lunedì 31 marzo 2014

CINEMA: "IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) - Paul Wright"





Qualche giorno fa mi sono imbattuto, del tutto casualmente, nell’esordio cinematografico (come lungometraggio, avendo già alle spalle alcuni cortometraggi) di un giovane regista scozzese, Paul Wright. Il film è For those in peril (uscito in Italia in poche sale all’inizio del marzo scorso con il superficiale titolo Il superstite).


Nonostante non sia un capolavoro e presenti alcuni difetti di messa in scena e un cast in generale non eccelso (escluso il protagonista, bravo nel rendere naturale la complessità del personaggio), il film mi ha decisamente impressionato, lasciandomi, alla fine, come interdetto a riflettere su quello che avevo appena veduto.

E' ambientato lungo le coste della Scozia (luogo dove è cresciuto il regista), in un paesino di pescatori. Aaron; il giovane superstite del film, è l’unico sopravvissuto di sei ragazzi (tra i quali anche suo fratello maggiore) usciti in mare aperto con un peschereccio e mai più ritornati. Il ragazzo, che vive solo con la madre, non ricorda niente di quanto successo e sarà costretto ad affrontare, oltre al dolore per la perdita dell’amato fratello, il sospetto e le malelingue degli abitanti del paese che lo ritengono, neanche troppo velatamente, responsabile della tragedia.

Impossibile catalogare il film secondo qualche genere, tanto complessa e sfaccettata è l’ora e mezza che lo compone. Il superstite parte, infatti, come racconto intimistico di elaborazione del lutto, si trasforma quasi impercettibilmente in uno psicodramma per concludersi quindi in qualcosa di molto simile all’horror. La grande bravura del giovane regista e sceneggiatore sta proprio nell’essere riuscito a gestire il passaggio da un registro all’altro, fondendoli e confondendoli tra loro fino a renderli qualcosa di assolutamente unico e coerente avvalendosi della voce off e del flusso di coscienza del protagonista (in stile malickiano, anche per quanto riguarda i difetti; i toni ad esempio, a volte troppo enfatici). Attraverso le reminiscenze di Aaron, e ai suoi comportamenti sempre meno giustificati dalla sofferenza per la perdita del fratello e sempre più inquietanti, veniamo a scoprire la natura deviata della sua psiche, in una folle corsa verso l’enigmatico e drammatico finale.

Infine, una menzione va fatta, obbligatoriamente, ad un aspetto centralissimo dell’intera vicenda, ovvero le credenze popolari molto forti nei villaggi costieri scozzesi. Superstizioni, leggende, che la madre raccontava al piccolo Aaron e a suo fratello, in particolare quella che narra dell’esistenza di un enorme mostro marino, proprio quello a cui Aaron attribuisce la colpa della sparizione del fratello in mare. Superstizioni che ritornano nei tormentati monologhi interiori del ragazzo e che ritorneranno nel già citato enigmatico finale. Enigmatico e indimenticabile.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 29 marzo 2014

ARTE: "ORIZZONTI D'ACCIAIO - Mi.Di"



Busan, Corea del Sud, il Ranbow Bridge, 7 km di ponte.

di Mi.Di per la rubrica "ARTE".

venerdì 28 marzo 2014

NEWS: "SWAZILAND, THE GOLD MINE OF MARIJUANA?"

Piggs Peak, Swaziland. Stazione dei Taxi. Sono seduto su uno spoglio muretto e ripercorro mentalmente gli eventi della giornata mentre mi guardo intorno, alla ricerca di una faccia più sospetta delle altre. Ripenso al superamento della dogana, veloce e gratuito. Rifletto sul fatto che mi sento molto più sicuro rispetto al moderno e veloce Sudafrica che ho lasciato in Johannesburg. Guardandosi intorno si capisce immediatamente l’importanza del settore agricolo. E’ chiara anche la minaccia costituita dall’AIDS: preservativi gratuiti sono facilmente reperibili e pubblicità progresso sono all’ordine del giorno. Nonostante la povertà, le persone sono amichevoli, curiose e disposte ad aiutarti. Sono ottimista rispetto alla riuscita della mia missione e orgoglioso del fuoristrada che ho noleggiato. Penso a tutto questo quando casualmente S. e T. mi si siedono accanto. Che fortuna, proprio il tipo di faccia che stavo cercando!

