martedì 29 ottobre 2013

PASTORALE AMERICANA - Philip Roth


Di solito non scrivo recensioni su autori di cui ho letto soltanto un'opera, ma, prendendo in mano Pastorale Americana ho capito che mi trovavo davanti ad un romanzo che parla da solo, a pagine scritte con estrema chiarezza, a un autore che parla ad un'intera nazione e al mondo intero.

Philip Roth inizia la sua epopea in modo autentico e calibrato, ci introduce nella vita dello Svedese tramite gli occhi del suo alter ego Nathan Zuckerman, con uno sguardo che inizialmente è di spassionata ammirazione.
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni – veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa...Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese...L'assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l'insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti”.
Così Roth ci introduce nel mondo dello Svedese nelle prime pagine del romanzo, ci mostra un uomo indistruttibile, osannato da tutti, il giusto dei giusti, alto, biondo e dalla mascella sicura.
Questa prima parte intitolata Paradiso ricordato ci descrive in maniera maniacale i successi dello Svedese ai tempi del liceo, sempre presente sui campi da gioco, portato in voce dalle “ragazze pon pon che avevano un urrà apposta per” lui; e i successi ancora più grossi negli anni della maturità, l'aver sposato Miss New Jersey, la ragazza più bella del paese, l'aver preso in mano la gloriosa fabbrica del padre e l'essere riuscito a renderla ancora più grande, tutto questo sembrava assicurare allo Svedese un futuro roseo e senza intoppi, un destino segnato dalla nascita.
Ma il meccanismo perfetto di Roth, non dissimile ad un'operazione chirurgica incrina la vita ampollosa di Seymour Levov, perfettamente in tempo con il finale di questa prima parte arriva la bomba, improvvisamente tutto fa crack, la vita dello Svedese e di una nazione intera, un popolo che credeva nel sogno americano incarnato da questo biondo e slanciato ebreo.
Merry, figlia forse anche troppo amata, sempre tenuta sotto la grossa ala dorata del padre perfetto, piazza la bomba; un uomo a caso muore, è la terrorista di Old Rimrock, è lo scandalo di un villaggio, è la fine di un uomo.
La seconda parte La caduta (non poteva che intitolarsi così) dà quasi un po' di speranza allo Svedese, che in uno dei pezzi più belli e significativi del romanzo conosce una ragazza pallida e minuta, una presunta studentessa della Wharton School della Pennsylvania, che gli chiede tutto sul suo lavoro, sulla fabbricazione dei guanti, proprio all'interno della sua amata fabbrica.
Ovviamente non può sapere che quella Rita Coehn che sta ospitando in uno dei luoghi a lui più cari è l'origine di tutto, la “carnefice” di sua figlia, fautrice di tutto quello che Merry ha imparato sulla lotta alle oppressioni, sul ribellismo, e inevitabilmente sul sangue che dev'essere versato.
Ma poi, alla fine della visita alla fabbrica, tutto gli verrà svelato: “Vuole il suo album di Audrey Hepburn”. Sette semplici parole.
E da lì, quell'ammirazione spassionata che Roth ha avuto per il suo personaggio si trasformerà in spietatezza verso lo Svedese dalla vita perfetta, verso quell'uomo vissuto sotto una campana di borghesismo cieco, una spietatezza manifestata negli svariati incontri con Rita Cohen, che non gli chiederà più informazioni sulla fabbricazione dei guanti ma lo attaccherà verbalmente sbattendogli in faccia tutto quello che di guasto c'è nella sua vita, tutto quello che ha sbagliato nei confronti della giovane Merry, gli stereotipi di una vita intera.
Le aggressioni di Rita sono quanto di più crudele c'è nella vita, e lo Svedese incassa, crolla, ma cerca di resistere, tutto pur di rivedere quella figlia che ormai non gli appartiene.
E poi, l'incontro tanto atteso: dopo la sofferenza finalmente una speranza di riconciliazione. Ma Merry è troppo cambiata, Seymour Levov capisce che è una battaglia persa, ormai il lavaggio del cervello è già stato fatto, li separa una distanza incolmabile, la distanza dei tempi che sono passati, gli anni Cinquanta sono un sogno perduto, i Settanta impazzano in tutto il loro ardore e Merry è figlia di quegli anni, non appartiene alla generazione del padre, quando ancora il sogno americano conquistava i cuori e le speranze della gente.
Nella terza ed ultima parte Paradiso perduto, il crollo continua, alternato dai ricordi dell'innocenza perduta, a quando Merry apriva il cancello di casa con la punta di un bastone; ma la caduta non riguarda solo lo Svedese, si frantuma tutto quello che gli sta intorno.
La moglie Dawn, allevatrice e mungitrice di vacche che non disdegna un lifting a Ginevra di tanto in tanto, non ama più quella vita all'apparenza perfetta, e allora come se non bastasse si fa trovare china sul lavello col vicino Orcutt, lo Svedese osserva e non si rende conto di come stia crollando tutto a pezzi, di come non ci sia più nulla di integro intorno a lui.
Philip Roth trasforma la spietatezza in tenerezza guardando al suo personaggio con occhio vigile e disincantato, quell'occhio che osserva con compassione lo Svedese e lo specchio che fa del suo popolo e della sua nazione.

Elle Bi

lunedì 28 ottobre 2013

THE GRANDMASTER - Wong Kar-wai




Wong Kar-wai ci regala un film che all'apparenza può sembrare semplice (storia di Ip Man maestro di Wing Chun) ma in realtà cova al suo interno una complessità quasi disarmante.
Il protagonista (Tony Leung/Ip Man) ci anticipa una massima che fungerà da linea direttrice per tutto il film e cioè che il Kung fu è fatto di due sole parole, orizzontale e verticale, se vai giù perdi, se stai in piedi vinci.
Per molti potrebbe sembrare una frase come tante ma il cineasta cinese ci costruisce sopra l'intero film, forse l'intera sua poetica.
In The Grandmaster tutto è orizzontale e verticale, la pioggia incessante all'inizio del film (verticale), i corpi che volano a suon di pedate (orizzontale), gli sguardi che si incontrano (orizzontale), pavimenti calpestati da corpi eretti (orizzontale, verticale) e infine scale (verticale) e treni impossibili (orizzontale).
Ma il piano di Wong non finisce qui, è molto più ampio, è composto da linee infinite che partono da nord a sud (dalla Cina del nord degli anni '30 fino ad arrivare a Foshan nella Cina del sud fino ad arrivare a sud-est a Hong Kong), prende a pretesto la storia di Ip Man per ripercorrere le tappe fondamentali di trent'anni di storia cinese; nessun combattimento del film è superfluo, ogni goccia di sudore, ogni schizzo di sangue, ogni lacrima sta a rappresentare la sofferenza di tutti i momenti storici della Cina di quegli anni; l'invasione di Hong Kong da parte dei giapponesi, l'estrema povertà e la guerra civile.
Molti registi si sarebbero accontentati di fare un film su Ip Man che percorrendo la sua storia ripercorre la Storia, ma Wong no, non si accontenta e decide di mettere in ballo tutte le sue tematiche più care e allora The Grandmaster oltre che un film sul tempo diventa un film sugli amori impossibili, sugli amori sottotono, non urlati, velati come lo sono le tematiche di questo film.
Nella maggior parte dei suoi film Wong Kar-wai fa vivere ai suoi personaggi delle storie d'amore vissute a metà, o almeno ci fa vedere che il suo è un occhio disilluso, un occhio che mostra sempre l'inizio di una storia ma spesso non la fine, o meglio una fine forzata, un'interruzione, perché l'amore all'inizio avvampa, ma poi inevitabilmente arrivano le complicazioni, arriva il tempo, il tempo che brucia pian piano tutto quello che trova.
Ma in The Grandmaster abbiamo un'eccezione. Ci troviamo davanti ad uno dei tanti amori impossibili cari al regista: i due si incontrano, si sfiorano (i loro corpi si toccano solo durante un combattimento), le loro anime si toccano, ma qui, la storia d'amore non finisce proprio perché non inizia.
Il regista sembra quasi non voler intaccare quel che di bello che c'è fra di loro, anime perse, anime sole, si guardano, si salutano continuando il loro cammino verso il domani.
E immancabilmente tornano le linee orizzontali e verticali, perché gli uomini e le donne cari al regista si incontrano, si amano, si odiano ma poi dopo quell'incontro breve e intenso, quelle fragili linee devono continuare la loro strada, continuando a sporcarsi nel caos della vita.

