano fuori all’improvviso, manifestandosi in una distesa di luci di cui non si intravede la fine. Solo quando l’aereo ha iniziato l’atterraggio le luci hanno cominciato a prendere forma. Case, grattacieli, strade, ponti, fontane e macchine. Una marea di macchine, prova inconfutabile dell’abbondanza di petrolio, popolano le strade. Devo ammettere che la voglia di restare qualche giorno in più a visitare questo Stato era tanta…

Una volta sceso a terra ho dovuto aspettare circa otto ore per la mia coincidenza. Il personale è molto gentile anche se la lounge (a meno che tu non abbia un biglietto di business class) non è delle più accoglienti. Il free Wi-Fi purtroppo non funzionava e dunque ho dovuto ricorrere a quelle problem-solving skills di cui pressoché ogni italiano è dotato. Con la scusa di fumare una sigaretta, ho convinto lo steward della sala d’attesa per passeggeri ‘business’ a farmi entrare, e così mi sono procurato la password per una rete, mossa che mi ha permesso di passare parte della lunga attesa comunicando con famiglia e amici. Come ho accennato nel precedente paragrafo l’Arabia Saudita ha un gran numero di visitatori musulmani che fanno visita alla sede del ‘Profeta’.
Una cosa che mi ha fatto sorridere durante il tempo trascorso in aeroporto - dove ovviamente non potevo nemmeno scegliere la via del ‘mi faccio qualche drink’ - è stato che nei gruppi di pellegrini le donne, al fine di non perdersi, portavano un velo dello stesso colore con su scritto l’operatore turistico che aveva organizzato il loro viaggio sacro. Dunque la lounge era caratterizzata da queste chiazze di colore, arancione, rosa, viola, giallo, che rendevano l’ambiente più caldo (un’altra cosa simpatica è che il check-in e i safety controls per gli uomini e per le donne sono separati).

Quando finalmente sono salito sul mio volo l’emozione è iniziata a crescere (sebbene notevolmente smorzata dalla stanchezza). Ho deciso di guardarmi uno dei film - Rush, storia dei due eterni rivali della F1 - che la SaudiAirlines aveva da offrirmi, prima di lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo. All’inizio del film un messaggio mi avvertiva che i contenuti erano stati ritoccati ma, non avendo visto il film, non sapevo cosa fosse stato censurato. Solo quando ho visto un cerchio opaco oscurare la pancia di una donna ho capito…In effetti, mi sembrava che ci fossero un po’ troppe poche scene di sesso in un film che vuole disegnare il personaggio di James Hunt…Il vero film è in realtà iniziato quando mi stavo per appisolare. Il mio occhio è pigramente cascato fuori dal finestrino e Lei era lì, in tutta la sua immensità. L’Africa. Penso che da ieri la parola ‘enorme’ abbia assunto tutto un altro significato! Non credo che ci si possa rendere conto dell’estensione dell’Africa finché non ci si vola sopra per più di 10 ore coprendone solo una piccola parte. Ero emozionato come un bimbo che scopre Babbo Natale a sistemare i pacchetti sotto l’albero. Non ho dormito per un’altra ora perché incapace di smettere di guardare fuori mentre sorvolavo Etiopia, Tanzania, Kenya, Mozambico e finalmente Sudafrica. Qua inizia una nuova storia, ma per parlare di questa servirà almeno un altro post - dico almeno perché solo l’atterraggio a Città del Capo ne richiede uno - e poi, scusatemi ma fuori ci sono 30 gradi, è ora di andare in spiaggia.

Lettura consigliata “Le Città Invisibili” di Calvino

IT

giovedì 13 febbraio 2014

WHITE DOVE - Sleepy Sun



Per gli amanti del rock puro, quel rock incazzato e maledetto che ormai non esiste più da tempo, il debutto degli statunitensi Sleepy Sun deve essere stata una manna dal cielo. E si capisce subito il perché con questa traccia "monumentale", dalla durata di ben nove minuti. Gli anni 60, le droghe psichedeliche, Woodstock, sono elementi imprescindibili per la musica degli Sleepy, ed è proprio lì che ci fiondano nei primi minuti della traccia, conquistandoci subito con un riff da urlo. Poi tutto sembra svanire in un caos sonoro incontrollabile, per poi sfociare in un tranquillo folk che lascerà a bocca aperta (praticamente una canzone nella canzone). Per i nostalgici.


