sabato 19 luglio 2014
venerdì 18 luglio 2014
LETTERATURA: "URLO MA NESSUNO MI SENTE - Elle Bi"
Camminiamo fra milioni
di facce impaurite,
fra nevrosi assassine,
assassini in maschera,
maschere da tutti i
giorni,
obbligatorie per
sopravvivere,
siamo scimmie un po'
più avanti,
gli unici in grado di
sopportare i palazzi in fiamme,
i mitra bambini,
che urlano sparando
vite,
urlano consumandosi al
cherosene,
tutto questo è
realtà,
realtà letale,
mortale,
fetale,
realtà di tutti i
giorni,
realtà apparente,
urlo ma nessuno mi
sente,
il vecchio mi guarda
biascicando parole,
imprecando parole,
maledicendo la mia
generazione,
maledicendo il neon
della gente,
gente che possiede
oggetti come fossero persone,
scarpe come libri,
cellulari come figli,
figli della nostra
generazione,
figli della
generazione che fu,
ma ora rimane poco o
niente,
urlo ma nessuno mi
sente,
talenti bruciati come
alberi,
corrosi come acido,
corrosi dall'acido,
neon negli occhi della
gente,
tic come fossero
zanzare,
tutti pronti a
danzare,
danzare urlando frasi
al cielo,
urlare danzando sopra
al cielo,
la pistola abbaia
nella notte,
trapassando milioni di
vite,
vite come noccioline,
marroni come il fango
in faccia,
rosse come il tetto in
fiamme,
rosse come il taglio
letale,
la gioia mortale,
urlo ma nessuno mi
sente,
urlando dimentico chi
sono,
ma guardandomi intorno
capisco cosa sono,
essere umano,
essere strano,
il bambino che fui
ride nel passato,
corre nel presente,
si muove
nell'agglomerato urbano,
farfuglia parole con
il naso tappato,
la bocca sempre pronta
a parlare,
a sbraitare,
imperscrutabile nel
suo candore,
l'uomo che non batte
ciglio per il fetore,
è l'uomo moderno,
il cinico guerriero,
mi guardo allo
specchio e urlo,
ma nessuno mi sente.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"
giovedì 17 luglio 2014
MUSICA: "P.S. YOU ROCK MY WORLD - Eels"
Che
dire, mancano poche ore all'inizio del concerto degli Eels a Firenze,
all'Anfiteatro Romano di Fiesole. Me ne sto seduto in poltrona
ripensando a tutte le emozioni che mi hanno fatto vivere gli Eels col
passare degli anni. Fra poco sentirò The Cautionary Tales of Mark
Oliver Everett (2014) dal vivo,
mi sento scosso, ma allo stesso tempo vorrei essere già lì,
schiacciato sul mio posto numerato – di solito non compro biglietti
numerati – ad osservare Mr. E muoversi sul palco, sputare fuori
sbagli, lamenti, vita e tanto altro. Ho scelto P.S. You
Rock My World non perché penso
che sia la più bella canzone di quel capolavoro che è Electro-Shock
Blues, ma perché rappresenta la
speranza. Un bagliore di speranza in un album dalle tinte tetre, dai
colori slavati, un album che trasuda malinconia. Un album che
rappresenta il dolore di un uomo davanti alla morte della propria
sorella; quella Elizabeth che ci ha emozionati fin dalla prima
canzone, fin dalle prime note dolenti che non possono che struggerci
anima e cuore. Quando ripenso a quest'album partorito nel lontano
1998 non posso che commuovermi, perché inevitabilmente ripenso a
quante volte lo abbia ascoltato in un loop infinito, ripenso ai
dolori della mia vita, ripenso al mio primo amore, a quell'amore
improvviso che ti coglie alla sprovvista e ti spacca il cuore, ma la
prima cosa a cui ripenso sono le parole di Mr. E, quelle parole di
fine disco che in mezzo a tanta morte e disperazione lasciano aperta
una porta da cui trapela uno spiraglio di luce: “I was at a funeral
the day I realized I wanted to spend my life with you”. Proprio
così ci confida quasi segretamente Mark Oliver Everett, fondatore
degli Eels, con il suo lo-fi rock che non porta niente di nuovo, ma
ha il pregio di distanziarsi dalla massa, di portare lutti e tragedie
sul palco scaldando l'anima di tutti noi.
di Elle Bi per la rubrica "MUSICA"
martedì 15 luglio 2014
NEWS: "IL “ROSEO” MONDO DELL’ IMMIGRAZIONE BENGALESE – Parte 1"
Una cosa che non ho potuto fare a meno di notare, tra l’infinità di cose che non si può fare a meno di notare nella Città Eterna, è la massiccia presenza di immigrati del Bangladesh. Questo fenomeno, se da una parte ha contribuito a far salire le mie skills di “rifiuto delle rose” da base ad avanzato, dall’altra ha alimentato una certa curiosità nei confronti di questo universo invisibile che è il Bangladesh romano.
Facendo alcune ricerche ho scoperto che Roma
è, dopo la capitale del Bangladesh Dhaka, Calcutta e Londra, la quarta capitale al mondo per numero di bengalesi. Una forte presenza di questo
gruppo etnico si trova tra Torpignattara e il Pigneto, tant’è che questa zona è
riuscita a guadagnarsi l’appellativo di Banglatown. L’immigrazione è soprattutto
maschile: si viene in Italia con l’intento di mantenere le famiglie lasciate a
casa. E per farlo si accetta di fare qualunque lavoro, supportati dalla
comunità, e con la speranza di riuscire a ritagliarsi un futuro migliore.
