sabato 5 luglio 2014

ARTE: "SEI PERSONAGGI ROMANI IN CERCA D'AUTORE - IT"


Le strade di Roma offrono infiniti spunti per chi ha un occhio fotografico. Mentre esploravo la bellezza di questa città e mi riempivo dei suoi scorci, una cosa che non ho mai smesso di notare sono i suoi contrasti. Su tutti, il contrasto per me più evidente è quello tra sacro e profano, tema onnipresente dell'urbe

Ho provato a catturarlo.


Lo Sportivo

Un ciclista al Parco degli Acquedotti.


L'Eterna Bambina




Una senzatetto sul lungotevere.


Al Sicuro dalla Legge

Carabinieri in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati.




Caravaggio

Senzatetto nei pressi del Vaticano.


Quotidiano della Domenica

Una coppia di anziani in piazza Montecitorio.


La Santa

Una anziana signora riempie delle bottiglie d'acqua ad una fontana accanto al Vaticano.


 di IT per la rubrica "ARTE".

venerdì 4 luglio 2014

NEWS: "BRASILE2014, JALLAH ALGERIA"


Buona parte dei pronostici sugli esiti del mondiale, fatti tramite elaborate modellistiche statistiche da parte di varie “voci” importanti, si sono rivelate essere un fiasco (qui potete trovare quella di Goldman Sachs e quella de La Voce.info. Nessuna partita degli ottavi è stata prevista correttamente dal modello della banca d’investimento e solo due match su otto per La Voce.info). O meglio, si sono piuttosto rivelate un esercizio teorico per il mero sfoggio di skills da parte degli operatori che le hanno fatte. 


I motivi che hanno portato al fallimento delle previsioni sono legati a fattori esterni non incorporati nei modelli. Due su tutti. Uno legato al clima, che ha determinato scenari disidratativi da maratona nel deserto che hanno avuto un grosso impatto sui campioni in campo. L’altro di natura comportamentale: il mondiale è un’occasione unica per i giocatori che ci vanno e, molti di questi, sono portati a dare più del 100% delle proprie capacità. Ce ne sarebbe anche un terzo legato agli errori arbitrali, ma questa è una valle di lacrime e rimpianti all’interno della quale non ho nessunissima intenzione di avventurarmi. La presenza dell’Algeria all’ottavo di finale in cui ha fronteggiato a testa alta la temibile Germania – che deve ringraziare il proprio portiere se ha passato il turno: “71% of the earth is covered by water. The rest is covered by Manuel Neuer" –, è in buona parte correlata con il fattore due: l’enorme cuore dei giocatori algerini che non hanno voluto sprecare la loro quarta opportunità mondiale, guadagnata con dedizione e impegno – e pure qualche difficoltà come l’inizio del Ramadan.

…Che mondiale pazzesco ha fatto l’Algeria! Ho seguito i 120 estenuanti minuti del terzultimo ottavo giocato come se stessi guardando una finale, messaggiando con amici in diretta e scambiando con questi frasi del tipo “viva il fumo, a basso le lager”, in pieno stile stereotipimondiali. Per poi vedere il sogno andare in fumo quando, all’inizio del primo tempo supplementare, Schürrle ha trasformato in gol un velenoso filtrante indirizzato al centro dell’area da Muller e poi, al 120’, Özil ha insaccato un missile che ha portato la Germania diretta al Maracana di Rio de Janeiro. Solo all’orgoglio e a qualche speculativo “se”, è servito il gol di Djabou segnato il minuto dopo. Un risultato tuttavia importante, un’impresa. Così come lo è stato il superamento del girone. Combattuto a denti stretti dai nordafricani che, non abbattutisi dopo aver incassato un 2 a 1 dal Belgio dopo aver mantenuto il vantaggio fino al 70’, hanno umiliato per 4 a 2 la Corea del Sud (3 gol nel primo tempo) e contenuto la squadra di Capello, strappando un 1-1 che gli è valsa la qualificazione e trasformando anche il mondiale Russo in un notevole flop, specie alla luce dell’onorario del Sig. Capello – che varia di fonte in fonte e che per ilFattoQuotidiano ammonterebbe a “più di 8 milioni annui”.



