Di
solito non scrivo recensioni su autori di cui ho letto soltanto
un'opera, ma, prendendo in mano Pastorale Americana ho
capito che mi trovavo davanti ad un romanzo che parla da solo, a
pagine scritte con estrema chiarezza, a un autore che parla ad
un'intera nazione e al mondo intero.
Philip
Roth inizia la sua epopea in modo autentico e calibrato, ci introduce
nella vita dello Svedese tramite gli occhi del suo alter ego Nathan
Zuckerman, con uno sguardo che inizialmente è di spassionata
ammirazione.
“Lo
Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima
base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di
buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come
marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo
Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa
importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran
parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni – veneravano
il primato accademico più di ogni altra cosa...Ciononostante, grazie
allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e
sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni
paese...L'assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli
ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra
contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo
Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l'insensata superficie
della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento,
il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che
vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i
mariti”.
Così
Roth ci introduce nel mondo dello Svedese nelle prime pagine del
romanzo, ci mostra un uomo indistruttibile, osannato da tutti, il
giusto dei giusti, alto, biondo e dalla mascella sicura.
Questa
prima parte intitolata Paradiso ricordato ci descrive in
maniera maniacale i successi dello Svedese ai tempi del liceo, sempre
presente sui campi da gioco, portato in voce dalle “ragazze pon pon
che avevano un urrà apposta per” lui; e i successi ancora più
grossi negli anni della maturità, l'aver sposato Miss New Jersey, la
ragazza più bella del paese, l'aver preso in mano la gloriosa
fabbrica del padre e l'essere riuscito a renderla ancora più grande,
tutto questo sembrava assicurare allo Svedese un futuro roseo e senza
intoppi, un destino segnato dalla nascita.
Ma
il meccanismo perfetto di Roth, non dissimile ad un'operazione
chirurgica incrina la vita ampollosa di Seymour Levov, perfettamente
in tempo con il finale di questa prima parte arriva la bomba,
improvvisamente tutto fa crack, la vita dello Svedese e di una
nazione intera, un popolo che credeva nel sogno americano incarnato
da questo biondo e slanciato ebreo.
Merry,
figlia forse anche troppo amata, sempre tenuta sotto la grossa ala
dorata del padre perfetto, piazza la bomba; un uomo a caso muore, è
la terrorista di Old Rimrock, è lo scandalo di un villaggio, è la
fine di un uomo.
La
seconda parte La caduta (non poteva che intitolarsi così) dà
quasi un po' di speranza allo Svedese, che in uno dei pezzi più
belli e significativi del romanzo conosce una ragazza pallida e
minuta, una presunta studentessa della Wharton School della
Pennsylvania, che gli chiede tutto sul suo lavoro, sulla
fabbricazione dei guanti, proprio all'interno della sua amata
fabbrica.
Ovviamente
non può sapere che quella Rita Coehn che sta ospitando in uno dei
luoghi a lui più cari è l'origine di tutto, la “carnefice” di
sua figlia, fautrice di tutto quello che Merry ha imparato sulla
lotta alle oppressioni, sul ribellismo, e inevitabilmente sul sangue
che dev'essere versato.
Ma
poi, alla fine della visita alla fabbrica, tutto gli verrà svelato:
“Vuole il suo album di Audrey Hepburn”. Sette semplici parole.
E
da lì, quell'ammirazione spassionata che Roth ha avuto per il suo
personaggio si trasformerà in spietatezza verso lo Svedese dalla
vita perfetta, verso quell'uomo vissuto sotto una campana di
borghesismo cieco, una spietatezza manifestata negli svariati
incontri con Rita Cohen, che non gli chiederà più informazioni
sulla fabbricazione dei guanti ma lo attaccherà verbalmente
sbattendogli in faccia tutto quello che di guasto c'è nella sua
vita, tutto quello che ha sbagliato nei confronti della giovane
Merry, gli stereotipi di una vita intera.
Le
aggressioni di Rita sono quanto di più crudele c'è nella vita, e lo
Svedese incassa, crolla, ma cerca di resistere, tutto pur di rivedere
quella figlia che ormai non gli appartiene.
E
poi, l'incontro tanto atteso: dopo la sofferenza finalmente una
speranza di riconciliazione. Ma Merry è troppo cambiata, Seymour
Levov capisce che è una battaglia persa, ormai il lavaggio del
cervello è già stato fatto, li separa una distanza incolmabile, la
distanza dei tempi che sono passati, gli anni Cinquanta sono un sogno
perduto, i Settanta impazzano in tutto il loro ardore e Merry è
figlia di quegli anni, non appartiene alla generazione del padre,
quando ancora il sogno americano conquistava i cuori e le speranze
della gente.
Nella
terza ed ultima parte Paradiso perduto, il crollo continua,
alternato dai ricordi dell'innocenza perduta, a quando Merry apriva
il cancello di casa con la punta di un bastone; ma la caduta non
riguarda solo lo Svedese, si frantuma tutto quello che gli sta
intorno.
La
moglie Dawn, allevatrice e mungitrice di vacche che non disdegna un
lifting a Ginevra di tanto in tanto, non ama più quella vita
all'apparenza perfetta, e allora come se non bastasse si fa trovare
china sul lavello col vicino Orcutt, lo Svedese osserva e non si
rende conto di come stia crollando tutto a pezzi, di come non ci sia
più nulla di integro intorno a lui.
Philip
Roth trasforma la spietatezza in tenerezza guardando al suo
personaggio con occhio vigile e disincantato, quell'occhio che
osserva con compassione lo Svedese e lo specchio che fa del suo
popolo e della sua nazione.
Elle
Bi









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