Ciao, sono un giornalista e sto scrivendo un articolo sullo Swaziland. Vorrei sapere qualcosa di più sulla marijuana, weed. Dove posso comprare della weed?”. Ricevo in risposta una serie di sorrisi e risposte vaghe, “Che cerchi?” dice S., “Man, vorrei della weed, sono un giornalista”. “Ahhh” dice S. sicuro di sé ‘vuoi una moglie Swazi? Cerchi una Swazi-wife?”, “No veramente” – comincio a dire io. Poi mi fermo, rifletto, capisco il messaggio criptato. “Oh si, man, cerco una Swazi-wife. Vorrei anche vedere la sua casa, insomma i campi in cui vive, pensi sia possibile?”. I due parlottano tra di loro e poi mi dicono di si, mi faranno conoscere la rinomata ‘moglie Swazi’. Andiamo a farci un paio di birre mentre fanno delle telefonate, il posto si chiama Vuya-Vuya. Particolarmente spartano ma carino quando paragonato agli altri bar che Piggs Peak offre. Finalmente posso parlare chiaro e dico a S. che vorrei vedere delle piantagioni di marijuana, intervistare i contadini che la producono e, già che ci sono, visitare le zone rurali dove questi ultimi vivono. S. sembra aver capito bene, a quanto pare nessuno verrà quella sera ma la mattina andremo a fare il tour da me richiesto. Per il momento mi presentano K., una loro amica, giochiamo a ‘casino’, un gioco di carte Swazi, e ci scoliamo un altro paio di birre. K. mi invita a mangiare qualcosa ma declino l’invito e porto i ragazzi a casa.

Alle 20 sono in albergo, ceno e faccio amicizia con un ragazzo mentre guardo una partita del campionato di calcio sudafricano. N., il mio nuovo amico, mi apre gli occhi sulla povertà del paese quando mi dice che la sua ambizione è quella di trovare un lavoro migliore, un lavoro che gli permetta di guadagnare 3000 Emalangeni al mese – l’equivalente di 200 €! N., continua col suo racconto e mi dice che sogna di diventare un poliziotto ma, per diventarlo, è necessario comprarsi il posto corrompendo qualcuno e, non avendo né contatti né soldi, si rassegna al fatto che non sarà mai un poliziotto. Dice che biasima il re per questo, con un governo democratico sarebbe tutto diverso. Abbandoniamo le conversazioni serie per parlare un po’ di calcio, italiano ovviamente, prima che mi congedi per andare a letto in vista della missione mattutina.

L’appuntamento con le mie “guide” è fissato alle 8. Mi sveglio alle 6:30 eccitato per la giornata che ho davanti e preparo le domande da fare ai contadini, quando li incontrerò. Fatto ciò, preparo la valigia e vado a fare colazione. Incontro R., una giovane contabile in viaggio di lavoro, che mi mostra una faccia completamente nuova del paese. R. ha studiato all’Università dello Swaziland e ha un lavoro ben pagato ed è molto contenta e fiera del suo paese (sebbene anche essa vorrebbe un governo democratico). Salutata R. mi metto alla guida della mia Toyota per andare a prendere S. e T. I due ragazzi mi aspettano in strada, saltano a bordo del mio mezzo e ci avviamo verso le zone rurali nei dintorni di Piggs Peak. Come la sera prima, parliamo del più e del meno, mentre saltando da una marcia all’altra mi arrampico su impossibili strade sterrate. Entrambi non hanno un lavoro fisso ma hanno figli, entrambi pensano che il re sia uno dei mali del paese e che una transizione verso un modello democratico sarebbe benefico per tutti. Finalmente arriva il tanto atteso momento in cui S. mi dice “Parcheggia là”. Annuisco e posteggio il veicolo dietro a delle frasche. Scendiamo e entriamo dentro una proprietà spartanamente delimitata. Sul terreno vi sono delle capanne di fango e diverse piante di banane. E’ proprio dietro a queste ultime che si apre un passaggio che conduce ad un campo di mais. Attraversiamo il campo di mais e vediamo in lontananza altre due capanne, in muratura questa volta. Due signore ci vengono incontro, “Sono loro!” penso mentre preparo la macchina fotografica. I quattro scambiano qualche parola in swazi e le signore mi sorridono. E’ allora che S. mi dice “girati, la Swazi è proprio dietro di te”. Felice mi volto, inizialmente non vedo cosa mi sta indicando, poi la noto. Dietro di me c’è un’enorme pianta di marijuana. Un sorriso inizia ad allargarsi sul mio volto per poi scomparire di colpo quando alla domanda “Dove è il resto?” ricevo come risposta “Loro hanno solo questa”.