Elle Bi

sabato 26 ottobre 2013

BERLIN - Matilde Spinelli


Matilde Spinelli nasce il 17 luglio 1989 a Prato.
Si forma come autodidatta nel corso degli anni entrando a contatto con tutto ciò che la circonda, trasformando le sensazioni che prova in immagini.
Il 27 aprile 2013 espone ben otto fotografie tra le quali la seguente nella mostra “Destrutturazione del soggetto” al Meykadeh in via dei Pepi.
E' una fotografia del Memoriale dell'Olocausto, un'immagine muta, è la storia che deve parlare, il silenzio di milioni di ebrei, il silenzio necessario per contemplare quest'opera.

Elle Bi

venerdì 25 ottobre 2013

SE(G)NI DI PROTESTA


Quei seni nudi e perfetti catturarono di colpo la mia attenzione. Qualche istante dopo questa si spostò sulle ragazze stesse. Erano belle, bellissime e feroci. Solo in un secondo momento le urla, il caos intorno alle giovani ribelli e la telecamera a spalla che trasmetteva riprese molto mosse mi fecero capire che era un blitz di protesta. Il mio interesse si spostò allora sui messaggi che le giovani donne avevano scritto sui toraci nudi. Feci in tempo a leggere ‘Religion is slavery’ e ‘Free women’, prima che la polizia coprisse le attiviste da subito, e le facesse salire in macchina successivamente. Anche il cameraman venne ‘portato via’. Sorrisi. Erano riuscite ad ottenere il loro obiettivo, pensai. I loro corpi nudi avevano attratto la mia attenzione (e, suppongo, quella degli altri spettatori) e, infine, mi ero soffermato a leggere i loro messaggi.


Trovai la forma di quella protesta geniale e decisi di informarmi. Le ragazze appartengono al gruppo di attiviste ‘Femen’. Femen nasce dalla mente di Anna Hutsol nel 2008 in Ucraina come ‘movimento femminista del terzo millennio’. Le ragazze si dicono portavoce della filosofia del sextremism. In breve, nella società moderna, considerata da esse fallocentrica, il potere e i soldi sono concentrati nelle mani degli uomini mentre le donne sono poste in una posizione d’inferiorità. Parlano di società patriarcale e questa vogliono combattere. Da qui nasce lo strumento della nudità. La nudità rievoca il sesso e questo è il modo migliore per accendere i riflettori su di sé e far si che il proprio grido di malcontento (contro l’oppressione della donna e, più in generale, contro tutte le forme di oppressione, dalla religione ai regimi politici dittatoriali) venga ascoltato da una platea più ampia. Non solo, una protesta aggressiva e d’impatto come quella messa in atto dalle ragazze, che include anche arresti e problemi con la legge, ha la capacità di attrarre l’interesse del pubblico. Creando supporters, nuove attiviste e donatori.

Da quando conobbi il movimento seguii con piacere queste guerriere amazzoni moderne tramite le notizie che la stampa nazionale ed estera riportava frequentemente. Degne di nota sono le proteste contro Putin, contro Berlusconi durante le elezioni e tra le nevi di Davon, in Svizzera.

Recentemente una notizia diversa dalle altre ha riportato le Femen sulla scena. Non si parlava di blitz, proteste o arresti. Questa volta le ribelli stavano percorrendo il tappeto rosso del Festival di Venezia da invitate e non da manifestanti. Kitty Green, 28enne di madre ucraina e padre australiano, ha presentato al Festival (fuori concorso) un film-documentario dal titolo ‘L’Ucraina Non E’ Un Bordello’. Leggere le recensioni del lungometraggio è stato uno shock. La pellicola della Green (che ha convissuto con le ragazze per più di un anno) scava lentamente nell’organizzazione. Il colpo di scena si ha quando ne giunge alle viscere: la Hutsol non è la fondatrice, il gruppo non ha una madre fondatrice, ma bensì un padre. Viktor Svyatskiy è il cervello delle Femen. Nel film Viktor dichiara di aver creato il gruppo per avere delle donne intorno e affinché queste imparino, dal suo comportamento patriarcale, cosa è ciò contro cui combattono.
La visione mi lasciò confuso e perplesso. Avevo anche perso parte del mio rispetto per le ragazze. Solo in un secondo momento capii. Lessi altri articoli sulle ragazze. Nuove iniziative di Femen si sono diffuse a giro per l’Europa e il quartier generale dell’organizzazione è ora stato spostato dalla repressiva Kiev alla (più) libertina Parigi. Infine, il movimento è arrivato anche in Italia. Conclusi dunque che, sebbene la presenza di Svyarskiy dietro al movimento fosse paradossale, il movimento si è evoluto, ha cambiato forma ed è, ogni giorno di più, uno strumento per far sentire la voce delle donne.

Ma perché parlare di Femen? Lo spunto nasce dalla diffusione in rete di foto riguardanti attiviste italiane. Devo ammetterlo, non mi ero mai reso conto di quanto il problema della violenza sulle donne fosse di rilievo in Italia. Il mio cervello registrava le notizie di violenza sotto la voce ‘cronaca’ o ‘cronaca nera’ senza realizzare che spesso, troppo spesso, il nome della vittima era al femminile. Fu L. a farmelo notare. Lei è straniera, e mentre parlavamo mi disse che era allibita dal numero di notizie di cronaca e cronaca nera che riguardavano le donne. Iniziai a farci caso. In Italia ogni 2,5 giorni viene ammazzata una donna. Anche l’ONU ha scritto un rapporto che dipinge uno scenario drammatico e che richiede all’Italia di fare qualcosa per fermare questo fenomeno inaccettabile. Lo stato (nella Grande Società) si muove molto lento. E ancora non è riuscito a creare un disegno di legge che protegga efficacemente la donna. Per questo ho deciso di parlarvi di Femen. Femen permette di parlare del problema senza scadere nella retorica. Femen sensibilizza e, colpendo con i suoi seni ribelli, smuove l’opinione pubblica riportando a galla le grida delle vittime di violenza. Go Femen!

Ukraine is not a brothel’ è il film da guardare.

