lunedì 30 giugno 2014

CINEMA: "LE IENE - Quentin Tarantino"


Premetto che non sono un grande fan di Tarantino, o meglio non lo ritengo quel genio che la maggior parte del pubblico medio pensa che sia, ma quando mi trovo davanti a questo film non posso non riconoscerne il magnetismo.
I primi sette minuti sono l'apice stilistico dell'opera tarantiniana, un mix esplosivo di cultura avantpop, di botta e risposta senza tregua fra brutti ceffi che si insultano e sparano a zero su tutto.
Mr. Brown: "Ve lo dico io di cosa parla Like a Virgin. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa".
Un incipit fuori dagli schemi, che da il via a quei fantastici sette minuti in cui la macchina da presa danza. Danza svelando lentamente i protagonisti della storia in un gioco di ombre, passando dalla nuca di uno di loro al primo piano di un altro. E' una lezione di cinema data da uno che il cinema l'ha solo osservato. Tarantino è l'esempio eclatante di come si possa fare cinema senza averlo studiato, ma semplicemente divorando migliaia di film senza alcun criterio selettivo. Tarantino si ciba di pane, film e fumetti nel videonoleggio dove lavora. Inizia a buttare giù sceneggiature su sceneggiature ed ecco che nel 1992 compare Le iene. La storia è incentrata su sette Mr dalle tinte pulp, sette cani da rapina diretti dal malavitoso losangelino Joe Cabot (Lawrence Tierney) e da suo figlio Eddie “il Bello” (Chris Penn).
Dopo quei fantastici sette minuti – di cui non mi stancherò mai di parlare – ci troviamo catapultati nell'azione, con un Mr. Orange (un giovane, ma già fenomenale Tim Roth) imbevuto di sangue dalla testa ai piedi, si trova sul sedile posteriore di una macchina agonizzante, mentre alla guida c'è Mr. White (un grandissimo Harvey Keitel) che schiaccia il piede sull'acceleratore per arrivare nel luogo x.
Da qui in poi alla storia presente si accavalleranno flashback di straordinaria incisività, sia della rapina da poco andata male, che di brevi momenti del passato dei protagonisti che hanno la funzione di presentarli uno ad uno.
Mr. Pink (Steve Buscemi): Mr. Blue è morto?
Joe: Più morto di Dillinger.
Questa è una delle tantissime citazioni tarantiniane, omaggio a quel grande regista che fu Marco Ferreri. Tarantino però non cita solamente titoli e parole, ma anche situazioni, le prende e le trasforma, ci gioca; sì, ci gioca perché prima che lo spettatore vuole divertire se stesso. Da tutti i suoi film si evince chiaramente questo baloccarsi con il cinema; che va bene, il cinema è anche intrattenimento, ma i suoi più grandi passi falsi – e sono molti – sono frutto proprio di questo eccessivo trastullarsi col mezzo cinematografico, che spesso diventa masturbazione videoludica. Ma Tarantino è questo, prendere o lasciare.
Però Le iene, anche se è l'esordio cinematografico – come il secondo film Pulp Fiction – ha qualcosa di magico, è come se fosse ancora puro, avulso da tutte le brutture future, che, forse, sono solo il prodotto di un regista a cui la fama e l'essere diventato il simbolo di una generazione può aver fatto perdere la freschezza di un tempo.
L'ultraviolenza, tematica che si ripeterà in tutti i film di Tarantino, in questo sarà calibrata bene, sarà sopratutto la violenza verbale e psicologica. Parole che escono dalle bocche sparate come pallottole, un montaggio perfetto e attori formidabili creano un pastiche di generi che accontenta un po' tutti, sia lo spettatore medio che il cinefilo più incallito.
Le numerose citazioni servono a scollegare lo spettatore dalla realtà simulata, da ciò che sta vedendo – oltre che a divertire il regista stesso – per trasportarlo in un mondo a metà tra la fiction e la non-fiction, un mondo in cui anche una scena violenta come quella del taglio dell'orecchio, accompagnata dalla canzone Stuck in the middle with you può apparire simpatica e farci divertire, perché guardare un film di Tarantino è un po' come andare al luna park, ci sediamo, paghiamo il biglietto e per due ore possiamo dire di aver assistito ad uno spettacolo ipnotico che ci ha ammaliati dal primo all'ultimo minuto.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"

sabato 28 giugno 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo IV)

di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 27 giugno 2014

NEWS: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 2"


Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.

Quando presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di musica non sapevo quasi niente. “Il 90 per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”; queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile, ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente parte di quel 90 per cento.

Ricordo un pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore, fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube (versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente. “Non voglio guardare cosa è in grado di fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi” che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”, mi disse, “cominci a capire”.

Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo. Chiave di volta fu l'epilogo della guerra di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero, ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo, la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto represso in una società egemonizzata dai bianchi.

Un nome, forse più di altri, si fece portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima, compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei corde.  Le credenze dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo scambio anima\talento chitarristico.


E se il nostro collaboratore Mi.Di., nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson, anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un demone vestito di nero. Sympathy for the devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto leggendario, incontro: “Please allow me to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo della fantasia del frontman. Provate ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’ forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.

Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel primo riff, suonato da uno sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics (anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io, Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario del locale …

Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una religione: il Rock‘n’Roll.  Continuavo a notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.



Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.

