sabato 31 maggio 2014
venerdì 30 maggio 2014
NEWS: "ATTENZIONE CHE ROCCO T'INCU (BEEP) !"

Qualsiasi orientamento politico deducibile dal seguente articolo riflette solo l’opinione del suo autore) .
“Ma
cosa diav… come caz (beep) è possibile?! Il [..] ha preso il 40%
dei voti?” Questa
indicativamente la reazione lunedì mattina al mio risveglio, dopo
aver letto i risultati ufficiali delle europee. Stavo poi già
preparando i bagagli per scappare quando alla mente è tornato il
vuoto assoluto del mio conto in banca ed il pranzo a casa di mamma a
cui non è possibile mancare: “Valeeee”...”Arrivo
ma’, arrivo…jeez”. Decisi
quindi di calmarmi un attimo.
Non
avendo poi praticamente nulla da fare (mi definirei infatti un NEET
atipico: studio ma non studio, lavoro ma non è proprio un lavoro,
sono in cerca di qualcosa ma al momento spero di non trovare un bel
niente) ho deciso di distrarmi un po’ stilando una piccola
classifica delle cose più ridicole che mi sono passate sotto gli
occhi durante questa tornata elettorale. Ovviamente l’elenco può
essere ampliato ed anzi invito lettori e lettrici a segnalare quanto
di più patetico e vergognoso siano stati costretti a sopportare
durante questa campagna elettorale che passerà alla storia come la
più vuota (ancor più vuota del mio conto in banca, e non credo di
esagerare) di tutta la storia repubblicana.
-Voto
10: Giuliano
Ferrara che “pippa” della coca
(una cosa spassosissima, “godetevelo”)
Conciato
peggio di un clochard, con occhialoni neri tipo John Belushi nel film
“Blues Brothers”, il “simpatico” direttore del Foglio si
scatena mimando il gesto di stendere della cocaina su un piatto per
poi tirarla su avidamente.
Tanto
prima o poi riusciranno a cancellare i contributi pubblici ai
quotidiani e allora, caro Giuliano, la coca dovrai comprarla coi tuoi
di soldi!
-Voto
9: Rocco
Siffredi “animalista”
(anche questa è una chicca davvero imperdibile:
http://tv.liberoquotidiano.it/video/11617199/La-minaccia-di-Rocco-Siffredi-a.html)
Dobbiamo ammettere che questo orgoglio italiano è divenuto famoso
nel tempo per i numerosissimi ruoli in cui si è cimentato: ha
impersonato infatti il “conquistatore” della Polonia prima, e di
Ucraina, USA, etc., etc., poi. Famose, inoltre, le interpretazioni da
Oscar di Tarzan (evito di riportare il titolo della pellicola in
questione perché non credo sia la sede adatta) e del ricco magnate
con villa a cui piace moltissimo la patatina. Così poliedrico e
camaleontico, il buon Rocco non poteva certo risparmiarci questo suo
messaggio traboccante d’amore per la natura e pregno di profondo
significato (e fate attenzione perché se ve lo mette nel culo lui,
so’ caz(beep) amari!).
-Voto
8: Pittella
(eurodeputato PD) che “parla” (si salvi chi può!) in inglese (se
in questo momento siete alle prese con “studi matti e
disperatissimi” di lingua, guardate questo video e rincuoratevi:
http://video.espresso.repubblica.it/tutti-i-video/gianni-pittella-parla-in-inglese-e-il-video-diventa-virale/2255?ref=fbpe) .
Dobbiamo
ammettere che noi italiani non siamo famosi per la capacità di
comunicare in altre lingue se non nei nostri dialetti (un livornese
probabilmente mi inveirebbe contro dicendo “ma
ca' vòi, dè?”). Ma
che un eurodeputato non sia in grado di evitare di esprimersi in
napoletano stretto anche quando parla in inglese per un comunicato
ufficiale, beh, forse è un po' troppo (mi sia permesso un hashtag:
#daincubo).
