venerdì 4 aprile 2014

NEWS: "THE MATRIX E PLATONE? IMPOSSIBILE..."




Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio…”

Queste le parole di Morpheus poco prima di aprire i palmi delle sue mani.

Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio”

Impossibile non riconoscere da queste parole il film in questione: Matrix. Leggermente più complesso può essere il constatare come la sua trama sia una proiezione eccezionalmente moderna del plurisecolare mito della caverna di Platone.
Un’umanità completamente soggiogata al dominio di intelligenze artificiali è ridotta inconsapevolmente al ruolo di una enorme fonte di energia, ad una vera e propria pila. Ciascun individuo dorme un sonno profondo da cui è praticamente impossibile svegliarsi, ed egli vive “un sogno tanto realistico da sembrare vero”. Ed è qui che Platone comincia a fare capolino.
Difatti, nella grotta platonica, uomini incatenati braccia e gambe ad una roccia sono costretti a fissare solamente il fondo della loro “prigione”. All’esterno, nascosti da un muretto, altri individui portano sulle proprie spalle delle statue rappresentanti tutte le cose esistenti al mondo, le cui ombre sono proiettate sul fondo della caverna da un fuoco che arde dietro le stesse. Come è facile intuire, queste immagini fittizie osservate dai prigionieri sono del tutto analoghe a quelle proiettate nella mente dei soggetti-pila della pellicola dei fratelli Wachowski dalla cosiddetta matrice. Una percezione del reale assolutamente fasulla ma che trova la sua forza mistificatrice nel fatto di essere l’unica realtà ritenuta possibile da ciascun soggetto.
Le analogie col mito del filosofo greco non si esauriscono qui però. Continua infatti Platone a narrare come il pensatore, del tutto analogo all’ “eletto” del film, dirigendo verso l’uscita della grotta il suo sguardo, riesce a vedere le “cose vere” di cui prima conosceva solo le ombre, assieme ai “burattinai” che le maneggiano. Ma a tale vista egli rimane inizialmente come abbagliato, confuso, incredulo e stordito. “Se egli fosse costretto a guardare la luce direttamente, non proverebbe forse un dolore agli occhi che gli farebbe distogliere lo sguardo per guardare gli oggetti che è abituato a vedere senza provare alcun dolore?”. Ed anche questa immagine può essere ben accostata al momento del risveglio del protagonista della pellicola che, completamente spaesato, si affaccia ad osservare attonito quei campi sterminati dove gli esseri umani sono “coltivati”.
L'uomo platonico poi, libero dalle catene dell’ignoranza, vuole condividere la sua scoperta del mondo reale con coloro ancora intrappolatI nella caverna; li vuole liberare. Ciononostante “le persone direbbero di lui che è andato in superficie e vi è tornato senza occhi; e che sarebbe stato meglio non pensare di salire nemmeno”. E se costui tentasse di liberare qualcun altro per condurlo verso la luce, egli meriterebbe certo la morte.
I prigionieri ucciderebbero, piuttosto di permettere a qualcuno di portarli all’esterno della caverna. Lotterebbero per poter stare all’interno di essa perché è l'unico mondo che conoscono, quello dove si sentono veramente sicuri (incarnati nel film dal personaggio di Cypher).
Termino però con una riflessione tratta dall’ “Elogio alla Follia” di Erasmo da Rotterdam: “Che differenza pensate vi sia tra coloro che nella caverna di Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le cose vere?”. Che differenza c’è realmente?

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 3 aprile 2014

MUSICA: "IN PARTICULAR - Blonde Redhead"


Damaged Lemons. Macchine in panne in autostrada ( tradotto dallo slang americano). Così il trio statunitense (due fratelli di origini italiane e una cantante giapponese) definisce la propria musica. Ed è così che si intitola anche il loro quinto lavoro, Melody Of Certain Damaged Lemons (2000). E i tre dimostrano di aver fatto un lungo autostop, in quella immensa autostrada del rock, e di aver trovato pure qualcuno propenso a dargli un passaggio. Come i Television, per esempio. Come non pensare alla famosa chitarra di Marque Moon quando sentiamo In Particular?Ma la strada in cui si è fermata la macchina dei Blonde Redhead sembra particolarmente trafficata, così possiamo notare tra le righe delle loro canzoni un vero e proprio collage noise-rock che sfocia in un sound particolare e straordinariamente personale. Composizioni in cui si avverte sempre un lieve stato di emergenza, e si rimane con il fiato sospeso chiedendoci se quella macchina riuscirà a ripartire oppure no.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 1 aprile 2014