Tuttavia, se da un lato una consistente parte di questi migranti si riversa
all’interno delle cucine dei ristoranti – italiani e non – o dietro a banchi o
negozietti che vendono generi alimentari tipici e non solo, dall’altro una altrettanto
consistente parte svolge lavori, per così dire, di fortuna.
Oltre alla visibile presenza di “rosari”, venditori
di rose presenti in tutte le principali città d’Italia, a Roma vi sono altri
due ruoli ricoperti da ragazzi bangladeshi: il lavavetri e l’aiuto clienti alle
pompe di benzina – mi riferisco ai ragazzi che lavorano durante l’orario self-service. Probabilmente per
l’immenso dolore derivante dalla non rielezione di Iva Zanicchi come
parlamentare Europea, dal controllo sulla mente esercitato dalle scie chimiche
nonché dalla dieta a base di pasta che il mio stipendio da tirocinante mi
permette di concedermi, ho iniziato a pormi delle domande sulla possibile
esistenza di una sorta di cupola dietro ai bengalesi che svolgono una delle tre
professioni menzionate.
Dopo essermi fatto un giro nella colorata e
multietnica Torpignattara – che anche se non è Brick Lane, ha una presenza di
abitanti dell’etnia in questione di tutto rispetto – ho deciso di fare alcune
domande ad Asimasim, un ragazzo 22enne che lava i vetri al semaforo sotto casa
mia. Nonostante le mie (forse eccessive) aspettative, l’intervista si è
rivelata utile quanto un culo senza buco dato che il gap linguistico tra me ed il mio amico Asim, non colmabile neanche
con l’inglese, non ha permesso di portare le mie indagini dove volevo. In
realtà qualche notizia utile sono riuscito ad estrapolarla, ma andiamo per
gradi.
La mia prima conoscenza con i sempresorridenti amici del Bangladesh
risale a un po’ di anni fa, quando lavoravo nella ristorazione a Firenze. I
miei padroni nazifascisti mi intimavano di scacciare gli invadenti rosari che
disturbano i nostri avventori. Tuttavia, il generale senso di rifiuto di un
certo tipo di potere mi portò a diventare amico di quelli più gentili, che
lasciavo entrare di sgamo nel locale, facendo finta di non vederli. La mia
amicizia con il mondo Bangla si è poi consolidata in un successivo episodio,
svoltosi a 8mila metri di altezza su un volo della compagnia Airbangladesh, mentre
tornavo da un viaggio esotico. Il mio vicino di posto era originario di Dhaka e,
dopo avermi sorpreso rispondendo al mio: “Hi,
what’s your name?” con un calorosissimo: “A bello, me chiamo Nazim, faccio
er fornaro”, ha tradotto per me il messaggio che il capitano aveva diffuso
dagli altoparlanti nella sua lingua. Dandomi così la lieta notizia che stavamo
facendo una sosta ad Abu Dhabi perché il carburante stava finendo. La buona
fede e la simpatia di quell’uomo, che mi hanno fatto valutare se riunirmi al
gregge di Gesù Cristo una volta baciato il suolo a Fiumicino, mi sono sempre
rimaste nel cuore.
![]() |
| via Flickr |
Alla luce dell’affetto che nutro per questa
etnia, mi son sentito in dovere di indagare per sbarazzarmi della teoria
complottista che si è annidata nella mia mente, che ogni tanto si impossessa di
me portandomi a domandarmi: esiste un Don Rosario a capo della Banglamafia? Vi
è una sede segreta dove avviene la distribuzione tra i vari bengalesi dei semafori,
benzinai e piazze romane? Una volta avvenuta la distribuzione, si deve pagare
un pizzo per mantenere la propria zona? I bengalesi vogliono pijarse Roma?
Qui rientra
in gioco Asimasim. Nonostante la nostra conversazione abbia rasentato l’assurdo
più di una novella di Samuel Beckett,
sono riuscito ad ottenere delle informazioni di base che mi hanno permesso di
allontanare per un po’ le mie angosce sulla Banglamafia. All’opposto, la
conversazione con Asim mi ha portato a supporre che la comunità bengalese
romana sia il popolo segretamente eletto
da Carlo Marx per mettere in pratica la sua teoria comunista, tanto evidenti
erano i concetti di fratellanza, di condivisione e di uguaglianza. Asim ha
tracciato i rincuoranti contorni di una collettività pacifica che si aiuta nel
difficile task dell’integrazione in
terra straniera.
Tuttavia la
cosa non è bastata a farmi smettere di pensare alla possibile esistenza della
Banglacupola e così ho smosso i miei contatti per effettuare altre interviste
sul campo, per dare una risposta finale alle mie opprimenti domande. Su tutte: esiste
(e come funziona) una sorta di Banglamafia o, piuttosto, gli immigrati
Bangladeshi sono un modello di aiuto fraterno da cui imparare?
To be continued..
di IT per la
rubrica “NEWS DAL FUTURO”.
lunedì 14 luglio 2014
CINEMA: "STAND BY ME - Rob Reiner"
Tratto
da un racconto di Stephen King (The body) Stand by Me, uscito nel
1986, rappresenta il capostipite o punto di riferimento
imprescindibile (molto più del coevo I Goonies di Donner) per tutti
quei film che affrontano la tematica del travagliato passaggio
dall’infanzia all’adolescenza prevalentemente in forma di romanzo
d’avventura (esempio recente è stato Un’estate da giganti
dell’attore-regista Bouli Lanners). Quello di Reiner (conosciuto
per il divertentissimo Harry ti presento Sally) è senza dubbio un
piccolo capolavoro tanto semplice quanto coinvolgente ed emozionante
che racconta con sensibilità le avventure, le amicizie, il senso di
responsabilità di un gruppo di ragazzi nei quali non possiamo non
identificarci, perché le loro avventure sono state le nostre ed i
loro amici assomigliano così tanto ai nostri.