Il controognipronostico lungo mondiale dell’Algeria, ha continuato a far parlare di sé. Riporta il Daily Mail che la nazionale algerina donerà alla popolazione di Gaza il compenso ricevuto durante il campionato del mondo. Tra le varie storie offerte dal web, la versione ufficiale sembra essere che Islam Slimani, bomber dello Sporting Lisbona e punta della nazionale dei Verdi (nickname dei calciatori algerini), abbia affermato che la nazionale algerina devolverà il bonus ottenuto dalla Fifa per la partecipazione agli ottavi ai minori di Gaza, avendone questi “più bisogno di loro”. Di che cifra stiamo parlando? Nonostante le cifre di quest’anno siano più alte del 33% rispetto a Sudafrica 2010, con un succulento premio di 35 milioni di dollari per chi alzerà la coppa, il bottino accumulato dall’Algeria è pari a 9 milioni di dollari – meno del salario del Sig. Capello. Dunque niente in grado di mutare radicalmente la drammatica situazione palestinese ma, diciamolo pure chiaro e tondo, “CHE BELLO!”. Un gesto eloquente. Un gesto di fratellanza. Un gesto di vicinanza alla popolazione vittima di un regime di apartheid tollerato da troppi stati. Un gesto in pieno spirito World Cup!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 3 luglio 2014

MUSICA: "FEEL JUST LIKE A CHILD - Devendra Banhart"




Confesso che fino ad oggi conoscevo Devendra Banhart solo di fama. Finalmente mi sono deciso a dare un ascolto ad alcuni suoi lavori e, ehi, devo dire che ci troviamo di fronte ad un songwriter estremamente interessante. Me ne sto in camera mia accerchiato da un insostenibile caldo di inizio luglio, odiandolo, ma al primo ascolto del cantante americano tutto passa, e addirittura dopo aver sentito una sola canzone decido di spararmi l'intera discografia, in un'unica sessione. Devendra è una vera e propria sorpresa. É come un Bob Dylan sotto acido, un Syd Barret lo-fi, un Nick Drake dal surrealismo spinto. In parole povere, un nuovo Daniel Johnston (mio vero e proprio idolo personale che prima o poi dovrò recensire), di cui prende l'eredità  spirituale proiettandola verso il futuro. Freak contemporaneo, hippie post-moderno (come dimostra anche nel video di I Feel Just Like A Child), Devendra Banhart è un artista eccentrico, sempre sorprendente, quasi infantile, e ne abbiamo maledettamente bisogno.


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 1 luglio 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 4"

(link alla parte 3)

Giorno 7:

Ci svegliamo alle sei, ci guardiamo dritto negli occhi, non ce la possiamo fare. E' come se una forza misteriosa mi schiacciasse contro il letto, vorrei sconfiggerla, ma ha la meglio.
Alle sette e mezzo ci alziamo pensando che quell'ora e mezzo in più ci possa salvare la vita, ma la realtà è ben diversa, i nostri corpi' dopo quasi una settimana da nottambuli' ne risentono, sono al limite, tirati come corde. Mi alzo dal letto facendo forza con le mani, guardo F e rido; ho a malapena le energie necessarie per andare a fare colazione.
“Quanto avremo dormito in questi sei giorni?” chiede F.
“Fra le venticinque e le ventisette ore, ho fatto un conto veloce prima di alzarmi” rispondo.
“Pensa a come siamo messi. La prima cosa che ti è passata per la testa appena sveglio è stata contare le ore di sonno”.
Sorrido e indico ad F la porta.
Andiamo nella hall per fare colazione e nel sederci notiamo Claudio. Ci avviciniamo in silenzio, quasi per non rompere la purezza del mattino.
“Alla buonora eh?” ci dice ridendo.
“Ci abbiamo provato, giuro che ci abbiamo provato” rispondo.
“E' che non abbiamo le forze...è come se ce le avessero prosciugate lentamente” dice F.
“Preparatevi al peggio” dice Claudio.
“Ma sono le otto” rispondo.
“Tardissimo”.
“Ma come...noi pensavamo che...” dice F prima di essere interrotto.
“Non dovete pensare, dovete agire. Sarete in grado di affrontare la furia cinese?” chiede Claudio stropicciandosi gli occhi.
Ha la faccia di un morto vivente, ma continua a macinare chilometri senza tregua, ha la grinta di uno sportivo prima di una grande prova.
“Sì, siamo pronti” rispondiamo come dei bravi soldati.
Ci vestiamo dopo aver finito le nostre colazioni a base di uova ed usciamo in cerca di un taxi con qualche proteina in più in corpo.
Dopo una ricerca non troppo facile, troviamo un tassista disposto a portarci.
Leggiamo qualche informazione sulla riserva dei panda giganti di Chengdu. La guida Lonely Planet ci dice la stessa cosa che ci ha detto Claudio, quindi ci prepariamo al peggio.
Vado sul sito Tripadvisor e noto che quasi tutti i commenti parlano benissimo della riserva.
“Vedi, almeno c'è scritto che i panda hanno estrema libertà” dico ad F.
“Almeno quello”.
Dopo 18 km arriviamo in uno spiazzato con pullman e altri taxi. Giro la testa a sinistra e...SHOCK. Turisti ovunque.
“Ma come è possibile? Sono solo le dieci. Ma non hanno niente da fare? A lavorare non ci vanno a Chengdu?” dico ad F trasudando rabbia.
“E' domenica”.
Dopo essermi reso conto di aver bisogno di qualche ora di sonno in più mi dirigo verso l'entrata facendomi largo tra macchine fotografiche, ombrellini per il sole – anche se più che il sole quello che si vede è soltanto una debole imitazione – e bambini.
Dopo aver pagato l'ingresso – più della corsa in taxi di ben 18 km – ci facciamo forza, ingoiamo il boccone amaro ed entriamo muniti di tanto coraggio.
Camminiamo per circa dieci minuti e dei panda non se ne vede nemmeno l'ombra.
Dopo un po' una freccia ci porta fino al primo resort dove dovremmo riuscire a vedere questa rarità del mondo animale. Circumnavighiamo la recinzione, impostiamo gli occhi come fossero cannocchiali...ma dei panda nemmeno l'ombra.
“Forse hanno paura di tutti questi cinesi” dico ad F.
“Ci sta”.
Continuiamo a camminare e improvvisamente vengo come catturato da dei suoni, è come il richiamo di una sirena, solo molto più fastidioso, ma sono sicuro che ci porterà nella giusta direzione.
Arriviamo davanti ad una teca di vetro. E' assalita da un branco di turisti famelici. Si accatastano l'uno sull'altro a discapito dei poveri malcapitati che se ne stanno spiaccicati contro il vetro cercando di sorridere e salutare il povero panda.
L'animale sta mangiando, mentre una massa di turisti scatta foto, lo saluta – in cinese – e i più maleducati danno addirittura dei colpi al vetro per richiamare l'attenzione della bestia.
Mi faccio strada fino al vetro per poter vedere le condizioni di vita di un animale che a detta di tutti i commentatori di Tripadvisor ha una grande libertà. Vive in una gabbia, in una prigione poco più grande della mia camera da letto. Scosto qualche cinese e riesco finalmente a fare una foto. Foto che ovviamente ho dovuto ritagliare perché ai lati era tempestata da riflessi cinesi.



Non ci demoralizziamo e tiriamo dritto, anche se un senso di amarezza inizia a pervadermi come una pianta rampicante, e ho paura che non mi andrà via fino alla fine dell'escursione.
Ad un certo punto vediamo un muro umano alto poco più di un metro e sessanta coprire la recinzione di uno spazio naturale abbastanza vasto.
“Finalmente qualche panda in...libertà” esclama F.
Non dobbiamo nemmeno fare a gomitate con la gente davanti perché siamo senza dubbio i più alti, oltre a noi vediamo altri due occidentali, ma per il resto vediamo solo Turismo cinese (da ora in poi chiamerò così questa massa di cannibali da cartolina).
Aguzzo gli occhi e vedo delle strane volpi un po' più in carne.
“Cosa sono?” chiedo a F.
“Panda rossi” risponde.
“E che ne sai?”.
“L'ho letto lì” risponde indicando un cartello enorme.
Rido e scatto qualche foto. Faccio un video che sicuramente utilizzerò per il documentario stringendo l'inquadratura su due panda rossi e su un pavone.
“Guarda ora cosa succede” dico ad F.
Allargo l'inquadratura lentamente fino a scavalcare le teste dei turisti, inquadro le loro schiene e con una carrellata laterale mostro ad F che effetto allucinante viene fuori da questo filmato.
“Aspettami lì. Vado dall'altra parte a scattare una foto. Non posso perdermi questa muraglia cinese” dico correndo come un pazzo.