LETTERATURA: "BOOMERANG - Capitolo 5, Camille"

(Link al capitolo 4)


Camille seppe del licenziamento di David da Jessy che, durante una delle sue aerodinamiche scopate, l'aveva saputo da Jo, il quale era stato avvertito da Rob durante una maratona di strisce di coca.
“Cazzo l'hai saputo di David?” disse Rob col naso tappato.
“No, che è successo?”.
“L'hanno licenziato”.
“E' uno dei nostri ora, si stava dando un po' troppe arie il bricconcello” disse Jo con perfidia.
“Pensandoci bene non hai tutti i torti, gli servirà da lezione. Che vada in culo lui e tutta quella perfezione”.
Rob l'aveva saputo da David, che chiamandolo gli aveva detto quanto fossero stronze le donne, che si meritavano carota e bastone; un discorso non molto elegante per uno che si definiva una persona di classe, l'unico del gruppo che si lavava le mani dopo aver pisciato.
Camille reagì alla notizia con non molto stupore, emise un piccolo sbuffetto, un sospiro carico di un menefreghismo raro. Era giunto il momento, finalmente sarebbe stata l'unica produttiva dei cinque, l'unica ad avere un futuro davanti, si immaginò laureata con tanto di alloro a coronare i suoi capelli, e gli altri a sbavarle davanti, a fotografare quel momento dimenticando il tanto applaudito stipendio da duemila al mese che David aveva bruciato in pochi attimi di eccitazione.
“Diventerò una psicologa coi fiocchi, ho tanto di quel materiale tutti i giorni sotto gli occhi...” pensò capendo che i suoi amici erano ottime cavie da laboratorio.
Schizofrenia, tossicodipendenza, mania del controllo, dipendenza da sesso, tutto questo si mostrava a un palmo di naso costantemente, con sfaccettature sempre diverse. Era come un enorme parco giochi per Camille; sì, i suoi amici, la tribù della scimmia, erano uno spettacolo incredibile, uno spettacolo gratuito; saltellavano dalla mattina alla sera davanti al suo microscopio, davanti alla sua lente d'ingrandimento che li osservava e li radiografava senza pietà, senza risparmiare nessuno, nemmeno la sua cara amica Jessy.
“Mi dispiace per David, poveretto” disse Camille mentendo al telefono.
“Già...tutti quei regali...ora non ci saranno più” rispose Jessy.
“Non solo per quello; lo sai, David era l'unico affermato”.
“Non dire cazzate, non vedevi l'ora di poterlo sbranare”.
“Sei pazza? Sono molto addolorata”.
“Se sento un'altra stronzata uscire da quella bocca da santarellina giuro che te la chiudo con un dildo enorme. Non venirmi a raccontare balle su balle, tutti sanno che non aspettavi altro. E' il tuo momento, fa vedere quello che vali...se vali” sbraitò Jessy dall'altro capo della linea.
“Ma veramente io...”.
“Taci troietta...a dopo” riattaccò Jessy imponendo la propria autorità.
“Che si fotta quella stronza” pensò Camille lanciando il telefono sulla poltrona.
Aprendo il libro di psicologia, Camille lesse la parola dipendenza, che risvegliò in lei molti ricordi ma uno in particolare la stuzzicò per diversi minuti.
Era San Patrizio, ormai si festeggiava anche in Italia con regolarità, e fiumi d'alcool e buffi cappelli scorrevano per le strade imbottigliate da un traffico umano non indifferente.
Rob si divincolava tra la folla barcollando di tanto in tanto, era su di giri, un misto di alcool e coca lo aveva trasformato in uno zombie verde in cerca di chissà cosa.
Si era pitturato di verde la faccia, credeva nelle festività, sopratutto quando erano motivo di sballo doppio, di sballo extra, di animalesche danze che lo proiettavano in lidi lontani; con gli occhi chiusi volava dall'altra parte del globo, ma il giorno seguente, sempre la stessa merda, sempre alla ricerca della pace interiore, del momento perfetto, ma perfetto per cosa?
Girandosi verso gli altri e pronunciando parole masticate da un tasso alcolico ormai elevato tirò fuori dalla tasca l'ultimo pezzo di coca, chiese a Camille se ne volesse un po', e lei rispose che era proprio un buon momento per farsi una striscia, rispose che non aveva esami in programma, sì, rispose proprio così.
Prendendo la busta con le movenze di un uomo di Neanderthal inciampò contro un muro umano, un colosso alto due metri; guardandolo gli parve come una montagna invalicabile, farfugliò qualcosa e si mise a cercare la busta.
Un cane schizzò come un elastico davanti alla sua faccia, afferrò la busta e la ingoiò distruggendo tutti i sogni di Rob e Camille.
“Cazzo, no, non posso crederci” riuscì a balbettare Rob nonostante una quasi semi paresi facciale.
“Te l'avevo detto, coglione, mai tenere la droga insieme al cibo” disse Jo.
“Al cibo? Che cazzo c'entra?” rispose Rob.
“Quel cane isterico avrà sentito l'odore della mortadella, sei un animale peggio di lui, mai tenere droga e cibo a stretto contatto” disse Jo.
Il cervello di Rob iniziò a connettere, aveva tenuto un panino in tasca per ore in attesa di un sentore di appetito e il cane l'aveva sentito, non c'era altra possibilità.
“Vieni qui bello, dai vieni qui” disse Rob incrociando lo sguardo del cane.
Il cane si fidò avvicinandosi di soppiatto, due mani furiose lo cinsero all'improvviso.
“E' la resa dei conti, o io o te” disse Rob tirando fuori il coltello dalla tasca.
“Che cazzo fai Rob? Sei impazzito?” disse David correndo verso l'amico.
“Ora lo sbudello ben bene e poi glielo faccio vedere io come si finisce a fregare chi è più furbo, ah ah ah” rise Rob in procinto di sbudellare la povera bestia.
“Fermo cazzo” urlò Camille saltandogli addosso.
“Lo sbuzzo, lo sbuzzo, lasciatemi”.
Dopo una sceneggiata pantomimica gli altri convinsero Rob a lasciare in pace il povero animale.
Camille si ricordò tutta la scena, si ricordò la faccia di Rob che come un bambino iniziò a piangere e a farfugliare: voleva la coca, voleva la mamma. Ma entrambe erano già a letto da diverse ore.
“Le dipendenze, ah, che strane cose” pensò Camille dondolando la penna fra le dita.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 31 marzo 2014

