sabato 23 novembre 2013

FILI - Matilde Spinelli



La fotografa Spinelli a Valencia...Traetene voi il significato...Nell'arte non si può spiegare sempre tutto...

Elle Bi

venerdì 22 novembre 2013

DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE/DAL LETAME NASCONO I FIOR


Guardai ancora una volta quell’alba bianca e sprofondai beatamente tra le braccia di Morfeo. Iniziai subito a sognare. Lei era là, bella, imprendibile, mi sfiorava i capelli rassicurandomi. Anche altre facce note erano là, perlopiù amici. Erano belli pure loro, mi facevano sentire a casa. Il sogno si evolveva con la sua tipica non linearità quando… ‘Stoc!’, la guida sportiva del conducente fece sobbalzare il veicolo e la mia testa sbatté contro il finestrino. Mi destai di soprassalto, mi guardai intorno e pensai: “Cazzo! Sono ancora nel fottuto Laos!”. Mi stavo dirigendo verso la capitale, Vientiane, e continuavo a non capire come fosse possibile che per coprire 350 km servissero 12 ore di viaggio. Leggere era impossibile per via del poco spazio nel veicolo e per la già menzionata guida del conducente. Decisi che l’unico modo per far passare il tempo era mettermi a fare conversazione. Mi guardai attorno. Un uomo sulla sessantina, dai capelli biondo-rame, mi sedeva accanto e interloquiva con il suo vicino di posto. Appena si fermarono per prendere fiato, domandai se parlavano inglese (aspettandomi una risposta negativa). ‘Non sono abituato a sentire parlare inglese da queste parti. Ciao il mio nome è X.’ disse l’uomo dai capelli biondo-rame sorridendo per la sorpresa. ‘Sono in Laos per visitare la mia famiglia’ continuò, ‘Erano venti anni che non tornavo, vivo a San Diego, in California’.


Risposi presentandomi e cominciammo a conversare. Il bus si stava arrampicando su strade di montagna. Rocce carsiche si alternavano a risaie. Entrambe apparivano improvvisamente per poi sparire altrettanto velocemente. Parlammo a lungo del Laos, fino a quando X. disse ‘E’ strano tornare dopo così tanto tempo e vedere che poco è cambiato. Lasciai questa terra nel 1970, poco prima che iniziasse la campagna statunitense di bombardamento per tagliare i rifornimenti al Vietnam via-Laos. Ero giovane quando partii, avevo solo 24 anni. Nacqui nella capitale sotto quel che rimaneva dell’eredità francese, anche se di questa cultura conosco solamente l’arte pasticciera. Come ti dicevo partii giovane e mi adattai alla vita californiana. Sebbene la California sia molto liberale, le differenze culturali si fanno sentire e integrarsi non è stato facile’. Il van si fermò nella piazza di un paesino. Alcuni dei passeggeri dovevano scendere e altri salire. Le valigie dei primi vennero scaricate dal tetto del mezzo e rimpiazzate con altre borse. Cogliemmo l’occasione per fare una sosta.

C’era un mercatino locale, feci un giro mentre X. riprendeva a parlare con il suo primo interlocutore. Oltre alle rane arrostite su stecchi di bambù e i topi morti legati per la coda e venduti sul banco, fu il rosso vivo del sanguinaccio di porco che mi rimase impresso in quel mercatino di montagna. Sembrava che la vita dell’animale fosse stata aspirata e concentrata in quel cubo gelatinoso. Raggiunsi X. e il suo interlocutore, feci in tempo a fumare una sigaretta e a comprare delle banane fritte e ripartimmo. Quando risalimmo sul mezzo dissi a X.: ‘Perché te ne sei andato?’. Si schiarì la voce e disse: ‘Me ne sono andato perché, aldilà del rischio legato alla guerra imminente, non potevo tollerare la corruzione di questo paese’. Fece una pausa e continuò: ‘I poteri forti continuano a sfruttare una popolazione poco istruita per fare i loro comodi. Il partito comunista (burattino di quello vietnamita) impone una rigida dittatura e indice elezioni fasulle dove si può votare solo per questo. I soldi sono mal distribuiti, l’industria nera dell’eroina è forte e lo sviluppo non incentivato. Per queste ragioni me ne andai e sono contento di averlo fatto. Guarda questa strada. Lo sai perché ci vogliono 12 ore per fare 350km? La strada è costruita con soldi pubblici. Più lunga è la strada, maggiore è il guadagno per le aziende. Essendo le aziende di proprietà governativa, questo non è altro che un meccanismo per riciclare denaro: il governo paga le sue aziende e, visto che il costo della manodopera è irrisorio, i soldi tornano nelle sue mani. Sai, un giorno scriverò un libro su questo…’. Ci lasciammo poco dopo, i suoi parenti stavano in un paesino a due ore circa dalla capitale.