Andando più avanti troviamo una recinzione simile a quella dei panda rossi, con all'interno due panda giganti. Li osservo e noto che danno continuamente le spalle ai turisti, quasi come se non volessero essere fotografati mostrando solo il fondoschiena. Scatto qualche foto, ma non troppe, i panda stanno perdendo il mio interesse: maledetto Turismo cinese.
Finiamo il giro ammettendo che la riserva non è poi così male, solo che gli animali hanno poco spazio vitale. Prima di arrivare pensavo di trovare un posto enorme, con tantissimi alberi e panda in un habitat simile alla libertà, ma sembra assomigliare molto più ad uno zoo.
Camminiamo ancora per ritrovare l'entrata, quando ad un certo punto vedo un pavone inseguito da una ventina di bambini accompagnati da genitori immortalatori di momenti caramellosi. Gli urlano contro frasi che non capisco e alcuni tirano roba da mangiare da tutte le direzioni, è un vero e proprio bombardamento. Un ragazzo tira addirittura un bastone, e i genitori se ne stanno lì, a ridere e a sgranocchiare stuzzichini di chissà cosa senza fare niente.
Disgustati ce ne andiamo.
E' presto, ci abbiamo messo meno del previsto, per questo decidiamo di tornare vicino all'ostello per mangiare un boccone.
“Potremmo fissare con Coco” dico ad F.
“Ok, ma dobbiamo dormire un po', in queste condizioni non sarei di compagnia” dice F.
“Ok, ci sto”.
Di ritorno mangiamo dei dumpling (gnocchi ripieni di carne) e filiamo dritti in camera.
F si lancia sul letto come scaraventato da una fionda, mentre io mi cambio e vado un attimo in bagno. Di ritorno vedo che sta già dormendo.
“Sto scrivendo a Coco un messaggio. Come si scrive together? Con una o due h?” chiedo a F.
“Mmm”.
“Dai, sono stanco, dimmelo te” insisto.
“Dimmelo te” ripete F nel sonno.
“No, dimmelo te te” rispondo.
Ecco, penso di aver toccato il punto più basso del mio italiano parlato. Guardo F e ridiamo come ossessi, ma ci rendiamo conto che dobbiamo strappare qualche ora di sonno o presto potrebbe salirci la febbre. Crolliamo.
La sveglia suona dopo due ore. Mi risveglio tutto d'un fiato, come un ritornato dall'oltretomba, guardo F che continua a dormire come se niente fosse.
“Non ci credo. Non possono essere passate due ore” mi dice incredulo.
“Purtroppo sì”.
Facciamo una doccia fredda per risvegliarci da uno stato catatonico che sembra non abbandonarci.
Siamo in ritardo, ma Coco può aspettare, anche se la curiosità di sapere che persona possa essere mi uccide, mi attanaglia lo stomaco da quando l'abbiamo conosciuta.
“Mi è arrivato un messaggio da Coco con scritto se può portare anche sua nipote” dico ad F.
“Dille di sì...lo so come vanno a finire queste cose...magari sono due escort”.
“Magari” rispondo.
Dopo aver inviato il messaggio schizziamo dritti nella notte di Chengdu. Finalmente una serata con una vera cinese. Ovviamente siamo in ritardo, ma la salute prima di tutto, senza la pennichella saremmo morti.
Arrivati davanti al pub vediamo la bella Coco venirci incontro. Ha un vestito di seta bianco molto elegante e le caviglie vanno a finire dentro scarpe col tacco. La guardo e capisco subito che potrei innamorarmene.
Entriamo e notiamo una ragazza molto giovane ad un tavolo. E' la nipote, ha diciotto anni e non sa una parola d'inglese. 
“Io non la prendo la bambina” dico ad F.
“Neanche io”.
“Magari non è nemmeno una puttana”.
“Non riesco a capirlo. E' tutto così strano”.
Coco ci guarda e ride, sembra contentissima di vederci. Iniziamo a parlare e ci dice che quella è la figlia di suo fratello e che vive insieme a lei.
Siamo un po' confusi, non riusciamo bene a decifrare la situazione.
Ci offrono degli stuzzichini di carne.
“Cos'è?” chiedo a Coco.
“Collo di papera”.
“Ah...” rispondo un po' perplesso.
“E' buono, è buono. Io ne vado pazza”.
Supero tutti i timori soltanto perché si rivolge a noi con una gentilezza che mi fa quasi sorridere. Nella mia testa inizia a formarsi un pensiero che la donna possa essere una persona normalissima, volenterosa di conoscere nuove persone.
