martedì 15 ottobre 2013

UNA QUESTIONE DI CIFRE

Li conti di nuovo,” disse il maresciallo con una smorfia di disgusto, indicando la lunga fila di cadaveri appena recuperati.
Annuii e mi rimisi subito a contare. Era già la terza volta. Per qualche strana ragione il numero delle vittime cambiava ad ogni conta: la prima volta trentaquattro, poi trentacinque, poi di nuovo trentaquattro.
“I casi sono due,” continuò a strigliarmi il maresciallo, “o lei ha dei seri problemi con l'aritmetica o qui c'è un cadavere che si diverte ad apparire e sparire.”
Io, in realtà, qualche problema con l'aritmetica ce l'avevo sul serio, ma qui si trattava semplicemente di contare, di far diventare quei corpi dei numeri che, sommati, dessero la cifra esatta delle vittime della strage. Mi sentivo all'altezza dell'incarico. Eppure, più il tempo passava, più cominciavo a trovare realistica la seconda ipotesi del maresciallo. E il mio animo si turbava leggermente.
“Ho i giornalisti alle calcagna, appuntato,” continuò il maresciallo. La strigliata si stava trasformando in una lamentazione, vizio ricorrente nel maresciallo, che in fondo era un brav'uomo, “Vogliono delle cifre, cifre! E le vogliono precise.” Mi diede le spalle. Alzai gli occhi e lo guardai, impettito contro il mare, un mare che sembrava di carta stagnola. Il chiaro di luna filiforme serpeggiava sull'acqua inquinata, fra lattine di coca-cola e resti della nave esplosa. Una brezza fresca mi carezzò il viso e scosse leggermente i lembi di un lenzuolo vicino.
“La lascio lavorare, appuntato. Si ricordi, precisione. Cifre, cifre, cifre!”
E si allontanò nella notte che sapeva di salsedine e putrefazione. Mentre si allontanava mi sembrò che continuasse a ripetere la parola Cifre, come un pazzo. Mi asciugai la fronte e tornai all'inizio della fila di cadaveri. Ricominciai il mio lavoro. Come avevo previsto, stavolta il morto misterioso c'era. Tutto stava nel riuscire ad avere due, o meglio tre conteggi uguali e consecutivi. Pieno di speranza ricominciai a contarli, stavolta partendo dal lato opposto. Ed ecco che si presentò ancora una volta l'inghippo: trentaquattro. Respirai a fondo e mi grattai la fronte sconcertato. Sorrisi, ma era un sorriso cattivo, e il mare lo sapeva. Il rumore delle onde, se mi fermavo un secondo ad ascoltarlo, mi stregava. Mi sforzai di ignorarlo. Ricominciai: uno, due, tre... dopo un bel po' di tentativi, non ricordo di preciso quanti, decisi di interrompere. Forse, allontanandomi per qualche minuto, mi si sarebbero schiarite le idee e la mente sarebbe stata più vigile. C'era un bar non molto lontano. In realtà era la tavola calda di una stazione di servizio, ma di certo non mi sarei lamentato. Qualsiasi posto pur di togliersi di lì per cinque minuti.
Entrai e chiesi un caffè. Il posto era praticamente vuoto, non fosse stato per un vecchio, due camionisti e un tizio meditabondo seduto in un angolo. Mi misi a bere il mio caffè vicino alla finestra. La notte e il mare sembravano formare una lastra di marmo scuro. La mattina era lontana. La mia mente era soggiogata dall'oscurità e dai suoi rari barlumi artificiali. Lì, nella tavola calda della stazione di servizio, ebbi modo di pensare. Era il primo pensiero da quando ci avevano chiamato per l'esplosione della nave, e non c'entrava assolutamente niente con quanto mi stava succedendo attorno in quel momento. Cominciai a interrogarmi sul concetto di Scelta. Scegliere distingue un essere umano da un animale?, mi chiedevo, o sono tutte sciocchezze filosofiche, roba da accademici, da gente che ama l'astrazione. Se scegliere distingue un uomo da un animale, quand'è che il primo uomo ha fatto la sua prima scelta, e qual è stata questa scelta? Mi tastai la fronte. Forse mi stava venendo la febbre. La ragazza dietro il bancone continuava a passare la spugna sul lavello facendo zìììn. Che bel rumore, pensai, un rumore completamente diverso da qualunque altro avessi sentito quella sera.