Immagino che il lettore si chieda quale sia la morale di questa storiella. Circa una settimana fa, dopo un numero imprecisato di notizie susseguitesi negli scorsi mesi sui nostri quotidiani riguardanti festini con soldi pubblici, macchine comprate a sbafo e fondi regionali considerati come l’albero della cuccagna, una notizia mi ha fatto ripensare a quell’esperienza. Mentre il vaso della mia sopportazione traboccava. Ho sempre evitato di prendere posizioni nette, preferendo proporre temi che inducessero alla riflessione. Ma quanto avvenuto mi ha deluso a tal punto che ho deciso di farlo: il ministro della GIUSTIZIA (cioè il custode della legge) ha telefonato a giudici e magistrati per evitare questioni giudiziarie ad una ‘famiglia alla quale è molto legata’. In un paese normale la carriera di tale ministro sarebbe finita. Non in Italia, dove ‘mantenere quel ministro seduto sulla poltrona è segno di unità e forza del governo’. A volte ho la sensazione di vivere su una nave che imbarca acqua e il cui equipaggio, in preda al panico per l’imminente affondamento, arraffa tutto ciò che è di valore prima che l’imbarcazione venga risucchiata dagli abissi. La corruzione italiana è disarmante e ti viene sbattuta in faccia ogni giorno. Ci tengo a riportare questi dati. Per il Fondo Monetario Internazionale l’Italia e il Laos sono rispettivamente la 9^ e la 137^ economie mondiali; per Transparency International invece, l’Italia è al 64° posto per corruzione e il Laos al 160°. Non serve un genio per capire che c’è qualcosa che non torna. Credo invece che serva un genio per capire quella nostranissima attitudine nei confronti di quanto succede: l’indignazione borghese di facciata è onnipresente ma i fatti sono un’oasi nel deserto. De André scriveva: ‘Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior’, mi chiedo, dunque, se ci sia modo di invertire rotta o se il letame è talmente tanto che la via migliore è quella seguita da X.

Film/documentario (nonché titolo di una canzone capolavoro dei ‘The Smiths’) ‘Girlfriend in a Coma’.

IT

giovedì 21 novembre 2013

SPECIALE PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz, Milano 20/11/2013