CINEMA: "IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) - Paul Wright"





Qualche giorno fa mi sono imbattuto, del tutto casualmente, nell’esordio cinematografico (come lungometraggio, avendo già alle spalle alcuni cortometraggi) di un giovane regista scozzese, Paul Wright. Il film è For those in peril (uscito in Italia in poche sale all’inizio del marzo scorso con il superficiale titolo Il superstite).


Nonostante non sia un capolavoro e presenti alcuni difetti di messa in scena e un cast in generale non eccelso (escluso il protagonista, bravo nel rendere naturale la complessità del personaggio), il film mi ha decisamente impressionato, lasciandomi, alla fine, come interdetto a riflettere su quello che avevo appena veduto.

E' ambientato lungo le coste della Scozia (luogo dove è cresciuto il regista), in un paesino di pescatori. Aaron; il giovane superstite del film, è l’unico sopravvissuto di sei ragazzi (tra i quali anche suo fratello maggiore) usciti in mare aperto con un peschereccio e mai più ritornati. Il ragazzo, che vive solo con la madre, non ricorda niente di quanto successo e sarà costretto ad affrontare, oltre al dolore per la perdita dell’amato fratello, il sospetto e le malelingue degli abitanti del paese che lo ritengono, neanche troppo velatamente, responsabile della tragedia.

