giovedì 29 maggio 2014

MUSICA: "BRANCHES BARE FEAT. WHY? & DOSE ONE - Hood"





Gli Hood e il loro piccolo capolavoro (Cold House, 2001, anno segnato dall'uscita dell'imponente opera elettro-rock dei Radiohead, Amnesiac, seguito naturale di Kid A) sono un emblema delle tendenze più alternative degli anni 2000. Il rock di matrice lo-fi (come i loro esordi post-punk) si unisce sempre di più con l'elettronica, tramutandosi in un ibrido moderno dalle atmosfere intense e industriali, quasi decadenti nel loro lento incedere. Un album che ha spianato la strada a molti lavori successivi (vedi Neon Golden dei Notwist, Fake French degli El Guapo etc) variando dall'elettronica sofisticata dei Boards Of Canada e degli Autechre sino ad arrivare all'idm, naturalmente senza perdere di vista il genere dei generi, il (post) rock. Il tutto ricoperto da una velata stratificazione hip-hop, perfezionata grazie alla importantissima collaborazione con Dose One e Why?, leader della band cult cLOUDDEAD. Branches Bare è un'apnea di cinque minuti, è una traccia senza passato ne futuro attraversata da loop di pianoforte e un basso funereo, quasi liquido, fotografata in un'immobilità onirica che ricorda i Bark Psychosis. Una piccola goccia in un oceano che lascia senza fiato.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".


martedì 27 maggio 2014

LETTERATURA: "SALIMA"









