Giorno 6:
La sveglia
suona. Abbiamo dormito un bel po', ne avevamo bisogno.
Prendiamo
la metro per l'aeroporto fino alla fermata da cui parte il Maglev. Il Maglev è
un treno ad alta velocità, il treno più veloce al mondo. I dati dicono che può
raggiungere un massimo di 505 km/h. 3 2 1...via. Schizziamo in poco tempo sui
430 km/h, la velocità rimane costante fino all'arrivo. 20 km in circa sette
minuti. E' un treno a levitazione, un'astronave da terra, una grande invenzione
che ci permette di guadagnare tempo.
Arrivati
all'aeroporto sbrighiamo le pratiche check-in e quelle successive:
antiterrorismo, anti oggetti contundenti, anti liquidi: acqua,
dentifricio, crema per la pelle, tutte sostanze
estremamente...pericolose.
Prendiamo
l'aereo che ci porterà nel Sichuan, a Chengdu, il capoluogo di una
delle regioni più belle della Cina.
La
Sichuan Airlines – la nostra compagnia aerea – è simile alla
Ryanair: pochi posti, pochi spazi e tragitti brevi. Il nostro volo
durerà circa tre ore; percorreremo tremila chilometri accompagnati
da splendide hostess dai sorrisi ammiccanti all'interno di vestitini
tipici cinesi. Più le guardo e più mi sembrano delle bambole di
pezza, delle matriosche sempre sul punto di rompersi.
F
ha un po' paura delle turbolenze, lo tranquillizzo dicendogli che con
me non gli succederà niente, sostenendo che l'aereo è il mezzo di
trasporto più sicuro a mondo. Mi risponde che se il nostro volo
dovesse precipitare mi tirerà un bel pugno sul naso.
Dopo
circa due ore dalla partenza inizia una piccola turbolenza; F mi
guarda come a dire: “Ehi, sai che presto potrebbe arrivarti un bel
dritto in faccia, vero?”.
Lo
guardo con tutta la calma del mondo, e dietro di lui scorgo un
passeggero che sta pregando mentre guarda fuori dal finestrino; forse
sono stato un po' leggero con l'ottimismo. Passano diversi minuti di
tensione generale, ma poi procede tutto per il verso giusto.
Arrivati
a Chengdu veniamo assaliti da finti tassisti o da persone che
vogliono chiamarci un taxi per ottenere una ricompensa. Usiamo una
delle poche parole cinesi che abbiamo imparato e regaliamo una sfilza
ininterrotta di no.
Prendiamo
un bus affollatissimo per avvicinarci al centro. Non sappiamo dove
sia di preciso il nostro ostello, quindi; ci affidiamo un po' al caso
e all'intuito. Dentro ci sono bagagli ad ostruire il passaggio;
sembra di attraversare un campo minato. Ci sediamo e partiamo nel
caldo di Chengdu.
Ad
un tratto una donna di indubbia bellezza si siede accanto a me, mi
guarda e inizia a parlare inglese. Mi chiede di dove siamo e dove
alloggiamo. Le rispondo mostrandole il foglio di prenotazione.
Annuisce e mi chiede se vogliamo soggiornare in un posto più carino.
Le rispondo di no, che ci va bene il nostro: è economico e
posizionato bene.
Chiama
l'ostello e inizia a parlare in cinese. F mi guarda, è sospettoso,
dopo quello che ci è successo nel centro massaggi diffidiamo di
estranei estremamente gentili e accondiscendenti.
La
donna continua a parlare.
“Fidarsi
è bene, ma non fidarsi è meglio” dico ad F.
“No,
no, non fidarsi è meglio, punto e basta” risponde.
Ormai
ha perso la fiducia nel prossimo, ha viaggiato molto e per esperienza
diretta ha imparato che il viaggiatore è una preda facile, un essere
vulnerabile.
La
donna riattacca e mi dice che se scendiamo con lei ci accompagnerà
in taxi.
“Vedi,
forse è solo gentile” dico ad F.
“Forse
è una puttana” risponde.
Cerco
di non pensare al peggio e scendo al segnale della donna. Un taxi si
ferma all'istante al primo segno con la mano effettuato dalla
sconosciuta. Troppo strano, potrebbe essere un complotto.