Mentre mi accingo ad entrare all'Alcatraz di Milano sono diviso tra due stati d'animo contrastanti. Il primo, è l'emozione che precede l'ascolto di un concerto di un gruppo che ha fatto la storia della musica contemporanea, mentre il secondo è il timore di rimanerne deluso, forse perché quella storia è ormai (sor)passata , lasciando spazio solo allo scheletro di quello che è stata. Il gruppo di cui sto parlando sono i Primal Scream, che nel 91, conl'uscita di Screamadelica, hanno rivoluzionato il modo di pensare il rock. Ma non solo questo. Il gruppo di cui sto parlando è il gruppo di Bobby Gillespie, padrino dello shoegaze che come batterista dei Jesus and Mary Chain ha contribuito a dare il via ad un movimento musicale poi portato al culmine dai My Bloody Valentine di cui ancora oggi sentiamo gli strascichi ogni volta che ascoltiamo un alternative band esordiente. Beh, fortunatamente mai timore è stato così immotivato. Il cantante del gruppo di supporto finisce di sbraitare e, dopo un attesa di dieci minuti, finalmente eccoli salire sul palco. Naturalmente il concerto comincia dall'ultimo album in studio degli scozzesi, More Light, sicuramente non all'altezza dei capolavori del passato ma una piccola gemma se si pensa ad alcuni svarioni musicali del presente. Al primo impatto, sulle note delle ottime 2013 e River Of pain, penso di aver trovato un gruppo fuori forma. Anzi, un frontman svogliato. Bobby Gillespie non sembra carburare ad inizio concerto e tornano i timori. Che svaniscono immediatamente quando i Primal cominciano il loro viaggio a ritroso nel passato, introducendo lentamente il pubblico verso i loro classici migliori, un poco alla volta. Con Jailbird, Burning Wheel, Shoot Speed/ Kill Light e Accelerator (sì, una dopo l'altra) comincia il Bobby Gillespie show. Il cantante dimostra di essere uno sciamano del rock, passando da momenti di calma a momenti in cui si lascia andare trascinando il pubblico con le sue movenze inconfondibili, entrandone a contatto come pochi al mondo. E' una guida sul palco, dimostrando con questo suo "piano-forte" di avere la capacità di prendere per mano i suoi fan accompagnandoli all'interno delle sue performance. Tutto questo seguito da altre canzoni di More Light, una sorta di piccolo spartiacque del concerto, sino ad arrivare alla fantastica Autobahn 66 e a Swastika Eyes. Con questa canzone si capisce quanto il gruppo sia stato importante per la musica degli anni novanta (e non solo), portando il rock all'interno della discoteca e rendendolo ballabile (seguendo così le orme di altri gruppi degli anni 80 quali gli Happy Mondays, forse tra i pionieri della cultura rave e del dance rock). Probabilmente uno dei punti migliori del concerto, seguito da altri capolavori come Country Girls e Rocks, senza una pausa, investendoci con il loro rock mischiato con elettronica, blues, house, funk e gospel. La pausa invece arriva inaspettata. Il gruppo lascia il palco e tutti restano con il fiato sospeso. la paura che il concerto sia finito senza aver ascoltato neanche un pezzo di Screamadelica è alta, ma fortunatamente i Primal sono in grado di smentire ogni dubbio. Tornano sul palco concludendo tutto con il loro primo capolavoro (con conseguente cambio di abiti che porta con nostalgia la mente verso gli splendidi 90's). Concludendo con Higher Than The sun( bellissima nella versione live estesa a più di 10 minuti) Loaded e Movin On Up, gli inni della loro carriera, tre perle che illuminano la notte di Milano squarciandola con un suono che emoziona vecchi nostalgici e nuovi arrivi, unendo intere generazioni. Quindi chapeau. Chapeau per Bobby Gillespie che dimostra di essere, insieme a Dave Gahan dei Depeche Mode, l'ultimo vero grande animale da palcoscenico. Chapeau anche al resto del gruppo, fino ad ora ingiustamente mai menzionato, ad Andrew Innes, a Barrie Cadogan, Darrin Mooney e Simone Butler (graditissima new entry al basso). Chapeau ai Primal Scream. E lo dico senza timori.