1959.
Un gruppetto di quattro ragazzini della cittadina di Castle Rock
(Oregon) venuti a sapere che il cadavere di un loro coetaneo
scomparso giorni prima è stato casualmente ritrovato nel bosco,
lungo la ferrovia, dal fratello di uno dei ragazzi, decidono di
incamminarsi, zaino in spalle, per coprire i chilometri che li
separano da quel corpo senza vita. Per prendersi il merito della
scoperta ma soprattutto per trovarsi di fronte a qualcosa che alla
loro età gli sembra tanto grande quanto misterioso: la morte.
Gordie
Lachance è il protagonista ed il narratore onnisciente (in voice
off) della storia, un ragazzo sensibile e molto intelligente
destinato a diventare uno scrittore (forse, nel racconto originale,
lo stesso King). Chris Chambers (il rimpianto River Phoenix) è il
suo inseparabile amico, leader carismatico del gruppo, considerato in
paese un poco di buono anche perché fratello minore di Caramello
Chambers, membro della banda di teppistelli della zona, capeggiata da
Ace. Teddy Duchamp è invece lo scemotto del gruppo il cui padre ex
militare è rinchiuso in manicomio. Vern Tessio, infine, è il
cicciottello un po’ ingenuo del gruppo. È soprattutto attraverso
il rapporto fraterno tra i primi due che Reiner ci fa provare un
insostenibile senso di nostalgia verso un’età della vita ormai
passata. Gordie e Chris con le loro rispettive debolezze (il
difficile rapporto con i genitori dopo la morte del fratello maggiore
tanto amato l’uno, la difficoltà di riscattare una ingiusta
cattiva reputazione l’altro) riescono a sostenersi e spronarsi
verso un percorso di crescita che, sospeso per il breve volgere di
un’estate, ben più del cadavere, li attende alla fine
dell’avventura.
Alla
fine, i nostri quattro eroi, riusciranno a trovare il corpo del
giovane ragazzo, ma più della meta, in questo caso, ciò che conta è
il viaggio, durante il quale scopriranno qualcosa di molto più
importante.
di Diccì per la rubrica "CINEMA"
sabato 12 luglio 2014
venerdì 11 luglio 2014
NEWS: "FLESSIBILITA' O NON FLESSIBILITA', IL MONDIALE CONTINUA"
All’indomani
di un trionfo della Germania a Rio de Janeiro, un’altra partita ben più ardua
si sta giocando ormai da mesi tra Roma e Berlino. In campo le squadre non sono
certo formate da sportivi di grande caratura ma al contrario, una certa
senescenza dei giocatori accomuna entrambe le formazioni. E la posta in palio
non è la soddisfazione di sollevare in aria una grande coppa laccata d’oro, ma
bensì quella di portare a casa una messa in discussione, o meno, del nuovo
nemico numero uno: il fatidico tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e
PIL, tanto caro a Weidmann, presidente della banca centrale tedesca, e compagni
(formazione tedesca), e mai così stretto per Renzi e i suoi (formazione
italiana).
A volte
mostrare un po’ i muscoli per cercare di soverchiare uno status quo poco
vantaggioso fa sicuramente parte di quella téchne
politica di cui Machiavelli fu un sopraffino speculatore. Anche la ricerca
di un capro espiatorio da dare in pasto ad una folla inferocita (l’elettorato)
fa sempre parte di un gioco proprio del centauro-politico (per usare ancora una
riuscita similitudine del pensatore fiorentino), che oltre al logos proprio
dell’uomo, non deve peritarsi di usare anche l’astuzia, propria di un animale
quale la volpe (da qui l’immagine del policy maker metà uomo e metà animale). Attenzione
quindi a scegliere per quale squadra tifare in questo grande “classico” quale è
Italia-Germania, partita dal significato squisitamente politico (oltreché
economico, certo) dove forse non è così scontato portare in alto i colori della
bandiera di casa propria.
Come scrissi
già in un articolo precedente, la scelta di un tale
limite fu piuttosto approssimativa ma sottintendeva una ratio dalla semplicità
quasi disarmante: il tasso di crescita medio nell’eurozona agli inizi degli
anni 90’ (quando, dopo Maastricht, la soglia del 3 per cento di deficit fu
estesa a tutti i paesi euro) ancora galoppava ed in una logica di lungo
periodo, questo avrebbe significato un sostanziale equilibrio del rapporto tra
stock del debito di un paese ed il suo prodotto interno. Alla luce di questa
prima osservazione quindi, ricordando che le stime OCSE del tasso di crescita
italiano di quest’anno sono pari allo 0.6 per cento, ed ipotizzando raggiunta
la soglia decretata da Bruxelles, vi è una forbice pari a 2.4 punti che si
traduce in un perpetrarsi della corsa del debito sovrano che da qualche anno
pare davvero inarrestabile (pari al 132 per cento lo scorso anno; durante la
crisi dello spread che portò alla nascita del governo Monti, tale valore si
aggirava attorno a 120 punti percentuali). Prendere a prestito danaro,
ricordiamoci, non è privo di conseguenze: nel 2013 gli interessi pagati
dall’Italia sono stati pari a circa 82 miliardi di euro ed ISTAT rivela che
ammontano a 318 i miliardi sborsati negli ultimi 4 anni per la stessa voce
d’uscita. Per un paese che non cresce (e che realisticamente non lo farà in
maniera davvero sostenuta ancora per molto; l’Italia è poi un’economia matura
ed è perciò irrealistico immaginarsi nuovamente tassi di crescita da “boom
economico”), questo significa continuare a condannare le generazioni presenti e
future ad avere una enorme spada di Damocle sempre appesa sopra la testa e ad
essere vittime potenziali del “sentiment” degli amorali mercati finanziari.