IT

giovedì 24 ottobre 2013

DAYDREAM NATION - Sonic Youth



Ci sono alcuni album, nella storia della musica, che per i veri dipendenti da nota sono delle vere e proprie esperienze di vita. Esperienze che cambiano il modo di vedere tale arte, che si suddividerà in prima e dopo l'ascolto di tali opere. Naturalmente, come avrete già capito, "Daydream Nation" è uno di questi. Non dimenticherò mai il primo ascolto del disco.
Ricordo sempre quando lo acquistai, prima stampa del 1988 in vinile, dopo tanti risparmi. Ricordo sempre quando la testina toccò la liscia superficie di PVC, dando inizio a tutto. Ma facciamo un salto indietro nel tempo. La leggenda dice che il gruppo si formò nel lontano 1981, durante un evento di 10 giorni organizzato dallo stesso Thurston Moore (chitarra e voce dei Sonic Youth). Il festival, Noise Fest, prevedeva anche l'esibizione di un certo Glenn Branca, forte fonte di ispirazione per i nostri quattro musicisti. Da qui nasce la loro carriera. Nel 1982 esce il loro omonimo ep, che dimostra subito le loro capacità, seguito da "Confusion is Sex "(83) e da tre piccoli capolavori quali sono "Bad Moon Rising" (84), "Evol" (86) e "Sister" (87). E qui arriva il punto di svolta nella loro maestosa carriera. 1988. Esce Daydream Nation. E' il momento di tornare in camera mia ed al mio primo ascolto dell'album. Metto le cuffie (come faccio sempre ai primi ascolti) e alzo il volume al massimo (con conseguenti maledizioni ricevute da parte del mio udito). La prima traccia è "Teenage Riot", probabilmente una delle canzoni più belle dei Sonic Youth, uno dei loro manifesti. La voce di Kim Gordon (basso) ci guida in una intro malata, per poi venire spazzata via da una esplosione di chitarre e la voce di Thurston Moore che inneggia alla ribellione (“Teenage riot in a public station /Gonna fight and tear it up in a hypernation for you”). E' un incipit che toglie il fiato, da pelle d'oca. Finita la canzone abbiamo bisogno di un momento di pausa, per renderci conto che siamo davanti a qualcosa di enorme, e proviamo già a tratteggiare le linee dell'album, immaginandocelo come una singola canzone dei Sonici: una caduta nell'abisso, una forma che con il passare dei minuti tende a perdere ogni logica (apparentemente, perché il rumore dei Sonic Youth è quanto di più logico si possa trovare nel noise rock). Ed è veramente così. La seconda traccia, Silver Rocket, ci mostra quanto il gruppo di New York prenda dal punk e dall'hardcore le proprie radici. E qui è la prima destrutturazione dell'album, con la struttura che salta dai propri binari per circa due minuti per poi riavvolgersi su se stessa ritornando ad un finale che ricalca l'inizio. Le composizioni dei Sonic Youth sono un serpente che si morde la coda, ma passando da strane traiettorie, che sorprendono sempre, mai banali. "The Sprawl" è un altro capolavoro, gemma straniante che conclude il lato A del primo vinile. Ci apprestiamo a cambiare lato accorgendoci di avere già il fiatone, emozionati. E pensare che non siamo neanche a metà. Il noise dei Sonic, è un noise segnato dal passare degli anni. E' un noise segnato prevalentemente dall'avanguardia dei Velvet Underground, dalle canzoni più sperimentali dell'album d'esordio del gruppo di Lou Reed come "Venus in Furs" e "European Son", dal caos di Metal Machine Music del cantautore americano. Il lato B sembra uno spartiacque, la classica calma prima della tempesta, con "'Cross The Breeze" e "Erics Trip" che sembrano essere gli unici punti deboli dell'album. Ma una regola dell'album è quella di piazzare un capolavoro per lato. E così ecco arrivare Total Trash, quella che inizialmente sembra essere la traccia più politically correct e mainstream dell'opera ma che improvvisamente ci sorprende con una caduta verso i deliri delle chitarre di Thurston Moore e Lee Ranaldo, accompagnati da una batteria ossessiva, che non lascia respirare. Forse è uno dei punti dell'opera in cui la tensione è più alta, quasi incontrollabile. Eppure in questo caos, sembra sempre di avvertire un ordine che ha del geniale. E' la bipolarità del mondo, è il disordine dell'America, con una facciata così pulita da rendere logici tutti gli scheletri nell'armadio che si porta appresso da ormai troppi anni. Così eccoci arrivati al secondo vinile. La tempesta sta quasi per cominciare. "Hey Joni" svela la vena psichedelica del gruppo, "Providence" è un ipotetica chiamata telefonica attraversata da un pianoforte psicotico e dalla distorsione delle chitarre e "Candle"...cosa dire di Candle. Probabilmente una delle canzoni più conosciute dei newyorkesi, il titolo che tutti i fan conoscono. Candle è la summa della chitarra di Ranaldo, una composizione malinconica che richiama la copertina dell'album (entrata con diritto tra le migliori di sempre, una candela su sfondo scuro, una debole luce nell'oscurità). "Rain King "porta la stratificazione delle chitarre al massimo, attraversata da feedback oscuri e un ritmo forsennato. Ed eccoci arrivati alla conclusione. L'ultimo lato. Da qui, finisce e comincia tutto. La tempesta finalmente si può abbattere all'interno del nostro sistema uditivo. E lo fa immediatamente con "Kissability", in cui Kim Gordon ci ammalia con un canto eccitato per poi farci colpire da un riff indimenticabile, forse tra gli accordi migliori dell'album, i più potenti. E infine ci ritroviamo in alto mare, assaliti da onde sonore troppo alte, onde che hanno forgiato la storia del noise rock. "Trilogy" è l'ultima composizione dell'album, un finale provocatorio e nichilista. Le tre parti da cui è composta (in tutto circa un quarto d'ora di puro delirio) si suddividono in "The Wonder", ballata alienante che fa venire le vertigini, "Hyperstation", un incubo che si aggira nella psiche collettiva per concludersi con l'hardcore di "Eliminator Jr". E poi? E poi solo silenzio. Il silenzio che attanaglia la stanza una volta concluso "Daydream Nation" è quasi insopportabile. Fortunatamente il seme di questo album sarà raccolto in seguito da grandi gruppi, contribuendo notevolmente alla nascita del movimento grunge (Kurt Cobain ha sempre annoverato i Sonic Youth tra i gruppi che hanno avuto la maggiore influenza per i Nirvana). Ma rimane sempre una sensazione, nettissima, che questo, sia stato l'ultimo vero grande album della storia del rock, l'ultima vera perla ("Nevermind" permettendo). E una volta finita questa esperienza, perché l'ascolto di Daydream Nation lo è, non esisterà nient'altro. Capolavoro. Play it fucking loud.

ps. attenzione nuoce gravemente all'udito.


Tracklist (in grassetto le canzoni consigliate)
Teenage Riot
Silver Rocket
The Sprawl
'cross The Breeze
Erics Trip
Total Trash
Hey Joni
Providence
Candle
Rain King
Kissability
Trilogy:
-The Wonder
-Hyperstation
-Eliminator Jr.

Mi.Di



martedì 22 ottobre 2013

(PARENTESI)


In uno spazio imprecisato del mondo (o della psiche se preferite. Ma in fondo che differenza c'è? Non esiste un mondo senza la psiche come non esiste la psiche senza un mondo...Ah,scusatemi, sto divagando troppo per essere una premessa)


