martedì 15 ottobre 2013

UNA QUESTIONE DI CIFRE

Li conti di nuovo,” disse il maresciallo con una smorfia di disgusto, indicando la lunga fila di cadaveri appena recuperati.
Annuii e mi rimisi subito a contare. Era già la terza volta. Per qualche strana ragione il numero delle vittime cambiava ad ogni conta: la prima volta trentaquattro, poi trentacinque, poi di nuovo trentaquattro.
“I casi sono due,” continuò a strigliarmi il maresciallo, “o lei ha dei seri problemi con l'aritmetica o qui c'è un cadavere che si diverte ad apparire e sparire.”
Io, in realtà, qualche problema con l'aritmetica ce l'avevo sul serio, ma qui si trattava semplicemente di contare, di far diventare quei corpi dei numeri che, sommati, dessero la cifra esatta delle vittime della strage. Mi sentivo all'altezza dell'incarico. Eppure, più il tempo passava, più cominciavo a trovare realistica la seconda ipotesi del maresciallo. E il mio animo si turbava leggermente.
“Ho i giornalisti alle calcagna, appuntato,” continuò il maresciallo. La strigliata si stava trasformando in una lamentazione, vizio ricorrente nel maresciallo, che in fondo era un brav'uomo, “Vogliono delle cifre, cifre! E le vogliono precise.” Mi diede le spalle. Alzai gli occhi e lo guardai, impettito contro il mare, un mare che sembrava di carta stagnola. Il chiaro di luna filiforme serpeggiava sull'acqua inquinata, fra lattine di coca-cola e resti della nave esplosa. Una brezza fresca mi carezzò il viso e scosse leggermente i lembi di un lenzuolo vicino.
“La lascio lavorare, appuntato. Si ricordi, precisione. Cifre, cifre, cifre!”
E si allontanò nella notte che sapeva di salsedine e putrefazione. Mentre si allontanava mi sembrò che continuasse a ripetere la parola Cifre, come un pazzo. Mi asciugai la fronte e tornai all'inizio della fila di cadaveri. Ricominciai il mio lavoro. Come avevo previsto, stavolta il morto misterioso c'era. Tutto stava nel riuscire ad avere due, o meglio tre conteggi uguali e consecutivi. Pieno di speranza ricominciai a contarli, stavolta partendo dal lato opposto. Ed ecco che si presentò ancora una volta l'inghippo: trentaquattro. Respirai a fondo e mi grattai la fronte sconcertato. Sorrisi, ma era un sorriso cattivo, e il mare lo sapeva. Il rumore delle onde, se mi fermavo un secondo ad ascoltarlo, mi stregava. Mi sforzai di ignorarlo. Ricominciai: uno, due, tre... dopo un bel po' di tentativi, non ricordo di preciso quanti, decisi di interrompere. Forse, allontanandomi per qualche minuto, mi si sarebbero schiarite le idee e la mente sarebbe stata più vigile. C'era un bar non molto lontano. In realtà era la tavola calda di una stazione di servizio, ma di certo non mi sarei lamentato. Qualsiasi posto pur di togliersi di lì per cinque minuti.
Entrai e chiesi un caffè. Il posto era praticamente vuoto, non fosse stato per un vecchio, due camionisti e un tizio meditabondo seduto in un angolo. Mi misi a bere il mio caffè vicino alla finestra. La notte e il mare sembravano formare una lastra di marmo scuro. La mattina era lontana. La mia mente era soggiogata dall'oscurità e dai suoi rari barlumi artificiali. Lì, nella tavola calda della stazione di servizio, ebbi modo di pensare. Era il primo pensiero da quando ci avevano chiamato per l'esplosione della nave, e non c'entrava assolutamente niente con quanto mi stava succedendo attorno in quel momento. Cominciai a interrogarmi sul concetto di Scelta. Scegliere distingue un essere umano da un animale?, mi chiedevo, o sono tutte sciocchezze filosofiche, roba da accademici, da gente che ama l'astrazione. Se scegliere distingue un uomo da un animale, quand'è che il primo uomo ha fatto la sua prima scelta, e qual è stata questa scelta? Mi tastai la fronte. Forse mi stava venendo la febbre. La ragazza dietro il bancone continuava a passare la spugna sul lavello facendo zìììn. Che bel rumore, pensai, un rumore completamente diverso da qualunque altro avessi sentito quella sera.