Potrei
in realtà continuare ancora un po’ (Grillo che “ingurgita” del
Maalox tanto per citare un altro episodio decisamente “pittoresco”,
evitando così di essere più offensivo) ma i numerosi impegni
giornalieri (passeggiatina rilassante visto il bel sole di oggi, ndr)
ed il poco spazio a disposizione mi impediscono di farlo. E
nonostante l’amaro in bocca dopo la Waterloo di domenica, devo
ammettere di essere estremamente soddisfatto di una cosa: la
Zanicchi, Vannoni (quello del metodo Stamina), Cecchi Paone e
Mastella non metteranno piede a Bruxelles. “Grazie
a Dio, grazie a te”
(Rino Gaetano).
di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".
giovedì 29 maggio 2014
MUSICA: "BRANCHES BARE FEAT. WHY? & DOSE ONE - Hood"
Gli
Hood e il loro piccolo capolavoro (Cold House, 2001, anno segnato
dall'uscita dell'imponente opera elettro-rock dei Radiohead,
Amnesiac, seguito naturale di Kid A) sono un emblema delle tendenze
più alternative degli anni 2000. Il rock di matrice lo-fi (come i
loro esordi post-punk) si unisce sempre di più con l'elettronica,
tramutandosi in un ibrido moderno dalle atmosfere intense e
industriali, quasi decadenti nel loro lento incedere. Un album che ha
spianato la strada a molti lavori successivi (vedi Neon Golden dei
Notwist, Fake French degli El Guapo etc) variando dall'elettronica
sofisticata dei Boards Of Canada e degli Autechre sino ad arrivare
all'idm, naturalmente senza perdere di vista il genere dei generi, il
(post) rock. Il tutto ricoperto da una velata stratificazione
hip-hop, perfezionata grazie alla importantissima collaborazione con
Dose One e Why?, leader della band cult cLOUDDEAD. Branches Bare è
un'apnea di cinque minuti, è una traccia senza passato ne futuro
attraversata da loop di pianoforte e un basso funereo, quasi liquido,
fotografata in un'immobilità onirica che ricorda i Bark Psychosis.
Una piccola goccia in un oceano che lascia senza fiato.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".
martedì 27 maggio 2014
LETTERATURA: "SALIMA"
Jack
non aveva idea di dove potesse essere e il fatto che Tamer lo
“Spirito del Viaggio” la conoscesse ci aveva sconvolto entrambi.
Da
quella volta in Italia ne era passato di tempo.
Avevo
fatto conoscere a Salima perfino Christine, la mia ragazza di allora,
ma non fu un gran successo. Ricordo che la serata finì con Christine
completamente ubriaca che andava in giro a chiedere se qualcuno
avesse un po’ di cocaina da venderle.
Lei
considerava l’Australia un po’ come la terra della trasgressione.
Il perché mi è sempre sfuggito. Mi sono fatto mille teorie a
riguardo ma nessuna mi convince fino in fondo.
Una
cosa posso dire con certezza: era pazza come un cavallo, questo è
poco ma sicuro. Tuttavia nel suo lavoro era un'artista nel vero senso
della parola.
Sia
io, che Jack, e perfino lo Spirito del Viaggio, ci siamo fatti
tatuare da lei. Perfino Salima acconsentì.
Era
come se quei disegni fossero qualcosa di più di semplici tatuaggi e
lei, mio Dio, era una cosa straordinaria quando avevi l’occasione
di vederla all’opera: non era brava soltanto ad avere la mano ferma
e il tratto delicato ma riusciva come a leggere nella tua mente e a
capire ogni minimo dettaglio del disegno che avevi in testa.
E
il suo studio era unico. Le luci al neon viola e azzurre, insieme con
una potente musica metal, facevano da sfondo all’oscurità delle
pareti dipinte di nero che intrappolavano ogni gemito di luce
proveniente dai due neon, e nel mezzo della stanza, un lettino e
nessuna sedia: Christine tatuava in piedi. Una volta che iniziava non
voleva essere disturbata per nessun motivo: sembrava come posseduta
da una sorta di demone che le rubava l’anima e la trascinava nei
meandri più nascosti della mente umana. A volte si chiudeva perfino
dentro a chiave e non esisteva nessun modo per tirarla fuori di lì.
I clienti talvolta erano spaventati da questo suo comportamento ma
tutti sapevano che se volevano avere il lavoro migliore dovevano
andare al “The rabbit hole”.
