
Guardai
ancora una volta quell’alba bianca e sprofondai beatamente tra le
braccia di Morfeo. Iniziai subito a sognare. Lei era là, bella,
imprendibile, mi sfiorava i capelli rassicurandomi. Anche altre facce
note erano là, perlopiù amici. Erano belli pure loro, mi facevano
sentire a casa. Il sogno si evolveva con la sua tipica non linearità
quando… ‘Stoc!’, la guida sportiva del conducente fece
sobbalzare il veicolo e la mia testa sbatté contro il finestrino. Mi
destai di soprassalto, mi guardai intorno e pensai: “Cazzo! Sono
ancora nel fottuto Laos!”. Mi stavo dirigendo verso la capitale,
Vientiane, e continuavo a non capire come fosse possibile che per
coprire 350 km servissero 12 ore di viaggio. Leggere era impossibile
per via del poco spazio nel veicolo e per la già menzionata guida
del conducente. Decisi che l’unico modo per far passare il tempo
era mettermi a fare conversazione. Mi guardai attorno. Un uomo sulla
sessantina, dai capelli biondo-rame, mi sedeva accanto e interloquiva
con il suo vicino di posto. Appena si fermarono per prendere fiato,
domandai se parlavano inglese (aspettandomi una risposta negativa).
‘Non sono abituato a sentire parlare inglese da queste parti. Ciao
il mio nome è X.’ disse l’uomo dai capelli biondo-rame
sorridendo per la sorpresa. ‘Sono in Laos per visitare la mia
famiglia’ continuò, ‘Erano venti anni che non tornavo, vivo a
San Diego, in California’.
Risposi
presentandomi e cominciammo a conversare. Il bus si stava
arrampicando su strade di montagna. Rocce carsiche si alternavano a
risaie. Entrambe apparivano improvvisamente per poi sparire
altrettanto velocemente. Parlammo a lungo del Laos, fino a quando X.
disse ‘E’ strano tornare dopo così tanto tempo e vedere che poco
è cambiato. Lasciai questa terra nel 1970, poco prima che iniziasse
la campagna statunitense di bombardamento per tagliare i rifornimenti
al Vietnam via-Laos. Ero giovane quando partii, avevo solo 24 anni.
Nacqui nella capitale sotto quel che rimaneva dell’eredità
francese, anche se di questa cultura conosco solamente l’arte
pasticciera. Come ti dicevo partii giovane e mi adattai alla vita
californiana. Sebbene la California sia molto liberale, le differenze
culturali si fanno sentire e integrarsi non è stato facile’. Il
van si fermò nella piazza di un paesino. Alcuni dei passeggeri
dovevano scendere e altri salire. Le valigie dei primi vennero
scaricate dal tetto del mezzo e rimpiazzate con altre borse.
Cogliemmo l’occasione per fare una sosta.
C’era
un mercatino locale, feci un giro mentre X. riprendeva a parlare con
il suo primo interlocutore. Oltre alle rane arrostite su stecchi di
bambù e i topi morti legati per la coda e venduti sul banco, fu il
rosso vivo del sanguinaccio di porco che mi rimase impresso in quel
mercatino di montagna. Sembrava che la vita dell’animale fosse
stata aspirata e concentrata in quel cubo gelatinoso. Raggiunsi X. e
il suo interlocutore, feci in tempo a fumare una sigaretta e a
comprare delle banane fritte e ripartimmo. Quando risalimmo sul mezzo
dissi a X.: ‘Perché te ne sei andato?’. Si schiarì la voce e
disse: ‘Me ne sono andato perché, aldilà del rischio legato alla
guerra imminente, non potevo tollerare la corruzione di questo
paese’. Fece una pausa e continuò: ‘I poteri forti continuano a
sfruttare una popolazione poco istruita per fare i loro comodi. Il
partito comunista (burattino di quello vietnamita) impone una rigida
dittatura e indice elezioni fasulle dove si può votare solo per
questo. I soldi sono mal distribuiti, l’industria nera dell’eroina
è forte e lo sviluppo non incentivato. Per queste ragioni me ne
andai e sono contento di averlo fatto. Guarda questa strada. Lo sai
perché ci vogliono 12 ore per fare 350km? La strada è costruita con
soldi pubblici. Più lunga è la strada, maggiore è il guadagno per
le aziende. Essendo le aziende di proprietà governativa, questo non
è altro che un meccanismo per riciclare denaro: il governo paga le
sue aziende e, visto che il costo della manodopera è irrisorio, i
soldi tornano nelle sue mani. Sai, un giorno scriverò un libro su
questo…’. Ci lasciammo poco dopo, i suoi parenti stavano in un
paesino a due ore circa dalla capitale.
Immagino
che il lettore si chieda quale sia la morale di questa storiella.
Circa una settimana fa, dopo un numero imprecisato di notizie
susseguitesi negli scorsi mesi sui nostri quotidiani riguardanti
festini con soldi pubblici, macchine comprate a sbafo e fondi
regionali considerati come l’albero della cuccagna, una notizia mi
ha fatto ripensare a quell’esperienza. Mentre il vaso della mia
sopportazione traboccava. Ho sempre evitato di prendere posizioni
nette, preferendo proporre temi che inducessero alla riflessione. Ma
quanto avvenuto mi ha deluso a tal punto che ho deciso di farlo: il
ministro della GIUSTIZIA (cioè il custode della legge) ha telefonato
a giudici e magistrati per evitare questioni giudiziarie ad una
‘famiglia alla quale è molto legata’. In un paese normale la
carriera di tale ministro sarebbe finita. Non in Italia, dove
‘mantenere quel ministro seduto sulla poltrona è segno di unità e
forza del governo’. A volte ho la sensazione di vivere su una nave
che imbarca acqua e il cui equipaggio, in preda al panico per
l’imminente affondamento, arraffa tutto ciò che è di valore prima
che l’imbarcazione venga risucchiata dagli abissi. La corruzione
italiana è disarmante e ti viene sbattuta in faccia ogni giorno. Ci
tengo a riportare questi dati. Per il Fondo Monetario Internazionale
l’Italia e il Laos sono rispettivamente la 9^ e la 137^ economie
mondiali; per Transparency International invece, l’Italia è al 64°
posto per corruzione e il Laos al 160°. Non serve un genio per
capire che c’è qualcosa che non torna. Credo invece che serva un
genio per capire quella nostranissima attitudine nei confronti di
quanto succede: l’indignazione borghese di facciata è onnipresente
ma i fatti sono un’oasi nel deserto. De André scriveva: ‘Dai
diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior’,
mi chiedo, dunque, se ci sia modo di invertire rotta o se il letame è
talmente tanto che la via migliore è quella seguita da X.
Film/documentario
(nonché titolo di una canzone capolavoro dei ‘The Smiths’)
‘Girlfriend in a Coma’.
IT
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