È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi sostiene il contrario.



di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 26 giugno 2014

MUSICA: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 1"


Andare? Non andare? Devo essere sincero, fino all'ultimo momento sono stato diviso tra due idee contrastanti riguardo il concerto dei Rolling Stones. E per ovvi motivi. Il primo, purtroppo, di natura economica. Il costo del biglietto non era tra i più accessibili, e conoscendo la mia  tendenza costante al vizio avevo messo in conto una spesa che oscillava tra i 200 e i 500 euro (fortunatamente me la sono cavata con molto meno). Il secondo motivo era un dubbio lacerante, ed era quello sulla tenuta fisica (ed artistica) dei nostri cari signori arrivati ormai ad una certa età. In più, tenete  conto che non vado particolarmente pazzo per gli Stones (e qui in molti si alzeranno dalla sedia maledicendomi). Difatti,  tra i grandi gruppi che hanno fatto la storia, sono sempre stato orientato più verso i Velvet Underground, i Pink Floyd, i Beatles, etc., confinando la band londinese ai margini del mio olimpo personale dei dinosauri del Rock. Ok, sono un gran coglione. Ebbene sì, mi sono ricreduto. Su tutto. Al termine della vicinissima nottata del 22 giugno al Circo Massimo mi sono scoperto totalmente innamorato dei Rolling Stones. Questo perché avevo fatto un grande errore: li avevo giudicati senza averli mai sentiti dal vivo. Difatti, durante i miei viaggi in macchina (che per me sono un vero inferno essendo leggermente claustrofobico, e quindi bisognoso di distrarmi continuamente con della musica, sparata ad alto volume se possibile) spesso ho provato difficoltà ad ascoltare per più di un minuto senza cambiare - causa noia - qualsiasi canzone dei Rolling (e vorrei anche vedere, ormai ce li hanno propinati fino alla nausea, e in più quando cominci ad ascoltare l'underground e molta musica sperimentale e innovativa magari il rock classico può indurre a sonnolenza e suonare leggermente “sorpassato”, con tutto il rispetto per Mick Jagger e compagnia che hanno preso il blues e lo hanno trasformato in una macchina da guerra che non si fermerà mai). Ma dal vivo tutto è diverso e prende significato. E oggi mi rallegro per aver fatto la scelta giusta ed aver comprato quel fottuto biglietto a due giorni dal concerto, giusto in tempo.

Ok, partiamo dall'inizio. Me ne sto in treno, direzione Roma, e comincio ad essere leggermente teso, comincio già a sentire quell'adrenalina pre-concerto che mi attanaglia lo stomaco tutte le volte. Sto andando incontro alla storia della musica, e probabilmente anche incontro alla storia dei concerti italiani, visti i 70000 partecipanti previsti che spero infuocheranno insieme agli Stones il Circo Massimo e l'infinita notte romana. Me ne sto seduto con le occhiaie coperte da un paio di occhiali, contenuto all'interno di un bolide di metallo che a 250 km/h sta andando a schiantarsi verso il Rock. Ma saltiamo la tediosa descrizione del mio arrivo e stronzate varie. Arriviamo al dunque. Arriviamo nel luogo del delitto, nel luogo in cui entreremo in contatto con un'entità infernale che al posto delle corna esibisce una linguaccia simbolo di intere generazioni. La prima cosa percepibile al C.M. è il caldo, e una folla oceanica. Ci sistemiamo nel prato cercando una buona posizione. Comincia l'attesa. Un'attesa in cui cerco di sbronzarmi a suon di birre e cuba libre preparati da miei compagni di concerto (impresa non certo difficile visto il caldo, difatti dopo la prima birra comincio già a sentirmi alcolicamente felice). Alla mia vista si presentano persone di ogni tipo e di ogni età, dai 5 ai 70 anni. Il tempo passa (e fortunatamente, anche con una certa velocità). Arrivano anche IT e Maste (ebbene sì, abbiamo formato un tridente interamente appartenente al cARTEllo). Finalmente alcune nuvole assorbono il sole e, verso la fine del crepuscolo, comincia lo show. Ad introdurre i Rolling (compito alquanto difficile) ci pensa John Mayer (a mio padre era venuto un colpo perché, vista la somiglianza del nome, aveva capito John Mayall (che, parentesi nella parentesi, ha suonato anche con Mick Taylor che sarà veramente presente nel palco ritrovando i suoi vecchi compagni). Quando, tornato dal concerto, gli ho spiegato che aveva capito male e che si trattava di un giovane artista blues-rock ha abbassato lo sguardo sconsolato, ma fa niente, piacevolissima sorpresa della serata. Difatti il chitarrista statunitense dimostra una buona tecnica e ha un ottimo repertorio di canzoni, apprezzate dalla maggior parte del pubblico. Poi, l'inizio (e la fine) di tutto. Il palco si illumina, uno speaker li annuncia come è giusto che sia (Ladies and Gentlemen, the Rolling Stones!!!) e quel maledetto bastardo di Keith Richars lascia andare dalla sua chitarra Jumpin' Jack Flash