Quando
io e Jack ci presentammo lì con la nostra idea scarabocchiata su un
foglio, fummo presi letteralmente alla sprovvista quando ci sentimmo
dire da Christine:
<<Potete
anche gettarli quei pezzi di carta.>>
Quando
ci vide rimanere immobili di fronte al bancone pieno di scritte con
un’aria alquanto imbambolata, si fermò davanti a noi e fissandoci,
continuò:
<<Non
pensavate davvero di essere voi a scegliere il soggetto del vostro
tatuaggio, vero?>>
Io
e Jack ci guardammo. Le nostre facce dovevano essere veramente
allibite.
<<Ok,
ragazzi, allora vi spiego. Tutti quelli che vengono a tatuarsi da me
sanno che non saranno loro a scegliere i soggetti dei disegni. Qui
decido io, punto. Se vi va bene è così altrimenti potete andarvene
da un’altra parte. Avete capito? – la nostra risposta non giunse
ma lei continuò – Bene. Quando avete deciso fatemelo sapere.>>
Né
io né il mio amico avevamo idea che Christine lavorasse in questo
modo. Per quanto già la conoscessimo questo particolare ci era
completamente sfuggito, o meglio, non ne avevamo mai parlato.
Il
negozio stesso in realtà era un’enorme opera d’arte
post-moderna. L’arredamento era diverso ad ogni parete e passava da
pareti interamente addobbate con pellicce di felini africani a
poltrone in stile orientale, copie di vasi della dinastia Ming,
maschere mortuarie sudamericane, disegni di teschi, farfalle, fiori e
fate. Dietro al banco c’era un muro completamente ricoperto di
piercing di ogni genere.
Christine,
infatti, non faceva soltanto tatuaggi ma anche piercing,
scarificazioni e incisioni. In realtà lasciava per lo più questi
compiti alle sue due assistenti, Maria e Dorothy, mentre lei si
dedicava completamente all’arte del tatuaggio: in quello studio non
aveva mai lasciato impugnare l’ago a nessun altro.
Come
una sorta di fissazione si addossava tutta la furia e la trascendenza
di quei simboli ed era legata alla sua arte come una farfalla alle
sue ali. Il suo corpo d’altronde lo dimostrava senza alcun riservo.
Ciò
che invece Christine decise di tatuarmi fu una piccola rosa dei
venti. Me la tatuò in corrispondenza esatta del cuore e non volle
essere pagata, come del resto da Jack, a cui disegnò semplicemente
un cerchio che gli ricalcava la forma della spalla.
Il
più bello di tutti, però, fu quello di Salima. Quando uscì dalla
stanza scura aveva sulla parte posteriore del collo il disegno di una
tigre che, stirandosi, allungava tutto il corpo e mostrava la parte
più vulnerabile di sé ad una luna enorme che le stava di fronte e
quasi l’avvolgeva con il riflesso del suo bagliore.
Tutto
era scritto sulla pelle fin nei minimi particolari.
Anche
se nessuno di noi aveva nessun problema morale a farsi tatuare,
Salima non volle mai rivelarlo ai suoi genitori.
Questi
erano musulmani sunniti ortodossi e non avrebbero mai accettato una
cosa del genere.
Ricordo
ancora la faccia di Jack quando quella ci raccontò che era stata
rinchiusa nel capanno degli attrezzi per quasi due mesi a pane e
acqua quando, a sedici anni, aveva detto a suo padre di voler fare il
medico. I suoi ricordi erano ancora vivi e la ferita ancora aperta.
Jack
l’amava e Salima amava Jack con tutto il cuore ma la vita li aveva
portati lontani l’uno dall’altro. Si erano conosciuti in
Australia e da allora era nato qualcosa. Io lo so perché Jack è il
mio migliore amico. In più erano entrambi medici: chirurgo lui e
ortopedico lei; ma mentre il primo lavorava all’ospedale di Perth,
lei viaggiava in continuazione, andando a esercitare la sua
professione nei campi profughi sparsi per tutto il mondo.
In
realtà Salima avrebbe dovuto sposarsi, fare tanti figli, conservare
una buona dote e osservare i precetti della brava moglie descritti
tanto minuziosamente nel Corano.
O
almeno non fare un mestiere da uomo.
Non
li perdonò mai per questo.
Eravamo
sulla costa pugliese di Otranto quando decise di liberarsi di questo
fardello.