"Ha l'aria stanca." Mi disse asciugandosi le mani.
"Sì. Abbastanza."
Mi squadrò, saggiando tutti gli espliciti segnali del mio abbigliamento che rimandavano alle tre parole: Forze Dell'Ordine.
"E' qui per la nave?"
"Sì."
"Cosa deve fare?"
"Conto i morti."
La ragazza si irrigidì per un istante, poi tornò ad armeggiare con piattini e tazzine.
"Capisco. Vuole qualcos'altro?"
"No grazie, mi basta il caffè."
Mi misi una mano in tasca e tastai l'aspirina: ne portavo sempre una con me.
"Anzi, un bicchiere d'acqua, sì."
Bevvi l'aspirina e guardai l'orologio: un minuto ancora e sarei tornato a lavoro, deciso a contare per bene. Pensai a quanto fosse strano. Una cosa che si impara a cinque anni, e che adesso mi stava dando così tanti problemi. Contare. Cercai di ricordarmi tutte le occasioni in cui ero stato costretto a contare. Nascondino da piccolo, il conto alla rovescia per la fine dell'anno, i giorni che mi avevano separato da una donna. Mentre fluttuavo fra questi pensieri, cominciai a sentire uno sguardo pesare sopra di me. Veniva dall'angolo. Il tizio che sedeva con aria meditabonda adesso guardava dritto nella mia direzione, concentrato, attento, quasi minaccioso. Aveva occhi di ghiaccio sottili come lamette e il pizzetto brizzolato. Mi studiava con l'aria sorniona di uno sbirro in borghese. Lasciai che si staccasse dalla periferia del mio campo visivo e me ne andai, decisamente inquietato.
Sulla stradina che portava in spiaggia, sentii delle voci. Venivano dall'altra parte della rimessa dei surfisti, proprio nel punto in cui erano distesi i miei morti. Avanzai adagio. Le voci si fecero più chiare e cominciai a distinguere le parole. Una di quelle voci la conoscevo, era quella del maresciallo. Che scemo, pensai, dovevo immaginarmelo che sarebbe tornato subito. L'altra voce, invece, non riuscivo a identificarla: era profonda e autoritaria e sembrava provenire da una cassa toracica immensa. Mi appostai dietro un pancale per ascoltarli.
“Insomma, qui c'è un morto che si diverte a giocare a nascondino,” disse l'uomo dalla voce profonda.
“Sissignore, non riusciamo a capirci più niente ormai.”
“E come potreste? Per questo hanno chiamato me.”
“E' un problema così grave?”
“No, si risolve in un batter d'occhio.”
Per qualche strana ragione ebbi un sussulto. L'uomo dalla voce profonda fece un passo avanti, la luce del lampione lo illuminò fino al collo lasciandogli la testa nella semioscurità. Vidi due occhi brillare nella mia direzione. Mi alzai e gli andai incontro.
“Eccolo qua, il nostro morto che si diverte a scherzare. Vieni, vieni, stenditi qui accanto a... ma chi è questo?” L'uomo dalla voce profonda si avvicinò a un morto, sollevò il lenzuolo e guardò, “anzi, questa. E' una donna".
Mi slacciai la fondina e la lasciai cadere per terra. Guardai il maresciallo: teneva gli occhi bassi, in atteggiamento colpevole. Sembrava un bambino.
“Mi dispiace, ragazzo. Sul serio. Ci serve un morto, non sappiamo come fare... hanno mandato lui a risolvere il problema, e lui lavora così. Sai, i giornalisti, la stampa, la televisione. Vogliono cifre, cifre, cifre! Guarda il lato positivo, adesso i cadaveri saranno trentacinque una volta per tutte.”
Intanto l'uomo dalla voce profonda continuava a cercarmi un posto fra i morti.
“Vado laggiù, in fondo.” Dissi per tagliare corto, e mi incamminai.
Mi distesi e aspettai che il maresciallo arrivasse a coprirmi con un lenzuolaccio preso dalla rimessa dei surfisti. I miei ultimi pensieri furono rivolti alle stelle.

Ernesto Meribù

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