È il delirio totale, una sorta di caduta negli abissi del Rock, quello più sporco e maledetto, quasi mistica. Mick Jagger è li, davanti a noi, con le sue movenze inimitabili che riescono a infuocare qualsiasi pubblico del mondo (e dopo questo concerto, ne sono certo, è il più grande showman di sempre) e tutto questo è bellissimo, esaltante. Mick si ferma, saluta Roma e parte Let's Spend The Night Together. E che così sia. Passiamo questa notte insieme, con un fervore proveniente da tempi remoti, ormai lontani ma resi lucidi dalle immagini dello schermo che ripercorre a ritroso scene clou degli anni d'oro degli Stones. Il tutto seguito da It's Only Rock 'n' Roll (But I Like It), parole sante, un titolo che riassume tutta la loro carriera, e dalla splendida Tumbling Dice (unica canzone, purtroppo, della scaletta proveniente dal capolavoro Exile On Main Street, il mio album preferito dei Rolling, forse l'unico che riesco ad ascoltare per intero senza annoiarmi nei miei famosi viaggi in macchina). Poi Streets Of Love (commovente dal vivo) e una parte centrale che è un po' la parte debole del concerto. Tra le varie Doom And GloomRespectable (che tra l'altro è un po' la descrizione del rock ai tempi dei social network, canzone inserita nella scaletta tramite scelta twitteriana del pubblico, suonata con un emozionatissimo John Mayer) Out Of ControlCan't Be Seen e Midnight Rambler le uniche a salvarsi sono Honky Tonk Women e You Got The Silver (cantata da Keith Richards). 




Ma ok così, perché da qui in poi si aprono le porte dell'inferno, in una presenza scenica dei Rolling Stones quasi faustiana (difficile credere alla loro età a vederli sul palco). Da Miss You in poi ricordo di aver perso completamente la testa. Insieme ad un gruppo di ragazzi che abbiamo conosciuto durante il concerto, abbiamo fatto partire un pogo fatto di spinte, balletti confusi, battute di cinque e abbracci sudati che ci ha aperto un cerchio attorno, allontanando di qualche metro le persone che ci stavano vicine quasi scocciate dalla nostra follia (ma, ehi, siamo ad un concerto Rock, no?). Più o meno, era circa dal 2003 che non pogavo (anni lontani in cui ero un punk convinto), quindi provate a immaginarvi il mio stato di esaltazione. Stato che cresce con la successiva Gimme Shelter, in cui comincio a saltare come un Johnny Thunders facendo il verso di una chitarra immaginaria e con Start Me Up, che non ha bisogno di descrizioni. Ma il culmine arriva con Sympathy For The Devil e Brown Sugar, dove la mia foga diventa quasi violenta e sudato ed esausto ballo sulle note dei due capolavori senza tempo dei Rolling Stones, due manifesti. Infine arriva You Can't Always Get What You Want, dove per la prima volta durante il concerto mi rendo veramente conto di quello a cui sto assistendo e mi commuovo guardando Mick Jagger, guardando Keith Richards, guardando Ron Wood e Charlie Watts. 




Cazzo, i fottuti Rolling Stones. E comincio a piangere per qualche minuto, tentando di nascondermi sotto la lente scura degli occhiali da sole. Ma non ho neanche il tempo di asciugarmi le lacrime che parte (I Can't Get No) Satisfaction. Vabbè, non sto neanche a descrivervi cosa è accaduto qui, provate ad immaginarvelo.
E poi? Poi il concerto finisce, e dentro di me sale prepotente ed improvvisa la convinzione di aver assistito ad uno dei migliori concerti della mia vita (e un po' credo di averne fatti), forse il migliore. Sicuramente l'unico in cui il gruppo sul palco mi ha fatto totalmente perdere il controllo, ogni sorta di razionalità, e mi ha mostrato cosa è il vero rock'n'roll. Grazie Rolling Stones.

No, non vi aspettate che finisca tutto così. Sì, sono stati fantastici, mi hanno fatto emozionare, mi hanno fatto commuovere, ballare, mi hanno esaltato maledettamente. Ma qualcosa che è andato leggermente storto c'è stato. Per prima cosa la scaletta, che dimostra quanta ignoranza musicale ci sia ai nostri giorni. Difatti i Rolling Stones hanno suonato proprio quello che la gente si aspettava, e non è stato un vero e proprio best of della loro carriera, anzi. Certo, ce n'è per tutti i gusti e specialmente per tutte le generazioni (con l'inserimento di Streets Of Love dall'ultimo album, un'ottima canzone ma non al livello dei classici del passato e della imbarazzante, quasi adolescenziale, Doom And Gloom, anch'essa recentissima) ma molti capolavori sono stati totalmente evitati a discapito di canzoni decisamente pessime (Ruby Tuesday, Wild Horses, Angie per dirne alcune. E non fatemi pensare all'esclusione di Can't You Hear Me Knocking, vero e proprio affronto agli amanti della musica, una canzone che dovrebbero suonare ad ogni concerto. In più, neanche una traccia dal capolavoro Aftermath per suonare cosa? Can't Be Seen da Steel Wheels, forse il loro album peggiore...). Ma Sympathy For The Devil è stata suonata, come Satisfaction, quindi il pubblico pagante è allegro e va tutto bene. Quindi.


Altre piccole critiche non vanno verso i Rolling Stones, anzi al contrario. Mi sento quasi di difenderli. In questi giorni ho letto molti articoli di pseudo giornalisti che enunciavano errori tecnici del gruppo durante il concerto e molti altri che rizzavano sterili polemiche sulla fine del Rock, su come sia totalmente morto, su come siano ridicoli i ragazzini ad andare a sentire un gruppo nato negli anni '60 e su come dovrebbero cercarsi delle proprie icone all'interno della loro generazione che non riesce a sfornare niente di buono. Bla bla bla. 

