
Il film si apre con lo sguardo di Alex, l'antieroe kubrickiano, il protagonista del romanzo Clockwork Orange di Burgess, che ci guarda, con ghigno malefico, da cane rabbioso, quasi a dirci che assisteremo a qualcosa di tremendo, quasi ad avvertirci che il peggio deve arrivare.
Siamo
in Inghilterra, in un futuro non troppo lontano; Alex e i suoi drughi
se ne stanno al Korova Milk Bar, con facce interdette e stomaci pieni
di Lattepiù - un mix di latte e mescalina - così da poter
irrobustire corpo e anima per il tanto amato esercizio
dell'ultraviolenza.
Alex
e i suoi compagni si dilettano in pestaggi continui, stupri, torture
fisiche e psicologiche; il mondo che li circonda strabocca di
violenza da tutti i pori e loro ne fanno parte, sono figli del dolore
della società che li circonda.
Il
film di Kubrick è perfetto dal primo all'ultimo minuto, lo
spettatore non ha un attimo di pausa, tutto si muove a ritmo di
musica, la spirale di ingiustizia e violenza parte da Alex che
commette i crimini più efferati a cuor leggero, felice e pienamente
consapevole di ciò che sta facendo. E' un personaggio cattivo e
spietato, ma onesto, non nasconde mai il piacere che prova nel far
star male il prossimo, pensare e agire sono quindi strettamente
legati da un nodo di purezza e autenticità seppur intinto nella
malvagità.
La
musica, oltre che da accompagnamento, funge pienamente da linea
conduttrice del film, sarà addirittura un input scatenante reazioni
e azioni da parte di Alex, come nella fantastica scena lungo i bordi
del Tamigi, in cui il nostro antieroe, sentendosi tagliato fuori
dalla leadership del gruppo, ci confessa in un monologo interiore che
la musica udita da una finestra, la Gazza ladra di Rossini gli ha
aperto gli occhi: ora sì che sa cosa fare e allora ciak, azione...ed
ecco partire un ralenty mozzafiato in cui Alex ristabilirà le
posizioni, picchierà i suoi drughi, li ferirà con bastone e
coltello, quasi a marchiare col sangue un segno indelebile firmato
Alex DeLarge.
A
circa metà film la spirale si interrompe, arriva ad un punto
critico, tutta l'energia negativa assimilata fino a quel momento verrà
coagulata sul povero Alex, che, finito in prigione e condannato a
quattordici anni di reclusione, si offrirà volontario per la cura
Ludovico, un nuovo metodo studiato dallo stato, dai medici delle alte
sfere, che sembrerebbe “guarire” i delinquenti dagli impulsi di
violenza. La personalità di Alex verrà annientata, verrà privato
del libero arbitrio, che, come ci dice il prete, è l'unica cosa che
fa di un uomo un uomo. Alex non potrà più produrre violenza, ma
neanche ribellarsi alla violenza stessa, non avrà più capacità di
autodifesa in un mondo che si dimostra più violento di Alex stesso,
una spietatezza mascherata, a differenza di quella onesta e
pienamente consapevole del protagonista.
E
allora eccoci arrivare al momento catartico, al ritorno della forza
sprigionata da inizio film, che come un fulmine piomberà sul nostro
“affezionatissimo” trascinandolo in un vortice di soprusi a cui
non potrà ribellarsi. Tutto torna, la spirale ha compiuto il suo giro,
la violenza è come un serpente che si morde la coda, un circolo
vizioso di cui la società fa parte integrante e Alex e compagni ne
sono dei degni prodotti.
Kubrick
nel 1971- quasi dieci anni dopo il magnifico romanzo di Burgess - si
prende sulle spalle il peso di trasferire sullo schermo un testo
complesso, dal linguaggio immaginifico e sperimentale, consegnandoci
un film dalla potenza disarmante, una sinfonia in immagini con
protagonista una perfetta arancia meccanica, un frutto morbido
all'esterno - perché costretto ad esserlo - ma duro all'interno,
meccanizzato e composto da ingranaggi che nessuno vorrebbe avere, che
nessuno vorrebbe masticare, perché difficili da digerire.
di Elle
Bi per la rubrica "CINEMA".








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