Alla prima nuova avvisaglia di inceppamento del motore italiano, lo spread col
Bund tedesco schizzerebbe ancora alle stelle e con questo, il costo di chiedere
nuovo debito: insostenibile sarebbe poter ripagare i nuovi e i precedenti
interessi e le conseguenze di un tale avvenimento sono facili da immaginarsi.
In un
celebre paper di Blanchard e Quah del 1989 inoltre, viene mostrato come
uno shock dal lato della domanda (come quello portato ad esempio da un aumento
di spesa pubblica non per investimenti) abbia sul PIL degli effetti aumentativi
in realtà temporanei, a maggior ragione in una situazione come quella attuale
dove il capitale è con tutta probabilità sottoutilizzato. ISTAT ha recentemente
dichiarato che il livello dei consumi nella penisola è tornato a quello di 12
anni fa. E’ normale quindi che si pretendano ancora delle riforme strutturali al
nostro sistema paese, il quale mostra ancora dei forti attriti interni alla
crescita che andrebbero assolutamente eliminati, prima di continuare ad
ingigantire un ormai mostruoso stock di debito con la scusante di pompare
carburante in un sistema dai molti problemi “tecnici”. E di margini di manovra
a guardar meglio sembrano essercene di numerosi. Durante il periodo tra il 2007
ed il 2013 ad esempio, dei 49.5 miliardi di euro di fondi strutturali europei,
solo il 40 per cento di questi è stato speso (fonte Il Sole24 Ore), mettendo in
luce tutta l’incapacità della macchina burocratica nostrana di gestire un tale
tesoro, in periodi di vacche magre come questi assai prezioso. Un più razionale
uso di tali risorse sarebbe sicuramente auspicabile.
Recentemente la Corte dei Conti ha poi lanciato un j’accuse contro quella foresta di aziendine ed aziendette a partecipazione regionale e comunale delle quali un terzo è in perdita e la cui gestione costa alle tasche del contribuente ben 25 miliardi l’anno. Sicuramente un serio e tanto millantato new deal dovrebbe tentare di colpire e limitare un tale insensato sperpero. Visto poi il poco senso di responsabilità mostrato dall’attuale classe politica che, nonostante la crisi profonda sembra formata da “stupide galline che si azzuffano per niente” (cit. Battiato), creare un precedente permettendo di superare l’attuale vincolo di bilancio imposto dall’Europa potrebbe verosimilmente rallentare quel processo riformatorio ora in atto e mai così necessario, la cui gestazione è ancora tumultuosa e che maggiore tempo (perché la questione del 3 per cento è soprattutto questo) potrebbe rallentare ed annacquare.
Recentemente la Corte dei Conti ha poi lanciato un j’accuse contro quella foresta di aziendine ed aziendette a partecipazione regionale e comunale delle quali un terzo è in perdita e la cui gestione costa alle tasche del contribuente ben 25 miliardi l’anno. Sicuramente un serio e tanto millantato new deal dovrebbe tentare di colpire e limitare un tale insensato sperpero. Visto poi il poco senso di responsabilità mostrato dall’attuale classe politica che, nonostante la crisi profonda sembra formata da “stupide galline che si azzuffano per niente” (cit. Battiato), creare un precedente permettendo di superare l’attuale vincolo di bilancio imposto dall’Europa potrebbe verosimilmente rallentare quel processo riformatorio ora in atto e mai così necessario, la cui gestazione è ancora tumultuosa e che maggiore tempo (perché la questione del 3 per cento è soprattutto questo) potrebbe rallentare ed annacquare.
Siete ancora
convinti di voler tifare gli “azzurri”? O forse cercare un posto nella curva
dei tifosi tutti wurstel, crauti e birra alla spina non è poi così insensato?
di Maste per
la rubrica "NEWS DAL FUTURO".
giovedì 10 luglio 2014
MUSICA: "MASSIVE ATTACK @ HYDROGEN FESTIVAL"
La
borsa che crolla, la borsa che sale. Ansia di inizio millennio,
attentati terroristici, attentati finanziari, attentati familiari,
caos e disordini, pubblicità e supermarket. TV, indici di ascolto,
messaggi subliminali, la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan.
Guerre sociali, guerre religiose, il nuovo vestito della star,
disinformazione, tg fasulli. Adidas, Nike, Mcdonald, Visa,
Mastercard, Sony, Samsung, Mercedes. Vivi per comprare. Compra per
sprecare. I nuovi media. La lobotomia di Facebook. Bush, Obama.
