venerdì 4 ottobre 2013

LA GRANDE SOCIETà


C’è un tale silenzio qui all’ultimo piano. Il brandy scorre dalla bottiglia rapido ma sinuoso, e le sue note ambrate giocano con la luce e col vetro e col ghiaccio che colma il bicchiere. Mi accendo una sigaretta, ancora una volta, e ne osservo metodico il fumo: Casanova diceva che il piacere di fumare sta proprio in questo, nel poter guardare il fumo che si leva elegante ad ogni inalata. Io trovo affascinante invece come il suo ‘rifuggire’ bene scandisca il tempo, che finalmente si palesa ai nostri occhi nel vorticare dello stesso.
Comincio a scorrere le pagine tra le dita, una volta sedutomi sul divano del mio salotto. Voglio tentare di chiarire a me stesso cosa portò alla “transizione dal piccolo gruppo alla società aperta, e il trattare ogni persona come essere umano piuttosto che come amico o nemico”in questa “Grande Società”. Cosa può aver spinto ad una apparente de-personificazione, svalutazione, de-identificazione del singolo in nome della moltitudine.
“E’ sicuramente una sfida troppo ardua Maste. perché poche righe di un blog possano contenere tutto questo”.
Non demordo. Afferro il bicchiere e lo porto alla bocca. Fumo ancora. Tento.
Sicuramente un punto di partenza deve essere un insieme di regole ampiamente condiviso, ma che oggettivamente non discrimini tra Caio e Sempronio, rendendo questo semplicemente un cittadino. Un sistema legislativo comune quindi, e non fatto ‘su misura’ per un gruppo o per un altro, dove le regole del gioco sono uguali per tutti, determinando un risultato di una attività (in senso lato ‘economica’), qualunque essa sia: “risultato che dipende dall’abilità, forza o fortuna superiori”.
Ecco”, dico tra me e me,“forse il mio obbiettivo è un po’ più vicino ora. Cominciano a delinearsi perlomeno i tratti salienti di quella che dovrebbe risultare una sorta di organizzazione ‘ultima’, ‘onnicomprensiva’, l’attuale benchmark di numerosi ordinamenti occidentali. C’è un elemento fondamentale però, molto ‘classico’, Fortuna. Fortuna nel possedere determinate qualità, nel trovarsi (nascere) nel posto giusto al momento giusto. Ma lei, ahimè, non si ‘concede’ a tutti gli individui alla stessa maniera. Beffardamente punisce e premia, ed il tutto, al di fuori di qualsiasi umano controllo. Credo sia naturale quindi che nasca il bisogno di quello che è detto welfare state o stato sociale, caratteristica inscindibile dal cosiddetto Stato Democratico e sorta di ‘assicurazione’ minima ai brutti tiri di Fortuna”.
Non vi è motivo per cui in una società libera lo Stato non debba assicurare a tutti la protezione contro la miseria […]. E’ nell’interesse di tutti partecipare a quest’assicurazione contro l’estrema sventura”.
“Attraverso gli strumenti dello Stato Sociale (che per motivi di spazio darò per conosciuti, sorry) deve essere quindi permesso (ma non assicurato incondizionatamente) ad ogni individuo di modificare il proprio punto iniziale, per quanto sventurato esso sia stato. Il punto di arrivo dipenderà dalle proprie abilità e, ancora una volta, da Fortuna”.
La “Grande Società” può ridursi quindi ad un gioco, in cui può essere ritenuta giusta soltanto la condotta dei players (chiunque essi siano) assoggettata a regole unanimemente riconosciute, e nel quale a tutti sono concessi mezzi minimi (dallo Stato Sociale) per avviare un processo di auto affermazione. Difatti i risultati ottenuti (successi, fallimenti, carriera, ecc.) sono ‘viziati’ da Fortuna e qualità personali al di fuori di un diretto assoggettamento e in una tale situazione, parlare di giusto e ingiusto perde di valenza generale”.
Era inverosimile che il genere umano avesse attinto un principio così bello, così paradossale, direi acrobatico, anti-naturale. E’ un esercizio troppo difficile e complicato perché si possa consolidare sulla Terra”.
Siamo sempre stati così lontani da tale benchmark. Forse è per questo motivo che oggi, sul finire del secolo…”
Libro della settimana per la rubrica “Notizie dal futuro”: Legge, Legislazione e Libertà di Friedrich August von Hayek. 