Mi.Di

martedì 11 febbraio 2014

AMEN

Prega per noi peccatori, nell'ora del nostro consumo amen,
amen per i figli della morte,
amen per chi nasce racchiuso in pioggia,
amen per chi non conosce il significato di porta,
amen per chi muore senza vivere,
amen per te, che mi siedi accanto e respiri queste parole,
amen per il sole pallido, malato di cancro,
amen per la metastasi della nostra mente,
amen per gli uccelli che ronzano, miscredenti,
amen per il cappio ombelicale che ci affoga,
amen per,
amen per macchine
amen per rumori inodori insapori colpenti la notte la luna,
amen per chi vive cieco,
amen per le colombe alla nitro glicerina pronte ad esplodere in centri commerciali all'ora di punta, attentati sereni in cinque mosse,
amen per la croce di Dio, che uccide con e per la sua magia,
amen per il casalingo del phon,
amen per amen, amen per diviso,
amen per gli occhi lucidi alle due di notte, la fine,
amen per la malinconia,
amen per la paura di testare testosterone,
amen per il grigio e per il blu, sempre più verde,
amen per il flusso di coscienza che impedisce, saturo, di impazzire,
amen per quelle centinaia migliaia di martiri con il viso rivolto al vento sconfitto,
amen nell'alto dei cieli, dove nessuno può sentirti ed aiutarti, un'illusione perfetta,
ed infine amen per noi,
disperati agnelli in cerca di cibo, in cerca di ozio, in cerca di vita di morte, in cerca di quello che,
in cerca di sei, in cerca di no, in cerca di metallo fumante al calore, in cerca di carne cruda come un sushi, in cerca di freddo,
in cerca di amen,
amen per i neon,
amen per i colori fosforescenti,
amen per i sogni (specialmente),
amen per ogni parentesi aperta,
amen per le donne cannibali docili,
amen quando dormi,
amen per il netto contrasto tra i colori, rovine nelle città, palazzi distrutti, immondizia fatiscente, bambino acquatico,
amen,
una singola parola,
un'analisi cruda come un omicidio,
un suono sognato, un bacio mai dato, un pensiero rinchiuso,
un parente fasullo, un imbarazzo paonazzo,
slitta l'orario,
il tempo spremuto come un limone,
e poi amen,
amen politico,
amen psicoanalitico,
amen depresso,
amen per la droga,
amen per l'orgasmo dei pasti nudi,
amen per il cellophane del porno,
amen curioso e furioso, la centrifuga del giorno è gas, e ci sta avvolgendo,
amen tempo, dove sei?
amen chiuso,
amen supermarket,
amen Adidas, Nike, amen Valentino, amen Bmw, amen Mcdonald,
amen fuoco bruciato,
amen acqua,
amen overdose,
amen per i gatti, sperduti nel limbo dell'universo,
amen per la solitudine,
amen madonna, vergine zitella con la libido spostata sotto il livello del mare,
amen a Gesù e il suo romanzo, la sua truffa perfetta, miei fedeli stanotte piangete per un furto, e cercate conforto nella vostra mente camuffata in mente collettiva camuffata in agorafobia camuffata in Xanax, Valium,
amen per gli stereotipi stereo,
amen per la musica, finalmente,
e poi e poi,
amen per tutti, di nuovo, castrati da, venduti per, tagliati con, persi nella coscienza collettiva.
amen per le guerre, mondiali e non,
amen per il sonno, e per il letto,
per la marea morsa,
per le ragazze fatiscenti che consumiamo,
amen parole, santificate dal mondo,
amen padre, amen madre,
amen Papa osceno II,
amen meccanico,
amen lavoro, il nostro suicidio di massa preferito,
amen,
amen e basta,
amen e follia, ti ringraziamo per aver creato il genio,
amen stricnina,
amen per le chiese chiuse,
amen per me,
amen per te, amico,
dimentica la parola, cancellala, disorientati nel mistico fuoco ponderoso,
amen fratello,
santifica l'oggetto,
chiudi i tuoi occhi,
ed infine, quando meno te lo aspetti,
amen.