Sconti e furti, omicidi in diretta, crisi fin(ansia)rie, lo spread
umano. I Massive Attack sono questo e molto altro. Un attacco
mastodontico a tutto quello (di sbagliato) che si muove attorno alla
nostra società, gravitando all'interno delle TV e dei nostri
pensieri collettivi. Una sorta di presa di coscienza musicale, che
spazia tra i generi e gli argomenti senza lasciare scampo a niente. I
Massive Attack sono anche uno dei migliori gruppi dei gloriosi anni
90 (insieme a Nirvana, Radiohead, MBV e pochi altri eletti), tra gli
inventori di quel genere musicale, trip hop, che è stata l'ultima
vera e propria rivoluzione nell'ambito musicale, l'ultima ventata di
fresco. Un'unione di dub, hip hop, ambient, chillout, rock, r'n'b e
molto molto altro. Sono anche una delle band più importanti della
mia vita, perché li seguo assiduamente dal 94, e insomma sento che
siamo un po' cresciuti insieme, fianco a fianco, tutto qui. Ed è con
emozione che vado incontro alla (fottuta) pioggia di Piazzola sul
Brenta, per ascoltare i miei eroi. Una pioggia che ha rischiato di
spazzare via il concerto, addirittura. Ma che, fortunatamente, ad un
certo punto si è fermata limitandosi solo a far slittare di un'ora
l'evento. Un'ora veramente brutta per me, che, accanto a Elle Bi (sì,
sono il catalizzatore di tutti gli eventi del cARTEllo, l'unica
presenza fissa in ogni concerto) me ne stavo sotto la pioggia
mangiucchiandomi nervoso le unghie, proiettandomi pessimisticamente
verso un futuro che prevedeva il live annullato e la mia conseguente
incazzatura (per non dire peggio, giuro avrei veramente perso la
testa se un semplice agente atmosferico mi avesse fatto perdere i
Massive), mentre il mio compagno cartelliano parlava senza ricevere
troppe attenzioni. Ma naturalmente è andato tutto bene (come
potevate immaginarvi visto che state leggendo questo articolo...nel
caso contrario forse avreste letto mie notizie negli articoli di
cronaca delle varie testate nazionali) e posso descrivervi un live
che difficilmente dimenticherò. Ok, lasciamo da parte le iniziali
Battlebox e United Snakes (fin troppo elettroniche e techno oriented
per i miei gusti, in più eravamo sempre in fila per prendere qualche
birra quando sono partite le prime due canzoni quindi) e passiamo
direttamente a Risingson. La mia temperatura corporea sale
immediatamente, ecco uno dei capolavori di Mezzanine. Neanche il
tempo di rendermi conto di cosa sta succedendo, e mi ritrovo in mezzo
alla folla a cantare a squarciagola. “Toy Like People Make Me Boy
Like”. Poi la canzone finisce, alzo lo sguardo ed eccoli li. Robert
“3D” Del Naja ed il fottuto “Daddy G” Grant Marshall. Neanche
il tempo di realizzare la cosa, che fanno salire sul palco Martina (e
quando arrivo a questo punto del nome mi viene sempre la voglia di
aggiungergli come seguito “ti amo”, non chiedetemi perché, mi
viene spontaneo) Topley Bird, la più grande musa del trip hop, la
leggendaria cantante di Tricky (altro mostro sacro del genere per chi
non lo sapesse. Ho sentito anche lui molti anni fa, in un memorabile
concerto a Firenze). Martina “ti amo” Topley Bird interpreta “
Paradise Circus” e ricordo immediatamente il motivo per cui
aggiungo il seguito al nome. La voce, è quella voce paradisiaca che
ha cantato tanti capolavori passati del genere, e sono quasi
commosso. Subito dopo subisco un nuovo colpo al cuore. Arriva
l'immenso Horace Andy, e per me vederlo è quasi come far parte di
una riunione tra familiari che non abbraccio da molto tempo, come per
tutti gli altri componenti del gruppo, ed è bellissimo. “ Girl I
Love You” suona quasi come la versione studio da quanto è
interpretata alla perfezione, e improvvisamente sullo schermo
scorrono notizie ironiche di cronaca italiana. Schermi che hanno un
ruolo da protagonista nello show della band di Bristol. Notizie dal
mondo, frasi guerrafondaie di Bush e co., codici binari, luci
psichedeliche vengono trasmessi ad una velocità enorme verso i
nostri occhi, creando un effetto quasi alienante.
Onore anche per
“Psyche”, bellissima dal vivo, e dopo “Future Proof”,
“Teardrop” ed “Angel”. Sì, più o meno sono stato 15 minuti
con gli occhi lucidi. Non potevo resistere a così tanto. Queste tre
canzoni, anzi questi tre capolavori, uno dietro l'altro. No,
fidatevi, per me è stato troppo, e non c'è nient'altro da dire.
Solo che ho pianto, come un bambino. Ed ero talmente emozionato,
talmente perso nei miei pensieri commoventi, che solo oggi (leggendo
la scaletta) ho scoperto che dopo queste tre canzoni è stata suonata
“Butterfly Caught” (cantata da Martina “ti amo” Topley Bird).
Mi sono ripreso dal vortice di emozioni con “Safe From Harm”,
cantata da una splendida, immensa Deborah Miller, seguita da “Inertia
Creep”. Beh, qui sono passato dalla commozione, alla foga totale.
Che capolavoro. Un altro classico da “Mezzanine”.
