“Li
conti di nuovo,” disse il maresciallo con una smorfia di disgusto,
indicando la lunga fila di cadaveri appena recuperati.
Annuii
e mi rimisi subito a contare. Era già la terza volta. Per qualche
strana ragione il numero delle vittime cambiava ad ogni conta: la
prima volta trentaquattro, poi trentacinque, poi di nuovo
trentaquattro.
“I
casi sono due,” continuò a strigliarmi il maresciallo, “o lei ha
dei seri problemi con l'aritmetica o qui c'è un cadavere che si
diverte ad apparire e sparire.”
Io,
in realtà, qualche problema con l'aritmetica ce l'avevo sul serio,
ma qui si trattava semplicemente di contare, di far diventare quei
corpi dei numeri che, sommati, dessero la cifra esatta delle vittime
della strage. Mi sentivo all'altezza dell'incarico. Eppure, più il
tempo passava, più cominciavo a trovare realistica la seconda
ipotesi del maresciallo. E il mio animo si turbava leggermente.
“Ho
i giornalisti alle calcagna, appuntato,” continuò il maresciallo.
La strigliata si stava trasformando in una lamentazione,
vizio ricorrente nel maresciallo, che in fondo era un brav'uomo,
“Vogliono delle cifre, cifre! E le vogliono precise.” Mi diede le
spalle. Alzai gli occhi e lo guardai, impettito contro il mare, un
mare che sembrava di carta stagnola. Il chiaro di luna filiforme
serpeggiava sull'acqua inquinata, fra lattine di coca-cola e resti
della nave esplosa. Una brezza fresca mi carezzò il viso e scosse
leggermente i lembi di un lenzuolo vicino.
“La
lascio lavorare, appuntato. Si ricordi, precisione. Cifre, cifre,
cifre!”
E
si allontanò nella notte che sapeva di salsedine e putrefazione.
Mentre si allontanava mi sembrò che continuasse a ripetere la parola
Cifre, come un pazzo. Mi asciugai la fronte e tornai all'inizio della
fila di cadaveri. Ricominciai il mio lavoro. Come avevo previsto,
stavolta il morto misterioso c'era.
Tutto stava nel riuscire ad avere due, o meglio tre conteggi uguali e
consecutivi. Pieno di speranza ricominciai a contarli, stavolta
partendo dal lato opposto. Ed ecco che si presentò ancora una volta
l'inghippo: trentaquattro. Respirai a fondo e mi grattai la fronte
sconcertato. Sorrisi, ma era un sorriso cattivo, e il mare lo sapeva.
Il rumore delle onde, se mi fermavo un secondo ad ascoltarlo, mi
stregava. Mi sforzai di ignorarlo. Ricominciai: uno, due, tre... dopo
un bel po' di tentativi, non ricordo di preciso quanti, decisi di
interrompere. Forse, allontanandomi per qualche minuto, mi si
sarebbero schiarite le idee e la mente sarebbe stata più vigile.
C'era un bar non molto lontano. In realtà era la tavola calda di una
stazione di servizio, ma di certo non mi sarei lamentato. Qualsiasi
posto pur di togliersi di lì per cinque minuti.
Entrai
e chiesi un caffè. Il posto era praticamente vuoto, non fosse stato
per un vecchio, due camionisti e un tizio meditabondo seduto in un
angolo. Mi misi a bere il mio caffè vicino alla finestra. La notte e
il mare sembravano formare una lastra di marmo scuro. La mattina era
lontana. La mia mente era soggiogata dall'oscurità e dai suoi rari
barlumi artificiali. Lì, nella tavola calda della stazione di
servizio, ebbi modo di pensare. Era il primo pensiero da quando ci
avevano chiamato per l'esplosione della nave, e non c'entrava
assolutamente niente con quanto mi stava succedendo attorno in quel
momento. Cominciai a interrogarmi sul concetto di Scelta. Scegliere
distingue un essere umano da un animale?, mi chiedevo, o sono tutte
sciocchezze filosofiche, roba da accademici, da gente che ama
l'astrazione. Se scegliere distingue un uomo da un animale, quand'è
che il primo uomo ha fatto la sua prima scelta, e qual è stata
questa scelta? Mi tastai la fronte. Forse mi stava venendo la febbre.
La ragazza dietro il bancone continuava a passare la spugna sul
lavello facendo zìììn.