"Ha l'aria stanca." Mi disse asciugandosi le mani.
"Sì. Abbastanza."
Mi squadrò, saggiando tutti gli espliciti segnali del mio abbigliamento che rimandavano alle tre parole: Forze Dell'Ordine.
"E' qui per la nave?"
"Sì."
"Cosa deve fare?"
"Conto i morti."
La ragazza si irrigidì per un istante, poi tornò ad armeggiare con piattini e tazzine.
"Capisco. Vuole qualcos'altro?"
"No grazie, mi basta il caffè."
Mi misi una mano in tasca e tastai l'aspirina: ne portavo sempre una con me.
"Anzi, un bicchiere d'acqua, sì."
Bevvi l'aspirina e guardai l'orologio: un minuto ancora e sarei tornato a lavoro, deciso a contare per bene. Pensai a quanto fosse strano. Una cosa che si impara a cinque anni, e che adesso mi stava dando così tanti problemi. Contare. Cercai di ricordarmi tutte le occasioni in cui ero stato costretto a contare. Nascondino da piccolo, il conto alla rovescia per la fine dell'anno, i giorni che mi avevano separato da una donna. Mentre fluttuavo fra questi pensieri, cominciai a sentire uno sguardo pesare sopra di me. Veniva dall'angolo. Il tizio che sedeva con aria meditabonda adesso guardava dritto nella mia direzione, concentrato, attento, quasi minaccioso. Aveva occhi di ghiaccio sottili come lamette e il pizzetto brizzolato. Mi studiava con l'aria sorniona di uno sbirro in borghese. Lasciai che si staccasse dalla periferia del mio campo visivo e me ne andai, decisamente inquietato.
Sulla stradina che portava in spiaggia, sentii delle voci. Venivano dall'altra parte della rimessa dei surfisti, proprio nel punto in cui erano distesi i miei morti. Avanzai adagio. Le voci si fecero più chiare e cominciai a distinguere le parole. Una di quelle voci la conoscevo, era quella del maresciallo. Che scemo, pensai, dovevo immaginarmelo che sarebbe tornato subito. L'altra voce, invece, non riuscivo a identificarla: era profonda e autoritaria e sembrava provenire da una cassa toracica immensa. Mi appostai dietro un pancale per ascoltarli.
“Insomma, qui c'è un morto che si diverte a giocare a nascondino,” disse l'uomo dalla voce profonda.
“Sissignore, non riusciamo a capirci più niente ormai.”
“E come potreste? Per questo hanno chiamato me.”
“E' un problema così grave?”
“No, si risolve in un batter d'occhio.”
Per qualche strana ragione ebbi un sussulto. L'uomo dalla voce profonda fece un passo avanti, la luce del lampione lo illuminò fino al collo lasciandogli la testa nella semioscurità. Vidi due occhi brillare nella mia direzione. Mi alzai e gli andai incontro.
“Eccolo qua, il nostro morto che si diverte a scherzare. Vieni, vieni, stenditi qui accanto a... ma chi è questo?” L'uomo dalla voce profonda si avvicinò a un morto, sollevò il lenzuolo e guardò, “anzi, questa. E' una donna".
Mi slacciai la fondina e la lasciai cadere per terra. Guardai il maresciallo: teneva gli occhi bassi, in atteggiamento colpevole. Sembrava un bambino.
“Mi dispiace, ragazzo. Sul serio. Ci serve un morto, non sappiamo come fare... hanno mandato lui a risolvere il problema, e lui lavora così. Sai, i giornalisti, la stampa, la televisione. Vogliono cifre, cifre, cifre! Guarda il lato positivo, adesso i cadaveri saranno trentacinque una volta per tutte.”
Intanto l'uomo dalla voce profonda continuava a cercarmi un posto fra i morti.
“Vado laggiù, in fondo.” Dissi per tagliare corto, e mi incamminai.
Mi distesi e aspettai che il maresciallo arrivasse a coprirmi con un lenzuolaccio preso dalla rimessa dei surfisti. I miei ultimi pensieri furono rivolti alle stelle.