Consiglio a tutte queste persone che, se cercano qualcosa di veramente Rock, vadano a farsi fottere. Keith Richards sbaglia un assolo? Fanculo, stiamo parlando del Rock, un genere che non fa della perfezione il suo marchio di fabbrica. Sentitevele nelle versioni studio le canzoni, se è questo che cercate. Il Rock è morto? Forse, ma non per colpa del Rock. Purtroppo le tendenze vanno verso la parte opposta del genere, le tendenze vanno verso musica più elettronica e più vendibile, musica più noiosa e lobotomizzante, musica facilmente ascoltabile da qualsiasi persona. Ed è triste che i massimi esponenti del genere siano sempre questi vecchietti arrivati alla terza età che portano avanti ormai da 50 anni questo baraccone crea soldi fatto di musica (sì ok, mi sono ricreduto sui Rolling Stones ma non sono così buono, non diventeranno mai uno dei miei gruppi preferiti), ma tutto è la conseguenza di qualcosa. Disinformazione, per prima cosa. Che porta all'ignoranza. Dite che non esistono grandi gruppi nel panorama moderno e che le nuove generazioni trovano difficoltà a trovare dei portavoce? Cercateli, invece di continuare a parlare di Lady Gaga e di tutto ciò che vi porti ad un guadagno sicuro. La massima causa della disinformazione viene proprio da chi diffonde in modo sbagliato l'informazione. Guarda caso, i giornalisti. Che ancora non si sono resi conto che il Rock ormai è morto da molto tempo (anche se per me può ancora dare qualcosa), finito con il termine dell'era Grunge e sepolto da molti sottogeneri (che provengono proprio da esso) che hanno portato alla nascita del post-rock. Andare avanti è l'unica soluzione e la musica c'è in parte riuscita. Che poi non abbia trovato esponenti (che ne dite di Thom Yorke?) è un'altra storia. 

Ma non sono d'accordo neanche su questo. Solo negli ultimi 15 anni potrei fare una lista infinita di gruppi con un immenso fervore Rock (per fare un solo esempio,  i Liars , portavoce  ideali di questo movimento. Ascoltatevi un po' questa canzone e ditemi se non sentite una certa rabbia), gruppi purtroppo che non sono conosciuti ai più perché privati della visibilità proprio dalle stesse persone che continuano a lamentarsi del concerto dei Rolling Stones invece che parlare delle band sopra citate. E, nonostante tutto, il Rock riuscirà a sopravvivere anche perché è uno stile di vita. Stile di vita che in molti non abbandoneranno mai, e neanche io penso di farlo e per questo rinnovo ancora il mio invito verso chi cerca di fermarlo, di andare a farsi benedire. 

Anche a causa di tutto questo un'altra piccola delusione del concerto è stata il pubblico. Un pubblico poco presente, poco trascinato dalla musica. Insomma un pubblico poco Rock. Sono arrivato al Circo Massimo con l'aspettativa di sentire l'odore del sesso, della droga e dell'alcol, ma l'unico odore che ho sentito è stato quello del sudore della persona che avevo accanto. Forse esagero io, ma mi aspettavo qualcosa di più epico, di più sporco (e purtroppo dubito che ci ricorderemo di questo concerto come quello dell'82, anche a causa del disinteresse generale delle nuove generazioni). Invece mi sono ritrovato davanti ad una massa di ragazzini con il cellulare continuamente in mano,  venuti al concerto solo per vantarsene il giorno dopo con gli amici, accompagnati da genitori dimentichi dei tempi passati e annoiati. Una massa informe di magliette con la lingua comprate all'abominevole cifra di 35 euro intenti a farsi selfie e ad immortalare maniacalmente quello che non riescono a vivere e che ricostruiscono solo attraverso l'immagine distorta dei touch screen, un esercito omogeneo e privo di fantasia. Per non parlare di chi neanche c'era, e magari gli 89 euro preferisce spenderli stando ad un bar qualunque di un paesino qualunque cercando di bere il più possibile per cancellare il vuoto da cui è accerchiato. 

Ma tutto questo non importa ormai, il concerto della vita (perché per me lo è stato) si è concluso e non voglio fare inutili polemiche come le persone che ho criticato. Volevo fare solo un articolo Rock, sui Rolling Stones.

di MI.Di per la rubrica "MUSICA", foto di IT.

Qui il link alla Parte 2 scritta da Maste e IT

martedì 24 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 3"

(Link alla parte 2)

Giorno 6:

La sveglia suona. Abbiamo dormito un bel po', ne avevamo bisogno.
Prendiamo la metro per l'aeroporto fino alla fermata da cui parte il Maglev. Il Maglev è un treno ad alta velocità, il treno più veloce al mondo. I dati dicono che può raggiungere un massimo di 505 km/h. 3 2 1...via. Schizziamo in poco tempo sui 430 km/h, la velocità rimane costante fino all'arrivo. 20 km in circa sette minuti. E' un treno a levitazione, un'astronave da terra, una grande invenzione che ci permette di guadagnare tempo.