Saliamo
sul taxi, la donna comunica al tassista l'indirizzo; i due ridono e
continuano a parlare.
Guardando
F capisco che anche lui è preoccupato, potrebbero portarci in
qualsiasi posto e non capiremmo mai dove.
Dopo
aver ascoltato la litania pessimista di F, inizio anch'io a non
fidarmi più così tanto del prossimo, la mia fiducia inizia a
sgretolarsi poco a poco.
Dopo
un po' la donna ci dice che siamo arrivati, apre la borsetta e tira
fuori i soldi per la corsa; F la anticipa dando i soldi al tassista
dicendo alla donna che vogliamo pagare noi. Quella di F è una mossa
rapida e precisa; lo conosco bene, non vuole essere in debito con
nessuno. Quell'asso nella manica calato da F in maniera frettolosa mi
fa andare in paranoia.
“I
bagagli. Scendi a prenderli, non vorrei che partisse appena
scendiamo” gli dico un po' agitato.
Prendiamo
i bagagli, la donna ci accompagna fin dentro l'ostello, guardo
l'insegna, è quello giusto. Ci scambiamo una rapida occhiata
sollevati.
Dopo
aver effettuato il check-in, la sconosciuta ci da il suo numero di
cellulare, ci dice di chiamarla per qualsiasi cosa. Si chiama Coco e
la osserviamo scomparire nell'umido pomeriggio di Chengdu.
“Forse
è una puttana di classe” dico ad F mentre saliamo le scale.
“Può
essere” risponde.
Posiamo
i bagagli e decidiamo di visitare un tempio che ci consiglia la
ragazza alla reception. Dice che è il suo preferito.
Arriviamo
al tempio di Wenshu.
Una
massa di turisti uniforme si aggira per le strade della struttura.
Entriamo in una zona piena di bancarelle che vendono cibo locale,
prendiamo un frullato e ci mettiamo a sedere sopra un muricciolo.
Rolliamo una sigaretta e, come sempre, la gente si ferma ad
osservare; sbalorditi ridono e si scambiano codici cifrati nelle
orecchie, increduli davanti ad una cosa che in quasi tutto il resto
del mondo è normale e scontata. Ma qui no, la Cina è una realtà a
parte.
“Fai
qualche numero con le palline” dico ad F.
F
ha vissuto in Spagna per un po' di tempo e conosce qualche mossa da
giocoliere.
“Ok,
voglio proprio vedere che faccia faranno”.
F
inizia a far roteare in aria tre palline e la gente, incuriosita da
questo fenomeno inusuale, si ferma, fotografa mentre qualcuno,
addirittura, si mette a fare dei video.
Dopo
circa dieci minuti, F si stanca, rimette le palline a posto pensando
sicuramente a quello che sto pensando io: “Quanti soldi potrebbe
fare un giocoliere in Cina?”.
Dopo
aver visitato quasi tutto il complesso del tempio, iniziano a farsi
sentire i crampi della fame. Mangiamo qualcosa da ogni bancarella che
ci ispira fiducia. Mangiamo granchi e gamberi fritti. Sono
buonissimi. Quando iniziamo a mangiare una carne di dubbia
provenienza contenuta all'interno di una foglia, alcune persone ci
fermano, ci guardano e bisbigliano qualcosa. Chissà cosa stiamo
mangiando...
Non
curanti di aver mangiato chissà che tipo di carne, prendiamo un
ramen e torniamo all'ostello.
Dopo
una breve rinfrescata andiamo nella hall per sbrigare due cose al
computer.
Non
vorrei dover rendere conto ad un apparecchio elettronico, ma ho un
blog che ha quasi un anno di vita: si chiama il cARTEllo e tratta
diversi campi di interesse, soprattutto ambiti culturali. E' un po'
come un figlio a cui dai vita e che poi aiuti a crescere lentamente.
Durante
la mia assenza ho delegato la gestione ad uno dei collaboratori che
mi tiene costantemente informato. E' uno tosto, mi fido di lui.