Ernesto Meribù

lunedì 14 ottobre 2013

I VITELLONI - Federico Fellini


Con Lo sceicco bianco (1952), Fellini inizia una collaborazione con gli sceneggiatori Tullio Pinelli e Ennio Flaiano che durerà fino a Giulietta degli spiriti (1965), ma il suo riconoscimento come regista di rilievo avviene solo quando, nel 1953, vince il Leone d'argento al festival del cinema di Venezia con I vitelloni.
La storia è ambientata in una cittadina di provincia che ricorda vagamente la Rimini tanto cara al regista e mette in scena le vicende di cinque perdigiorno figli della piccola borghesia.
Gli scenari evocano luoghi cruciali della giovinezza del cineasta e la vicenda si conclude con la fuga di uno di loro proprio in quella Roma dove approdò Fellini a diciannove anni.
Non a caso la storia è narrata dalla voce fuori campo di un anonimo “vitellone” che guida lo spettatore in un mondo popolato da spettri che albergano nella memoria del regista riconducendo il film al genere dell'autobiografia.
Questo spazio del ricordo non è stato ricostruito a Rimini ma ad Ostia, quasi a sottolineare che le immagini a noi proposte non sono la realtà ma la sua reinvenzione.
Il regionalismo “vitelloni”, di origine marchigiana, rende l'idea di personaggi che non sanno che fare della propria vita e rimangono in uno stato di attesa continua.
I cinque protagonisti sono in moto perpetuo per tutta la durata del film, camminano per le strade della loro cittadina senza mai fermarsi fino alle ore più tarde della notte, ma, paradossalmente, rimangono intrappolati in un'immobilità statuaria proprio come degli equilibristi che camminano su una fune che non li porta da nessuna parte, con il rischio continuo di poter cascare da un momento all'altro nel baratro della vita, prigionieri nel loro microcosmo e incapaci di uscire da quel piccolo mondo che tanto canzonano.
Ognuno di loro incarna diversi aspetti della mediocrità provinciale.
Fausto (Franco Fabrizi) che possiamo considerare il personaggio principale, collante della storia e delle situazioni che la attraversano, è un seduttore da quattro soldi, un ipocrita che ricorre continuamente alla menzogna per occultare le sue avventure. Si rende ridicolo, quando la moglie lo lascia dopo esser venuta a conoscenza della sua tresca con una ballerina, cadendo in un panico patetico a lui solitamente estraneo. Alberto (Alberto Sordi), nullafacente che vive in famiglia, sorveglia in maniera ossessiva la sorella Olga. Leopoldo (Leopoldo Trieste) insegue i suoi sogni artistici facendosi mantenere dalle zie. Riccardo (Riccardo Fellini), pur essendo parte del gruppo, rimane più in ombra rispetto agli altri, forse proprio perché fratello del regista.
Moraldo (Franco Interlenghi) è la coscienza del gruppo, una sorta di spettatore esterno che osserva e critica la condotta degli amici. Tramite un insolito espediente tecnico, Fellini riesce a dare un tono da falsa biografia calandosi nel gruppo con un curioso sdoppiamento tra Moraldo e la voce fuori campo che appare come un sesto “vitellone”.
Film permeato da una grande malinconia che si può riassumere nello sguardo di Sordi - dopo il veglione di Carnevale - che vaga per le strade inveendo contro i suoi amici, per restare da solo abbracciato a quella maschera di cartapesta, l'unica che forse può capirlo e con cui per una volta può smettere di mentire a sé stesso e al mondo intero.