Mi.Di

lunedì 10 febbraio 2014

DALLAS BUYERS CLUB - Jean-Marc Vallée

dallas buyers club<br/><a href="http://oi62.tinypic.com/2hgy5xg.jpg" target="_blank">View Raw Image</a>
Dopo l’ottima accoglienza in patria e l’incetta di nomination agli Oscar 2014 (tra i quali film, sceneggiatura e attore protagonista), il film di Vallée è arrivato da qualche giorno anche nelle nostre sale. Il film, tratto da una storia vera ed ambientato nel Texas degli anni Ottanta, vede come assoluto protagonista Ron Woodroof (interpretato dallo straordinario Matthew McConaughey che meriterebbe un discorso a parte) un rozzo cowboy moderno, cafone ed omofobo, che si guadagna da vivere lavorando come elettricista. In seguito ad un rapporto non protetto con una tossica, Ron contrae il virus dell’hiv; ma al medico che gli diagnostica non più di un mese di vita, Ron risponde che niente e nessuno può ucciderlo in così poco tempo. Negatagli la possibilità di vedersi somministrato il medicinale (in realtà un palliativo) in uso nel reparto ospedaliero (l’ AZT, per il quale l’ospedale ha fatto un accordo con un rappresentante dell’industria farmaceutica, accordo che consiste nel somministrare il medicinale ad un gruppo di pazienti per testarne l’effetto) Ron si recherà in Messico da un altro medico che, fornendogli un altro tipo di medicinale (non in uso negli States perché non approvato dalla FDA, l’agenzia che regola la distribuzione di farmaci), lo ragguaglierà circa i gravi effetti che l’AZT in realtà produce sul paziente. Ron deciderà allora di importare illegalmente dall’estero il farmaco e di fondare, con l’aiuto di un omosessuale malato di AIDS (Jared Leto, ottima anche la sua prova), il Dallas Buyers Club, che permette di distribuire tali farmaci a coloro che si iscriveranno al club pagando una quota; iniziando così una guerra contro la FDA.

Il film, che poggia sulla assoluta e straziante immedesimazione nel personaggio da parte di McConaughey (che ha perso moltissimi chili per l’occasione), è da considerarsi sicuramente riuscito come atto di denuncia contro l’ipocrisia e la vigliaccheria delle grandi case farmaceutiche (e della stessa FDA) che hanno sfruttato il momento di grande incertezza e paura che si respirava negli anni, quegli anni, che sono stati testimoni del diffondersi di una terribile piaga ancora sconosciuta tanto nelle cause quanto negli effetti, cercando di lucrare sulla sofferenza e il dolore di moltissime persone. In quest’ottica la vittoria morale (non pratica, non in tribunale, almeno non da subito) del protagonista contro la FDA rappresenta la vittoria di tutti coloro che in quegli anni drammatici, in tutto il mondo, hanno lottato per restituire ai meno fortunati se non il futuro quanto meno la dignità.

Tuttavia, se il film mirava anche a rappresentare l’aspetto più intimistico e drammatico della vicenda, spiace dirlo ma l’intento è fallito. Al di là del percorso del protagonista (toccante, ma i meriti di regista e sceneggiatore finiscono presto per far posto alla grande prova attoriale di McConaughey), le sottotrame presenti nel film (su tutte quella del personaggio interpretato da Leto, eppure importante considerando che si tratta pur sempre dell’AIDS, quella che fu definita “la peste dei gay”) non hanno la giusta carica emotiva così da risultare quasi macchiettistiche. E del tutto semplicistico e direi un po’ superficiale è il cambio di prospettiva repentino che Woodroof compie nei confronti degli omosessuali in generale e di Rayon (Leto) in particolare, prima disprezzato dopo rimpianto.