Arrivati all'aeroporto sbrighiamo le pratiche check-in e quelle successive: antiterrorismo, anti oggetti contundenti, anti liquidi: acqua, dentifricio, crema per la pelle, tutte sostanze estremamente...pericolose.
Prendiamo l'aereo che ci porterà nel Sichuan, a Chengdu, il capoluogo di una delle regioni più belle della Cina.
La Sichuan Airlines – la nostra compagnia aerea – è simile alla Ryanair: pochi posti, pochi spazi e tragitti brevi. Il nostro volo durerà circa tre ore; percorreremo tremila chilometri accompagnati da splendide hostess dai sorrisi ammiccanti all'interno di vestitini tipici cinesi. Più le guardo e più mi sembrano delle bambole di pezza, delle matriosche sempre sul punto di rompersi.
F ha un po' paura delle turbolenze, lo tranquillizzo dicendogli che con me non gli succederà niente, sostenendo che l'aereo è il mezzo di trasporto più sicuro a mondo. Mi risponde che se il nostro volo dovesse precipitare mi tirerà un bel pugno sul naso.
Dopo circa due ore dalla partenza inizia una piccola turbolenza; F mi guarda come a dire: “Ehi, sai che presto potrebbe arrivarti un bel dritto in faccia, vero?”.
Lo guardo con tutta la calma del mondo, e dietro di lui scorgo un passeggero che sta pregando mentre guarda fuori dal finestrino; forse sono stato un po' leggero con l'ottimismo. Passano diversi minuti di tensione generale, ma poi procede tutto per il verso giusto.
Arrivati a Chengdu veniamo assaliti da finti tassisti o da persone che vogliono chiamarci un taxi per ottenere una ricompensa. Usiamo una delle poche parole cinesi che abbiamo imparato e regaliamo una sfilza ininterrotta di no.
Prendiamo un bus affollatissimo per avvicinarci al centro. Non sappiamo dove sia di preciso il nostro ostello, quindi; ci affidiamo un po' al caso e all'intuito. Dentro ci sono bagagli ad ostruire il passaggio; sembra di attraversare un campo minato. Ci sediamo e partiamo nel caldo di Chengdu.
Ad un tratto una donna di indubbia bellezza si siede accanto a me, mi guarda e inizia a parlare inglese. Mi chiede di dove siamo e dove alloggiamo. Le rispondo mostrandole il foglio di prenotazione. Annuisce e mi chiede se vogliamo soggiornare in un posto più carino. Le rispondo di no, che ci va bene il nostro: è economico e posizionato bene.
Chiama l'ostello e inizia a parlare in cinese. F mi guarda, è sospettoso, dopo quello che ci è successo nel centro massaggi diffidiamo di estranei estremamente gentili e accondiscendenti.
La donna continua a parlare.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” dico ad F.
No, no, non fidarsi è meglio, punto e basta” risponde.
Ormai ha perso la fiducia nel prossimo, ha viaggiato molto e per esperienza diretta ha imparato che il viaggiatore è una preda facile, un essere vulnerabile.
La donna riattacca e mi dice che se scendiamo con lei ci accompagnerà in taxi.
Vedi, forse è solo gentile” dico ad F.
Forse è una puttana” risponde.
Cerco di non pensare al peggio e scendo al segnale della donna. Un taxi si ferma all'istante al primo segno con la mano effettuato dalla sconosciuta. Troppo strano, potrebbe essere un complotto.
Saliamo sul taxi, la donna comunica al tassista l'indirizzo; i due ridono e continuano a parlare.
Guardando F capisco che anche lui è preoccupato, potrebbero portarci in qualsiasi posto e non capiremmo mai dove.
Dopo aver ascoltato la litania pessimista di F, inizio anch'io a non fidarmi più così tanto del prossimo, la mia fiducia inizia a sgretolarsi poco a poco.
Dopo un po' la donna ci dice che siamo arrivati, apre la borsetta e tira fuori i soldi per la corsa; F la anticipa dando i soldi al tassista dicendo alla donna che vogliamo pagare noi. Quella di F è una mossa rapida e precisa; lo conosco bene, non vuole essere in debito con nessuno. Quell'asso nella manica calato da F in maniera frettolosa mi fa andare in paranoia.
I bagagli. Scendi a prenderli, non vorrei che partisse appena scendiamo” gli dico un po' agitato.
Prendiamo i bagagli, la donna ci accompagna fin dentro l'ostello, guardo l'insegna, è quello giusto. Ci scambiamo una rapida occhiata sollevati.
Dopo aver effettuato il check-in, la sconosciuta ci da il suo numero di cellulare, ci dice di chiamarla per qualsiasi cosa. Si chiama Coco e la osserviamo scomparire nell'umido pomeriggio di Chengdu.
Forse è una puttana di classe” dico ad F mentre saliamo le scale.
Può essere” risponde.
Posiamo i bagagli e decidiamo di visitare un tempio che ci consiglia la ragazza alla reception. Dice che è il suo preferito.
Arriviamo al tempio di Wenshu.