Mentre abbraccio la pianta-albero per farmi fare una simpatica foto ricordo, collego in un secondo tutti i puntini. K. non era altro che una prostituta e S. e T. non usavano nessuno linguaggio in codice: volevano realmente presentarmi una Swazi-wife!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 27 marzo 2014

MUSICA: "TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE - Verdena"



Etereo ed ermetico "Trovami un modo semplice per uscirne" dei Verdena ci trascina in un acquoso e denso paesaggio di nostalgia ed incomprensione. Vaghiamo per quattro minuti in un ambiente evanescente scandito dalla minimale scrittura accordale chitarristica e dall'uso ironico e distorto della vocalità e degli effetti rumoristici. Il testo poetico di alta qualità riflette immagini melanconiche struggenti. Non si può fare altro che chiedersi: “Come puoi vivere a testa in giù?”.

di Giada Celeste Chelli per la rubrica "MUSICA".

martedì 25 marzo 2014

LETTERATURA: "DIARIO DI UN PAZZO"


Non riesco più a scrivere. Non riesco più a scrivere perché fuori il sole mi guarda, e le macchine mi disturbano con il loro rumore, per non contare la televisione, la televisione, sempre accesa, con il suo rumore scocciante ripetitivo di pubblicità gastronomiche e diete ecologiche a spasso con musiche sgargianti, suv e monete luccicanti sotto la scia del sole, il sole che mi guarda perciò non riesco a scrivere, perché è disturbante tanta luce, acceca gli occhi quando ti volti a guardarla e quindi sei costretto-costretto-a vivere con la testa bassa, tranne di notte, mi piace la notte perché la luna regala crateri, l'insonnia non tarda ad arrivare, precisamente si avvicina con il passare del tram della mezzanotte, un tram che porta verso la mia mente, o verso il mio cuore, me ne sono dimenticato, comunque un tram magico, un tram che viaggia con i ricordi, non gli serve la benzina, e adesso devo smettere di parlare dei miei sogni perché alla tv la pubblicità è assordante e dice di comprare macchine, oppure scarpe, oppure profumi, oppure nuove identità, oppure case, oppure gioielli, cellulari, frigoriferi, lamette, rasoi, mobili, soprammobili, la tv dice di comprare tv, e radio, musica e film, e quindi confuso da questa marea di consigli per gli acquisti cambio canale e passano una canzone dei joy division, ho sempre trovato la loro musica geniale, ed è palese il merito di ian curtis perché la musica dei joy division rispecchia la sua epilessia, la musica dei joy division è epilettica, provate ad ascoltare digital, e poi provate a ballarla seguendo il suo ritmo e vi ritroverete ad emulare un attacco epilettico, così, senza che ve ne rendiate conto, proprio come sto facendo adesso io, ballo e la stanza si volta di continuo sotto i colpi delle mie movenze, mi muovo veloce, mi hanno sempre detto che mi muovo bene, vedete me la cavavo con il ballo da giovane, da giovane ballavo in discoteca dopo aver assunto delle droghe sintetiche, ecstasy la chiamano, ma adesso ho smesso perché la mia testa non mi consola più, sono andato ad una festa ieri e tutto era così stroboscopico, amo le luci della discoteca, mi piace l'effetto che trasfigurano sulle pareti, apre fantasie nascoste nella mia mente, geometrie imprevedibili e colori bizzarri, accesi e rococò, ma adesso le pareti di casa mia sono bianche, nero il mio gatto, e fuori le macchine passano all'impazzata lasciandosi una scia di petrolio dietro, macchine che contengono milioni di esistenze che si incrociano a 100km/h senza notarsi, milioni di esistenze contenute all'interno di metallo che lentamente le corrode, lentamente inietta benzina nelle nostre vene rendendoci automi, ci nutriamo di ciò per cui lavoriamo, lavoriamo per tramutarci in ciò per cui lavoriamo, perché lavorando a contatto con macchine sentiamo il brivido nella pelle della tramutazione,ci trasformiamo in macchinari marchingegni bisognosi di olio per lubrificare i nostri movimenti, bisognosi di una mano che ci comandi, ma io non ci sto, io