Un discreto film dunque, che ricorderemo soprattutto per la performance dell’attore texano (restituitaci nella sua pienezza dalla versione originale), ma che non scalda più di tanto il cuore. Se qualcuno vuole provare ad alzare un po’ la temperatura, il consiglio è di recuperare I testimoni di Téchiné.

Diccì

sabato 8 febbraio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 7 febbraio 2014

...MA NON FIDARSI E' MEGLIO (soprattutto degli economisti)

future<br/><a href="http://oi61.tinypic.com/fup5rs.jpg" target="_blank">View Raw Image</a>
Ricordo ancora con grande chiarezza il mio professore di Politica Economica raccontare alla classe questa barzelletta sugli economisti.

Ci sono un fisico, un chimico ed un economista sperduti su di un’isola deserta senza viveri ne acqua. I tre contemplano affamati una scatoletta di carne in scatola, unica fonte di cibo a loro disposizione. Purtroppo però nessuno ha con se un apriscatole. Il fisico ‘apre le danze’ afferrando la confezione e vibrandola in aria con tutta la sua forza: “sfruttando l’attrazione gravitazionale in direzione del suolo forse riusciremo a forzarla”…ma niente da fare. Tenta poi il chimico che comincia a mescolare tra loro alcuni liquidi. “Unendo questo assieme a quest’altro otterremo una reazione particolarmente potente la quale dovrebbe essere in grado di…” ma anche questo tentativo di intaccare la latta si rivela inefficace. I due si volgono allora fiduciosi verso l’economista che risponde ai loro sguardi colmi di speranza dicendo: “se noi avessimo un apriscatole potremmo…”.

Numerosissimi risultati della teoria economica sono, ahimè, spesso ottenuti partendo da congetture ed ipotesi del tutto inverosimili. Utilità intertemporali estese all’infinito, massimizzazioni più o meno vincolate, equilibri dinamici e statici, aspettative con livelli di informazione variabili, etc., etc. Ogni “homo economicus” è pensato pertanto come il più grande dei matematici ed ha poco a che spartire col panettiere del forno sotto casa che al MIT a studiare sicuramente non è mai andato.E a questa lunga fiera delle assurdità possiamo aggiungere un indicatore economico per la cui gestazione i due ‘creatori’ non si sono neanche presi la briga di ricercare un improbabile fondamento scientifico, ma la cui centralità è, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando del fatidico tetto del deficit al 3% del PIL alla quale ogni economia dell’Eurozona deve sottostare. Vediamo in breve la sua storia che ha quasi dell’incredibile.

Siamo in Francia, 1981. I socialisti guidati da François Mitterand conquistano l’Eliseo e in un anno il deficit pubblico cresce a dismisura, passando da 50 a 95 miliardi di franchi. Mitterand sa bene che deve frenare questa corsa e affida l’incarico di riportare sottocontrollo le spese statali ad un uomo che considera affidabile: Pierre Bilger, vice direttore del dipartimento del bilancio del Ministero delle Finanze. Il Presidente Mitterand abbisogna “di una sorta di regola, qualcosa di facile, che assomigli al risultato di una profonda competenza economica”, afferma Bilger. E serve subito, non c’è tempo da perdere. Il vice direttore quindi incarica in fretta e furia un certo Guy Abeille assieme a Roland de Villepen, entrambi funzionari del ministero formatisi all’ENSAE di Parigi, prestigiosa facoltà della capitale.

Ed ecco la ricostruzione del fatidico momento della scelta del 3% del PIL come numero “magico”. I due tecnici evitano di fare calcoli matematici in puro stile economico e nel giro di una notte concordano di usare il PIL come grandezza di riferimento poiché ben compresa nel significato da chiunque. Anche il valore “3” poi è trovato altrettanto rapidamente: “prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2.6 % del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%”. Senza alcun fondamento di tipo teorico-scientifico.10 anni dopo, alla conferenza di Maastricht del 1991, la regola del 3% viene estesa a tutti i paesi dell’area Euro e le conseguenze di questa scelta decisamente a cuor leggero sono a noi oggi ben note. Ne avremmo fatto volentieri a meno.