Donna scese le scale frettolosamente
(Ma dai...un po' di fantasia...un nome simile per un personaggio femminile?)
Laura scese le scale frettolosamente
(Insomma...mi sembrava di averti detto di usare la fantasia...Laura? Non scherziamo dai)
Lesla scese le scale frettolosamente. Si aggiustò la gonna controllando se il trucco fosse giusto oppure eccessivo
(Sul nome ci siamo...ma non sulla psicologia del personaggio...”controllando se il trucco fosse giusto oppure eccessivo”...non ti vedo molto immedesimato nei panni di una donna...forse è meglio se cambi il sesso del protagonista, non trovi?)
Syd spense la sigaretta e cacciò lo sguardo fuori dalla finestra, inoltrandosi verso la notte. Ormai Lesla non chiamava da una settimana circa e
(E basta con questa Lesla!!! Su, usiamo un po' di creatività)
Fuori notte e lampioni e macchine sfreccianti verso traiettorie sconosciute. La tv trasmetteva talk show per insonni e notiziari in diretta costante, pronti a speculare su disgrazie varie 24 ore su 24. Aprì il frigo, cercando un po' d'aqua
(No...ora ti metti anche a farmi gli errori ortografici? Aqua è veramente grave...Dove andremo di questo passo?)
Il punto della questione era la noia. Camminavano da circa un'ora, osservando persone che parlavano a loro volta di noia e operai indaffarati a lavorare su pericolose impalcature. Il sole era incollato al cielo e nuvole sbuffavano bianche ed ardesia creando strane forme che sovrastavano la. Noia. la perlacea tranquillità pomeridiana. Vecchie a sedere su panchine di legno stanche di ospitare persone, turisti muniti di macchine fotografiche e souvenir ,e loro due che parlavano fittamente, mentre la. Noia. la scorza delle ore passava e non cambiava niente. Solo che di tanto in tanto erano assaliti dalla noia. Noia
(Guarda che è arrivato il momento di abbandonare il post-modernismo...tutte queste sperimentazioni, fini a se stesse. E' il momento di andare avanti, di creare qualcosa di veramente nuovo. Non la copia di una copia di una copia)
Costui che scherza dovrà assaporare la mia spada” disse il principe Fayo indispettito. La schiavitù si chetò in un attimo, rendendo giustizia alle parole dell'erede al trono. Esso era alto e i capelli coprivano la sua fronte. La sua mente era virtuosa e sagace
(Ma ti dico di creare qualcosa di nuovo e te mi scrivi del (e da) Medioevo? Impegno, ci vuole impegno)
Estrasse dall'hard disk una parte dei suoi gb finanziari porgendoli alla commessa. Ormai il denaro era solo virtuale, cifre calcolate in megabyte, in gigabyte o in terabyte (in caso di ricchezza), un modo come un altro per semplificare il concetto di economia e di essere umano. Facilitare i passaggi economici evitando truffe, ma intanto i furti di hard disk monetari continuavano incessantemente, hacker riuscivano ad introdursi ovunque. Nel borsello delle persone, nella vita delle persone. In molti erano passati a sistemi di sicurezza affidabili, oltre che costosissimi. In parole povere era sempre una truffa. Onichua controllò il rimanente di gb dal suo hard disk poi uscì dal negozio di sub-cultura jazz punk, facendosi investire dal caldo afoso dell'inverno e osservando le piante plastiche all'ingresso
(Credi che scrivere fantascienza mi possa corrompere? Sorpassata anch'essa)
C'era una volta una casa che non esisteva, in cui vivevano persone che non esistevano,in un mondo che non esisteva, un sole che non esisteva, alberi e terra che non esistevano. Di fronte alla casa c'era un pozzo (che non esisteva) da cui ogni notte uscivano sogni dorati che non esistevano
(No, le fiabe no ti prego)
Le luci della città erano così eccitanti di notte, che ti portavano a fare qualsiasi cosa. Lui e Jamal, Jamal dalla pelle ambrata, Jamal con cui aveva fatto le prime rapine, lui e Jamal viaggiavano verso il centro a 180 km/h, musica rap ad un volume stabile sul massimo. Jamal maneggiava la pistola con cura, come se fosse un diamante pregiato, e parlava senza sosta, eccitato dalla speed e da quella brezza notturna che ti da coraggio. “Cazzo, avrei bisogno di una scopata amico...perché non vai verso il quartiere a luci rosse? Ho veramente bisogno di una troia”. Doveva tenerlo calmo, altrimenti quel pazzo era capace di andare su di giri e cominciare a sparare a casaccio su ignari innocenti. Era fuori di testa. Specialmente quando era fatto.
(Ah...storie di crimine, storie di droga, storie di strada...quanta banalità...poi sono così volgari)
Camminavo per strada osservando la futilità della nostra società. Arrivavo quasi a scontrarmi volontariamente contro persone che non si accorgevano della mia presenza, della presenza del mondo. Persone troppo occupate a chattare al telefono, troppo occupate a sparlare dell'amica/o con cui erano state fino ad un secondo prima, persone troppo occupate a pensare a quale vestito scegliere per il fine settimana, occupate a tirare avanti senza essere umiliate dal prossimo, persone formato tv, formato fiction, persone formato pubblicità gucci, d&g, armani, persone formato mc donalds, compra ancora per noi, muori un acquisto alla volta.
(Ecco una cosa di voi cosiddetti “artisti” che non sopporto...la società qui, la società la...sempre a lamentarvi della società mentre ve ne state comodi seduti sulle vostre poltrone a scrivere e oziare, senza agire...siete solo dei gran bugiardi...insomma riuscirai a fare qualcosa di decente? Non preoccuparti ho tutto il tempo del mondo)
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(Ehi?)
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(Ci sei sempre?)
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(Dove sei finito?)
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(Non lasciarmi solo, ti prego...)
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(Guarda che me ne vado anche io)
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(Siamo solo io e te qua. Io che me ne sto tra le parentesi, parentesi come mura, parentesi che mi circondano, e te che scrivi. Credi che abbandonarmi qui sia corretto? Certo ora che ci penso ultimamente c'è anche una terza persona. Non riesco a vederla distintamente. Si aggira quatta quatta senza farsi riconoscere. Un immagine sfuggevole senza una dimensione. Senza un appiglio alla realtà. Una volta sono riuscito a scambiarci due parole, naturalmente andava di fretta ed è fuggita subito. Dice di chiamarsi Lettore. Riusciremo un giorno ad incontrarla? Ehi ci sei?)
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Mi.Di

lunedì 21 ottobre 2013

CINEMA: "GRAVITY - Alfonso Cuarón"

di Diccì per la rubrica "CINEMA".



Prima considerazione: nella quasi totalità dei casi (eccettuato forse Hugo Cabret di Martin Scorsese) la tridimensionalità è stata utilizzata al precipuo scopo di rappresentare un orpello ornamentale, un quid aggiunto a vari altri effetti speciali per rendere il film più spettacolare; o, peggio ancora, film girati in 2D sono stati successivamente “gonfiati” per raccogliere qualche spicciolo in più al botteghino. In quest’ottica Gravity rappresenta una sorprendente novità. Finalmente il 3D è funzionale alla storia che il film si propone di raccontare. Asservito non più alla forma bensì alla sostanza.

Seconda considerazione: al suo sesto lungometraggio il regista messicano fa finalmente centro. Dopo una serie di film poco convincenti, tra i quali l’episodio forse meno riuscito della saga di Harry Potter (Il prigioniero di Azkaban) e il futuristico I figli degli uomini, ricco di potenziale mal sfruttato, Cuaròn confeziona un film decisamente riuscito di cui firma anche la sceneggiatura.
Gravity non è semplicemente (o non solo) un film di fantascienza come non lo era 2001:Odissea nello spazio (lungi da me fare improponibili paragoni) di cui è evidente debitore e a cui rende omaggio in una bellissima scena che richiama l’enigmatico finale del capolavoro kubrickiano. Al regista, infatti, preme maggiormente indagare il percorso umano di elaborazione del lutto, la ricerca di una nuova ragione per andare avanti, la lotta per sopravvivere in un mondo ostile. E non è paradossale che ciò avvenga nello spazio, a distanza siderale dalla Terra, dove l’assenza di gravità, il silenzio assoluto e la solitudine sono preziosi alleati per recuperare il senso della vita, così come può esserlo una pioggia di detriti. Perché a volte bisogna toccare il fondo prima di potersi rialzare e riprendere a camminare.

Per quanto riguarda la trama poi, meno rivelo meglio è, per un film che è alimentato anche da continui colpi di scena che riescono a tenere alta e costante la tensione. Vi basti sapere che i protagonisti (che sono poi i soli personaggi) sono due ingegneri spaziali (un veterano e una novizia), interpretati dall’ormai sempre bravissimo George Clooney e dalla finalmente convincente Sandra Bullock, che si trovano alle prese con la riparazione di una stazione spaziale quando vengono sorpresi da una violenta pioggia di detriti dovuta all’esplosione di un satellite russo. Da questo momento inizia un drammatico conto alla rovescia per la sopravvivenza.

Ultima considerazione: ho sempre ritenuto particolarmente importante, nell’economia di un film, un bel finale.  Ebbene, in Gravity, da solo vale il prezzo del biglietto.

sabato 19 ottobre 2013

SLAM DUNK - UN CANESTRO PER LA VITA


L'opera di Inoue, nota in Italia soprattutto per il doppiaggio dell'anime decisamente fuori dai canoni a cui siamo abituati, rappresenta a parere di chi scrive forse il miglior manga di genere sportivo mai prodotto finora. I più celebri Capitan Tsubasa e EyeShield 21 peccano infatti di eccessiva messa in mostra del protagonista (pensiamo a Tsubasa che in tutta la storia, road to 2002 compresa, ha perso solo 1 partita) e poco realismo, fermo restando il loro essere delle pietre miliari dei manga sportivi. Slam Dunk è invece il massimo del realismo che si può trovare in fatto di fumetti sportivi, storia semplice, lineare e credibile: non il classico protagonista che incontra l'ostacolo insormontabile e poi puntualmente lo supera, ma un ragazzo dal talento nascosto, che prende schiaffi in faccia da tutti (soprattutto dall'eterno rivale Rukawa) per un sacco di tempo, e con forza di volontà immane riesce a migliorarsi sempre di più fino a diventare un perno dello Shohoku. Da questo punto di vista la maturazione del protagonista è raccontata in modo pressoché perfetto: alla crescita da giocatore corrisponde la crescita di Sakuragi persona, che da teppista si trasforma via via in un ragazzo quasi nella norma (non può essere considerato totalmente normale uno che si professa “Il genio del basket”, giocandoci appena da soli 3 mesi), grazie anche all'enorme amore che prova per Haruko, la sorella del capitano della squadra di basket, Akagi. Memorabile la sfida con il Kainan di Maki che si stampa nel nostro immaginario come un francobollo che non va più via (miglior pezzo del manga per distacco). Lascia un po' di amaro in bocca, invece, lo stop brusco dell'opera dopo la vittoria contro i campioni uscenti del Sannoh al secondo turno del campionato nazionale, a causa di diatribe tra Inoue e la casa di produzione. L'opera è comunque bella e avvincente fino alla fine, intere pagine lette col fiato sospeso in un'apnea di emozioni continue.