Una massa di turisti uniforme si aggira per le strade della struttura. Entriamo in una zona piena di bancarelle che vendono cibo locale, prendiamo un frullato e ci mettiamo a sedere sopra un muricciolo. Rolliamo una sigaretta e, come sempre, la gente si ferma ad osservare; sbalorditi ridono e si scambiano codici cifrati nelle orecchie, increduli davanti ad una cosa che in quasi tutto il resto del mondo è normale e scontata. Ma qui no, la Cina è una realtà a parte.
Fai qualche numero con le palline” dico ad F.
F ha vissuto in Spagna per un po' di tempo e conosce qualche mossa da giocoliere.
Ok, voglio proprio vedere che faccia faranno”.
F inizia a far roteare in aria tre palline e la gente, incuriosita da questo fenomeno inusuale, si ferma, fotografa mentre qualcuno, addirittura, si mette a fare dei video.
Dopo circa dieci minuti, F si stanca, rimette le palline a posto pensando sicuramente a quello che sto pensando io: “Quanti soldi potrebbe fare un giocoliere in Cina?”.
Dopo aver visitato quasi tutto il complesso del tempio, iniziano a farsi sentire i crampi della fame. Mangiamo qualcosa da ogni bancarella che ci ispira fiducia. Mangiamo granchi e gamberi fritti. Sono buonissimi. Quando iniziamo a mangiare una carne di dubbia provenienza contenuta all'interno di una foglia, alcune persone ci fermano, ci guardano e bisbigliano qualcosa. Chissà cosa stiamo mangiando...
Non curanti di aver mangiato chissà che tipo di carne, prendiamo un ramen e torniamo all'ostello.
Dopo una breve rinfrescata andiamo nella hall per sbrigare due cose al computer.
Non vorrei dover rendere conto ad un apparecchio elettronico, ma ho un blog che ha quasi un anno di vita: si chiama il cARTEllo e tratta diversi campi di interesse, soprattutto ambiti culturali. E' un po' come un figlio a cui dai vita e che poi aiuti a crescere lentamente.
Durante la mia assenza ho delegato la gestione ad uno dei collaboratori che mi tiene costantemente informato. E' uno tosto, mi fido di lui.
Sta andando benissimo e quindi, anche se a migliaia di chilometri di distanza e a sei ore di fuso orario, non posso smettere di tenere gli occhi incollati sullo schermo, anche solo un'ora o un minuto al giorno. E' quanto mi basta per essere felice.
Mentre spulcio un po' le statistiche del blog, F inizia a parlare con un ragazzo.
E' italiano, padovano doc, viaggia da solo e attira la nostra attenzione.
Dopo poco viene fuori che è un ex bancario; ha tentato la carta della libertà licenziandosi e mollando tutto.
Ci dice che è in viaggio da cinque settimane e che con i soldi della liquidazione vuole riuscire nell'impresa di stare in giro per il mondo per mille giorni. Penso che posso farcela, ha la motivazione giusta; basta e avanza.
Ha un blog, si chiama Triptherapy e testimonia tutte le sue peripezie immortalate in video un po' troppo spettacolarizzati.
Fino ad ora ha fatto la Transiberiana, è stato in Mongolia, ha una Gopro e tanti chilometri sotto le suole delle scarpe.
Ci dà qualche dritta riguardo le mete che abbiamo intenzione di percorrere nei giorni seguenti.
Se volete vedere i panda svegliatevi presto” dice.
Quantifica il presto” gli chiedo.
Alle sette massimo”.
Cazzo!” esclamiamo all'unisono”.
Ragazzi, dalle dieci iniziano ad arrivare orde di turisti cinesi. Sono quanto di più fastidioso ho trovato sulla mia strada. Quindi fate un po' voi...io vi ho avvertiti”.
Ok, terremo conto delle tue parole” rispondo.
Lo salutiamo augurandogli di completare la sua impresa dei mille giorni.
Chiediamo alla ragazza alla reception dove poter orientare la nostra bussola per trovare un po' di divertimento. Ci indica il quartiere più movimentato di Chengdu sulla cartina. La ringraziamo ed andiamo a prendere un taxi.
Arrivati in una strada che costeggia il fiume, scendiamo e commentiamo la zona elogiandone la bellezza. Ma più che ci addentriamo, capiamo che la serata sarà di una noia mortale.
La zona non è molto movimentata, una serie di locali copia e incolla si presenta davanti a noi.
Entriamo nel primo locale. Ordiniamo un drink. Niente di interessante.
Entriamo nel secondo. Prendiamo un drink. Niente di interessante.
Fuori, ragazzini isterici, perlopiù sbronzi si ammassano per la strada urlando, sorretti da amici sobri e da qualche bicchiere d'alcool. Giro la testa a sinistra e vedo due ragazze correre da un tavolino verso di noi. E' il momento della celebrità, o meglio dell'occidentalità.
Ci chiedono di fare una foto – ovviamente a gesti –,rispondiamo di sì. Una delle due ragazze prova la mossa iniziando a parlare in cinese. F non si sforza nemmeno di parlare inglese.
Amica possiamo stare qui per ore. Only ni hao (ciao), ni hao ma? (come va?), shie shie (grazie)”. Scoppio in una grossa risata. I limiti di incomunicabilità iniziano ad essere duri nel Sichuan. Con alcuni è impossibile comunicare anche a gesti, fanno troppo affidamento sulla propria lingua, pretendono che tu sappia la lingua più complessa al mondo.
Dopo minuti di incomprensione ci congediamo con un saluto.
Sono le due, entriamo in un pub. Ordiniamo un drink e ci sediamo ad un tavolo.
Molti ragazzi ci guardano, due più temerari si avvicinano e tentano di attaccare bottone.
Sanno tre parole d'inglese e la conversazione diventa paradossale.
Osserviamo le loro bocche a pesce che emettono suoni che non capiamo, le osservo e mi sembra che boccheggino, è come parlare con un muto, ma la differenza è che con i muti a gesti mi intendo alla grande.
Dopo poco tempo andiamo via.
Torniamo all'ostello verso le tre e ci fiondiamo a letto di botto. I panda ci aspettano.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 23 giugno 2014