Ma non è che uno dei due economisti francesi era proprio il protagonista della nostra barzelletta?

Maste

giovedì 6 febbraio 2014

BEST OF 2013 - La nostra playlist ideale del 2013



1 These New Puritans - V (Island Song)
Finalmente. Finalmente possiamo dire che dopo tanto tempo (troppo tempo) siamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, sicuramente una delle migliori canzoni degli anni 2000 (se non la migliore). E finalmente si può dire di aver trovato dei degni eredi dei Radiohead. Perchè V (Island Song) ricorda maledettamente Paranoid Android. Quel gusto per la sperimentazione, la potenza delle note, uno schema della canzone multiplo ed un grande video animato (si, proprio come quel videoclip del 1997 che in tanti non dimenticheranno mai). Forse la musica ha trovato un punto da cui ripartire alla grande, dopo anni di aridità. La musica ha trovato i These New Puritans.

2 My Bloody Valentine - If i Am
I paladini dello shoegaze tornano con un disco capolavoro, che ci riporta indietro (o forse è meglio dire avanti?) nel tempo, riavvicinandoci a quel Loveless che ha cambiato il modo di pensare il rock. Difatti non sembra essere passato un solo secondo da quel lontano 1991, forse perché la musica dei MBV è atemporale, è una musica che rimarrà sempre attuale. Anzi avanti.

3 Julia Holter- Maxim's I
Il disco di Julia Holter, e in particolare Maxim's I, è maledettamente geniale. Ambient si unisce al dream pop, dando vita a una formula così onirica che sembra costituita dalla stessa materia dei sogni (volendo scomodare Shakespeare). Da ascoltare prima di addormentarsi, lasciando una finestra aperta sulle fantasie notturne.

4 Bill Callahan- Javelin Unlanding
Bill Callahan (in arte Smog) è uno dei grandi cantautori della nostra generazione, e con Dream River lo dimostra, facendo musica pura, matura, un folk malinconico all'altezza di Neil Young. Javelin Unlanding è il piccolo capolavoro dell'album, musica di altri tempi. Da tutelare.

5 David Bowie- Where Are We Now
Pelle d'oca. E' l'unica cosa che si può dire ascoltando questa canzone se si è amanti della musica e se siamo cresciuti ascoltando il Duca Bianco. Bowie ci riporta indietro nel tempo facendoci rivivere tutta la sua carriera, attraversando luoghi a lui tanto cari come Potsdamer Platz e chiedendosi nostalgico dove siamo adesso. Probabilmente senza trovare una risposta.

6 Arcade Fire - Afterlife
Precisiamo subito una cosa: gli Arcade Fire di Funeral e Neon Bible sono lontani anni luce da questo Reflektor, lavoro decisamente inferiore rispetto ai primi due album. Ma la creatura canadese continua comunque a proporre una delle migliori musiche del panorama, provando con questo nuovo album a sperimentare verso sentieri più electro. Una sicurezza.

7 Deerhunter - Neon Junkyard
Sicuramente hanno tradito le aspettative con Monomania, ma questa è la canzone da cantare più a squarciagola del 2013, un indie sporco e ipnotico da ascoltare a volume altissimo. Play it fucking loud.

8 Connan Mockasin - It's Choade My Dear
Un artista quasi indefinibile, folle nella sua ambiguità. Psichedelica si mischia al soul, formando un sound nostalgico ed estremamente particolare. L'artista neozelandese ci trascina con la sua voce androgina in un atmosfera rarefatta, da sogno, che sembra quasi liquefarsi in un'oscurità notturna.

9 Tricky- Does It
Tricky è tornato, e più in forma che mai. Il grande genio della trip hop costruisce attorno alla bellissima voce di Francesca Belmonte un album da urlo, guidato dall'uscita del singolo Does It, cover di una canzone dei The Ropes. Un elemento essenziale per la musica contemporanea.