Ogni goccia di sudore, ogni sforzo, ogni incomprensione, ogni litigio visto sui campi di Slam Dunk ci fa ridere, piangere e sorridere proprio come la vita.

Tommy & Elle Bi

venerdì 18 ottobre 2013

INTERVISTA COL PROFESSOR C.


(Premetto che non si tratta di una diretta critica ai politici nominati in fondo all’articolo ma questa è bensì rivolta ad altri soggetti. Provate ad indovinare)

-Sono oramai passati 500 anni dalla pubblicazione del libello originale ma a guardarlo più da vicino non sembra poi così vecchio questo Principe, vero Professor C. ?

In effetti l’estrema attualità dell’opera lascia a volte quasi attoniti. Siamo distanti anni luce da numerosi altri scrittori di scienza politica arrovellatisi anni ed anni a cercare risposte assolute, immobili, immutabili, generalmente valide. L’approccio machiavellico invece fa del fattuale un elemento centrale, e l’evoluzione continua di ordini una necessaria conseguenza di questo. Un relativismo quasi post-moderno direi.”

-Vi è però qualcosa di centrale, di ricorrente nell’opera del fiorentino.

Il punto di inizio, direi la consapevolezza prima su cui si basa l’ars politica, la téchne politica (non scienza, attenzione) descritta dal Machiavelli è che degli uomini si può dire questo: che siano ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno. Si viene quindi a creare uno stato di inquietudine proprio della natura umana. L’uomo difatti ricerca securitas ma è cupido allo stesso tempo, egli anela al guadagno; non solo materiale, si badi bene, ma alla propria soddisfazione, che sia questa economica o di altro genere. Da questo duplice bisogno scaturiscono tumulti e disordini.”

-Ed è qui che il ruolo del politico diviene fondamentale, o mi sbaglio?

Esattamente. L’uomo politico è colui che ha un fine, un’idea, uno scopo da perseguire, un progetto, però realistico. Egli quindi, consapevole della vera natura umana, crea un ordine che permetta agli uomini di portare a termine i propri affari e soddisfare il proprio bisogno di securitas, ma che al contempo convogli le loro forze per il raggiungimento dello scopo. Egli volge a proprio favore quelle debolezze, quei conflitti.”

-Ma con quali mezzi lo stesso può raggiungere l’obbiettivo prefissatosi?

Con ogni mezzo. Il politico potrà avere anche commerci col demonio, e dovrà essere volpe e leone, usare astuzia e perché no, forza, forza nel far prevalere le proprie posizioni, il proprio disegno, non mera superiorità fisica o militare. Ha quindi anche qualità proprie della bestia.

-Come potremmo allora descrivere sinteticamente il politico di Machiavelli?

Come colui che, disincantato, conosce l’umana natura e sa che per seguire il suo fine dovrà entrare in commercio con Babilonia. E’ colui che sa far convivere in se questi sentimenti divergenti, è il grande politico, il virtuoso, è il grande centauro, poiché dovrà usare logos umano e la bestia.”

-I “centauri” italiani (lista aggiornata al marzo 2013 dei parlamentari italiani indagati e condannati dell’ultima legislatura):http://www.stopcensura.com/2013/03/parlamento-pulito-dove-3-condannati-e.html

Maste

giovedì 17 ottobre 2013

COPY OF A - Nine Inch Nails



Il pezzo di questa settimana non è solo una canzone bensì un piccolo spaccato di come riuscire a rinnovarsi dopo anni di carriera e spingere le barriere oltre il già visto/sentito. Nine inch nails, escono a settembre con il nuovo disco, Hesitation Marks, dopo 5 anni di pausa. In realtà Trent nel frattempo ha vinto un oscar con le musiche per il film The social network, composto la colonna sonora per The girl with the dragon tattoo e fatto uscire un album con il suo progetto parallelo con la moglie "How to destroy angels" (date un ascolto se non conoscete). La traccia di oggi è Copy of A, un pezzo con molta programmazione elettronica, livello di produzione curato nei minimi dettagli e melodie della voce tendenti al pop, abbastanza lontano dalle chitarre lacerate e dalle voci piene d'odio di Pretty hate machine...ma è in questo che sta il genio nel non riproporsi come una copia di se stesso ogni volta.
Enjoy...