CINEMA: "L'IMMAGINE MANCANTE - Rithy Panh"


“Ci sono molte cose che un uomo non dovrebbe né vedere né conoscere. E se pur le vedesse sarebbe meglio per lui morire. Ma se uno di noi ha visto o conosciuto queste cose, allora deve vivere per raccontarle”

Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi, membri del partito comunista cambogiano, presero il potere e trasformarono la Cambogia nella Kampuchea Democratica, un totalitarismo di matrice comunista-maoista. Nei quattro anni successivi il suo leader, noto col nome di Pol Pot, mise in piedi un regime illiberale che prese le mosse dalla deportazione di più di due milioni di persone dalle città (in particolare dalla capitale, Phnom Penh) alle campagne, privando ciascuno della propria libertà, del nome, costringendoli a lavorare nelle risaie, nei campi, per la costruzione di una società fondata sui principi del collettivismo, dell’egualitarismo (tutto inizia con un ideale di purezza e termina con l’odio). Chiunque si opponeva era sterminato: più di un milione di persone perse la propria vita. Rithy Panh era un bambino a quell’epoca e in quei quattro anni (la dittatura cessò nel 1979) perse il fratello (ucciso negli scontri del 17 aprile) il padre (che si lasciò morire) ed infine, la madre. 

L’immagine mancante è innanzitutto la sua infanzia.

La dittatura di Pol Pot si fondava soprattutto, come ogni altra dittatura, sul controllo delle masse, che avveniva principalmente attraverso l’indottrinamento ed il lavoro forzato. La propaganda assumeva dunque un ruolo fondamentale, gli slogan erano ripetuti fino allo sfinimento, il cinema era monopolio del Partito e strumento di diffusione dell’ideologia dei Khmer Rossi. Le immagini di repertorio allora raffigurano solo ciò che il Partito voleva far conoscere all’esterno. 

L’immagine mancante è la deportazione dei cambogiani.

Il giovane Rithy Panh cerca allora di sopravvivere tra la fame che corrode il corpo e la perdita degli affetti che corrode l’anima. Per resistere, ci dice, è necessario conservare un pensiero, un ricordo. Infatti, è possibile rubare un’immagine, ma non un pensiero. E il suo ricordo non può che essere legato al mondo libero, ai tempi antecedenti al 17 aprile di quell’anno maledetto, alle feste in famiglia, alla musica, ai canti. Era pur sempre un mondo imperfetto, ma felice agli occhi di un bambino. 

L’immagine mancante, dice ancora Panh, siamo noi.

Alla fine del percorso Rithy Panh realizza che l’immagine che cerca, non può trovarla. Semplicemente, è mancante. Non può esistere un’immagine che restituisca il senso dello sterminio di un popolo. Naturalmente non ho trovato l’immagine mancante. Così ho deciso di crearla. La guardo, me ne prendo cura. La tengo tra le mani come si fa con un volto amato. Questa immagine mancante ora io vi affido affinché non smetta mai di cercarci.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 21 giugno 2014

ARTE: "REPORTAGE CINA, Parte 2 - Elle Bi"


Di seguito potete trovare la seconda parte del reportage sulla Cina, fatto e commentato dal nostro inviato Elle Bi (Qui il link alla prima parte).

1. Zhujiajiao: La Venezia Cinese


Una piccola città a circa un'ora da Shanghai intessuta di canali ai cui lati si trovano una moltitudine di bancherelle che offrono soprattutto carne. Gli odori che aleggiano per queste strade sono così forti da rimanere impressi per sempre nei nostri nasi. 


2. Street View of Chengdu


Piccolo vicolo incastonato fra le enormi strade di Chengdu.


3. Allerta Panda




Due fra gli ultimi esemplari di Panda sembrano divertirsi e non curarsi della nostra presenza, ma in realtà una massa di uomini e macchine fotografiche li molesta minuto dopo minuto. Una bellissima specie animale da salvaguardare dal forsennato turismo cinese.


4. Una Montagna Da Scalare 


Una delle tante vette che circondano Tagong, piccolo villaggio ai confini del Tibet. Una scalata devastante per il sole, la pendenza e la mancanza di ossigeno. Muscoli e membra stanche, ma sicuramente l'anima è più leggera.


di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 20 giugno 2014

NEWS: "QUANDO LASCEREMO ATLANTIC CITY?"



Sesso, droga e contrabbando. No, non è la presentazione della prossima stagione di Boardwalk Empire, ma quanto accadrà da settembre al Prodotto Interno Lordo (PIL), il più conosciuto (e dibattuto) indicatore economico del nostro tempo. Al ritorno dalle vacanze estive infatti, le modalità di computo del PIL subiranno una modifica “stupefacente” in quanto contrabbando, prostituzione e droga entreranno a farvi parte.