Mi.Di

martedì 19 novembre 2013

DON GIOVANNI




Camminando per strada mi guardò, o meglio vide quel che io volevo vedesse.
Ripetevo la parte come un attore vittoriano nel bel mezzo di una performance da togliere il fiato.
La mia parlantina impazzava fluida. Lei mi fissava, credendo a tutto. Il sorriso, lo sguardo incredulo, una donna dalle morbide labbra pendeva dalle mie dure e screpolate. Ero senza un soldo ma che importava? In quel momento nemmeno tutto l'oro del mondo mi avrebbe appagato più della sensazione di vedere quella donna cascare fra le mie braccia.
Parlavo, parlavo, parlavo e lei ascoltava avidamente ogni parola, quasi volesse rubarmele di bocca e custodirle in un nascondiglio segreto.
“Lei...lei davvero è stato in America a fare il mozzo? Davvero lei è tornato fra fanfare e zanzare con lo stemma di capitano cucito sul bordo della divisa?”.
“Certo che si, sciocchina mia...e le dirò di più! Laggiù, di ritorno dal Kansas il mio nome fu urlato dalla Callas”.
“Dalla Kanlas?”.
“Callas sciocchina mia, Callas!”.
“Ah, sì, la Callas. Oh mamma che privilegio”.
Lei con le sue gonfie labbra amorose mi guardava come indispettita dalla mia magniloquenza, e io la ricambiavo con occhiate languide tutte frottole e immaginazione.
Non capiva che “la Callas” era un modo di dire, la sua mente proprio non ci arrivava. Poverina! Ma guai se la sua bocca avesse mancato l'appuntamento con la mia.
Ero eccitato, più la guardavo e più mi pregustavo il suo seno abbondante che dolcemente mi stringeva la testa. E fu allora che immaginai di essere un pittore per vantarmi di aver dipinto io quella sua pelle rosea, liscia e profumata.
“Vorrei morire per rinascere pittore” le dissi guardandola con pathos e decisione.
“E perché mai da parte vostra un gesto così estremo?”.
“Semplicemente per perder ogni nobile privilegio”.
“Ma perché pittore invece che nuotatore?”.
“Perché, adesso, guardandovi m'è venuto in mente che solo maneggiando a fondo i pennelli potrei fissare per sempre il vostro volto”.
“Ah, che poeta che siete!”.
Era fatta! Già sentivo il calore del suo ventre che s'attorcigliava.
Dopo mesi d'astinenza forzata (alla legge non si comanda) finalmente avrei ritrovato me stesso, l'amatore che fui, l'amante delle mille e una notte, il Don Giovanni come dicono in Italia.
Ormai mancava poco, il gioco era fatto, la mia sciocchina aveva abboccato all'amo che le avevo teso. Eccola lì che mi guardava come un pesce impaurito, sperando in cuor suo (lo so per certo) che sarei stato il primo e l'ultimo tra gli uomini della sua vita.
I nostri sguardi si presero ancora nell'imbarazzo che precede l'amplesso, ma non si scoraggiarono, anzi, si intrecciarono e si baciarono scambiandosi ammiccamenti maliziosi.
Ecco, era quello il momento.Dovevo agire all'istante, il tempismo è tutto nell'arte della conquista.
Un complimento, una carezza lieve, delicata come a toccar la mano di una fata e poi...e poi l'accelerata finale, la corsa verso il traguardo amato, l'amore gagliardo di una giovinezza ormai sfiorita...cui afferrarsi senza mai cedere.
“Brucio d'amore per te, ardesia mia. Andiamocene da questa sporca via, vedrai quant'è bella casa mia”.
“Mi spiace tradire i vostri nobili intenti ma mio marito mi aspetta e sappiate poi che con un vecchio ci sono mai andata”.
Il cuore non resse, stramazzai in terra senza certezze.

Elle Bi

lunedì 18 novembre 2013

A SERIOUS MAN - Joel ed Ethan Coen


Joel ed Ethan Coen, sin dai loro primi film degli anni ottanta (Blood Simple, Arizona Junior, Crocevia della morte), hanno rappresentato, nel vasto panorama della cinematografia statunitense fortemente mainstream, uno straordinario esempio di cinema indipendente ed autoriale che non ha comunque impedito ai due registi (soprattutto negli ultimi anni) di ricevere consensi unanimi da parte di critica e pubblico. I fratelli del Minnesota non mancano di connotare i loro film con la personale e tragica visione del mondo che essi hanno, ai confini con un nichilismo che richiama alla mente Bresson (penso soprattutto a opere come Il diavolo probabilmente o L’argent).
Quello coeniano è un universo popolato da uomini insignificanti, senza qualità, mediocri o addirittura idioti. Sono mossi nel loro agire da fini egoistici (il denaro, il successo, il potere), fini che non potranno comunque raggiungere se non pagando un prezzo altissimo. Questo è vero sia quando sono essi stessi causa degli eventi tragici che gli accadono (Fargo, Non è un paese per vecchi, Burn After Reading) sia quando assistono impotenti al disgregarsi del microcosmo che li circonda. Ed è qui che entra in gioco Larry Gopnik, protagonista di A Serious Man. Larry, personaggio coeniano per eccellenza, professore di fisica all’università (dove è in corsa per un posto di ruolo), sposato con due figli, vede tutte le certezze su cui fondava la sua tranquilla e modesta esistenza crollare una dopo l’altra. La moglie vuole il divorzio per potersi risposare con un amico di famiglia e gli chiede di andarsene di casa, la figlia gli ruba del denaro per pagarsi un intervento di chirurgia estetica, il figlio fuma spinelli. E, come se non bastasse, attende l’esito degli esami prescrittigli dal medico che potrebbero diagnosticargli un male. Incapace di districarsi tra tutti questi problemi decide di chiedere aiuto a tre diversi rabbini (è ebreo, fatto per la verità non secondario visto che siamo in un film dei Coen). Ma coloro che dovrebbero avere tutte le risposte in realtà non gli offrono alcun aiuto. Qui i Coen inseriscono un altro elemento imprescindibile della loro filmografia: l’umorismo caustico, tipicamente ebraico, un po’ alleniano. Si sorride spesso durante la visione del film ma a denti ben stretti. Del resto, c’è ben poco da ridere; assistiamo alle continue sventure che accadono al protagonista senza averle in alcun modo meritate, provando una sorta di compassione per un uomo sopraffatto dalla vita (ho trovato molte similitudini tra questo film e quello, bellissimo, di Todd Solondz Life During Wartime). Nel finale (vagamente biblico) l’arrivo del tornado ci ricorda l’unica verità indiscutibile: Larry Gopnik siamo tutti noi. Poveri cristi, che combattono in terra una guerra già persa.