10 Youth Lagoon - Daisyphobia
Snobbato dai più, il nuovo lavoro di Youth Lagoon dimostra invece una grande maturità “psichedelica”. Una vena psichedelica nuova e fresca, con lontane influenza elettroniche unite a una follia barrettiana senza limiti. Psych dell'anno.

11 The Knife - A Tooth For An Eye
Mai banali. Forse la carriera degli Knife si può sintetizzare con queste due semplici parole. Una carriera che di semplice ha ben poco. Dall'elettronica al puro art rock, il duo svedese è abituato a sperimentare e non smetterà mai di farlo. E con Shaking The Abitual (shakerare l'abitudine, un consiglio che in molti dovrebbero seguire) non si smentiscono. Strizzando anche l'occhio a Bjork con una splendida A Tooth For An Eye. Per fuggire dalla routine.

12 (ex aequo) James Holden – Renata / Deafheaven – Dream house
Il piccolo genio dell'elettronica torna a stupire con un album decisamente geniale. Difatti con The Inheritors, Holden alza l'asticella della musica elettronica, accompagnandoci verso scenari desolati e folli come la sua arte. Renata è già un classico del genere, con un synth capace di spazzare via ogni percezione. Sabato 8 febbraio suonerà al Tenax. Da non perdere.

Audaci, folli ,sperimentali, i Deafheaven uniscono lo shoegaze con il black metal più spinto, unendo dei generi piuttosto distanti e mettendo d'accordo stili di vita che quasi si odiano. Sorge solo un dubbio: post metal o post shoegaze?

13 Nick Cave - We No Who U R
Uno dei grandi maledetti del rock torna con un disco intimista e (come ci ha abituato) poetico, dalle atmosfere decisamente più pacate rispetto al passato. Forse una fuga dai tormenti del passato, una fuga bellissima.

14 Savages - Husbands
Dalle riot girl fino ad arrivare alla dark wave di Sioux and The Banshees, le Savages riescono a far esplodere il loro post punk moderno ed incazzato nella splendida voce di Jehnny Beth. Un post punk tutto al femminile, come dimostra l'isterica Husbands, che stigmatizza tutte le violenze domestiche.

15 La Femme - Nous etions deux
I francesi La Femme riescono a stupire con il loro disco d'esordio (la sorpresa dell'anno) , creando un vortice di generi che passa dal punk fino ad arrivare alla musica psichedelica, strizzando l'occhio al Plastic Bertrand di Ca Plane Pour Moi (ormai un cult). Nous Etions Deux è una piccola perla di sei minuti, attraversata dal suono di un organetto che difficilmente riusciremo a levarci dalla testa.

Mi.Di

martedì 4 febbraio 2014

BOOMERANG - Capitolo 2, Jessy

(Link al capitolo 1.   http://il-cartello.blogspot.it/2014/01/boomerang-capitolo-1-rob.html)
           