Che fine avesse fatto Salima nessuno lo sapeva.
Jack non aveva idea di dove potesse essere e il fatto che Tamer lo “Spirito del Viaggio” la conoscesse ci aveva sconvolto entrambi.
Da quella volta in Italia ne era passato di tempo.
Avevo fatto conoscere a Salima perfino Christine, la mia ragazza di allora, ma non fu un gran successo. Ricordo che la serata finì con Christine completamente ubriaca che andava in giro a chiedere se qualcuno avesse un po’ di cocaina da venderle.
Lei considerava l’Australia un po’ come la terra della trasgressione. Il perché mi è sempre sfuggito. Mi sono fatto mille teorie a riguardo ma nessuna mi convince fino in fondo.
Una cosa posso dire con certezza: era pazza come un cavallo, questo è poco ma sicuro. Tuttavia nel suo lavoro era un'artista nel vero senso della parola.
Sia io, che Jack, e perfino lo Spirito del Viaggio, ci siamo fatti tatuare da lei. Perfino Salima acconsentì.
Era come se quei disegni fossero qualcosa di più di semplici tatuaggi e lei, mio Dio, era una cosa straordinaria quando avevi l’occasione di vederla all’opera: non era brava soltanto ad avere la mano ferma e il tratto delicato ma riusciva come a leggere nella tua mente e a capire ogni minimo dettaglio del disegno che avevi in testa.
E il suo studio era unico. Le luci al neon viola e azzurre, insieme con una potente musica metal, facevano da sfondo all’oscurità delle pareti dipinte di nero che intrappolavano ogni gemito di luce proveniente dai due neon, e nel mezzo della stanza, un lettino e nessuna sedia: Christine tatuava in piedi. Una volta che iniziava non voleva essere disturbata per nessun motivo: sembrava come posseduta da una sorta di demone che le rubava l’anima e la trascinava nei meandri più nascosti della mente umana. A volte si chiudeva perfino dentro a chiave e non esisteva nessun modo per tirarla fuori di lì. I clienti talvolta erano spaventati da questo suo comportamento ma tutti sapevano che se volevano avere il lavoro migliore dovevano andare al “The rabbit hole”.
Quando io e Jack ci presentammo lì con la nostra idea scarabocchiata su un foglio, fummo presi letteralmente alla sprovvista quando ci sentimmo dire da Christine:
<<Potete anche gettarli quei pezzi di carta.>>
Quando ci vide rimanere immobili di fronte al bancone pieno di scritte con un’aria alquanto imbambolata, si fermò davanti a noi e fissandoci, continuò:
<<Non pensavate davvero di essere voi a scegliere il soggetto del vostro tatuaggio, vero?>>
Io e Jack ci guardammo. Le nostre facce dovevano essere veramente allibite.
<<Ok, ragazzi, allora vi spiego. Tutti quelli che vengono a tatuarsi da me sanno che non saranno loro a scegliere i soggetti dei disegni. Qui decido io, punto. Se vi va bene è così altrimenti potete andarvene da un’altra parte. Avete capito? – la nostra risposta non giunse ma lei continuò – Bene. Quando avete deciso fatemelo sapere.>>
Né io né il mio amico avevamo idea che Christine lavorasse in questo modo. Per quanto già la conoscessimo questo particolare ci era completamente sfuggito, o meglio, non ne avevamo mai parlato.
Il negozio stesso in realtà era un’enorme opera d’arte post-moderna. L’arredamento era diverso ad ogni parete e passava da pareti interamente addobbate con pellicce di felini africani a poltrone in stile orientale, copie di vasi della dinastia Ming, maschere mortuarie sudamericane, disegni di teschi, farfalle, fiori e fate. Dietro al banco c’era un muro completamente ricoperto di piercing di ogni genere.
Christine, infatti, non faceva soltanto tatuaggi ma anche piercing, scarificazioni e incisioni. In realtà lasciava per lo più questi compiti alle sue due assistenti, Maria e Dorothy, mentre lei si dedicava completamente all’arte del tatuaggio: in quello studio non aveva mai lasciato impugnare l’ago a nessun altro.
Come una sorta di fissazione si addossava tutta la furia e la trascendenza di quei simboli ed era legata alla sua arte come una farfalla alle sue ali. Il suo corpo d’altronde lo dimostrava senza alcun riservo.
Ciò che invece Christine decise di tatuarmi fu una piccola rosa dei venti. Me la tatuò in corrispondenza esatta del cuore e non volle essere pagata, come del resto da Jack, a cui disegnò semplicemente un cerchio che gli ricalcava la forma della spalla.
Il più bello di tutti, però, fu quello di Salima. Quando uscì dalla stanza scura aveva sulla parte posteriore del collo il disegno di una tigre che, stirandosi, allungava tutto il corpo e mostrava la parte più vulnerabile di sé ad una luna enorme che le stava di fronte e quasi l’avvolgeva con il riflesso del suo bagliore.
Tutto era scritto sulla pelle fin nei minimi particolari.
Anche se nessuno di noi aveva nessun problema morale a farsi tatuare, Salima non volle mai rivelarlo ai suoi genitori.
Questi erano musulmani sunniti ortodossi e non avrebbero mai accettato una cosa del genere.
Ricordo ancora la faccia di Jack quando quella ci raccontò che era stata rinchiusa nel capanno degli attrezzi per quasi due mesi a pane e acqua quando, a sedici anni, aveva detto a suo padre di voler fare il medico. I suoi ricordi erano ancora vivi e la ferita ancora aperta.
Jack l’amava e Salima amava Jack con tutto il cuore ma la vita li aveva portati lontani l’uno dall’altro. Si erano conosciuti in Australia e da allora era nato qualcosa. Io lo so perché Jack è il mio migliore amico. In più erano entrambi medici: chirurgo lui e ortopedico lei; ma mentre il primo lavorava all’ospedale di Perth, lei viaggiava in continuazione, andando a esercitare la sua professione nei campi profughi sparsi per tutto il mondo.
In realtà Salima avrebbe dovuto sposarsi, fare tanti figli, conservare una buona dote e osservare i precetti della brava moglie descritti tanto minuziosamente nel Corano.
O almeno non fare un mestiere da uomo.
Non li perdonò mai per questo.
Eravamo sulla costa pugliese di Otranto quando decise di liberarsi di questo fardello.
Il tramonto le dipingeva un’aura magica intorno alla testa coronata da un velo che aveva lo stesso colore del mare; la sua pelle dorata rifletteva gli ormai tiepidi raggi del sole che intanto stava volgendo il suo sguardo verso altre notti.
Ogni sera per quaranta giorni di fila era stata costretta a subire le visite di suo padre che, con il placito e tacito assenso materno, le chiedeva puntualmente se avesse cambiato idea riguardo i progetti per il suo futuro. Se la risposta era negativa brandiva la verga e la frustava.
Salima amava il suo lavoro come solo poche persone sanno fare.
Quante volte aveva alzato lo sguardo verso il cielo di Baghdad e aveva trovato conforto nella potente e determinata fermezza della luna che da un lato sembrava consolarla e dall’altro punirla con la sua indifferenza, mentre se ne stava a carponi, nuda e tremante per le scudisciate.
La sua schiena ne portava ancora i segni, cicatrici profonde nella carne e nell’anima.
Durante quei giorni Salima giurò a se stessa che mai nessuno le avrebbe portato via il suo futuro.
L’ultima sera che suo padre le fece visita per riportarla in casa di fronte alla famiglia per essere giudicata, la ragazza si fece trovare pronta.
Coperta di pochi stracci ma con un’enorme pala in mano decise che era stanca di attendere nell’oscurità un futuro che non desiderava e così aspettò pazientemente che suo padre aprisse la porta del capanno, ignaro di ciò che sarebbe successo di lì a poco, e lo colpì di sorpresa lasciandolo cadere a terra in un tonfo sordo, privo di sensi.
Era stato facile alla fine.
Ma adesso che era libera cosa avrebbe fatto? Non poteva tornare dalla sua famiglia… Scappare era l’unica soluzione. Ma dove? Come se la sarebbe cavata da quelle parti una ragazza di Baghdad di appena sedici anni?
Tuttavia, sentendo quella storia, o forse ancor di più avvertendo il contrasto di quelle parole con un tramonto tanto placido, Jack si alzò di scatto e, fissando il mare, si incamminò verso il bagnasciuga.
Come chirurgo era abituato a vedere corpi straziati, ma quando si trattava di assimilare esperienze e ricordi, di condividerli e farli propri, provandone l’emozione fino all’ultima goccia, si rivelava alquanto fragile.
Salima allora si alzò e lo raggiunse.
Ciò che si sono detti rimane un mistero.
Da parte mia io avevo trovato una nuova storia da raccontare al mondo.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 26 maggio 2014