Ed è quasi al
culmine di “Inertia” che, cullato dalle luci dei maxi schermi,
sono entrato in un viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che aveva
come tema il passato, il mio passato con i Massive Attack. E sono
tornato nel 94, quando, piccolo bambino incollato 24 ore su 24 allo
schermo della TV (canale MTV (quando MTV era MTV) fisso) vidi per la
prima volta il video di “Protection” (girato da un altro dei miei
idoli, quel maledetto geniaccio di Gondry) innamorandomene
all'istante, tanto da trasformare la canzone e il video in una delle
più importanti della mia vita. E ho ricordato quando, sempre nello
stesso anno, nella penombra del salotto di mia nonna, seduto su una
comoda poltrona, vidi (e sentii) “Karmacoma”, convincendomi
definitivamente che i Massive Attack erano uno dei miei gruppi
preferiti. E, vi giuro, mi tornano anche adesso le lacrime agli occhi
se ripenso a quel lontano 1998, quando improvvisamente apparve sugli
schermi delle TV l'immagine di un feto, ritmato dal battito di cuore
di “Teardrop”, uno degli inni di un'intera generazione. E non
finisce qui. Ricordo tutto il passato per intero, perché i Massive
hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita, e non finirò
mai di ringraziarli per questo. Mi risveglio da questo viaggio lungo
25 anni che non è passato neanche un minuto, e come titoli di coda
del concerto (un concerto in cui stranamente il tempo è trascorso
velocissimo, quasi come se non esistesse) i Massive Attack suonano
“Incantations”, “Splitting The Atom” e la bellissima
“Unfinished Sympathy”, mettendo fine a questo cerchio ideale che
ha fatto parte della mia vita. Della mia e di molte altre. Perché
come detto prima i Massive Attack sono stati portavoce di una
generazione matura e mai stanca di conoscere e di dire la propria
opinione (non a caso al termine del concerto sugli schermi appare una
scritta simbolica, “Fai sentire la tua voce”). Una generazione
che sarà sempre pronta a rivolgere il proprio attacco massiccio e
deciso verso la borsa che crolla, o che sale, verso le pubblicità e
i supermarket, verso le guerre religiose,verso la disinformazione e i
tg fasulli, verso Nike Adidas e McDonald, verso lo spread umano.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA"
da sinistra a destra in ordine di apparizione Elle Bi e Mi.Di
martedì 8 luglio 2014
LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 5"
(link alla parte 4)
Giorno
8
Apro
un occhio prima che la sveglia suoni, drizzo le orecchie e sento un
rumore di pioggia incessante. Guardo l'orologio, sono le otto, è
l'ora di andare.
“Non
ho sentito il suono della sveglia” dice F mezzo tramortito.
“Non
è suonata, mancano pochi minuti, ma dobbiamo andare. Fuori c'è un
nubifragio”.
“Cazzo”
esclama F alzandosi di scatto.
Decidiamo
di saltare colazione, o meglio di farla quando saremo alla stazione
dei bus.
Scendendo
incontriamo la ragazza più gentile della reception, ma
sopratutto quella che parla il miglior inglese. La salutiamo
dicendole che ci siamo trovati davvero bene.
Per
strada scrosci d'acqua si schiantano sull'asfalto creando pozze
enormi, macchine impazzite cercano di superarsi l'un l'altra, un
concerto di clacson violenta le nostre orecchie stanche, e noi cerchiamo disperatamente un taxi muniti del nostro
K-way.
I
pochi taxi che passano non si fermano, sfrecciano verso chissà dove
trasportando vite, ma noi non demordiamo e continuiamo la nostra
ricerca alzando le mani, sbracciandoci a più non posso, e urlando
frasi al cielo. Niente di niente.
Dopo
mezzora iniziamo a disperare. Non abbiamo tutto il tempo del mondo,
il bus che dobbiamo prendere impiegherà circa sette ore per arrivare
a Kangding, quindi dobbiamo muoverci o arriveremo a tarda sera.
Lasciamo
i bagagli sotto una tettoia e iniziamo a darci da fare sul serio. I
taxi sono pochissimi, sembrano sfuggire al nostro richiamo. Decine e
decine di ciclisti muniti di K-way colorati ci passano a un palmo dal naso formando un arcobaleno umano.
Iniziamo
a sentire le scarpe pesanti, siamo fradici, ma non possiamo
arrenderci. Mi avvicino a tutti i passanti che incontro sulla mia
strada pronunciando la parola stazione dei bus in cinese. Alcuni
cercano di spiegarmelo, ma non capisco, provo un tentativo di
ribattuta in inglese, ma è tutto inutile. F capisce che l'unica cosa
da fare è piazzarsi davanti alla fermata dei bus e chiedere agli
autisti se il loro veicolo è diretto alla stazione.
Passa
il primo bus. Niente da fare.
Passa
il secondo bus, che ci schizza un po' d'acqua da una pozza. Niente da
fare.
Al
terzo bus, l'autista ci guarda e ci dice di sì, ci dice di saltare
su. Almeno è quello che pensiamo abbia detto.
Siamo
in piedi, eretti come colonne, bagnati come dopo un tuffo in piscina.
Sono così bagnato che lentamente inizia a formarsi una piccola pozza
sotto i miei piedi, la gente mi guarda, io faccio finta di niente e
guardo avanti, in direzione del nostro futuro prossimo.
Al
segnale dell'autista scendiamo e non capiamo ciò che ci dice.
“Non
vedo nessuna stazione” dico ad F.
“Cazzo,
cazzo, cazzo. Non ci voleva”.
Dopo
essersi tranquillizzato F chiede in inglese a svariate persone
indicazione per la stazione dei bus. Dopo molte incomprensioni, una
ragazza si avvicina, apre la bocca...Dio sia lodato, parla inglese e
si propone di accompagnarci a piedi. Ci guarda, sorride, dobbiamo
farle proprio pena.
Dopo
pochi minuti siamo dentro la stazione, compriamo il primo biglietto
per Kangding che partirà a mezzogiorno.
Mangiamo
qualche plumcake cinese e un po' di latte per creare un tappo ai
nostri stomaci, che probabilmente dovranno arrivare fino all'ora di
cena. Partiamo.
Le
sette ore di viaggio non sono un problema perché ho con me della
buona musica, un romanzo e il taccuino su cui annoto tutto quello
che provo, che vedo e che sento durante quest'esperienza. E' la
testimonianza scritta del mio passaggio in terra cinese. F è munito
delle mie stesse armi anti noia, si infila le cuffie nelle orecchie e
chiude gli occhi cercando di recuperare un po' del sonno che abbiamo
perso strada facendo in questi sette giorni frenetici.