Il
tramonto le dipingeva un’aura magica intorno alla testa coronata da
un velo che aveva lo stesso colore del mare; la sua pelle dorata
rifletteva gli ormai tiepidi raggi del sole che intanto stava
volgendo il suo sguardo verso altre notti.
Ogni
sera per quaranta giorni di fila era stata costretta a subire le
visite di suo padre che, con il placito e tacito assenso materno, le
chiedeva puntualmente se avesse cambiato idea riguardo i progetti per
il suo futuro. Se la risposta era negativa brandiva la verga e la
frustava.
Salima
amava il suo lavoro come solo poche persone sanno fare.
Quante
volte aveva alzato lo sguardo verso il cielo di Baghdad e aveva
trovato conforto nella potente e determinata fermezza della luna che
da un lato sembrava consolarla e dall’altro punirla con la sua
indifferenza, mentre se ne stava a carponi, nuda e tremante per le
scudisciate.
La
sua schiena ne portava ancora i segni, cicatrici profonde nella carne
e nell’anima.
Durante
quei giorni Salima giurò a se stessa che mai nessuno le avrebbe
portato via il suo futuro.
L’ultima
sera che suo padre le fece visita per riportarla in casa di fronte
alla famiglia per essere giudicata, la ragazza si fece trovare
pronta.
Coperta
di pochi stracci ma con un’enorme pala in mano decise che era
stanca di attendere nell’oscurità un futuro che non desiderava e
così aspettò pazientemente che suo padre aprisse la porta del
capanno, ignaro di ciò che sarebbe successo di lì a poco, e lo
colpì di sorpresa lasciandolo cadere a terra in un tonfo sordo,
privo di sensi.
Era
stato facile alla fine.
Ma
adesso che era libera cosa avrebbe fatto? Non poteva tornare dalla
sua famiglia… Scappare era l’unica soluzione. Ma dove? Come se la
sarebbe cavata da quelle parti una ragazza di Baghdad di appena
sedici anni?
Tuttavia,
sentendo quella storia, o forse ancor di più avvertendo il contrasto
di quelle parole con un tramonto tanto placido, Jack si alzò di
scatto e, fissando il mare, si incamminò verso il bagnasciuga.
Come
chirurgo era abituato a vedere corpi straziati, ma quando si
trattava di assimilare esperienze e ricordi, di condividerli e farli
propri, provandone l’emozione fino all’ultima goccia, si rivelava
alquanto fragile.
Salima
allora si alzò e lo raggiunse.
Ciò
che si sono detti rimane un mistero.
Da
parte mia io avevo trovato una nuova storia da raccontare al mondo.
di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".
di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".
lunedì 26 maggio 2014
CINEMA: "MAPS TO THE STARS - David Cronenberg"

Il nuovo film del canadese Cronenberg ruota attorno alla famiglia Weiss, una famiglia atipica, ma perfetta per l'attenta analisi che ci propone il regista. Il campo d'indagine è il mondo dello spettacolo, degli eccessi, dei soldi a palate e quindi il lato oscuro degli studios hollywoodiani.
Il
giovane Benjie Weiss è il classico enfant prodige che si muove alla
perfezione dietro ad una macchina da presa ma che fatica a muoversi
nella vita di tutti i giorni, complici le forti pressioni
psicologiche, complice l'insano atteggiamento dei genitori –
sopratutto la madre - che tutelano la loro gemma come veri e propri
imprenditori.
Il
padre (un perfetto John Cusack) è un essere squallido, un terapista
televisivo che si ciba dei problemi della gente – famosa –
illudendola con pratiche poco ortodosse di superare grossi problemi e
contrasti interiori.
In
questo enorme valzer di maschere di cera e fantasmi c'è anche Havana
Segrand (una magnifica Julianne Moore) figlia d'arte, attrice
inespressa con un pesante fardello da portarsi appresso.
Ad
un certo punto della storia entra in scena Agatha (Mia Wasikowska),
assunta come assistente personale da Havana Segrand che gira in
limousine percorrendo il viale di tutte le grandi stelle di
Hollywood, accompagnata da Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col
sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.
Con
l'arrivo di Agatha il mondo degli studios – già incrinato dalla
prima inquadratura – va a pezzi e insieme le vite di tutti i
componenti della famiglia Weiss e delle figure che ne gravitano
intorno.