CINEMA: "MAPS TO THE STARS - David Cronenberg"









Il nuovo film del canadese Cronenberg ruota attorno alla famiglia Weiss, una famiglia atipica, ma perfetta per l'attenta analisi che ci propone il regista. Il campo d'indagine è il mondo dello spettacolo, degli eccessi, dei soldi a palate e quindi il lato oscuro degli studios hollywoodiani.
Il giovane Benjie Weiss è il classico enfant prodige che si muove alla perfezione dietro ad una macchina da presa ma che fatica a muoversi nella vita di tutti i giorni, complici le forti pressioni psicologiche, complice l'insano atteggiamento dei genitori – sopratutto la madre - che tutelano la loro gemma come veri e propri imprenditori.
Il padre (un perfetto John Cusack) è un essere squallido, un terapista televisivo che si ciba dei problemi della gente – famosa – illudendola con pratiche poco ortodosse di superare grossi problemi e contrasti interiori.
In questo enorme valzer di maschere di cera e fantasmi c'è anche Havana Segrand (una magnifica Julianne Moore) figlia d'arte, attrice inespressa con un pesante fardello da portarsi appresso.
Ad un certo punto della storia entra in scena Agatha (Mia Wasikowska), assunta come assistente personale da Havana Segrand che gira in limousine percorrendo il viale di tutte le grandi stelle di Hollywood, accompagnata da Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.
Con l'arrivo di Agatha il mondo degli studios – già incrinato dalla prima inquadratura – va a pezzi e insieme le vite di tutti i componenti della famiglia Weiss e delle figure che ne gravitano intorno.
Cronenberg si dimostra regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica. La crisi è evidente, l'attesa della fine ci tiene incollati davanti allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il mondo dello spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa di peccaminoso, di corrotto, così tanto da far male solo a guardarlo. Sbirciando da quella fessura che Cronenberg apre e scava per quasi due ore ci rendiamo conto di come normali esseri umani possano cambiare, inaridire, mentire per restare al centro della scena, perché the show must go on.
Molti hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato gli ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché a parer loro, negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa la violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli più cerebrali a dir loro.
Ma come si può rimanere indifferenti a History of violence? A tutta quella martoriazione della carne che è anche sangue versato da una nazione, da quell'America folle mai rappresentata così lucidamente dal regista. E come non notare la potenza delle immagini nella Promessa dell'assassino? La scena del bagno turco è quanto di più crudo ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un groviglio umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti negativi, ci esponiamo e possiamo dire con grande calma e sicurezza che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti anni fa, ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare tutta la sua arte, tutta la sua poetica per dire cose nuove in modi sempre più sorprendenti.