Che bel rumore, pensai, un rumore completamente diverso da qualunque
altro avessi sentito quella sera.
"Ha l'aria
stanca." Mi disse asciugandosi le mani.
"Sì.
Abbastanza."
Mi squadrò,
saggiando tutti gli espliciti segnali del mio abbigliamento che
rimandavano alle tre parole: Forze Dell'Ordine.
"E' qui per la
nave?"
"Sì."
"Cosa deve
fare?"
"Conto i
morti."
La ragazza si irrigidì
per un istante, poi tornò ad armeggiare con piattini e tazzine.
"Capisco.
Vuole qualcos'altro?"
"No grazie, mi
basta il caffè."
Mi misi una mano in
tasca e tastai l'aspirina: ne portavo sempre una con me.
"Anzi, un
bicchiere d'acqua, sì."
Bevvi l'aspirina e
guardai l'orologio: un minuto ancora e sarei tornato a lavoro, deciso
a contare per bene. Pensai a quanto fosse strano. Una cosa che si
impara a cinque anni, e che adesso mi stava dando così tanti
problemi. Contare. Cercai di ricordarmi tutte le occasioni in cui ero
stato costretto a contare. Nascondino da piccolo, il conto alla
rovescia per la fine dell'anno, i giorni che mi avevano separato da
una donna. Mentre fluttuavo fra questi pensieri, cominciai a sentire
uno sguardo pesare sopra di me. Veniva dall'angolo. Il tizio che
sedeva con aria meditabonda adesso guardava dritto nella mia
direzione, concentrato, attento, quasi minaccioso. Aveva occhi di
ghiaccio sottili come lamette e il pizzetto brizzolato. Mi studiava
con l'aria sorniona di uno sbirro in borghese. Lasciai che si
staccasse dalla periferia del mio campo visivo e me ne andai,
decisamente inquietato.
Sulla stradina che
portava in spiaggia, sentii delle voci. Venivano dall'altra parte
della rimessa dei surfisti, proprio nel punto in cui erano distesi i
miei morti. Avanzai adagio. Le voci si fecero più chiare e
cominciai a distinguere le parole. Una di quelle voci la conoscevo,
era quella del maresciallo. Che scemo, pensai, dovevo immaginarmelo
che sarebbe tornato subito. L'altra voce, invece, non riuscivo a
identificarla: era profonda e autoritaria e sembrava provenire da una
cassa toracica immensa. Mi appostai dietro un pancale per ascoltarli.
“Insomma, qui c'è
un morto che si diverte a giocare a nascondino,” disse l'uomo dalla
voce profonda.
“Sissignore, non
riusciamo a capirci più niente ormai.”
“E come potreste?
Per questo hanno chiamato me.”
“E' un problema
così grave?”
“No, si risolve in
un batter d'occhio.”
Per qualche strana
ragione ebbi un sussulto. L'uomo dalla voce profonda fece un passo
avanti, la luce del lampione lo illuminò fino al collo lasciandogli
la testa nella semioscurità. Vidi due occhi brillare nella mia
direzione. Mi alzai e gli andai incontro.
“Eccolo qua, il
nostro morto che si diverte a scherzare. Vieni, vieni, stenditi qui
accanto a... ma chi è questo?” L'uomo dalla voce profonda si
avvicinò a un morto, sollevò il lenzuolo e guardò, “anzi,
questa. E' una donna".
Mi slacciai la
fondina e la lasciai cadere per terra. Guardai il maresciallo: teneva
gli occhi bassi, in atteggiamento colpevole. Sembrava un bambino.
“Mi dispiace,
ragazzo. Sul serio. Ci serve un morto, non sappiamo come fare...
hanno mandato lui a risolvere il problema, e lui lavora così. Sai, i
giornalisti, la stampa, la televisione. Vogliono cifre, cifre, cifre!
Guarda il lato positivo, adesso i cadaveri saranno trentacinque una
volta per tutte.”
Intanto l'uomo dalla
voce profonda continuava a cercarmi un posto fra i morti.
“Vado laggiù, in
fondo.” Dissi per tagliare corto, e mi incamminai.
Mi distesi e aspettai
che il maresciallo arrivasse a coprirmi con un lenzuolaccio preso
dalla rimessa dei surfisti. I miei ultimi pensieri furono rivolti
alle stelle.
Ernesto Meribù


















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