Maste

2 commenti:

  1. parlare di welfare state è un termine molto complesso..... possiamo riferirci a 2 concezioni: a) una prettamente "collettiva",di matrice europea, in cui si toglie ai "Migliori" per dare ai "peggiori" b) una prettamente "individualista",matrice americana, in cui lo scopo primario è riconoscere il merito del singolo rispetto al resto.... checchè se ne dica,nessuna delle 2 concezioni è sbagliata,formalmente parlando: la concezione che sentiamo nostra dipenderà perlopiù dal contesto in cui siamo cresciuti e abbiamo fatto le nostre esperienze, e proprio il contesto costruirà la nostra "mappa cognitiva",ovvero quella mappa che ci indurrà a ritenere talune politiche "Incomprensibili" ( per dire,in america la sanità pubblica viene vista negativamente,qui è ritenuta indispensabile) e altre "necessarie".... la concezione individualista avrà la sua massima espressione in tempi di benessere,la concezione collettiva diviene importante in tempi come questi,come portatori di quella coscienza collettiva necessaria per ripartire verso lidi migliori... ma,ripeto, non vi è niente di sbagliato a essere più propensi verso l'una o l'altro approccio...

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    1. Innanzitutto, grazie per il commento, interessante e puntuale. Tralasciando per un attimo il discorso sulla tipologia del sistema tributario statunitense ed europeo (e quindi relativa ampiezza del Welfare), oltre al cosiddetto tema dello “stato minimo” che affronterò (credo) nel prossimo articolo, alla luce del commento all’opera proposta la scelta di uno o dell’altro sistema non è pienamente interscambiabile. Voglio provare a riflettere con te.
      Supponiamo che il denaro sia risorsa scarsa, avendo quindi limite inferiore e superiore nel quantitativo, ma questo permetta di coprire interamente i costi derivanti da quelli che la nostra cittadinanza tipo riconosce come diritti sociali, e quindi positivi e garantiti dallo Stato Sociale. Quest’ultimo è finanziato con una lump sum tax. Supponiamo inoltre che questi diritti coincidano con quelli più di stampo ‘europeo’, ovvero: diritto all’istruzione, all’assistenza sanitaria, a sussidi familiari e di disoccupazione, alla previdenza sociale (credo ci sia altro ma questo non inficia l’analisi).
      Partendo dal tuo esempio sul sistema sanitario, supponiamo che il soggetto A contragga un tumore ai polmoni. In un ottica Hayekiana il sistema nazionale dovrebbe incaricarsi di curare il soggetto nel miglior modo che la tecnologia al tempo t possa garantire. Questo però solo se il malanno è stato contratto per cause ‘sconosciute’, al di fuori del totale controllo del soggetto (riprendendo i termini del commento al testo, per malasorte). Se la possibilità di curarsi non fosse garantita, questo potrebbe dirsi moralmente sbagliato.
      Supponiamo ora che il soggetto A contragga un tumore ai polmoni ma che questo sia avvenuto in conseguenza all’azione di fumare. In questo caso la malasorte non c’entra affatto ma il malanno è stato contratto in conseguenza di una libera scelta di A. In questo caso il sistema sanitario dovrebbe sostenere i costi dell’eventuale cura solo nel caso in cui questo non limiti (ricorda che il denaro è risorsa scarsa) l’azione di assistenza nei confronti di altri soggetti aventi invece diritto alle stesse (perché ammalatisi ‘per caso’). Ovviamente l’esistenza di un sistema sanitario statale non esclude che la restante domanda di assistenza sia coperta da una azienda privata (supposta qualitativamente non dissimile da quella pubblica, ma costosa anziché gratuita).
      Passando invece al caso del sistema di incentivi al singolo, che io affronterò solo se di tipo economico e per il caso del diritto allo studio (e poi mi fermo  ), il sistema di Welfare teoricamente non dovrebbe farsene carico. Questo dovrebbe limitarsi a garantire un livello qualitativo del servizio scolastico eguale per tutti (ricorda che siamo in una società ideale ed unica). Supponiamolo gratuito e garantito a qualsiasi soggetto e supponiamo inoltre che B e C si laureino con 110 e lode il primo e 100 il secondo. I due soggetti in questo modo mandano al mercato un segnale delle proprie qualità decisamente differente ed è proprio nel mercato, e solo in questo, che i sistemi di incentivazione dovrebbero esistere. L’azienda X infatti offrirà probabilmente 100 a B e 50 a C, oppure un centro di ricerca ingaggerà solo B e non C, e via discorrendo.
      Maste

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