Sculettava per la città con i suoi jeans corti verde acqua, tutti la guardavano, stampavano i loro sguardi sul suo culo perfetto, mentre lei, cosciente di quegli sguardi, li ricambiava ondeggiando ancora di più.
Amava stare al centro dell'attenzione, per lei la vita era una lunghissima passerella, cosa strana per una tossica che avrebbe trangugiato di tutto pur di raggiungere lo sballo.
Alternava periodi in cui si calava xanax, oppio, metadone, insomma qualsiasi cosa la facesse sprofondare in uno stato catatonico, voleva annientarsi, perdere le forze fino a spalmarsi sul divano di Rob insieme agli altri fratelli della tribù.
Ora si trovava in un periodo di eccitazione continua, niente droghe che potessero stordirla e diminuire la sua eccitazione; faceva uso solo di coca purissima che le permetteva di stare sveglia fino al mattino, di scopare come un bonobo, di non fermarsi in una società che ormai aveva raggiunto livelli di velocità spaventosi. Sì, lei voleva stare al passo con tutto ciò che la circondava, per questo teneva una busta di coca sempre schiacciata contro il suo sedere in quella tasca che tutti avrebbero voluto toccare.
Era la donna più spaventosamente attraente del gruppo, non che ce ne fossero tante, ma fra lei e Camille c'era una differenza abissale, Jessy avrebbe potuto sposare chiunque se si fosse ripulita un po', aveva sempre ottenuto quello che voleva con il suo corpo da urlo, finché si fosse mantenuta in quello stato quasi perfetto il mondo sarebbe stato ai suoi piedi, spiaccicato sotto la suola delle sue converse.
Ma non era tanto la bellezza, c'era qualcosa di più, era come circondata da un'aura di femminilità spiazzante, riusciva a mantenere un livello di sessualità altissimo anche quando si faceva, riusciva a tenere discorsi con un potenziale erotico che avrebbe risvegliato anche il prete più devoto.
Continuava la sua camminata guardandosi le unghie colorate da uno smalto azzurro, alzava la testa e pensava che le sue unghie fossero un po' come il cielo, si sentiva divina, voleva mantenere la sua vita così com'era, in eterno; era come una pallina sparata in un flipper, ogni persona contro cui sbatteva finiva per dipendere da lei, dalle sue dita da marionettista e dal suo culo che in molti sognavano la notte.
“Ehi Camille. Che si dice?” rispose al telefono.
“Sono a casa da sola, mi sto annoiando a morte”.
“Vuoi andare da Rob? Gli altri saranno lì”.
“Boh, non so, siamo sempre in quel buco. Vieni da me, facciamo un pomeriggio da donne”.
“OK, dillo che vuoi un po' della mia passera solo per te” rispose Jessy.
“Macché dici, pensi sempre che tutti ti vogliano scopare, il mondo non è un gigantesco alveare e tu non sei l'ape regina...”.
“Ok troietta, arrivo”.
Davanti al portone di Camille, Jessy si tolse il reggiseno e lo mise nella borsa, voleva che attraverso la maglietta si vedessero bene i suoi capezzoli, voleva avere sempre in pugno chi gli stava davanti, perfino la sua unica amica.
Camille aprì la porta, il suo sguardo cascò subito sui capezzoli di Jessy, fu un riflesso involontario. Camille non era lesbica, non era innamorata di Jessy, ma quei capezzoli grossi come un occhio puntavano dritto verso lei, lanciandole un richiamo sessuale non indifferente, erano come delle antenne sintonizzate sul pianeta Jessica.
“Fammi entrare, si schianta dal caldo qui fuori”.
Jessy si buttò sul letto e cascando le si sollevò la maglietta facendo scoprire uno dei suoi seni, che in quel momento a Camille sembrò una vera e propria opera d'arte, era come la visione di un tramonto perfetto, la scoperta di una reliquia antica; aveva già visto quel seno numerose volte, ma mai sotto quella luce.
“Vuoi un po' di coca?” chiese Jessy mettendosi in ginocchio sul letto.
“No, lo sai di giorno non mi va, e poi dopo devo studiare”.
“Cazzo che palle, un esame di qua, un esame di la, va a finire che non ti spacchi mai, sei la santarellina del gruppo”.
“Mi piace sballarmi, ma ho un esame tra una settimana”.
“E che sarà mai, fagli vedere un po' di fica a quel pervertito del tuo professore”.
“E' una donna”.
“E' uguale, anche io sono una donna...vuoi negare che ora non mi scoperesti?” disse Jessy con movenze da gatta, avvicinandosi a Camille come un animale, facendole sentire un po' del suo odore.
