(Link al capitolo 4)


Camille
seppe del licenziamento di David da Jessy che, durante una delle sue
aerodinamiche scopate, l'aveva saputo da Jo, il quale era stato
avvertito da Rob durante una maratona di strisce di coca.
“Cazzo
l'hai saputo di David?” disse Rob col naso tappato.
“No,
che è successo?”.
“L'hanno
licenziato”.
“E'
uno dei nostri ora, si stava dando un po' troppe arie il
bricconcello” disse Jo con perfidia.
“Pensandoci
bene non hai tutti i torti, gli servirà da lezione. Che vada in culo
lui e tutta quella perfezione”.
Rob
l'aveva saputo da David, che chiamandolo gli aveva detto quanto fossero
stronze le donne, che si meritavano carota e bastone; un
discorso non molto elegante per uno che si definiva una persona di
classe, l'unico del gruppo che si lavava le mani dopo aver pisciato.
Camille
reagì alla notizia con non molto stupore, emise un piccolo
sbuffetto, un sospiro carico di un menefreghismo raro. Era giunto il
momento, finalmente sarebbe stata l'unica produttiva dei cinque,
l'unica ad avere un futuro davanti, si immaginò laureata con tanto
di alloro a coronare i suoi capelli, e gli altri a sbavarle davanti,
a fotografare quel momento dimenticando il tanto applaudito stipendio
da duemila al mese che David aveva bruciato in pochi attimi di
eccitazione.
“Diventerò
una psicologa coi fiocchi, ho tanto di quel materiale tutti i giorni
sotto gli occhi...” pensò capendo che i suoi amici erano ottime
cavie da laboratorio.
Schizofrenia,
tossicodipendenza, mania del controllo, dipendenza da sesso, tutto
questo si mostrava a un palmo di naso costantemente, con
sfaccettature sempre diverse. Era come un enorme parco giochi per
Camille; sì, i suoi amici, la tribù della scimmia, erano uno
spettacolo incredibile, uno spettacolo gratuito; saltellavano dalla
mattina alla sera davanti al suo microscopio, davanti alla sua lente
d'ingrandimento che li osservava e li radiografava senza pietà, senza
risparmiare nessuno, nemmeno la sua cara amica Jessy.
“Mi
dispiace per David, poveretto” disse Camille mentendo al telefono.
“Già...tutti
quei regali...ora non ci saranno più” rispose Jessy.
“Non
solo per quello; lo sai, David era l'unico affermato”.
“Non
dire cazzate, non vedevi l'ora di poterlo sbranare”.
“Sei
pazza? Sono molto addolorata”.
“Se
sento un'altra stronzata uscire da quella bocca da santarellina giuro
che te la chiudo con un dildo enorme. Non venirmi a raccontare balle
su balle, tutti sanno che non aspettavi altro. E' il tuo momento, fa
vedere quello che vali...se vali” sbraitò Jessy dall'altro capo
della linea.
“Ma
veramente io...”.
“Taci
troietta...a dopo” riattaccò Jessy imponendo la propria autorità.
“Che
si fotta quella stronza” pensò Camille lanciando il telefono sulla
poltrona.
Aprendo
il libro di psicologia, Camille lesse la parola dipendenza, che risvegliò
in lei molti ricordi ma uno in particolare la stuzzicò per diversi
minuti.
Era
San Patrizio, ormai si festeggiava anche in Italia con regolarità, e fiumi d'alcool e buffi cappelli scorrevano per le strade
imbottigliate da un traffico umano non indifferente.
Rob
si divincolava tra la folla barcollando di tanto in tanto, era su di
giri, un misto di alcool e coca lo aveva trasformato in uno zombie
verde in cerca di chissà cosa.
Si
era pitturato di verde la faccia, credeva nelle festività,
sopratutto quando erano motivo di sballo doppio, di sballo extra, di
animalesche danze che lo proiettavano in lidi lontani; con gli occhi
chiusi volava dall'altra parte del globo, ma il giorno seguente,
sempre la stessa merda, sempre alla ricerca della pace interiore, del
momento perfetto, ma perfetto per cosa?
Girandosi
verso gli altri e pronunciando parole masticate da un tasso alcolico
ormai elevato tirò fuori dalla tasca l'ultimo pezzo di coca, chiese
a Camille se ne volesse un po', e lei rispose che era proprio un buon
momento per farsi una striscia, rispose che non aveva esami in
programma, sì, rispose proprio così.
Prendendo
la busta con le movenze di un uomo di Neanderthal inciampò contro un
muro umano, un colosso alto due metri; guardandolo gli parve come una
montagna invalicabile, farfugliò qualcosa e si mise a cercare la
busta.
Un
cane schizzò come un elastico davanti alla sua faccia, afferrò la
busta e la ingoiò distruggendo tutti i sogni di Rob e Camille.
“Cazzo,
no, non posso crederci” riuscì a balbettare Rob nonostante una
quasi semi paresi facciale.
“Te
l'avevo detto, coglione, mai tenere la droga insieme al cibo” disse
Jo.
“Al
cibo? Che cazzo c'entra?” rispose Rob.
“Quel
cane isterico avrà sentito l'odore della mortadella, sei un animale
peggio di lui, mai tenere droga e cibo a stretto contatto” disse
Jo.
Il
cervello di Rob iniziò a connettere, aveva tenuto un panino in tasca
per ore in attesa di un sentore di appetito e il cane l'aveva
sentito, non c'era altra possibilità.
“Vieni
qui bello, dai vieni qui” disse Rob incrociando lo sguardo del
cane.
Il
cane si fidò avvicinandosi di soppiatto, due mani furiose lo cinsero
all'improvviso.
“E'
la resa dei conti, o io o te” disse Rob tirando fuori il coltello
dalla tasca.
“Che
cazzo fai Rob? Sei impazzito?” disse David correndo verso l'amico.
“Ora
lo sbudello ben bene e poi glielo faccio vedere io come si finisce a
fregare chi è più furbo, ah ah ah” rise Rob in procinto di
sbudellare la povera bestia.
“Fermo
cazzo” urlò Camille saltandogli addosso.
“Lo
sbuzzo, lo sbuzzo, lasciatemi”.
Dopo
una sceneggiata pantomimica gli altri convinsero Rob a lasciare in
pace il povero animale.
Camille
si ricordò tutta la scena, si ricordò la faccia di Rob che come un
bambino iniziò a piangere e a farfugliare: voleva la coca, voleva la
mamma. Ma entrambe erano già a letto da diverse ore.
“Le
dipendenze, ah, che strane cose” pensò Camille dondolando la penna
fra le dita.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".








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