mi sono ribellato e adesso casa mia è qui, a circa cinque chilometri dalle fabbriche, le vedo in lontananza e su di esse riflette il sole ma non le infastidisce, vedo in lontananza le loro torri di metallo che mandano ad intermittenza richiami subliminali a possibili vittime, ed io ho sempre odiato le fabbriche perché anche adesso le macchine delle persone che stanno andando a lavorare passano e mi infastidiscono e quindi non riesco a scrivere, non riesco a scrivere, e mi dovrei concentrare maggiormente, ma ho sempre avuto problemi nel concentrarmi, sono molto sbadato, mi dimentico continuamente le cose, e sono costretto a fissare lo sguardo nel vuoto per recuperare le mie intenzioni, per ricordarmi cosa stavo facendo, così adesso                                                                                   fisso lo sguardo nel vuoto per alcuni secondi e posso ripartire, vi piace fumare? Io solitamente non fumo ma quando scrivo mi viene una certa voglia, un certo appetito, e quindi accendo una sigaretta e adesso una nuvola zolfo contenente acqua, oscillando tra cielo e terra, copre il sole che cessa di disturbarmi, almeno per qualche secondo, o minuto, la durata della nuvola, il tempo di una sigaretta, e brucerò anche io, quindi conto la durata del mio attimo di gloria uno due tre quattro cinque sei ma poi scopro che la nuvola se n'è già andata ed io ho sprecato l'attimo giusto per scrivere a contare e mi rammarico per il mio errore, non devo più sbagliare, devo concentrarmi per evitare gli errori, da piccolo facevo molti errori quando scrivevo e le maestre sgridavano la mia indisciplina, ma adesso sono migliorato, e ricordo con malinconia i tempi passati, quando non c'era giorno senza una scazzottata al giardino della scuola, ed io sentivo sempre la vita, non come ora, ora sono un sordo muto dinanzi alla vita, e attendo che mi giustizi, che mi punisca, senza paura, ma prima devo scrivere, devo scrivere la storia della mia vita, devo scrivere, ma cosa dovrei scrivere? Non è accaduto molto, è stata solo tutta un'illusione, come per tutti d'altronde, secondo me l'uomo dovrebbe domandarsi se è veramente stata una scelta giusta quella di evolversi, probabilmente no, è stata un'azione nociva, ci siamo auto condannati immettendo nelle nostre menti la coscienza, un semplice concetto,perché tutta la nostra storia non è stata altro che un'illusione, ci siamo illusi di essere i più intelligenti, ci siamo illusi di poter migliorare con le rivoluzioni industriali, ci siamo illusi di poter vivere intere vite di amore, ci siamo illusi di poter essere pace, ci siamo illusi sull'amicizia, sulla famiglia, ci siamo illusi su tutte le cose che noi stessi abbiamo creato, senza renderci conto che niente di questo ci ha resi migliori, niente di questo è stato raggiunto e si è dimostrato utile alle nostre esistenze, continuo lo zapping televisivo e osservo la nostra sconfitta, tra guerre, lacrime da conflitti coniugali, rabbia familiare, roghi scolastici, amplessi gratuiti all'ora di pranzo, traffico e intossicazioni da pubblicità, le nostre città sono una cosa molto più grande di noi, ci è sfuggita la situazione di mano, e viviamo in un panico assoluto, attendendo l'esplosione nell'isterismo del vicino di casa, per ora i miei vicini non si sono mai lamentati, sono una persona educata, pulita, forse pazzo, ma ho un gatto che mi graffia di continuo, e adesso il sole mi disturba nuovamente, mentre il tappeto, il pavimento, il soffitto, i tavoli e le seggiole occupano il loro spazio in un espressione di sfida, quasi rivendicando la loro indipendenza, perché sono gli oggetti, le uniche cose libere del mondo, e adesso mi sto dimenticando lentamente per cosa sto scrivendo, quindi, vogliate scusarmi, ma per ricordarmi fisserò per qualche minuto lo sguardo nel vuoto. Fatelo anche voi, se vi è rimasto qualcosa da ricordare. A presto.

di Mi.Di per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 24 marzo 2014

CINEMA: "HER - Spike Jonze"