Impossibile catalogare il film secondo qualche genere, tanto complessa e sfaccettata è l’ora e mezza che lo compone. Il superstite parte, infatti, come racconto intimistico di elaborazione del lutto, si trasforma quasi impercettibilmente in uno psicodramma per concludersi quindi in qualcosa di molto simile all’horror. La grande bravura del giovane regista e sceneggiatore sta proprio nell’essere riuscito a gestire il passaggio da un registro all’altro, fondendoli e confondendoli tra loro fino a renderli qualcosa di assolutamente unico e coerente avvalendosi della voce off e del flusso di coscienza del protagonista (in stile malickiano, anche per quanto riguarda i difetti; i toni ad esempio, a volte troppo enfatici). Attraverso le reminiscenze di Aaron, e ai suoi comportamenti sempre meno giustificati dalla sofferenza per la perdita del fratello e sempre più inquietanti, veniamo a scoprire la natura deviata della sua psiche, in una folle corsa verso l’enigmatico e drammatico finale.

Infine, una menzione va fatta, obbligatoriamente, ad un aspetto centralissimo dell’intera vicenda, ovvero le credenze popolari molto forti nei villaggi costieri scozzesi. Superstizioni, leggende, che la madre raccontava al piccolo Aaron e a suo fratello, in particolare quella che narra dell’esistenza di un enorme mostro marino, proprio quello a cui Aaron attribuisce la colpa della sparizione del fratello in mare. Superstizioni che ritornano nei tormentati monologhi interiori del ragazzo e che ritorneranno nel già citato enigmatico finale. Enigmatico e indimenticabile.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 29 marzo 2014

ARTE: "ORIZZONTI D'ACCIAIO - Mi.Di"



Busan, Corea del Sud, il Ranbow Bridge, 7 km di ponte.

di Mi.Di per la rubrica "ARTE".

venerdì 28 marzo 2014

NEWS: "SWAZILAND, THE GOLD MINE OF MARIJUANA?"

Piggs Peak, Swaziland. Stazione dei Taxi. Sono seduto su uno spoglio muretto e ripercorro mentalmente gli eventi della giornata mentre mi guardo intorno, alla ricerca di una faccia più sospetta delle altre. Ripenso al superamento della dogana, veloce e gratuito. Rifletto sul fatto che mi sento molto più sicuro rispetto al moderno e veloce Sudafrica che ho lasciato in Johannesburg. Guardandosi intorno si capisce immediatamente l’importanza del settore agricolo. E’ chiara anche la minaccia costituita dall’AIDS: preservativi gratuiti sono facilmente reperibili e pubblicità progresso sono all’ordine del giorno. Nonostante la povertà, le persone sono amichevoli, curiose e disposte ad aiutarti. Sono ottimista rispetto alla riuscita della mia missione e orgoglioso del fuoristrada che ho noleggiato. Penso a tutto questo quando casualmente S. e T. mi si siedono accanto. Che fortuna, proprio il tipo di faccia che stavo cercando!

Ciao, sono un giornalista e sto scrivendo un articolo sullo Swaziland. Vorrei sapere qualcosa di più sulla marijuana, weed. Dove posso comprare della weed?”. Ricevo in risposta una serie di sorrisi e risposte vaghe, “Che cerchi?” dice S., “Man, vorrei della weed, sono un giornalista”. “Ahhh” dice S. sicuro di sé ‘vuoi una moglie Swazi? Cerchi una Swazi-wife?”, “No veramente” – comincio a dire io. Poi mi fermo, rifletto, capisco il messaggio criptato. “Oh si, man, cerco una Swazi-wife. Vorrei anche vedere la sua casa, insomma i campi in cui vive, pensi sia possibile?”. I due parlottano tra di loro e poi mi dicono di si, mi faranno conoscere la rinomata ‘moglie Swazi’. Andiamo a farci un paio di birre mentre fanno delle telefonate, il posto si chiama Vuya-Vuya. Particolarmente spartano ma carino quando paragonato agli altri bar che Piggs Peak offre. Finalmente posso parlare chiaro e dico a S. che vorrei vedere delle piantagioni di marijuana, intervistare i contadini che la producono e, già che ci sono, visitare le zone rurali dove questi ultimi vivono. S. sembra aver capito bene, a quanto pare nessuno verrà quella sera ma la mattina andremo a fare il tour da me richiesto. Per il momento mi presentano K., una loro amica, giochiamo a ‘casino’, un gioco di carte Swazi, e ci scoliamo un altro paio di birre. K. mi invita a mangiare qualcosa ma declino l’invito e porto i ragazzi a casa.