Poco
dopo prendo esempio da lui e schiaccio il tasto play. Vengo
trasportato in un mondo speciale, come mi succede sempre quando
ascolto della musica ad alto volume. Guardo fuori dal finestrino e
osservo Chengdu scomparire piano piano dietro al tubo di
scappamento.
Quando
il paesaggio inizia a cambiare sento il bisogno di tirare fuori il
taccuino. La musica inizia a fondersi con la natura al di la del
finestrino. E' una foresta verde quella che si impone davanti al mio
sguardo osservatore. Inizio a scrivere una parte di questo diario, la
mano si muove come impossessata dal ritmo della musica, scrivo
qualche pagina quando ad un tratto il bus si ferma.
“Proprio
adesso...” dico ad F.
“Ispirato?”.
“Già”.
Scendiamo. Sono le due e scopriamo che è la pausa pranzo. Non abbiamo troppa
fame, quindi decidiamo di mangiare un piatto in due. E' un pasto
tipico, con riso, verdure, patate e carne tagliata a fettine spesse
come foglie.
Uscendo
ci fumiamo una sigaretta e notiamo che tutti ci guardano, ma proprio
tutti. La gente ha una carnagione più scura qui, siamo in una landa
desolata, sappiamo solo che è due ore più vicina al nostro arrivo.
Ci
rimettiamo in moto dopo neanche mezzora.
All'interno
del bus fa caldo, capisco che è il modo migliore perché mi si
asciughino un po' i vestiti, rimetto le cuffie nelle orecchie e mi
estraneo da tutto ciò che mi circonda.
Sono
le cinque quando ad un certo punto il bus si ferma di nuovo.
“No
dai, adesso basta però” dice F.
Mi
affaccio e noto che c'è una coda interminabile davanti a noi.
L'autista
apre le portiere e fa scendere un po' di gente.
“Forse
siamo arrivati” dico ad F.
“Macché,
magari”.
Proviamo
a chiedere all'autista, ma non capiamo, l'unica cosa che riusciamo a
dedurre è che c'è stato un incidente. Le sue mani che si scontrano
sono un gesto che ci è familiare.
“Vabbè roba da poco. Staremo fermi un'ora al massimo” dico.
“Non
lo dire, non lo dire. In Nepal per un incidente ci schiacci delle
ore” risponde F.
Passa
un'ora. Tutto è immobile.
Passano
due ore. Tutto è immobile.
“Sto
impazzendo, dentro il bus fa caldo, qui fuori inizia a fare fresco.
Cerchiamo di capire, almeno” dico alzando la voce.
Prendo
la guida, la sfoglio e cerco di unire le nozioni base del cinese di
sopravvivenza al mio intuito.
Creo
delle frasi un po' sgangherate per far capire a qualcuno quanto tempo
ancora dobbiamo aspettare. Nessuno sembra capirmi. Scendendo vado da
un altro autista di un bus che, sembra un po' più sveglio del
nostro. Gli chiedo la stessa cosa indicandogli l'orologio per fargli
capire il passaggio del tempo e con l'altra mano mimo una camminata.
Sì, ho perso la testa, l'attesa mi distrugge, ho deciso di andare a
piedi.
Dopo
qualche incomprensione ci dice che ci vorranno più o meno due ore.
“Ce
la possiamo fare” dico ad F.
“Abbiamo
anche le valigie”.
“Già”.
Il
tempo sembra non passare mai, inizio a scattare qualche foto per
cercare di ammazzare l'attesa.
Ci
incamminiamo verso il luogo dell'incidente notando che un ragazzo in
moto ci è rimasto secco. In Cina il casco non viene usato da
nessuno, solo le forze dell'ordine lo indossano, quasi a dare il
buono esempio, ma nessuno li segue.
Suoni
di ambulanze, vento, stanchezza, gente che sbadiglia, gente che si
incammina con le valigie verso il villaggio più vicino, sembra di
essere in trincea, il tempo è dilatato in un modo strano, quasi
sadico.
A un certo punto le macchine iniziano a muoversi, ci guardiamo e corriamo
verso il bus. Partiamo. Sono le nove, siamo rimasti intrappolati cinque ore in una valle dimenticata da Dio.
Arriviamo
alle undici e come d'incanto è ricominciato a piovere fortissimo.
“E
tu che volevi andare a piedi...” dice F.
“E
che ne sapevo? Quel pazzo dell'autista mi ha detto due ore...che ne
potevo sapere che era il tempo necessario per arrivare a Kangding in
bus” rispondo ridendo. Anche F ride, sono risate di disperazione,
cerchiamo di sdrammatizzare una situazione davvero pesante. Dobbiamo
trovare l'ostello, ma non sappiamo dove cercare.
Ci
facciamo strada nella notte piovigginosa di Kangding chiedendo
indicazioni a chiunque: brutti ceffi che cercano di sistemarci in
alberghi di ogni genere, vecchi che ci depistano, ristoratori che ci
invitano ad entrare ed altri ancora; sembra un circo dell'assurdo,
nessuno sa niente, o meglio nessuno sa di preciso dove sia il nostro
ostello.
Troviamo
una volante della polizia e mai mi sarei aspettato che sarebbe stato
proprio uno sbirro l'artefice della nostra salvezza. Ci guarda,
sorride, chiama l'ostello e parte. Arriviamo alle undici passate
davanti ad una specie di locanda, salutiamo l'agente ed entriamo.