F.B

martedì 15 ottobre 2013

UNA QUESTIONE DI CIFRE

Li conti di nuovo,” disse il maresciallo con una smorfia di disgusto, indicando la lunga fila di cadaveri appena recuperati.
Annuii e mi rimisi subito a contare. Era già la terza volta. Per qualche strana ragione il numero delle vittime cambiava ad ogni conta: la prima volta trentaquattro, poi trentacinque, poi di nuovo trentaquattro.
“I casi sono due,” continuò a strigliarmi il maresciallo, “o lei ha dei seri problemi con l'aritmetica o qui c'è un cadavere che si diverte ad apparire e sparire.”
Io, in realtà, qualche problema con l'aritmetica ce l'avevo sul serio, ma qui si trattava semplicemente di contare, di far diventare quei corpi dei numeri che, sommati, dessero la cifra esatta delle vittime della strage. Mi sentivo all'altezza dell'incarico. Eppure, più il tempo passava, più cominciavo a trovare realistica la seconda ipotesi del maresciallo. E il mio animo si turbava leggermente.
“Ho i giornalisti alle calcagna, appuntato,” continuò il maresciallo. La strigliata si stava trasformando in una lamentazione, vizio ricorrente nel maresciallo, che in fondo era un brav'uomo, “Vogliono delle cifre, cifre! E le vogliono precise.” Mi diede le spalle. Alzai gli occhi e lo guardai, impettito contro il mare, un mare che sembrava di carta stagnola. Il chiaro di luna filiforme serpeggiava sull'acqua inquinata, fra lattine di coca-cola e resti della nave esplosa. Una brezza fresca mi carezzò il viso e scosse leggermente i lembi di un lenzuolo vicino.
“La lascio lavorare, appuntato. Si ricordi, precisione. Cifre, cifre, cifre!”
E si allontanò nella notte che sapeva di salsedine e putrefazione. Mentre si allontanava mi sembrò che continuasse a ripetere la parola Cifre, come un pazzo. Mi asciugai la fronte e tornai all'inizio della fila di cadaveri. Ricominciai il mio lavoro. Come avevo previsto, stavolta il morto misterioso c'era. Tutto stava nel riuscire ad avere due, o meglio tre conteggi uguali e consecutivi. Pieno di speranza ricominciai a contarli, stavolta partendo dal lato opposto. Ed ecco che si presentò ancora una volta l'inghippo: trentaquattro. Respirai a fondo e mi grattai la fronte sconcertato. Sorrisi, ma era un sorriso cattivo, e il mare lo sapeva. Il rumore delle onde, se mi fermavo un secondo ad ascoltarlo, mi stregava. Mi sforzai di ignorarlo. Ricominciai: uno, due, tre... dopo un bel po' di tentativi, non ricordo di preciso quanti, decisi di interrompere. Forse, allontanandomi per qualche minuto, mi si sarebbero schiarite le idee e la mente sarebbe stata più vigile. C'era un bar non molto lontano. In realtà era la tavola calda di una stazione di servizio, ma di certo non mi sarei lamentato. Qualsiasi posto pur di togliersi di lì per cinque minuti.
Entrai e chiesi un caffè. Il posto era praticamente vuoto, non fosse stato per un vecchio, due camionisti e un tizio meditabondo seduto in un angolo. Mi misi a bere il mio caffè vicino alla finestra. La notte e il mare sembravano formare una lastra di marmo scuro. La mattina era lontana. La mia mente era soggiogata dall'oscurità e dai suoi rari barlumi artificiali. Lì, nella tavola calda della stazione di servizio, ebbi modo di pensare. Era il primo pensiero da quando ci avevano chiamato per l'esplosione della nave, e non c'entrava assolutamente niente con quanto mi stava succedendo attorno in quel momento. Cominciai a interrogarmi sul concetto di Scelta. Scegliere distingue un essere umano da un animale?, mi chiedevo, o sono tutte sciocchezze filosofiche, roba da accademici, da gente che ama l'astrazione. Se scegliere distingue un uomo da un animale, quand'è che il primo uomo ha fatto la sua prima scelta, e qual è stata questa scelta? Mi tastai la fronte. Forse mi stava venendo la febbre. La ragazza dietro il bancone continuava a passare la spugna sul lavello facendo zìììn. Che bel rumore, pensai, un rumore completamente diverso da qualunque altro avessi sentito quella sera.
"Ha l'aria stanca." Mi disse asciugandosi le mani.
"Sì. Abbastanza."
Mi squadrò, saggiando tutti gli espliciti segnali del mio abbigliamento che rimandavano alle tre parole: Forze Dell'Ordine.
"E' qui per la nave?"
"Sì."
"Cosa deve fare?"
"Conto i morti."
La ragazza si irrigidì per un istante, poi tornò ad armeggiare con piattini e tazzine.
"Capisco. Vuole qualcos'altro?"
"No grazie, mi basta il caffè."
Mi misi una mano in tasca e tastai l'aspirina: ne portavo sempre una con me.
"Anzi, un bicchiere d'acqua, sì."
Bevvi l'aspirina e guardai l'orologio: un minuto ancora e sarei tornato a lavoro, deciso a contare per bene. Pensai a quanto fosse strano. Una cosa che si impara a cinque anni, e che adesso mi stava dando così tanti problemi. Contare. Cercai di ricordarmi tutte le occasioni in cui ero stato costretto a contare. Nascondino da piccolo, il conto alla rovescia per la fine dell'anno, i giorni che mi avevano separato da una donna. Mentre fluttuavo fra questi pensieri, cominciai a sentire uno sguardo pesare sopra di me. Veniva dall'angolo. Il tizio che sedeva con aria meditabonda adesso guardava dritto nella mia direzione, concentrato, attento, quasi minaccioso. Aveva occhi di ghiaccio sottili come lamette e il pizzetto brizzolato. Mi studiava con l'aria sorniona di uno sbirro in borghese. Lasciai che si staccasse dalla periferia del mio campo visivo e me ne andai, decisamente inquietato.
Sulla stradina che portava in spiaggia, sentii delle voci. Venivano dall'altra parte della rimessa dei surfisti, proprio nel punto in cui erano distesi i miei morti. Avanzai adagio. Le voci si fecero più chiare e cominciai a distinguere le parole. Una di quelle voci la conoscevo, era quella del maresciallo. Che scemo, pensai, dovevo immaginarmelo che sarebbe tornato subito. L'altra voce, invece, non riuscivo a identificarla: era profonda e autoritaria e sembrava provenire da una cassa toracica immensa. Mi appostai dietro un pancale per ascoltarli.
“Insomma, qui c'è un morto che si diverte a giocare a nascondino,” disse l'uomo dalla voce profonda.
“Sissignore, non riusciamo a capirci più niente ormai.”
“E come potreste? Per questo hanno chiamato me.”
“E' un problema così grave?”
“No, si risolve in un batter d'occhio.”
Per qualche strana ragione ebbi un sussulto. L'uomo dalla voce profonda fece un passo avanti, la luce del lampione lo illuminò fino al collo lasciandogli la testa nella semioscurità. Vidi due occhi brillare nella mia direzione. Mi alzai e gli andai incontro.
“Eccolo qua, il nostro morto che si diverte a scherzare. Vieni, vieni, stenditi qui accanto a... ma chi è questo?” L'uomo dalla voce profonda si avvicinò a un morto, sollevò il lenzuolo e guardò, “anzi, questa. E' una donna".
Mi slacciai la fondina e la lasciai cadere per terra. Guardai il maresciallo: teneva gli occhi bassi, in atteggiamento colpevole. Sembrava un bambino.
“Mi dispiace, ragazzo. Sul serio. Ci serve un morto, non sappiamo come fare... hanno mandato lui a risolvere il problema, e lui lavora così. Sai, i giornalisti, la stampa, la televisione. Vogliono cifre, cifre, cifre! Guarda il lato positivo, adesso i cadaveri saranno trentacinque una volta per tutte.”
Intanto l'uomo dalla voce profonda continuava a cercarmi un posto fra i morti.
“Vado laggiù, in fondo.” Dissi per tagliare corto, e mi incamminai.
Mi distesi e aspettai che il maresciallo arrivasse a coprirmi con un lenzuolaccio preso dalla rimessa dei surfisti. I miei ultimi pensieri furono rivolti alle stelle.

Ernesto Meribù

lunedì 14 ottobre 2013

I VITELLONI - Federico Fellini


Con Lo sceicco bianco (1952), Fellini inizia una collaborazione con gli sceneggiatori Tullio Pinelli e Ennio Flaiano che durerà fino a Giulietta degli spiriti (1965), ma il suo riconoscimento come regista di rilievo avviene solo quando, nel 1953, vince il Leone d'argento al festival del cinema di Venezia con I vitelloni.
La storia è ambientata in una cittadina di provincia che ricorda vagamente la Rimini tanto cara al regista e mette in scena le vicende di cinque perdigiorno figli della piccola borghesia.
Gli scenari evocano luoghi cruciali della giovinezza del cineasta e la vicenda si conclude con la fuga di uno di loro proprio in quella Roma dove approdò Fellini a diciannove anni.
Non a caso la storia è narrata dalla voce fuori campo di un anonimo “vitellone” che guida lo spettatore in un mondo popolato da spettri che albergano nella memoria del regista riconducendo il film al genere dell'autobiografia.
Questo spazio del ricordo non è stato ricostruito a Rimini ma ad Ostia, quasi a sottolineare che le immagini a noi proposte non sono la realtà ma la sua reinvenzione.
Il regionalismo “vitelloni”, di origine marchigiana, rende l'idea di personaggi che non sanno che fare della propria vita e rimangono in uno stato di attesa continua.
I cinque protagonisti sono in moto perpetuo per tutta la durata del film, camminano per le strade della loro cittadina senza mai fermarsi fino alle ore più tarde della notte, ma, paradossalmente, rimangono intrappolati in un'immobilità statuaria proprio come degli equilibristi che camminano su una fune che non li porta da nessuna parte, con il rischio continuo di poter cascare da un momento all'altro nel baratro della vita, prigionieri nel loro microcosmo e incapaci di uscire da quel piccolo mondo che tanto canzonano.
Ognuno di loro incarna diversi aspetti della mediocrità provinciale.
Fausto (Franco Fabrizi) che possiamo considerare il personaggio principale, collante della storia e delle situazioni che la attraversano, è un seduttore da quattro soldi, un ipocrita che ricorre continuamente alla menzogna per occultare le sue avventure. Si rende ridicolo, quando la moglie lo lascia dopo esser venuta a conoscenza della sua tresca con una ballerina, cadendo in un panico patetico a lui solitamente estraneo. Alberto (Alberto Sordi), nullafacente che vive in famiglia, sorveglia in maniera ossessiva la sorella Olga. Leopoldo (Leopoldo Trieste) insegue i suoi sogni artistici facendosi mantenere dalle zie. Riccardo (Riccardo Fellini), pur essendo parte del gruppo, rimane più in ombra rispetto agli altri, forse proprio perché fratello del regista.
Moraldo (Franco Interlenghi) è la coscienza del gruppo, una sorta di spettatore esterno che osserva e critica la condotta degli amici. Tramite un insolito espediente tecnico, Fellini riesce a dare un tono da falsa biografia calandosi nel gruppo con un curioso sdoppiamento tra Moraldo e la voce fuori campo che appare come un sesto “vitellone”.
Film permeato da una grande malinconia che si può riassumere nello sguardo di Sordi - dopo il veglione di Carnevale - che vaga per le strade inveendo contro i suoi amici, per restare da solo abbracciato a quella maschera di cartapesta, l'unica che forse può capirlo e con cui per una volta può smettere di mentire a sé stesso e al mondo intero.