Siamo in un futuro prossimo concettualmente non troppo distante dal nostro presente. Theodore Twombly (uno straordinario Joaquin Phoenix) vive in una metropoli imprecisata, che si differenzia molto dalle altre viste fino ad ora sullo schermo; i colori sono caldi, così caldi che volti e contorni di ciò che circonda Theodore, di ciò che sta all'esterno, sembrano liquefarsi, sfumare piano piano in qualcosa di ectoplasmatico.
E' il risultato della spersonalizzazione dell'uomo nella grande città, ma più che di spazi qui si parla di consistenza: l'uomo è solo non perché piccolo puntino in mezzo a distese chilometriche di palazzi di cui non si vede la fine, ma perché si è creato un carcere di solitudine, un'ampolla in cui si culla senza rendersi conto che il punto di non ritorno è più vicino di quanto egli creda.
Theodore è diverso dalla massa, ha un animo sensibile, scrive lettere di corrispondenza per conto terzi con gentilezza ormai rara, si traveste di volta in volta da amante, amico, marito, quasi come se li conoscesse davvero, analizzando le foto che gli vengono inviate nei minimi dettagli, per recuperare più indizi possibili sui destinatari, mostrandoci che i dettagli sono ancora importanti in un mondo invaso dall'avvento tecnologico, che diventa spesso abuso di un mezzo che può masticare cervelli ipnotizzando milioni di persone.
E' un momento duro per Theodore, la vita gli ha voltato le spalle quasi un anno prima, e lui ha scoperto il fianco, vulnerabile per come è finito il suo matrimonio si lascia cadere in una spirale di depressione che gli farà perdere di vista tutto, perfino il suo lavoro che ha tanto di autentico, di dolce, ma lui dirà al collega che sono solo lettere, sminuendo il suo magnifico operato, sbriciolando tutto ciò che lo rende un animo nobile.
Nel mondo di Theodore sembra esserci una soluzione per tutto: per strada volti copia e incolla si aggirano con cellulari tenuti come figli, auricolari pigiati negli orecchi come ovatta, quasi a non voler sentire il lamento di un'era, quasi a non voler sentire il proprio prossimo, come se bastasse una voce elettronica per sostituire tutto ciò che ci sta intorno, tutto ciò che è carne e sangue. Per questo anche Theodore trova il modo di uscire da quell'ampolla dov'è relegata la sua vita; la soluzione è a portata di mano, la soluzione è il sistema operativo Samantha (la bellissima voce di Scarlett Johansson).
Samantha è la compagna perfetta, non invade gli spazi di Theodore, è sempre lui che decide quando e come parlarci. Lei ascolta e asseconda tutto ciò che le viene detto con spirito di osservazione, ma, poco a poco, inizia ad interrogarsi su tutto, proprio come un essere in carne ed ossa, e Theodore rimarrà abbagliato da questa voce calma e docile, dalla sua voglia di scoprire il mondo, di emozionarsi per le piccole cose così tanto da innamorarsene.
Theodore inizia a chiedersi se sia insano quello che si sta compiendo fra lui e Samantha, arriverà quasi a vergognarsene, finché non ne parlerà con l'amica Amy (una dolce Amy Adams), altra anima sola che lo capirà perfettamente, lo incoraggerà a continuare dritto per la propria strada.
Samantha si ciba di conoscenza proprio come l'uomo beve acqua tutti i giorni per non rimanere disidratato, ma ad un certo punto l'appetito di Samantha diventerà inarrestabile: non può bastarle un solo uomo, anche se amato, non può bastarle il mondo di Theodore e per questo finirà per allontanarsi ferendolo come una freccia scagliata dall'alto del cielo.
Spike Jonze, dopo molti film buoni ma mai eccelsi, arriva a compiere il tanto atteso passo della maturità con Her, che ci mostra un mondo dalle emozioni fredde, rarefatte, sfuggite di mano alla maggior parte della popolazione, ma ce lo mostra con amore, con sentimenti caldi, con primi piani di Theodore che piange sdraiato sul letto, che vive stritolato dai suoi ricordi, di un matrimonio ormai finito, di un passato che non ritorna, ma da cui è difficile distaccarsi, un po' come dal cordone ombelicale; anche qui per voltare pagina c'è bisogno di un taglio netto, c'è bisogno di continuare a credere nell'essere umano, nell'altro e negli altri. Samantha ha ferito Theodore ma lo ha smosso da un torpore che non avrebbe superato da solo, a dimostrare che basta un input, una semplice voce per far ricominciare tutto, per far girare di nuovo gli ingranaggi della vita, e la lettera di Theodore alla ex moglie Catherine è la rappresentazione del superamento del dolore, la presa di coscienza che la vita va avanti con noi e senza di noi, quindi perché non farne parte?

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 22 marzo 2014

FUMETTI: "STORIA DI F. - Domenico Martino"

(Link al capitolo 4)


di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".