di Elle Bper la rubrica "CINEMA".


venerdì 23 maggio 2014

NEWS: "LO SQUIRTING. INTERVISTA A PAMELA"





Parcheggio il mio SH nello stesso identico posto di sempre e, come ogni sera, scambio due chiacchiere con il ragazzo bengalese che lava i vetri sotto casa – a proposito di Bangladesh, prossimamente uscirà un reportage sulla ‘Banglamafia’, stay tuned. Apro il cancello e poi il portone di casa, pronto a salire le rampe di scale che mi dividono dal meritato ‘collasso sul divano post-lavoro’. Fatta la prima rampa, incrocio una moretta dalla snella figura che se ne va. Seguo il protocollo della cortesia condominiale pronunciando un disinteressato: “Salve”. Cortesia ripagata con la stessa moneta: “Salve”, dice pure lei andandosene. Arrivo finalmente in casa, pronto ad accendere una sigaretta da fumare lentamente, cullato dai suoni psichedelici di una delle mie playlist su Youtube. Mi tolgo la prima scarpa e sto per togliermi la seconda quando il mio coinquilino mi chiama dalla sua stanza con una voce fibrillante. Mi affaccio nella sua camera e lo trovo seduto sul letto. Ha in bocca uno spinello slim e un sorrisone dipinto sul volto – che non ha niente a che vedere con il tetraidrocannabinolo che sta lucidando le sue sinapsi. Probabilmente definirlo un sorrisone è riduttivo. Il tipo è proprio in estasi: sembra aver visto la Madonna o un UFO. Entro in uno stato di inattesa curiosità.

Dopo qualche ulteriore momento di silenzio, decide di calare la maschera e spiegarmi quel suo stato psicofisico. Mi fa: “Hai mica incontrato una tipa per le scale?”, rispondo affermativamente aspettando il prosieguo. Continua dicendo: “Quella tipa è una mia vecchia amica. E’ passata a salutarmi e.. Siamo finiti a letto!”. Sorrido empaticamente dubitando che la storia sia finita lì. Infatti, riprende dicendo: “Siamo finiti a letto e.. Lei.. LEI HA SQUIRTATO!!!”. Scoppio in una fragorosa risata e nella stanza si diffonde un clima da festeggiamenti tipo vittoria del Mondiale!

Per noi maschietti un evento del genere è una sorta di premio. E’ una ricarica all’ego senza precedenti. Una chimera che inseguiamo sulla quale vi sono rumors e leggende urbane di ogni genere – spunta sempre l’amica dell’amico del cugino che può squirtare a comando, dimostrando così la veridicità del teorema dello squirting – che rendono l’esistenza delle squirters un fatto al limite della realtà!

Ispirati da questa esperienza, abbiamo intervistato Pamela, un’esperta ginecologa e amica di famiglia.

ilcARTEllo: Ciao Pamela, come stai? E’ un buon momento per parlare?

PAMELA: Ciao. Va tutto bene grazie. Si sono libera e pronta per la tua intervista.

ilcARTEllo: Ti ho già accennato il tema riguardo al quale vorrei porti delle domande. Dunque, entriamo nel merito della questione. Innanzitutto, quale è il modo corretto o scientifico per definire quello che io comunemente definirei Squirting?