Elle Bi


sabato 12 ottobre 2013

SINDROME DI PETER PAN - Francesco Briganti


Una casa sull'albero, un rifugio sicuro, la stanza a cui tutti noi teniamo.
Nelle giornate invernali, quando fuori piove, quando fuori imperversano i problemi, tutti noi amiamo rintanarci al caldo da soli nella nostra intima stanza, ci sembra che nessuna cosa ci possa scalfire al suo interno, il freddo, il caldo, il malessere, niente di niente.
Ma poi man mano che cresci sei costretto ad abbandonarla, a trascurarla, il lavoro, lo studio e altre mille preoccupazioni ti allontanano sempre più dal tuo piccolo rifugio antiatomico e proprio per questo l'illustrazione è velata da un tono di malinconia evidente.
Gli uccelli, i rami secchi quasi a significare un dispiacere di lasciare la propria stanza, il proprio nido, per crescere, per entrare a pieno diritto nella vita vera, degli adulti, dei duri che non piangono mai ma soffrono tanto. 
Quel tronco d'albero posato su delle spalle dichiaratamente adulte, coperte da maglione, camicia e un'immancabile cravatta a soffocare la giovinezza che fu, la giovinezza perduta, che tutti noi vorremmo conservare e ritrovare.

Elle Bi

venerdì 11 ottobre 2013

LA PRINCIPESSA

Ti allacci la cintura. L’aereo sta atterrando. Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch’essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito. Intanto cosa fai? Come occupi quest’assenza tua dal mondo e del mondo da te?”.
Avevo in testa queste parole di Calvino (da ‘Se Una Notte D'Inverno Un Viaggiatore’) quando sorvolavo le terre e gli spazi che mi dividevano dalla mia meta: il ritorno a Roma e poi a casa. Un tempo, sull’abbonamento della metropolitana di Londra, c’era scritto che “il viaggio è una lunga strada verso casa”. Ripenso anche a questo. La distanza valorizza ciò che hai. La certezza delle tue radici. Parti povero e torni ricco. Non si parla di denaro. Si parla di spirito. Lo spirito soffrendo, emozionandosi, godendo, sfidandosi torna più ricco. E così su quell’aereo ripensavo alle memorabili esperienze vissute. Ripensavo in particolare ad una su tutte, che mi ha reso spiritualmente miliardario.

Ero in Birmania, la terra delle mille pagode, terra di buddhismo, terra di antiche tradizioni e di colori ma anche terra di corruzione e dittatura, terra di produzione massiccia di droga; terra dai molti volti insomma. Nel solito perdersi per la città nel tentativo di coglierne l’essenza, io e il mio temporaneo compagno di viaggio ci imbattemmo nella sede della National League for Democracy (NLD). Spinti dalla curiosità verso tutto e da un più specifico interesse legato agli studi del mio amico, ci decidemmo a bussare alla porta. La NLD è il partito birmano di opposizione. Sebbene sia nato nel 1988, la dittatura militare che ha spadroneggiato in Birmania nell’ultimo ventennio lo ha reso un fantasma. Il principale nome che si accosta a tale partito è quello di Aung San Suu Kyi, tra i leader carismatici di questo e premio Nobel per la pace nel 1991. San Suu Kyi è il volto della lotta (birmana e non solo) per la democrazia. E, dopo circa 15 anni di arresto (che oltre al rispetto mondiale le sono valsi altri premi che ha destinato alla sua nazione), è riuscita ad ottenere quello per cui si è sempre battuta: l’avviamento di un processo di democratizzazione del suo stato. Ascoltavo il mio amico mentre mi forniva queste ed altre informazioni sulla Birmania quando lo scricchiolare della porta mal oliata interruppe la nostra conversazione. Era il segnale che una nuova avventura stava per iniziare.

In camicia bianca e jeans un uomo sulla quarantina (che poi scoprimmo essere un dentista) ci accolse con diffidenza. “Chi siete? Giornalisti? In ogni caso il direttore non c’è, è a giocare a golf (paese che vai stesse ‘usanze’ che trovi, pensai..)”. Al nostro rispondergli che eravamo viaggiatori e studenti curiosi, i suoi occhi si fecero meno circospetti. Temporeggiando qualche altro secondo per produrre una risposta efficace, ci chiese cosa volevamo. Fu sorprendente come il suo viso cambiò ancora, sciogliendosi in una espressione amichevole, quasi fraterna, quando gli dicemmo cosa cercavamo. Non ci interessava dell’assenza del capo, volevamo passare del tempo con loro, se ne avevano, per fare delle domande sulla Birmania, sulla loro storia, su San Suu Kyi. Fu in particolare l’ultimo dei nostri interessi a convincere definitivamente il dentista. In quattro e quattrotto, chiamò altri due colleghi e in un tempo ancor più breve eravamo seduti sotto il tetto di un ristorantino nei pressi della sede. Delle zuppe di verdure e riso insieme alle immancabili birre velocemente arrivarono sulla tavola. Non tutti parlavano inglese. A dir la verità solo il dentista lo parlava. Ma tutti avevano una lingua franca: il nome di Aung San Suu Kyi. Così, dopo un paio d’ore, ce ne andammo portando con noi un libro sul buddhismo e un’idea completamente nuova su che cosa è un leader.

Quelle persone amano il loro leader. Credono nel suo progetto e sono convinti che la Birmania riuscirà a risolvere le sue contraddizioni e diventare grande (tra l’altro, se si avesse spazio per perdersi tra noiosi numeri e statistiche, si potrebbe vedere come questo sia, in un termine non breve, uno scenario realizzabile). L’umiltà, la fiducia nel prossimo, il rispetto di una filosofia, lo scommettere sul futuro (e quindi sulle nuove generazioni) sono i primi valori che mi tornano alla mente quando rievoco quell’esperienza. La storia di questa donna, le sue dimostrazioni di coraggio e la sua meticolosa dedizione alla causa, sono state recepite dal suo popolo come un messaggio di ottimismo e qualcosa si sta effettivamente muovendo. Pensai, che nei miei anni di vita non avevo mai avuto la fortuna di provare quei sentimenti nei confronti di un leader politico. Pensai romanticamente quanto l’Italia avrebbe avuto bisogno di una figura di questo tipo. Poco prima di sganciarmi la cintura e dopo il ridicolo applauso di rito che viene indirizzato al pilota quando porta l’aeromotore a terra, pensai a “ Il Principe” di Machiavelli. Se avesse vissuto il mio pranzo avrebbe probabilmente scritto ‘La Principessa’.

Pensavo di consigliare un film questa settimana. Il ‘Caimano’ mi sembrava in tema ma una conversazione con un caro amico mi ha fatto poi decidere per un consiglio più sofisticato. ‘Il Divo’, di Paolo Sorrentino. Buona visione.

IT

giovedì 10 ottobre 2013

FEELERS - Crushed Beaks



Il Music-biz cambia e con esso la natura delle band: sempre più formazioni a due, meno strumenti e una costante ricerca del “more with less”. In questa scia che inizia idealmente con The White Stripes, prosegue con The Black Keys e arriva ai Crocodiles, s’inseriscono i CRUSHED BEAKS. Il duo noisey-pop del Sud di Londra licenzia “TROPES”, un Ep che guidato dal singolo “FEELERS” riscuote i tributi dell’ NME, di DAZED e del più istituzionale The TIMES. Il sound parte dal Garage, si bagna nello Shoegaze e nel Noise ma il cantato sempre melodico un po’ di scuola Morrisey un po’ da band Lo-Fi anni ’60 sposta l’ago verso territori Pop. Ascoltarli è gettarsi nel futuro con un filo che ti lega al passato. Per chi vuole, il 26 ottobre sono a Firenze, al Combo.