In macroeconomia il PIL è definito come il valore totale dei beni e servizi prodotti in un paese da parte di operatori economici residenti e non, e destinati al consumo finale, alle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni) e agli investimenti pubblici e privati. Fu introdotto dal premio Nobel Simon Kuznets verso la metà degli anni ’30 con lo scopo di contabilizzare l’economia di uno Stato. Col passare del tempo il sistema di conti di Kuznets si è evoluto e raffinato, fino a diventare l’attuale indicatore economico. Molti sono gli aspetti positivi legati a questo indice, su tutti: fotografa l’economia di uno Stato e la rende confrontabile con altre. Tuttavia, molte sono anche le critiche che negli anni ha ricevuto.

Ciò che viene più frequentemente contestato è che il PIL sia spesso associato con la qualità della vita dei paesi, e strumentalizzato per fini politici. Della serie, “il PIL è grande, la vita è bella e tutto va bene”. E questa è una grossolana approssimazione, o una furbizia di politici e combriccola. Cioè, in generale il paradigma funziona – se si considerano Lussemburgo e Liberia, sono convinto che la qualità della vita sarà, come il PIL, ben più alto nel primo paese che nel secondo –, ma non va affidato al PIL un compito che va oltre le sue mansioni. Vi è un famoso discorso tenuto da Bobby Kennedy alla Kansas University qualche mese prima di essere assassinato che contesta, romanticamente, questo indice sulla base del fatto che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Sulla scia di questo discorso e di altre critiche, sono state proposte varie misure alternative al PIL. Misure che fanno – o quantomeno ci provano – confluire nel calcolo di questo aggregato il benessere delle persone dello stato in considerazione. Vari economisti hanno realizzato indici come l’Indice del Progresso Reale, quello della Felicità Lorda Nazionale o l’Index of Sustainable Economic Welfare.

Polemiche a parte, la realtà è che un indice migliore o più informativo non è ancora stato creato –o come direbbe qualche cospirazionista: “I signori del mondo non hanno interesse a che questo venga abbandonato”. In ogni caso, questo articolo non vuole essere né un attacco al PIL né una disamina delle possibili alternative a questo. Ma solo una riflessione critica sulle nuove modalità di rilevazione. Concludo dunque la divagazione e riprendo da dove avevo iniziato. Da settembre in poi l’economia illegale verrà contabilizzata e verrà considerata come parte della ricchezza nazionale tramite metodi di stima che permetteranno di quantificarla. Il motivo principale che ha spinto le istituzioni europee in questa direzione è quello di eliminare la disomogeneità tra i paesi membri. Infatti, alcune attività sono legali solo in alcuni paesi, e questo altera la confrontabilità dei dati. Per questo Eurostat, l’ente di statistica comunitario, ha introdotto delle nuove regole – si passa dal sistema europeo dei conti nazionali e regionali Sec 95 al Sec 2010 – che richiedono che le stime comprendano, a prescindere dallo status giuridico, tutte quelle attività che producono reddito. In realtà le novità sono anche altre tra cui, a mio avviso, la più importante è la capitalizzazione delle spese in ricerca e sviluppo – che tuttavia in Italia ha un peso minore rispetto a quello delle attività illegali, ma sto ancora divagando …

Gli effetti di questo provvedimento, dipenderanno molto dai metodi di stima scelti. La voce.info ha calcolato l’impatto di questo intervento su due misure importanti che si ricavano dal PIL e su cui si basano alcune politiche europee e non, come ad esempio il fiscal compact – su cui scrivemmo qualcosa qualche tempo fa. A detta del giornale economico: il rapporto debito/Pil subirebbe una riduzione di 1,32 – 2,6: nell’ipotesi massima si raggiungerebbe senza alcuno sforzo economico e politico metà dell’obiettivo richiesto dal fiscal compact.  Il rapporto deficit/Pil, invece, diminuirebbe di 0,03 – 0,05 punti, con una maggiore disponibilità di risorse da spendere tra i 15 ed i 31 miliardi secondo i dati del 2013”. Stiamo dunque parlando di una riforma (contabile) con effetti reali massicci, che ci mette di fronte ad una serie di riflessioni.

È amaro constatare come in Italia, l’abbassamento dei rapporti sopra indicati dipenderebbe in maniera maggiore dalla contabilizzazione dell’economia illegale che dalla capitalizzazione di ricerca e sviluppo nel PIL (e le altre modifiche che non ho menzionato). Nel lungo termine, questo ci porterà a essere dei fattoni ignoranti?

Gli “effetti reali” individuati sopra potrebbero essere ben più grandi se, con un piccolo sforzo mentale, accettassimo l’esistenza di ciò che si continua a negare e alcune attività illegali, come la vendita di droghe leggere o la prostituzione, venissero legalizzate e regolate. Questo genererebbe un gettito fiscale e ridurrebbe le spese legate al contrasto di queste attività. Dunque mi domando, perché continuare con questo proibizionismo, che va tutto a favore dei vari Nucky Thompson e bootleggers vari, quando una sana regolamentazione avrebbe una lunga serie di effetti positivi?
In linea con quanto appena detto, un mio amico ha sinteticamente commentato dicendo: “Non torna però, perché il debito lo puoi ripagare – aldilà delle re-emissioni – solo con entrate legali, non a nero cioè (e.g. le tasse!). Non è allora il caso di iniziare a seguire, ad esempio, il percorso di legalizzazione-regolamentazione timidamente intrapreso da alcuni Stati degli States?”.

In poche parole, quando inizieremo a preferire il progresso al regresso?

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".