Camille fu inebriata da quel profumo di sesso, improvvisamente sentì un'irrefrenabile voglia di saltarle addosso, si avvicinò e provò a baciarla.
“No, no, non mi va” disse Jessy allontanandosi.
Si fece una striscia e si levò scarpe e calzini.
Il meccanismo era attuato, aveva fatto di tutto per eccitare l'amica, aveva lanciato l'input al telefono, che era partito come una bomba materializzandosi nei suoi enormi capezzoli davanti al portone di casa per finire nel naso di Camille sotto forma di odore.
Jessy non odorava di sesso, erano circa due giorni che non lo faceva, ma a Camille sembrava uscita da un'orgia che le aveva lasciato addosso un odore di perversione atavica.
Il piano era in corso, Camille in pugno.
“La vuoi questa?” chiese Jessy indicando la sua vagina.
“Si, la desidero come fosse il più grande dei cazzi”.
Camille a differenza di Jessy era raffinata, non diceva mai troppe parolacce, era una studiosa anche se amava buttare via tempo insieme agli altri, ma in quel momento diventò la più sconcia delle sgualdrine.
“La vuoi eh!? Allora facciamo una delle tue videochiamate insieme. Voglio tutto il malloppo però...”.
“Che palle, sei una vipera”.
Camille si manteneva gli studi facendo videochiamate erotiche, era meno bella di Jessy ma aveva quell'aria da maestrina che faceva schizzare il testosterone alle stelle a quasi tutti gli uomini sulla cinquantina.
“Prendere o lasciare. Facciamo quello che vuoi, ma solo davanti alla webcam...sennò non mi avrai neanche fra un milione di anni”.
“Ok, va bene, metto tariffa doppia”.
Dopo nemmeno dieci minuti arrivò la prima richiesta, cento euro versati sul suo conto con una rapidità sconvolgente, aveva proprio una bella cerchia.
Jessy iniziò a leccare l'orecchio di Camille che si squagliò sul letto come stordita.
Iniziarono a leccarsi a vicenda, sembravano animali, lo facevano per scherzo ma questi siparietti erano fondamentali per la loro amicizia, si leccavano le ferite della vita provando orgasmi macroscopici che la maggior parte dei ragazzi non riuscivano ad eguagliare.
Il tipo dall'altra parte del computer sembrava avere circa quarant'anni, aveva la voce roca, e modi di fare da perfetto impiegato.
“Si, continuate così maialine mie”.
“Noi non siamo le maialine di nessuno” rispose Jessy staccandosi da Camille.
“Ho pagato cento euro, ora siete le mie maialine” replicò l'uomo indispettito.
“Io non sono la maialina di nessuno, ma se vuoi essere stupito potresti pagare altri cento euro...soddisfatto o rimborsato” disse Jessy con una voce che sembrò trapassare lo schermo.
“Non sono mica scemo, che potrebbe cambiar mai? Non diventate mica tre tutto d'un tratto” rispose l'uomo.
“No, però potrei prendere un dildo con la bocca e infilarlo dritto nella vagina della mia amica, e dopo averlo tirato fuori potremmo fare un culo-culo come non hai mai visto...Ti ricordi le macchinine a scontro? Ecco bravo prova ad immaginare questi due bei culi sexy che si scontrano l'uno con l'altro collegati da un doppio dildo o ponte dell'amore, chiamalo come vuoi. Oppure puoi finire di vedere il tuo misero spettacolino da cento euro per poi masturbarti su youporn”.
L'uomo era impazzito, le parole di Jessy avevano conquistato la sua mente, si erano insinuate come un liquido paralizzante nel suo corpo, pensava solo all'immagine che aveva appena descritto Jessy con dovizia di particolari, doveva averla, doveva catturare quell'immagine e farla sua.
“Sì, sì, pago quanto vuoi...fammi tuo schiavo, regina del sesso” rispose l'uomo con occhi ipnotizzati da quello che avrebbe potuto vedere.
Effettuò il pagamento in tempo record, una velocità di trasferimento da centometrista, digitava i numeri sulla tastiera del pc frettolosamente, gli tremavano le mani, era impaziente, era caduto nella tela di Jessy e ci era rimasto impigliato con duecento euro in meno nel portafogli.
Jessy si mise in ginocchio, prese il dildo con la bocca, si avvicinò a Camille con lo sguardo di una pantera, sprizzava feromoni da tutti i pori, infilò il dildo nella vagina dell'amica, che si bagnò all'istante, era riuscita ad eccitarla almeno quanto aveva eccitato l'uomo dall'altra parte dello schermo, entrambi erano schiavi di quella dea; amava avere gli occhi puntati addosso...e ancora una volta c'era riuscita.

Elle Bi