Mangio il collo di papera e devo ammettere che non è male.
Assaggio anche un'altra cosa e, dopo che l'ho ingerita, F mi dice che è cuore di papera. Strabuzzo gli occhi, però non è così tremendo, anche se peggio del collo. Sarà l'unico pezzo di cuore in tutta la serata.
Ordiniamo delle birre e dei noodles – amiamo i noodles – mentre Coco allibita ci chiede come mai mangiamo così tardi. Sono le nove e per noi non è affatto tardi. Da quando siamo partiti non abbiamo orari, e poi in Italia siamo abituati a mangiare abbastanza tardi. Lei ci dice che di solito mangia alle sette. Abitudini diverse.
Dopo poco veniamo a conoscenza che non è di Chengdu, ma di una città di cui non capiamo il nome. E' davvero difficile da pronunciare. Coco ha lavorato su un'isola per diversi anni. Ci mostra delle foto e sembra un paradiso rispetto alle città sporche che abbiamo visitato fino ad ora.
“E cosa fai nella vita?” chiede F.
“Vendo valvole. Sono la manager di una ditta”.
“E quanto anni hai?” le chiedo.
“Ventotto, e voi?”.
“Quanti ce ne dai? Sai qui in Cina ci danno tutti più anni rispetto a quegli che abbiamo” chiediamo insieme.
Abbiamo la barba incolta, quindi siamo curiosi della sua risposta.
“Ventotto?” domanda.
“No, venticinque” rispondiamo.
Sorride e dice che siamo giovani.
Iniziamo a parlare delle nostre vite. Io le dico che sono stato a vivere a Parigi per tre mesi, che mi sono laureato da un anno e che il mio futuro è molto incerto. F le racconta di quando era a Londra.
“Ecco perché parli così bene inglese” esclama Coco.
Continuando le dice che probabilmente a ottobre partirà per la Namibia per circa sei mesi, le dice che farà volontariato e che è forte della sua decisione.
“Ti ammiro. E' una cosa bellissima” dice rivolta ad F.
Le raccontiamo un po' delle nostre avventure passate, io le svelo i miei sogni nel cassetto, le dico che ancora i miei obiettivi sono lontani anni luce.
“Devi sempre continuare a credere in te stesso. Se vuoi raggiungere un obiettivo devi provare, provare e provare all'infinito” mi dice con una tenacia da donna matura.
Ovviamente le rispondo di sì, che continuerò a credere nei miei sogni, sono quanto di più bello ho nella vita. A costo di diventare scrittore sputerò sangue a palate, ingoierò bocconi amari giorno dopo giorno, riceverò centinaia di porte in faccia, ma le sfonderò e andrò avanti verso il domani.
“Quanti giorni lavori alla settimana?” chiede F.
“Cinque”.
“Buono, almeno hai il fine settimana libero” risponde F.
“Per me non fa alcuna differenza, potrei lavorare anche sei giorni”.
E' una donna che sembra non fermarsi davanti a niente.
“Quanti giorni di ferie hai in un anno?” le chiedo con interesse.
“Circa una settimana”.
Sono allibito da come una donna così minuta, così calma e pacata possa lavorare senza sosta tutto l'anno, ha una mentalità diversa dalla nostra. Noi vogliamo il lavoro perfetto, tutti gli altri ci sembrano una trappola mortale, ma lei sembra aver raggiunto una tranquillità interiore che le permette di lavorare come un mulo.
“Ti piace il tuo lavoro?” le chiedo.
“Sì, assolutamente”.
Ecco svelato il mistero.
Ci dice che le nostre vite le sembrano dei romanzi d'avventura, ci dice che le piacerebbe rimanere in contatto, che vorrà sapere le nostre impressioni di fine viaggio e guardandoci dritto negli occhi ci augura buona fortuna, per la Cina, ma sopratutto per il nostro futuro, per la tranquillità che non abbiamo ancora raggiunto.
A fine cena tiriamo fuori i soldi per pagare, ma si impunta nel volerci offrire la cena.
Sono 150 yuan a testa (quasi 20 euro), la ringraziamo per tutto. La guardo e vorrei ringraziarla per essere venuta al mondo, perché è una persona bellissima. Le dico che vorrei che mi mandasse una sua foto, perché non voglio dimenticarla, ma sopratutto perché sto scrivendo questo diario di viaggio e una sua foto è d'importanza vitale. Me la manda.