Cronenberg
si dimostra regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno
con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica. La
crisi è evidente, l'attesa della fine ci tiene incollati davanti
allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il mondo dello
spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa di peccaminoso, di
corrotto, così tanto da far male solo a guardarlo. Sbirciando da
quella fessura che Cronenberg apre e scava per quasi due ore ci
rendiamo conto di come normali esseri umani possano cambiare,
inaridire, mentire per restare al centro della scena, perché the
show must go on.
Molti
hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato gli
ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché a parer loro,
negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa la
violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli più
cerebrali a dir loro.
Ma
come si può rimanere indifferenti a History of violence? A tutta
quella martoriazione della carne che è anche sangue versato da una
nazione, da quell'America folle mai rappresentata così lucidamente
dal regista. E come non notare la potenza delle immagini nella
Promessa dell'assassino? La scena del bagno turco è quanto di più
crudo ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un
groviglio umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e
lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti
negativi, ci esponiamo e possiamo dire con grande calma e sicurezza
che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti anni fa,
ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare tutta la
sua arte, tutta la sua poetica per dire cose nuove in modi sempre più
sorprendenti.
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".
venerdì 23 maggio 2014
NEWS: "LO SQUIRTING. INTERVISTA A PAMELA"
Dopo
qualche ulteriore momento di silenzio, decide di calare la maschera e
spiegarmi quel suo stato psicofisico. Mi fa: “Hai mica incontrato
una tipa per le scale?”, rispondo affermativamente aspettando il
prosieguo. Continua dicendo: “Quella tipa è una mia vecchia amica.
E’ passata a salutarmi e.. Siamo finiti a letto!”. Sorrido
empaticamente dubitando che la storia sia finita lì. Infatti,
riprende dicendo: “Siamo finiti a letto e.. Lei.. LEI HA
SQUIRTATO!!!”. Scoppio in una fragorosa risata e nella stanza si
diffonde un clima da festeggiamenti tipo vittoria del Mondiale!
Per noi
maschietti un evento del genere è una sorta di premio. E’ una
ricarica all’ego senza precedenti. Una chimera che inseguiamo sulla
quale vi sono rumors e leggende urbane di ogni genere –
spunta sempre l’amica dell’amico del cugino che può squirtare a
comando, dimostrando così la veridicità del teorema dello squirting
– che rendono l’esistenza delle squirters un fatto al
limite della realtà!
Ispirati
da questa esperienza, abbiamo intervistato Pamela, un’esperta
ginecologa e amica di famiglia.
ilcARTEllo:
Ciao Pamela, come stai? E’ un buon momento per parlare?
PAMELA:
Ciao. Va tutto bene grazie. Si sono libera e pronta per la tua
intervista.
ilcARTEllo:
Ti ho già accennato il tema riguardo al quale vorrei porti delle
domande. Dunque, entriamo nel merito della questione. Innanzitutto,
quale è il modo corretto o scientifico per definire quello che io
comunemente definirei Squirting?
PAMELA:
Squirting è il nome colloquiale, probabilmente dovuto alla
pornografia, con cui ci si riferisce all’eiaculazione femminile
(sghignazza Pamela, ndr).
ilcARTEllo:
Bene. Allora, che cosa è l’eiaculazione femminile?
PAMELA:
Si tratta di espulsione di un fluido dal condotto parauretrale (o
ghiandola di Skene) da parte della donna durante un orgasmo o un atto
sessuale. In seguito alla stimolazione interna della vagina, le
ghiandole parauretrali presenti nella donna secernono nell'uretra un
fluido che poi viene da essa espulso nel corso dell'atto sessuale o
in corrispondenza dell'orgasmo. L'eiaculato può essere di due tipi
ma, non avendo il fenomeno eiaculatorio in questione niente a che
fare con la lubrificazione vaginale femminile, è necessario
ricordare che entrambi i fluidi provengono dall’uretra. Il primo è
un fluido di consistenza lattiginosa, di colore biancastro, emesso in
scarsa quantità che si deposita in corrispondenza dell'imboccatura
della vagina; il secondo è un liquido trasparente emesso in quantità
più o meno considerevoli con manifestazioni di carattere
eiaculatorio più evidente ed "esplosivo", che rassomiglia
all'urina. È proprio questo secondo tipo l’eiaculato che ci
interessa.
ilcARTEllo:
A giudicare dalla tua risposta mi sembra di capire che non sia un
fenomeno così raro come comunemente si pensa. E’ così? Come viene
spiegato in campo medico?