PAMELA: Squirting è il nome colloquiale, probabilmente dovuto alla pornografia, con cui ci si riferisce all’eiaculazione femminile (sghignazza Pamela, ndr).

ilcARTEllo: Bene. Allora, che cosa è l’eiaculazione femminile?

PAMELA: Si tratta di espulsione di un fluido dal condotto parauretrale (o ghiandola di Skene) da parte della donna durante un orgasmo o un atto sessuale. In seguito alla stimolazione interna della vagina, le ghiandole parauretrali presenti nella donna secernono nell'uretra un fluido che poi viene da essa espulso nel corso dell'atto sessuale o in corrispondenza dell'orgasmo. L'eiaculato può essere di due tipi ma, non avendo il fenomeno eiaculatorio in questione niente a che fare con la lubrificazione vaginale femminile, è necessario ricordare che entrambi i fluidi provengono dall’uretra. Il primo è un fluido di consistenza lattiginosa, di colore biancastro, emesso in scarsa quantità che si deposita in corrispondenza dell'imboccatura della vagina; il secondo è un liquido trasparente emesso in quantità più o meno considerevoli con manifestazioni di carattere eiaculatorio più evidente ed "esplosivo", che rassomiglia all'urina. È proprio questo secondo tipo l’eiaculato che ci interessa.

ilcARTEllo: A giudicare dalla tua risposta mi sembra di capire che non sia un fenomeno così raro come comunemente si pensa. E’ così? Come viene spiegato in campo medico?

PAMELA: In realtà devo contraddirti. Si tratta di un fenomeno a proposito del quale non esiste ancora un consenso unanime nella comunità medica e scientifica. La sua esistenza è stata riconosciuta da molti ma, sebbene sia stato accertato che in alcune donne vi sono manifestazioni eiaculatorie straordinarie rispetto ai normali fenomeni di lubrificazione connessi all'eccitazione sessuale, a tutt'oggi manca un consenso scientifico in merito alle modalità dell'eiaculazione stessa. Oltre all’assenza di un giudizio unanime l'eiaculazione femminile è un fenomeno che per quanto visto finora pare interessare una piccola percentuale della popolazione femminile (secondo alcuni dell'ordine del 10%), e gli studi effettuati sino ad ora hanno preso in esame un numero troppo ridotto di casi accertati per poter esprimere un giudizio scientifico ritenuto valido.

ilcARTEllo: Beh, io posso garantire alla comunità scientifica e medica che questo fenomeno esiste! Ne ho le prove! Se dovesse capitarmi posso esultare allegramente e o sono stato solamente fortunato? Tu cosa ne pensi in merito?

PAMELA: Alcune delle mie pazienti hanno avuto esperienze di questo tipo ma l’idea che mi sono fatta è che non dipenda dalla bravura del partner – a questo proposito, penso che le frequenti eiaculazioni nel mondo del porno non siano necessariamente vere – ma piuttosto da caratteristiche fisiche della vagina, che rendono la sua ‘proprietaria’ più o meno predisposta all’eiaculazione. In generale non so darti una risposta certa ma posso quantomeno provare a fugare alcune delle più diffuse leggende urbane. Innanzitutto non è urina come taluni sostengono. Ancora, non è vero che ogni donna è in grado di farlo e che deve semplicemente imparare. Infine, l’evento eiaculatorio non è da considerarsi come un indice di maggior piacere nell’orgasmo della donna.

ilcARTEllo: Grazie mille Pamela per le delucidazioni. A presto.