Elle Bi


sabato 12 ottobre 2013

SINDROME DI PETER PAN - Francesco Briganti


Una casa sull'albero, un rifugio sicuro, la stanza a cui tutti noi teniamo.
Nelle giornate invernali, quando fuori piove, quando fuori imperversano i problemi, tutti noi amiamo rintanarci al caldo da soli nella nostra intima stanza, ci sembra che nessuna cosa ci possa scalfire al suo interno, il freddo, il caldo, il malessere, niente di niente.
Ma poi man mano che cresci sei costretto ad abbandonarla, a trascurarla, il lavoro, lo studio e altre mille preoccupazioni ti allontanano sempre più dal tuo piccolo rifugio antiatomico e proprio per questo l'illustrazione è velata da un tono di malinconia evidente.
Gli uccelli, i rami secchi quasi a significare un dispiacere di lasciare la propria stanza, il proprio nido, per crescere, per entrare a pieno diritto nella vita vera, degli adulti, dei duri che non piangono mai ma soffrono tanto. 
Quel tronco d'albero posato su delle spalle dichiaratamente adulte, coperte da maglione, camicia e un'immancabile cravatta a soffocare la giovinezza che fu, la giovinezza perduta, che tutti noi vorremmo conservare e ritrovare.

Elle Bi

venerdì 11 ottobre 2013

LA PRINCIPESSA

Ti allacci la cintura. L’aereo sta atterrando. Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch’essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito. Intanto cosa fai? Come occupi quest’assenza tua dal mondo e del mondo da te?”.
Avevo in testa queste parole di Calvino (da ‘Se Una Notte D'Inverno Un Viaggiatore’) quando sorvolavo le terre e gli spazi che mi dividevano dalla mia meta: il ritorno a Roma e poi a casa. Un tempo, sull’abbonamento della metropolitana di Londra, c’era scritto che “il viaggio è una lunga strada verso casa”. Ripenso anche a questo. La distanza valorizza ciò che hai. La certezza delle tue radici. Parti povero e torni ricco. Non si parla di denaro. Si parla di spirito. Lo spirito soffrendo, emozionandosi, godendo, sfidandosi torna più ricco. E così su quell’aereo ripensavo alle memorabili esperienze vissute. Ripensavo in particolare ad una su tutte, che mi ha reso spiritualmente miliardario.

Ero in Birmania, la terra delle mille pagode, terra di buddhismo, terra di antiche tradizioni e di colori ma anche terra di corruzione e dittatura, terra di produzione massiccia di droga; terra dai molti volti insomma. Nel solito perdersi per la città nel tentativo di coglierne l’essenza, io e il mio temporaneo compagno di viaggio ci imbattemmo nella sede della National League for Democracy (NLD). Spinti dalla curiosità verso tutto e da un più specifico interesse legato agli studi del mio amico, ci decidemmo a bussare alla porta. La NLD è il partito birmano di opposizione. Sebbene sia nato nel 1988, la dittatura militare che ha spadroneggiato in Birmania nell’ultimo ventennio lo ha reso un fantasma. Il principale nome che si accosta a tale partito è quello di Aung San Suu Kyi, tra i leader carismatici di questo e premio Nobel per la pace nel 1991. San Suu Kyi è il volto della lotta (birmana e non solo) per la democrazia. E, dopo circa 15 anni di arresto (che oltre al rispetto mondiale le sono valsi altri premi che ha destinato alla sua nazione), è riuscita ad ottenere quello per cui si è sempre battuta: l’avviamento di un processo di democratizzazione del suo stato. Ascoltavo il mio amico mentre mi forniva queste ed altre informazioni sulla Birmania quando lo scricchiolare della porta mal oliata interruppe la nostra conversazione. Era il segnale che una nuova avventura stava per iniziare.