PAMELA:
In realtà devo contraddirti. Si tratta di un fenomeno a proposito
del quale non esiste ancora un consenso unanime nella comunità
medica e scientifica. La sua esistenza è stata riconosciuta da molti
ma, sebbene sia stato accertato che in alcune donne vi sono
manifestazioni eiaculatorie straordinarie rispetto ai normali
fenomeni di lubrificazione connessi all'eccitazione sessuale, a
tutt'oggi manca un consenso scientifico in merito alle modalità
dell'eiaculazione stessa. Oltre all’assenza di un giudizio unanime
l'eiaculazione femminile è un fenomeno che per quanto visto finora
pare interessare una piccola percentuale della popolazione femminile
(secondo alcuni dell'ordine del 10%), e gli studi effettuati sino ad
ora hanno preso in esame un numero troppo ridotto di casi accertati
per poter esprimere un giudizio scientifico ritenuto valido.
ilcARTEllo: Beh, io posso garantire alla comunità scientifica e
medica che questo fenomeno esiste! Ne ho le prove! Se dovesse
capitarmi posso esultare allegramente e o sono stato solamente
fortunato? Tu cosa ne pensi in merito?
PAMELA:
Alcune delle mie pazienti hanno avuto esperienze di questo tipo ma
l’idea che mi sono fatta è che non dipenda dalla bravura del
partner – a questo proposito, penso che le frequenti eiaculazioni
nel mondo del porno non siano necessariamente vere – ma piuttosto
da caratteristiche fisiche della vagina, che rendono la sua
‘proprietaria’ più o meno predisposta all’eiaculazione. In
generale non so darti una risposta certa ma posso quantomeno provare
a fugare alcune delle più diffuse leggende urbane. Innanzitutto non
è urina come taluni sostengono. Ancora, non è vero che ogni donna è
in grado di farlo e che deve semplicemente imparare. Infine, l’evento
eiaculatorio non è da considerarsi come un indice di maggior piacere
nell’orgasmo della donna.
ilcARTEllo:
Grazie mille Pamela per le delucidazioni. A presto.
PAMELA:
Grazie a voi. Ah, un ultimo consiglio da mamma e da donna. Non
capisco tutto questo fascino per ciò che voi chiamate squirting..
Siete proprio convinti che ne valga la pena di cambiare le lenzuola
ogni volta che fate l’amore?
(Noi ovviamente pensiamo di si!)
di IT per la rubrica "NEWS".
di IT per la rubrica "NEWS".
giovedì 22 maggio 2014
MUSICA: "YOU CAN'T PUT YOUR ARMS AROUND A MEMORY - Johnny Thunders"
Johnny Thunders è stato una delle più grandi figure del rock, se si osserva tale arte da un punto di vista nichilista e maledetto. Difatti Johnny abbracciò un'etica punk (creata probabilmente da lui, visto che è stato il primo vero punk) che prevedeva uno stile di vita che può essere facilmente riassunto in una frase: meglio morire per vivere che vivere per morire. Alcool, eroina, donne. Johnny è passato da tutto, bruciando veloce come un (anti)eroe decadente, tragico. E l'epilogo, scontato, è quello che conosciamo: trovato morto per overdose (di metadone, addirittura) nella stanza di un albergo di New Orleans, in una solitudine accecante. Solitudine e autodistruzione trasformate in uno status in cui egli stesso si era gettato, senza possibilità di fuga. Una carriera all'insegna del caos, cominciato con l'esperienza glam punk degli scioccanti New York Dolls e terminata con una serie di album solisti decisamente sottovalutati. Sottovalutati perché è grazie a lui che oggi esistono personaggi come Pete Doherty, e nel rock rimane un piccolo lume di furore che non ne vuole sapere di spegnersi. Il più grande mother fucker del rock continua ad allungare le sue mani maledette e voraci di conoscenza, di esperienza, verso il mondo, con un'eredità che è divenuta leggenda.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".
Iscriviti a:
Post (Atom)
















.gif)