Diccì

sabato 16 novembre 2013

INCROCI - Matilde Spinelli


Scatto eseguito nel labirinto di Robert Morris, un'installazione contemporanea custodita nel parco di Villa Celle (Collezione Gori) in provincia di Pistoia.
Come Morris, la fotografa Spinelli ci comunica il disagio psicologico di questa installazione che fa perdere i punti di riferimento allo spettatore.
La messa a fuoco non è perfetta, quasi a creare un'ipnosi visiva, l'occhio si perde in un'atmosfera metafisica, corre, corre fantasticando fino all'uscita di quel labirinto.
Un bianco e nero che sembra sciogliere le forme, creare spazi che non esistono, ma inevitabilmente dopo un'attenta analisi, alla fine del viaggio ci ritroviamo nella nostra stanza, nella nostra vita di sempre.

Elle Bi

venerdì 15 novembre 2013

"NOTIZIA DAL FUTURO?! LONDONIA XX/XX/XXXX"


Londonia XX/XX/XXXX

Non è una lettera, non è un racconto, non vi sarà niente di romanzato, esagerato, poetizzato. Parole semplici, sincere, familiari. Solo questo potrà essere trovato; solo questo potrà essere letto. E nient’altro. Provate la sensazione di vuoto.
PS: ho cambiato dei nomi qua e là, tanto per divertirmi.
L’editore del Financial World, Lionel Barberry interviene ad una lezione aperta al pubblico presso la Londonia School of Economics dal titolo Can and should the Europaniazone survive?. La stanza ove questa è tenuta è gremita di gente, le aspettative nei confronti di un ospite di tale calibro sono decisamente alte. In effetti, sin dalle prime parole, le attese non vengono minimamente tradite. Acuto, brillante, dotato di quell’ironia londonica sottile, sottesa, e mai volgare, ispira il suo pubblico a guisa di un brillante oratore e mantiene la qualità dell’intervento sempre a livelli non facilmente imitabili da persone poco abili di lingua. L’ora e mezzo di durata dell’incontro scorre rapida, e gli argomenti toccati sono molteplici nonostante il filo conduttore sia uno, l’Europania e il suo futuro. Ma non c’è Etallia. Di rado fa capolino tra le labbra del giornalista, e ancor più di rado tra quelle di coloro che tengono ancor più viva la lezione con domande e approfondimenti.
Ma è principalmente nel modo in cui si conclude l’incontro che non c’è Etallia. Almeno per il sottoscritto.
Ci racconti la storia del suo incontro ad Aroma col presidente T. (ho volutamente modificato l’iniziale del vero nome ma voi metteteci chi vi pare. Fa davvero così differenza? Si veda a tal proposito il precedente articolo del sottoscritto dal titolo “Intervista col professor C.” e la lista degli ‘onorevoli’ condannati o sotto processo dell’attuale legislatura Etalliana)”.
Questa la domanda finale di un ragazzo alemano. Ed è proprio tale ridicola storiella a terminare l’intervento del famoso editore. E quest’accenno fatto alla ridicola storiella è ciò che termina anche il mio articolo (dai forza, provate ad immaginare un attimo, lavorate un po’ di fantasia. Non è difficile capire di cosa si sia trattato. Vi do un piccolo aiuto riportandone l’inizio. “Durante una calda serata aromana, mi trovavo in una splendida villa del centro storico…”).

Etallia
61.473.166
Popolazione
€ 2.078.329.334.351
Debito pubblico etalliano

1.910.347.000.000                          PIL

9°                                                        Economia mondiale per PIL nominale

3°                                                        Economia dell’Europa continentale

261.423.740.707
Soldi evasi al fisco quest'anno
€ 207.205.811
Costo del Quirinale quest'anno
€ 928.578.828
Costo della Camera dei deputati quest'anno
€ 74.747.985
Spese per l'uso di aerei di stato per i politici quest'anno
Maste