PAMELA: Grazie a voi. Ah, un ultimo consiglio da mamma e da donna. Non capisco tutto questo fascino per ciò che voi chiamate squirting.. Siete proprio convinti che ne valga la pena di cambiare le lenzuola ogni volta che fate l’amore?
(Noi ovviamente pensiamo di si!)

di IT per la rubrica "NEWS".

giovedì 22 maggio 2014

MUSICA: "YOU CAN'T PUT YOUR ARMS AROUND A MEMORY - Johnny Thunders"



Johnny Thunders è stato una delle più grandi figure del rock, se si osserva tale arte da un punto di vista nichilista e maledetto. Difatti Johnny abbracciò un'etica punk (creata probabilmente da lui, visto che è stato il primo vero punk) che prevedeva uno stile di vita che può essere facilmente riassunto in una frase: meglio morire per vivere che vivere per morire. Alcool, eroina, donne. Johnny è passato da tutto, bruciando veloce come un (anti)eroe decadente, tragico. E l'epilogo, scontato, è quello che conosciamo: trovato morto per overdose (di metadone, addirittura) nella stanza di un albergo di New Orleans, in una solitudine accecante. Solitudine e autodistruzione trasformate in uno status in cui egli stesso si era gettato, senza possibilità di fuga. Una carriera all'insegna del caos, cominciato con l'esperienza glam punk degli scioccanti New York Dolls e terminata con una serie di album solisti decisamente sottovalutati. Sottovalutati perché è grazie a lui che oggi esistono personaggi come Pete Doherty, e nel rock rimane un piccolo lume di furore che non ne vuole sapere di spegnersi. Il più grande mother fucker del rock continua ad allungare le sue mani maledette e voraci di conoscenza, di esperienza, verso il mondo, con un'eredità che è divenuta leggenda.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 20 maggio 2014

LETTERATURA: "LA RONDINE FUGGITA DAL PARADISO - Hyok Kang"





La Corea del Nord è espressione di una delle più feroci dittature mai esistite nella storia. Una dittatura di stampo stalinista, che è riuscita a fermare il tempo, vivendo in un isolamento totale che perdura fino ai giorni nostri. Questo libro, edito nel 2008, fa capire in maniera esemplare il terrore instillato dal “caro Leader” e dai suoi seguaci nei confronti di una popolazione inerme e ridotta alla fame; a raccontare il tutto è uno dei fuggitivi del paese, Hyok Kang (in realtà uno pseudonimo) che riesce, attraverso un linguaggio semplice e scorrevole, a emozionare il lettore e a fargli comprendere gli orrori che attraversano questa nazione. Un territorio ove tutto è egemonizzato dal partito comunista, dove i bambini sono di fatto istruiti alla futura leva militare fin da subito, e dove la cultura del sospetto regna sovrana; gli abitanti vengono di fatto incentivati a denunciare i propri simili, al fine di stroncare sul nascere e ad inibire qualsivoglia forma di protesta. In realtà sono ben pochi quelli che in Corea del Nord mettono in dubbio la parola di Kim, la propaganda nordcoreana è talmente pervasiva e talmente efficace da aver fatto apprendere alla popolazione una visione ben diversa della storia: secondo i libri di testo nordcoreani, i Giapponesi e gli Americani furono alleati durante la seconda guerra mondiale, mentre la guerra di Corea risulta scatenata dai “maledetti sudisti” e non, come ben sappiamo, dal caro Leader. Tutti questi fattori, e tutti gli eventi che hanno percorso la sua infanzia, sono descritti dall'autore nei minimi particolari, e riescono a colpire come un pugno allo stomaco il lettore in diversi frangenti. Particolarmente avvincente la descrizione minuziosa della grande crisi che colpì il paese nel 1995, che porterà la Nord Corea quasi sull'orlo del collasso e ridurrà allo stremo gran parte della popolazione a causa della denutrizione e della miseria. Allo stesso modo, particolarmente commovente risulta il racconto della prigionia del padre: in Corea del Nord finire in un campo di concentramento è quasi sempre garanzia di morte, ma il padre di Hyok riuscì miracolosamente a cavarsela scappando in Cina dove capì tutte le menzogne che il regime comunista raccontava al popolo. Una fuga che porterà il padre di Hyok a pianificare di andarsene con tutta la famiglia verso la nuova terra promessa, dove “ anche i poveri mangiano riso”. Un progetto che andrà in porto e che occuperà tutta la seconda parte del racconto: l'arrivo in terra cinese rappresenta per Hyok una benedizione ma anche una maledizione, significa vivere da clandestini, sotto mentite spoglie, con il rischio di essere catturati dalla polizia in qualsiasi momento e rispedito in Corea, dove li attenderebbe la condanna a morte. Una cattura che puntualmente avverrà, ma i nostri riusciranno a cavarsela anche in questa situazione. Da lì, la decisione di rifugiarsi in Corea del Sud, passando per Laos e Cambogia: una marcia estenuante che però avrà un lieto fine, con Hyok e famiglia che riusciranno a iniziare una nuova vita. Questo libro è assolutamente da leggere, fa capire molte cose di un paese di cui il mondo sa ancora ben poco. Aiuta il lettore a capire come in circolazione vi siano ancora regimi terribili, ove la democrazia non ha attecchito, e che continuano ad esistere nel disinteresse delle grandi potenze mondiali. Una situazione inaccettabile che non accenna a cambiare, di cui tuttora non si riesce a vedere una fine. Un libro di facile comprensione, che può essere letto da chiunque, assolutamente imperdibile. Per capire che nel mondo esistono ancora situazioni incresciose, che non possono ancora passare sotto silenzio.