Alle 20 sono in albergo, ceno e faccio amicizia con un ragazzo mentre guardo una partita del campionato di calcio sudafricano. N., il mio nuovo amico, mi apre gli occhi sulla povertà del paese quando mi dice che la sua ambizione è quella di trovare un lavoro migliore, un lavoro che gli permetta di guadagnare 3000 Emalangeni al mese – l’equivalente di 200 €! N., continua col suo racconto e mi dice che sogna di diventare un poliziotto ma, per diventarlo, è necessario comprarsi il posto corrompendo qualcuno e, non avendo né contatti né soldi, si rassegna al fatto che non sarà mai un poliziotto. Dice che biasima il re per questo, con un governo democratico sarebbe tutto diverso. Abbandoniamo le conversazioni serie per parlare un po’ di calcio, italiano ovviamente, prima che mi congedi per andare a letto in vista della missione mattutina.

L’appuntamento con le mie “guide” è fissato alle 8. Mi sveglio alle 6:30 eccitato per la giornata che ho davanti e preparo le domande da fare ai contadini, quando li incontrerò. Fatto ciò, preparo la valigia e vado a fare colazione. Incontro R., una giovane contabile in viaggio di lavoro, che mi mostra una faccia completamente nuova del paese. R. ha studiato all’Università dello Swaziland e ha un lavoro ben pagato ed è molto contenta e fiera del suo paese (sebbene anche essa vorrebbe un governo democratico). Salutata R. mi metto alla guida della mia Toyota per andare a prendere S. e T. I due ragazzi mi aspettano in strada, saltano a bordo del mio mezzo e ci avviamo verso le zone rurali nei dintorni di Piggs Peak. Come la sera prima, parliamo del più e del meno, mentre saltando da una marcia all’altra mi arrampico su impossibili strade sterrate. Entrambi non hanno un lavoro fisso ma hanno figli, entrambi pensano che il re sia uno dei mali del paese e che una transizione verso un modello democratico sarebbe benefico per tutti. Finalmente arriva il tanto atteso momento in cui S. mi dice “Parcheggia là”. Annuisco e posteggio il veicolo dietro a delle frasche. Scendiamo e entriamo dentro una proprietà spartanamente delimitata. Sul terreno vi sono delle capanne di fango e diverse piante di banane. E’ proprio dietro a queste ultime che si apre un passaggio che conduce ad un campo di mais. Attraversiamo il campo di mais e vediamo in lontananza altre due capanne, in muratura questa volta. Due signore ci vengono incontro, “Sono loro!” penso mentre preparo la macchina fotografica. I quattro scambiano qualche parola in swazi e le signore mi sorridono. E’ allora che S. mi dice “girati, la Swazi è proprio dietro di te”. Felice mi volto, inizialmente non vedo cosa mi sta indicando, poi la noto. Dietro di me c’è un’enorme pianta di marijuana. Un sorriso inizia ad allargarsi sul mio volto per poi scomparire di colpo quando alla domanda “Dove è il resto?” ricevo come risposta “Loro hanno solo questa”.

Mentre abbraccio la pianta-albero per farmi fare una simpatica foto ricordo, collego in un secondo tutti i puntini. K. non era altro che una prostituta e S. e T. non usavano nessuno linguaggio in codice: volevano realmente presentarmi una Swazi-wife!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 27 marzo 2014

MUSICA: "TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE - Verdena"



Etereo ed ermetico "Trovami un modo semplice per uscirne" dei Verdena ci trascina in un acquoso e denso paesaggio di nostalgia ed incomprensione. Vaghiamo per quattro minuti in un ambiente evanescente scandito dalla minimale scrittura accordale chitarristica e dall'uso ironico e distorto della vocalità e degli effetti rumoristici. Il testo poetico di alta qualità riflette immagini melanconiche struggenti. Non si può fare altro che chiedersi: “Come puoi vivere a testa in giù?”.

di Giada Celeste Chelli per la rubrica "MUSICA".