Radio

martedì 8 ottobre 2013

LETTERATURA: "SOGNO N. 18 MARZO"

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".


Molti dei miei amici si erano tolti la vita da poco, uno dopo l'altro erano andati ad allargare quella vasta cerchia di persone che ormai riempiva le prime pagine dei giornali. Questa volta era toccato a Carletto, amico d'infanzia romano che aveva una vera e propria fissazione.
Gli uomini sono come le mosche; vengono attirati costantemente dalla merda!” ripeteva di volta in volta.
Lo avevano trovato spiaccicato proprio come una mosca sul marciapiede davanti casa.
Un'altra persona che si era tolta la vita con noncuranza, come se fosse una cosa normale.
Il suicidio non veniva più considerato né un atto di forza né di debolezza, aveva perso tutto il suo fascino e mistero; ormai era una cosa da tutti i giorni, per questo quello fu chiamato “Il periodo dei suicidi”.
Le persone volavano dagli ultimi piani dei palazzi come foglie che si staccano da un albero.
La moglie ti lascia...e allora perché non buttarsi sotto un treno?
Il capo ti licenzia...e allora perché non ingerire una scatola di sonniferi?
Morte da abuso di sonniferi...la chiamano la morte da codardi, ti addormenti e non ti svegli più, è come morire di vecchiaia.
Viene chiamata morte da codardi solo perché non provoca dolore, ma non è forse dolore quello provocato nel cuore delle persone care?
Forse il loro desiderio è solo di addormentarsi come tutte le sere con la differenza che dopo aver chiuso gli occhi li aspetta una meta mai tracciata; o forse in cuor loro sono semplicemente gentili con i propri cari non facendosi trovare penzoloni con un cappio intorno al collo; fatto sta che il suicidio non è mai codardo o coraggioso...il suicidio è suicidio.
In quel periodo passavo intere giornate ad aggirarmi per le strade della città cercando di scervellarmi sulla questione.
Proprio io che avevo pensato e idealizzato il suicido mille e più volte mi trovavo ad assistere giorno dopo giorno a questo suicidio di massa della società senza poter far niente.
Dopo aver appreso la notizia della morte di Carletto, sentii il bisogno di passeggiare in campagna il più lontano possibile da quel clima folle e disperato.
Il cinguettio degli uccelli aveva preso il posto del rumore continuo delle ambulanze che si era ormai impadronito della mia testa.
L'aria di campagna servì a schiarirmi le idee.
La continua industrializzazione aveva contribuito in maniera significativa ad aumentare le debolezze delle persone facendole diventare fragili come bicchieri.
Bastava un nonnulla per mandare in frantumi tutte le certezze su cui era saldamente ancorata la vita di un individuo.
Uomini e donne che si toglievano la vita per una figuraccia in pubblico.
Vecchi che si toglievano la vita per la vergogna di essere vecchi.
La società aveva indebolito la sua popolazione succhiandole forza e coraggio; qualità ormai rare.
La malinconia, compagna fedele dell'uomo, riempiva di nero le stanze degli adolescenti chiudendoli in prigioni di tristezza e disperazione.
Camminando mi venne in mente che forse avrebbe potuto essere quella la fine dell'umanità...un grande suicidio indolore.
In lontananza scorsi un grosso carro trascinato da un uomo a mo di rishò.
Non riuscivo a capire come una sola persona potesse smuovere una cosa così grossa.
Quando mi fu più vicino lo riconobbi; era Simon, vecchio amico mio e di Carletto.
Ehilà Borges! Che ci fai in queste tristi strade di campagna?”.
Borges...era tanto che qualcuno non mi chiamava con quel soprannome; sentirglielo pronunciare mi fece piacere.
Vecchia volpe, come stai? Non sei cambiato di una virgola rispetto a cinque anni fa. Comunque se queste strade di campagna sono tristi, quelle di città sono veri e propri gironi infernali” risposi cambiando tono di voce.
Città o campagna ormai non fa più differenza...tutto ha perso importanza...persino la vita”.
Quella frase mi gelò il sangue. Simon non era mai stato un ragazzo riflessivo ed ora appariva davanti ai miei occhi come una persona matura, anche se maturata nello sconforto.
Che ci fai con questo carro?” chiesi cercando di cambiare discorso.
Trasporto anime. Al suo interno ci sono molti stranieri provenienti da diverse nazioni che non hanno soldi per un lungo viaggio. Io li sto portando a Roma per pochi spiccioli. Mi piace l'idea di poter aiutare questi bisognosi; durante la giovinezza pensavo solo a me stesso e ho finito per perdere di vista tutte le cose davvero importanti. Ora ho trent'anni e mi rimane solo questo carro e la sua missione”.
E' una bella cosa. Hai saputo di Carletto? Anche lui ad aumentare la schiera dei suicidi”.
Povero Carletto...eppure eravamo tanto felici noi tre assieme. Guardaci ora, lui morto e noi due morti di disperazione. Non ci sono più stagioni per la tristezza...”.
Non seppi cosa rispondere e feci solo un piccolo cenno di assenso col capo.
Tienimi un secondo il carro”. Mi disse scomparendo all'interno di un bosco.
Quella fu l'ultima volta che vidi Simon.
Lo cercai nel bosco disperatamente, ma di lui nemmeno l'ombra.
Che si fosse volatilizzato nel nulla? Che si fosse iscritto anche lui nell'albo dei suicidi?
Non potevo sapere niente di tutto questo...mi caricai sulle spalle il suo fardello e iniziai a trainare il carro.



lunedì 7 ottobre 2013

L'EAU FROIDE - Olivier Assayas



Non servono parole per raccontare un’epoca, una generazione, un sogno. E questo, Olivier Assayas dimostra di saperlo bene.  Il significato profondo del suo film, infatti, è racchiuso in scene in cui i dialoghi sono relegati in secondo piano per lasciare spazio alle immagini che compongono uno straordinario affresco il cui colore è fornito dalla colonna sonora che, come sempre in Assayas, è ricercata e raffinata e unisce Dylan, Creedence, Alice Cooper e tantissimi altri.

Siamo in Francia, dintorni di Parigi, fine anni Sessanta. I due giovani protagonisti del film vivono con difficoltà il rapporto con i loro genitori (entrambi appartengono a famiglie che potremmo definire disfunzionali all’interno delle quali è evidente lo scarto generazionale, causa di una difficoltà di comunicare ed empatizzare che pare insuperabile), non sono ben visti dal proprio insegnante, hanno problemi con la legge (dovuti a certi furtarelli che commettono) ma soprattutto, si amano. Di quegli amori belli perché impossibili dove ci si perde, ci si ritrova e di nuovo ci si perde. Memorabili alcune sequenze (su tutte quella del rave nei pressi dell’edificio abbandonato abitato da alcuni studenti che occupa la parte centrale del film, struggente e poetica) che riescono a restituirci il senso di una passione con un gesto, uno sguardo, un sorriso.
Assayas, meglio di chiunque altro, è stato capace di cogliere il valore della rivoluzione giovanile sessantottina: l’anticonformismo, la cultura di massa, il conflitto con le istituzioni sociali (famiglia, scuola, forze dell’ordine, Stato), con la morale e l’ipocrisia borghesi, ma soprattutto il desiderio di trovare la propria identità, di uscire dal rigido schematismo imposto dalla società, individuando un percorso alternativo, seguendolo fino in fondo. Come la protagonista del film che senza portare niente con sé, armandosi soltanto di una buona dose di coraggio e spirito libertario, scappa da tutto ciò che conosce per inseguire il proprio destino, lasciando alla persona che più ama l’ultimo addio custodito tra le pieghe di una pagina bianca.

Diccì