In camicia bianca e jeans un uomo sulla quarantina (che poi scoprimmo essere un dentista) ci accolse con diffidenza. “Chi siete? Giornalisti? In ogni caso il direttore non c’è, è a giocare a golf (paese che vai stesse ‘usanze’ che trovi, pensai..)”. Al nostro rispondergli che eravamo viaggiatori e studenti curiosi, i suoi occhi si fecero meno circospetti. Temporeggiando qualche altro secondo per produrre una risposta efficace, ci chiese cosa volevamo. Fu sorprendente come il suo viso cambiò ancora, sciogliendosi in una espressione amichevole, quasi fraterna, quando gli dicemmo cosa cercavamo. Non ci interessava dell’assenza del capo, volevamo passare del tempo con loro, se ne avevano, per fare delle domande sulla Birmania, sulla loro storia, su San Suu Kyi. Fu in particolare l’ultimo dei nostri interessi a convincere definitivamente il dentista. In quattro e quattrotto, chiamò altri due colleghi e in un tempo ancor più breve eravamo seduti sotto il tetto di un ristorantino nei pressi della sede. Delle zuppe di verdure e riso insieme alle immancabili birre velocemente arrivarono sulla tavola. Non tutti parlavano inglese. A dir la verità solo il dentista lo parlava. Ma tutti avevano una lingua franca: il nome di Aung San Suu Kyi. Così, dopo un paio d’ore, ce ne andammo portando con noi un libro sul buddhismo e un’idea completamente nuova su che cosa è un leader.

Quelle persone amano il loro leader. Credono nel suo progetto e sono convinti che la Birmania riuscirà a risolvere le sue contraddizioni e diventare grande (tra l’altro, se si avesse spazio per perdersi tra noiosi numeri e statistiche, si potrebbe vedere come questo sia, in un termine non breve, uno scenario realizzabile). L’umiltà, la fiducia nel prossimo, il rispetto di una filosofia, lo scommettere sul futuro (e quindi sulle nuove generazioni) sono i primi valori che mi tornano alla mente quando rievoco quell’esperienza. La storia di questa donna, le sue dimostrazioni di coraggio e la sua meticolosa dedizione alla causa, sono state recepite dal suo popolo come un messaggio di ottimismo e qualcosa si sta effettivamente muovendo. Pensai, che nei miei anni di vita non avevo mai avuto la fortuna di provare quei sentimenti nei confronti di un leader politico. Pensai romanticamente quanto l’Italia avrebbe avuto bisogno di una figura di questo tipo. Poco prima di sganciarmi la cintura e dopo il ridicolo applauso di rito che viene indirizzato al pilota quando porta l’aeromotore a terra, pensai a “ Il Principe” di Machiavelli. Se avesse vissuto il mio pranzo avrebbe probabilmente scritto ‘La Principessa’.

Pensavo di consigliare un film questa settimana. Il ‘Caimano’ mi sembrava in tema ma una conversazione con un caro amico mi ha fatto poi decidere per un consiglio più sofisticato. ‘Il Divo’, di Paolo Sorrentino. Buona visione.

IT

giovedì 10 ottobre 2013

FEELERS - Crushed Beaks



Il Music-biz cambia e con esso la natura delle band: sempre più formazioni a due, meno strumenti e una costante ricerca del “more with less”. In questa scia che inizia idealmente con The White Stripes, prosegue con The Black Keys e arriva ai Crocodiles, s’inseriscono i CRUSHED BEAKS. Il duo noisey-pop del Sud di Londra licenzia “TROPES”, un Ep che guidato dal singolo “FEELERS” riscuote i tributi dell’ NME, di DAZED e del più istituzionale The TIMES. Il sound parte dal Garage, si bagna nello Shoegaze e nel Noise ma il cantato sempre melodico un po’ di scuola Morrisey un po’ da band Lo-Fi anni ’60 sposta l’ago verso territori Pop. Ascoltarli è gettarsi nel futuro con un filo che ti lega al passato. Per chi vuole, il 26 ottobre sono a Firenze, al Combo.