Sta
andando benissimo e quindi, anche se a migliaia di chilometri di
distanza e a sei ore di fuso orario, non posso smettere di tenere gli
occhi incollati sullo schermo, anche solo un'ora o un minuto al
giorno. E' quanto mi basta per essere felice.
Mentre
spulcio un po' le statistiche del blog, F inizia a parlare con un
ragazzo.
E'
italiano, padovano doc, viaggia da solo e attira la nostra
attenzione.
Dopo
poco viene fuori che è un ex bancario; ha tentato la carta della
libertà licenziandosi e mollando tutto.
Ci
dice che è in viaggio da cinque settimane e che con i soldi della
liquidazione vuole riuscire nell'impresa di stare in giro per il
mondo per mille giorni. Penso che posso farcela, ha la motivazione
giusta; basta e avanza.
Ha
un blog, si chiama Triptherapy e testimonia tutte le sue peripezie
immortalate in video un po' troppo spettacolarizzati.
Fino
ad ora ha fatto la Transiberiana, è stato in Mongolia, ha una Gopro
e tanti chilometri sotto le suole delle scarpe.
Ci
dà qualche dritta riguardo le mete che abbiamo intenzione di
percorrere nei giorni seguenti.
“Se
volete vedere i panda svegliatevi presto” dice.
“Quantifica
il presto” gli chiedo.
“Alle
sette massimo”.
“Cazzo!”
esclamiamo all'unisono”.
“Ragazzi,
dalle dieci iniziano ad arrivare orde di turisti cinesi. Sono quanto
di più fastidioso ho trovato sulla mia strada. Quindi fate un po'
voi...io vi ho avvertiti”.
“Ok,
terremo conto delle tue parole” rispondo.
Lo
salutiamo augurandogli di completare la sua impresa dei mille giorni.
Chiediamo
alla ragazza alla reception dove poter orientare la nostra bussola
per trovare un po' di divertimento. Ci indica il quartiere più
movimentato di Chengdu sulla cartina. La ringraziamo ed andiamo a
prendere un taxi.
Arrivati
in una strada che costeggia il fiume, scendiamo e commentiamo la zona
elogiandone la bellezza. Ma più che ci addentriamo, capiamo che la
serata sarà di una noia mortale.
La
zona non è molto movimentata, una serie di locali copia e incolla si
presenta davanti a noi.
Entriamo
nel primo locale. Ordiniamo un drink. Niente di interessante.
Entriamo
nel secondo. Prendiamo un drink. Niente di interessante.
Fuori,
ragazzini isterici, perlopiù sbronzi si ammassano per la strada
urlando, sorretti da amici sobri e da qualche bicchiere d'alcool.
Giro la testa a sinistra e vedo due ragazze correre da un tavolino
verso di noi. E' il momento della celebrità, o meglio
dell'occidentalità.
Ci
chiedono di fare una foto – ovviamente a gesti –,rispondiamo di
sì. Una delle due ragazze prova la mossa iniziando a parlare in
cinese. F non si sforza nemmeno di parlare inglese.
“Amica
possiamo stare qui per ore. Only ni hao (ciao), ni hao ma? (come va?),
shie shie (grazie)”. Scoppio in una grossa risata. I limiti di
incomunicabilità iniziano ad essere duri nel Sichuan. Con alcuni è
impossibile comunicare anche a gesti, fanno troppo affidamento sulla
propria lingua, pretendono che tu sappia la lingua più complessa al
mondo.
Dopo
minuti di incomprensione ci congediamo con un saluto.
Sono
le due, entriamo in un pub. Ordiniamo un drink e ci sediamo ad un
tavolo.
Molti
ragazzi ci guardano, due più temerari si avvicinano e tentano di
attaccare bottone.
Sanno
tre parole d'inglese e la conversazione diventa paradossale.
Osserviamo
le loro bocche a pesce che emettono suoni che non capiamo, le osservo
e mi sembra che boccheggino, è come parlare con un muto, ma la
differenza è che con i muti a gesti mi intendo alla grande.
Dopo
poco tempo andiamo via.
Torniamo
all'ostello verso le tre e ci fiondiamo a letto di botto. I panda ci
aspettano.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".