La
vecchia alla reception ci dice che pensava che non saremmo arrivati
vista la tarda ora, ma noi, disperati come dopo una traversata oceanica,
stanchi e bagnati insistiamo che non ce ne andremo senza un letto
sotto la schiena.
La
donna manda un suo galoppino da noi che ci dice di seguirlo. Ci
porterà in minivan in un'altra struttura affiliata.
Arrivati
vogliamo solo una doccia calda e un pasto. Subito dopo crolliamo
distrutti. E' stata una giornata piuttosto massacrante.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"
lunedì 7 luglio 2014
CINEMA: "FERRO 3 - Kim Ki-duk"
Kim Ki-duk è un regista atipico
nel panorama cinematografico mondiale, è una meteora che si scaglia
sul grande schermo nel non troppo lontano 1996 con Crocodile,
suo primo film realizzato all'età di trentasei anni. Kim arriva al
cinema attraverso la pittura, attraverso l'Europa che lo accoglie in
quella Parigi di inizio anni Novanta che lo forma come artista, ma
anche come uomo.
E' proprio dalla pittura che
nascono i suoi film, perché ogni inquadratura sembra scelta con
cura, ci appare disegnata come dal pennello di un pittore che cerca
di spiegare la vita, o meglio ciò che della vita spesso non capiamo.
Ferro 3 si apre con
l'immagine di una statua offuscata da una rete verde. La statua
ovviamente è il simulacro di un simulacro dell'uomo, e la rete è
quello schermo che continuamente nella vita di tutti i giorni si pone
fra le cose, facendoci interrogare su tutto, facendoci dubitare di
tutto. E' una perplessità che ci attanaglia per tutto il film e che
viene esplicata soltanto alla fine: “Difficile dire se il mondo in
cui viviamo sia sogno o realtà”. Sono sempre stato restio nel fare
una recensione di questo film proprio perché quello che ci chiede il
regista è di lasciarci abbandonare alle immagini più che alla
parola. Immagini di una forza e di una delicatezza sconcertante.
Tae-Suk è un ragazzo che ha la
bizzarra abitudine di entrare nelle case vuote. Si accerta che i
proprietari non siano in casa lasciando dei volantini di un
ristorante sulla maniglia della porta, per poi entrarvi e “abitarle”
avendo cura di tutto: cucina, rigoverna, lava i vestiti e addirittura
ripara le cose già rotte prima del suo arrivo.
Entrando in una delle case
incontra Sun-Hwa, una donna triste che viene maltrattata dal marito e
che continua a vivere un matrimonio che ormai è soltanto la
messinscena dell'amore.
I due si osservano, si sfiorano e
non si parlano per tutto il film. Sun-Hwa decide di seguire Tae-Suk
nella sua vita anarchica, che sfugge dalla routine e da tutti gli
schematismi in uso nelle società convenzionali.
Le loro anime si incontrano, si
toccano e si fanno forza l'un l'altra lungo un cammino tortuoso che
improvvisamente sembra diventare un po' meno accidentato.
Kim Ki-duk si interroga su tanti
dei temi a lui cari: amore, tempo, spazio e incomunicabilità vanno a
fondersi in un magma vivido che riesce a farci dimenticare che siamo
davanti ad uno schermo.
L'amore è il pretesto che Kim usa
in tutti i suoi film, è il motore che fa girare l'ingranaggio del
suo mondo. I due protagonisti sono rimasti feriti così tanto da ciò che li circonda che non riescono più a rapportarcisi, hanno
la forza solo di stare insieme, uniti da un legame che va al di là
dei concetti di spazio e tempo, un legame che gli permette di andare
avanti senza guardarsi indietro.
L'assenza di parole da parte dei
due è compensata dai protagonisti secondari che gravitano intorno al
loro microcosmo. É un contorno piuttosto rumoroso, fatto di urli,
pianti, bugie e tanta violenza, un mondo che non li accetta, ma li
respinge.
Il ferro numero 3 nel golf è la
mazza meno usata, e all'interno del film assume di volta in volta
significati diversi. All'inizio si instaura un rapporto uditivo con
questo oggetto poiché fa da cornice alla scena iniziale, quasi a
rappresentare il rumore del mondo, ma col passare del tempo
acquisisce la simbologia di strumento di liberazione e sopraffazione.
La vita in tutta la sua
imprevedibilità cerca di dividere i due amanti, che continueranno a
strisciare in piccoli angoli bui, a ondeggiare nelle case, a danzare
fianco a fianco nella buona e nella cattiva sorte.
Dostoevskij disse che la bellezza
salverà il mondo, e guardando Ferro 3 posso capire a cosa si
riferisse.
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"
sabato 5 luglio 2014
ARTE: "SEI PERSONAGGI ROMANI IN CERCA D'AUTORE - IT"
Le strade di Roma offrono infiniti spunti per chi ha un occhio fotografico. Mentre esploravo la bellezza di questa città e mi riempivo dei suoi scorci, una cosa che non ho mai smesso di notare sono i suoi contrasti. Su tutti, il contrasto per me più evidente è quello tra sacro e profano, tema onnipresente dell'urbe.
Ho provato a catturarlo.
Lo Sportivo
Un ciclista al Parco degli Acquedotti.
L'Eterna Bambina
Una senzatetto sul lungotevere.
Al Sicuro dalla Legge
Carabinieri in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati.
Caravaggio
Senzatetto nei pressi del Vaticano.
Quotidiano della Domenica
Una coppia di anziani in piazza Montecitorio.
La Santa
Una anziana signora riempie delle bottiglie d'acqua ad una fontana accanto al Vaticano.
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