Radio

martedì 8 ottobre 2013

LETTERATURA: "SOGNO N. 18 MARZO"

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".


Molti dei miei amici si erano tolti la vita da poco, uno dopo l'altro erano andati ad allargare quella vasta cerchia di persone che ormai riempiva le prime pagine dei giornali. Questa volta era toccato a Carletto, amico d'infanzia romano che aveva una vera e propria fissazione.
Gli uomini sono come le mosche; vengono attirati costantemente dalla merda!” ripeteva di volta in volta.
Lo avevano trovato spiaccicato proprio come una mosca sul marciapiede davanti casa.
Un'altra persona che si era tolta la vita con noncuranza, come se fosse una cosa normale.
Il suicidio non veniva più considerato né un atto di forza né di debolezza, aveva perso tutto il suo fascino e mistero; ormai era una cosa da tutti i giorni, per questo quello fu chiamato “Il periodo dei suicidi”.
Le persone volavano dagli ultimi piani dei palazzi come foglie che si staccano da un albero.
La moglie ti lascia...e allora perché non buttarsi sotto un treno?
Il capo ti licenzia...e allora perché non ingerire una scatola di sonniferi?
Morte da abuso di sonniferi...la chiamano la morte da codardi, ti addormenti e non ti svegli più, è come morire di vecchiaia.
Viene chiamata morte da codardi solo perché non provoca dolore, ma non è forse dolore quello provocato nel cuore delle persone care?
Forse il loro desiderio è solo di addormentarsi come tutte le sere con la differenza che dopo aver chiuso gli occhi li aspetta una meta mai tracciata; o forse in cuor loro sono semplicemente gentili con i propri cari non facendosi trovare penzoloni con un cappio intorno al collo; fatto sta che il suicidio non è mai codardo o coraggioso...il suicidio è suicidio.
In quel periodo passavo intere giornate ad aggirarmi per le strade della città cercando di scervellarmi sulla questione.
Proprio io che avevo pensato e idealizzato il suicido mille e più volte mi trovavo ad assistere giorno dopo giorno a questo suicidio di massa della società senza poter far niente.
Dopo aver appreso la notizia della morte di Carletto, sentii il bisogno di passeggiare in campagna il più lontano possibile da quel clima folle e disperato.
Il cinguettio degli uccelli aveva preso il posto del rumore continuo delle ambulanze che si era ormai impadronito della mia testa.
L'aria di campagna servì a schiarirmi le idee.
La continua industrializzazione aveva contribuito in maniera significativa ad aumentare le debolezze delle persone facendole diventare fragili come bicchieri.
Bastava un nonnulla per mandare in frantumi tutte le certezze su cui era saldamente ancorata la vita di un individuo.
Uomini e donne che si toglievano la vita per una figuraccia in pubblico.
Vecchi che si toglievano la vita per la vergogna di essere vecchi.
La società aveva indebolito la sua popolazione succhiandole forza e coraggio; qualità ormai rare.
La malinconia, compagna fedele dell'uomo, riempiva di nero le stanze degli adolescenti chiudendoli in prigioni di tristezza e disperazione.
Camminando mi venne in mente che forse avrebbe potuto essere quella la fine dell'umanità...un grande suicidio indolore.
In lontananza scorsi un grosso carro trascinato da un uomo a mo di rishò.
Non riuscivo a capire come una sola persona potesse smuovere una cosa così grossa.
Quando mi fu più vicino lo riconobbi; era Simon, vecchio amico mio e di Carletto.
Ehilà Borges! Che ci fai in queste tristi strade di campagna?”.
Borges...era tanto che qualcuno non mi chiamava con quel soprannome; sentirglielo pronunciare mi fece piacere.
Vecchia volpe, come stai? Non sei cambiato di una virgola rispetto a cinque anni fa. Comunque se queste strade di campagna sono tristi, quelle di città sono veri e propri gironi infernali” risposi cambiando tono di voce.
Città o campagna ormai non fa più differenza...tutto ha perso importanza...persino la vita”.
Quella frase mi gelò il sangue. Simon non era mai stato un ragazzo riflessivo ed ora appariva davanti ai miei occhi come una persona matura, anche se maturata nello sconforto.
Che ci fai con questo carro?” chiesi cercando di cambiare discorso.
Trasporto anime. Al suo interno ci sono molti stranieri provenienti da diverse nazioni che non hanno soldi per un lungo viaggio. Io li sto portando a Roma per pochi spiccioli. Mi piace l'idea di poter aiutare questi bisognosi; durante la giovinezza pensavo solo a me stesso e ho finito per perdere di vista tutte le cose davvero importanti. Ora ho trent'anni e mi rimane solo questo carro e la sua missione”.
E' una bella cosa. Hai saputo di Carletto? Anche lui ad aumentare la schiera dei suicidi”.
Povero Carletto...eppure eravamo tanto felici noi tre assieme. Guardaci ora, lui morto e noi due morti di disperazione. Non ci sono più stagioni per la tristezza...”.
Non seppi cosa rispondere e feci solo un piccolo cenno di assenso col capo.
Tienimi un secondo il carro”. Mi disse scomparendo all'interno di un bosco.
Quella fu l'ultima volta che vidi Simon.
Lo cercai nel bosco disperatamente, ma di lui nemmeno l'ombra.
Che si fosse volatilizzato nel nulla? Che si fosse iscritto anche lui nell'albo dei suicidi?
Non potevo sapere niente di tutto questo...mi caricai sulle spalle il suo fardello e iniziai a trainare il carro.