di Tommy per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 19 maggio 2014

CINEMA: "TOM A' LA FERME - Xavier Dolan"




L’anno scorso alla settantesima Mostra del Cinema di Venezia, tra i tanti bei film in concorso, c’era anche questo Tom à la ferme del giovanissimo regista canadese, film che non ha ancora avuto una distribuzione nazionale ma che ho potuto apprezzare al FlorenceQueerFestival dello scorso novembre. Xavier Dolan ha appena venticinque anni ma conta già al suo attivo quattro lungometraggi (il quinto è in arrivo) dei quali è regista, sceneggiatore ed attore protagonista.  A soli diciannove anni esordisce alla regia con J’ai tué ma mère, presentato a Cannes 2009, film che faceva già presagire un grande talento (per poterlo vedere ho dovuto mettere a dura prova il mio scolastico francese). Se quello era un buon film, questo è senza dubbio un grandissimo film.

Tom à la ferme parla innanzitutto di omosessualità, come tutti i film di Dolan, del resto. In realtà è quanto di più distante possa esserci da un film a tema o da un film politico. L’omosessualità è solamente uno dei tanti elementi di un racconto che sfugge ad ogni catalogazione di genere, ma che anzi, questi generi, li fonde per dar corpo ad una sorta di ibrido. Spiazzante per come passa dal thriller al noir senza apparente soluzione di continuità, regalandoci scene di grande intensità e commozione. Troppo ambiguo? Troppo torbido? Signori, è la realtà.

Il giovane Tom sta recandosi dalla città alla campagna per assistere al funerale di Guillaume, il suo grande amore scomparso. Arrivato alla fattoria della famiglia di Guillaume (che lui non ha mai conosciuto) si rende presto conto che lì nessuno lo stava aspettando, ignari come sono dell’identità omosessuale del figlio. Anzi, la madre attendeva speranzosa l’arrivo della ragazza di cui suo figlio le aveva parlato. Combattuto tra il desiderio di rivelare la vera natura di Guillaume e del loro rapporto e la necessità di non sconvolgere ulteriormente la madre già distrutta dalla morte del figlio, Tom si scontrerà, indirettamente, con l’omertà e l’ipocrisia di un’intera comunità e, direttamente, con il fratello maggiore di Guillaume che, avendo intuito la vera identità dell’ospite, cercherà in ogni modo di impedirgli di svelare il segreto, di pronunciare quelle parole che sono poi l’unica cosa che ancora lega Tom al suo grande amore perduto. Un legame che, forse inconsciamente forse no, andrà a ricercare nel fratello.

Dolan mette in scena l’incomprensibile ed imprevedibile tumulto delle emozioni, la forza irrazionale della passione, l’amore che va al di la di ogni cosa; e lo fa con tale onestà e tale sentimento che non può che coinvolgerci tutti.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".