martedì 1 aprile 2014

LETTERATURA: "BOOMERANG - Capitolo 5, Camille"

(Link al capitolo 4)


Camille seppe del licenziamento di David da Jessy che, durante una delle sue aerodinamiche scopate, l'aveva saputo da Jo, il quale era stato avvertito da Rob durante una maratona di strisce di coca.
“Cazzo l'hai saputo di David?” disse Rob col naso tappato.
“No, che è successo?”.
“L'hanno licenziato”.
“E' uno dei nostri ora, si stava dando un po' troppe arie il bricconcello” disse Jo con perfidia.
“Pensandoci bene non hai tutti i torti, gli servirà da lezione. Che vada in culo lui e tutta quella perfezione”.
Rob l'aveva saputo da David, che chiamandolo gli aveva detto quanto fossero stronze le donne, che si meritavano carota e bastone; un discorso non molto elegante per uno che si definiva una persona di classe, l'unico del gruppo che si lavava le mani dopo aver pisciato.
Camille reagì alla notizia con non molto stupore, emise un piccolo sbuffetto, un sospiro carico di un menefreghismo raro. Era giunto il momento, finalmente sarebbe stata l'unica produttiva dei cinque, l'unica ad avere un futuro davanti, si immaginò laureata con tanto di alloro a coronare i suoi capelli, e gli altri a sbavarle davanti, a fotografare quel momento dimenticando il tanto applaudito stipendio da duemila al mese che David aveva bruciato in pochi attimi di eccitazione.
“Diventerò una psicologa coi fiocchi, ho tanto di quel materiale tutti i giorni sotto gli occhi...” pensò capendo che i suoi amici erano ottime cavie da laboratorio.
Schizofrenia, tossicodipendenza, mania del controllo, dipendenza da sesso, tutto questo si mostrava a un palmo di naso costantemente, con sfaccettature sempre diverse. Era come un enorme parco giochi per Camille; sì, i suoi amici, la tribù della scimmia, erano uno spettacolo incredibile, uno spettacolo gratuito; saltellavano dalla mattina alla sera davanti al suo microscopio, davanti alla sua lente d'ingrandimento che li osservava e li radiografava senza pietà, senza risparmiare nessuno, nemmeno la sua cara amica Jessy.
“Mi dispiace per David, poveretto” disse Camille mentendo al telefono.
“Già...tutti quei regali...ora non ci saranno più” rispose Jessy.
“Non solo per quello; lo sai, David era l'unico affermato”.
“Non dire cazzate, non vedevi l'ora di poterlo sbranare”.
“Sei pazza? Sono molto addolorata”.
“Se sento un'altra stronzata uscire da quella bocca da santarellina giuro che te la chiudo con un dildo enorme. Non venirmi a raccontare balle su balle, tutti sanno che non aspettavi altro. E' il tuo momento, fa vedere quello che vali...se vali” sbraitò Jessy dall'altro capo della linea.
“Ma veramente io...”.
“Taci troietta...a dopo” riattaccò Jessy imponendo la propria autorità.
“Che si fotta quella stronza” pensò Camille lanciando il telefono sulla poltrona.
Aprendo il libro di psicologia, Camille lesse la parola dipendenza, che risvegliò in lei molti ricordi ma uno in particolare la stuzzicò per diversi minuti.
Era San Patrizio, ormai si festeggiava anche in Italia con regolarità, e fiumi d'alcool e buffi cappelli scorrevano per le strade imbottigliate da un traffico umano non indifferente.
Rob si divincolava tra la folla barcollando di tanto in tanto, era su di giri, un misto di alcool e coca lo aveva trasformato in uno zombie verde in cerca di chissà cosa.
Si era pitturato di verde la faccia, credeva nelle festività, sopratutto quando erano motivo di sballo doppio, di sballo extra, di animalesche danze che lo proiettavano in lidi lontani; con gli occhi chiusi volava dall'altra parte del globo, ma il giorno seguente, sempre la stessa merda, sempre alla ricerca della pace interiore, del momento perfetto, ma perfetto per cosa?
Girandosi verso gli altri e pronunciando parole masticate da un tasso alcolico ormai elevato tirò fuori dalla tasca l'ultimo pezzo di coca, chiese a Camille se ne volesse un po', e lei rispose che era proprio un buon momento per farsi una striscia, rispose che non aveva esami in programma, sì, rispose proprio così.
Prendendo la busta con le movenze di un uomo di Neanderthal inciampò contro un muro umano, un colosso alto due metri; guardandolo gli parve come una montagna invalicabile, farfugliò qualcosa e si mise a cercare la busta.
Un cane schizzò come un elastico davanti alla sua faccia, afferrò la busta e la ingoiò distruggendo tutti i sogni di Rob e Camille.
“Cazzo, no, non posso crederci” riuscì a balbettare Rob nonostante una quasi semi paresi facciale.
“Te l'avevo detto, coglione, mai tenere la droga insieme al cibo” disse Jo.
“Al cibo? Che cazzo c'entra?” rispose Rob.
“Quel cane isterico avrà sentito l'odore della mortadella, sei un animale peggio di lui, mai tenere droga e cibo a stretto contatto” disse Jo.
Il cervello di Rob iniziò a connettere, aveva tenuto un panino in tasca per ore in attesa di un sentore di appetito e il cane l'aveva sentito, non c'era altra possibilità.
“Vieni qui bello, dai vieni qui” disse Rob incrociando lo sguardo del cane.
Il cane si fidò avvicinandosi di soppiatto, due mani furiose lo cinsero all'improvviso.
“E' la resa dei conti, o io o te” disse Rob tirando fuori il coltello dalla tasca.
“Che cazzo fai Rob? Sei impazzito?” disse David correndo verso l'amico.
“Ora lo sbudello ben bene e poi glielo faccio vedere io come si finisce a fregare chi è più furbo, ah ah ah” rise Rob in procinto di sbudellare la povera bestia.
“Fermo cazzo” urlò Camille saltandogli addosso.
“Lo sbuzzo, lo sbuzzo, lasciatemi”.
Dopo una sceneggiata pantomimica gli altri convinsero Rob a lasciare in pace il povero animale.
Camille si ricordò tutta la scena, si ricordò la faccia di Rob che come un bambino iniziò a piangere e a farfugliare: voleva la coca, voleva la mamma. Ma entrambe erano già a letto da diverse ore.
“Le dipendenze, ah, che strane cose” pensò Camille dondolando la penna fra le dita.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

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