lunedì 7 ottobre 2013

L'EAU FROIDE - Olivier Assayas



Non servono parole per raccontare un’epoca, una generazione, un sogno. E questo, Olivier Assayas dimostra di saperlo bene.  Il significato profondo del suo film, infatti, è racchiuso in scene in cui i dialoghi sono relegati in secondo piano per lasciare spazio alle immagini che compongono uno straordinario affresco il cui colore è fornito dalla colonna sonora che, come sempre in Assayas, è ricercata e raffinata e unisce Dylan, Creedence, Alice Cooper e tantissimi altri.

Siamo in Francia, dintorni di Parigi, fine anni Sessanta. I due giovani protagonisti del film vivono con difficoltà il rapporto con i loro genitori (entrambi appartengono a famiglie che potremmo definire disfunzionali all’interno delle quali è evidente lo scarto generazionale, causa di una difficoltà di comunicare ed empatizzare che pare insuperabile), non sono ben visti dal proprio insegnante, hanno problemi con la legge (dovuti a certi furtarelli che commettono) ma soprattutto, si amano. Di quegli amori belli perché impossibili dove ci si perde, ci si ritrova e di nuovo ci si perde. Memorabili alcune sequenze (su tutte quella del rave nei pressi dell’edificio abbandonato abitato da alcuni studenti che occupa la parte centrale del film, struggente e poetica) che riescono a restituirci il senso di una passione con un gesto, uno sguardo, un sorriso.
Assayas, meglio di chiunque altro, è stato capace di cogliere il valore della rivoluzione giovanile sessantottina: l’anticonformismo, la cultura di massa, il conflitto con le istituzioni sociali (famiglia, scuola, forze dell’ordine, Stato), con la morale e l’ipocrisia borghesi, ma soprattutto il desiderio di trovare la propria identità, di uscire dal rigido schematismo imposto dalla società, individuando un percorso alternativo, seguendolo fino in fondo. Come la protagonista del film che senza portare niente con sé, armandosi soltanto di una buona dose di coraggio e spirito libertario, scappa da tutto ciò che conosce per inseguire il proprio destino, lasciando alla persona che più ama l’ultimo addio custodito tra le pieghe di una pagina bianca.

Diccì