La abbracciamo – anche se in Cina non è abitudine – e montiamo sopra un taxi guardandola scomparire all'orizzonte.
Tornati all'ostello saliamo in camera, fumiamo una sigaretta lentamente, quasi a lasciarla consumare fra le dita, un po' come questa notte che non vorremmo finisse mai.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"


lunedì 30 giugno 2014

CINEMA: "LE IENE - Quentin Tarantino"


Premetto che non sono un grande fan di Tarantino, o meglio non lo ritengo quel genio che la maggior parte del pubblico medio pensa che sia, ma quando mi trovo davanti a questo film non posso non riconoscerne il magnetismo.
I primi sette minuti sono l'apice stilistico dell'opera tarantiniana, un mix esplosivo di cultura avantpop, di botta e risposta senza tregua fra brutti ceffi che si insultano e sparano a zero su tutto.
Mr. Brown: "Ve lo dico io di cosa parla Like a Virgin. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa".
Un incipit fuori dagli schemi, che da il via a quei fantastici sette minuti in cui la macchina da presa danza. Danza svelando lentamente i protagonisti della storia in un gioco di ombre, passando dalla nuca di uno di loro al primo piano di un altro. E' una lezione di cinema data da uno che il cinema l'ha solo osservato. Tarantino è l'esempio eclatante di come si possa fare cinema senza averlo studiato, ma semplicemente divorando migliaia di film senza alcun criterio selettivo. Tarantino si ciba di pane, film e fumetti nel videonoleggio dove lavora. Inizia a buttare giù sceneggiature su sceneggiature ed ecco che nel 1992 compare Le iene. La storia è incentrata su sette Mr dalle tinte pulp, sette cani da rapina diretti dal malavitoso losangelino Joe Cabot (Lawrence Tierney) e da suo figlio Eddie “il Bello” (Chris Penn).
Dopo quei fantastici sette minuti – di cui non mi stancherò mai di parlare – ci troviamo catapultati nell'azione, con un Mr. Orange (un giovane, ma già fenomenale Tim Roth) imbevuto di sangue dalla testa ai piedi, si trova sul sedile posteriore di una macchina agonizzante, mentre alla guida c'è Mr. White (un grandissimo Harvey Keitel) che schiaccia il piede sull'acceleratore per arrivare nel luogo x.
Da qui in poi alla storia presente si accavalleranno flashback di straordinaria incisività, sia della rapina da poco andata male, che di brevi momenti del passato dei protagonisti che hanno la funzione di presentarli uno ad uno.
Mr. Pink (Steve Buscemi): Mr. Blue è morto?
Joe: Più morto di Dillinger.
Questa è una delle tantissime citazioni tarantiniane, omaggio a quel grande regista che fu Marco Ferreri. Tarantino però non cita solamente titoli e parole, ma anche situazioni, le prende e le trasforma, ci gioca; sì, ci gioca perché prima che lo spettatore vuole divertire se stesso. Da tutti i suoi film si evince chiaramente questo baloccarsi con il cinema; che va bene, il cinema è anche intrattenimento, ma i suoi più grandi passi falsi – e sono molti – sono frutto proprio di questo eccessivo trastullarsi col mezzo cinematografico, che spesso diventa masturbazione videoludica. Ma Tarantino è questo, prendere o lasciare.
Però Le iene, anche se è l'esordio cinematografico – come il secondo film Pulp Fiction – ha qualcosa di magico, è come se fosse ancora puro, avulso da tutte le brutture future, che, forse, sono solo il prodotto di un regista a cui la fama e l'essere diventato il simbolo di una generazione può aver fatto perdere la freschezza di un tempo.
L'ultraviolenza, tematica che si ripeterà in tutti i film di Tarantino, in questo sarà calibrata bene, sarà sopratutto la violenza verbale e psicologica. Parole che escono dalle bocche sparate come pallottole, un montaggio perfetto e attori formidabili creano un pastiche di generi che accontenta un po' tutti, sia lo spettatore medio che il cinefilo più incallito.
Le numerose citazioni servono a scollegare lo spettatore dalla realtà simulata, da ciò che sta vedendo – oltre che a divertire il regista stesso – per trasportarlo in un mondo a metà tra la fiction e la non-fiction, un mondo in cui anche una scena violenta come quella del taglio dell'orecchio, accompagnata dalla canzone Stuck in the middle with you può apparire simpatica e farci divertire, perché guardare un film di Tarantino è un po' come andare al luna park, ci sediamo, paghiamo il biglietto e per due ore possiamo dire di aver assistito ad uno spettacolo ipnotico che ci ha ammaliati dal primo all'ultimo minuto.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"

sabato 28 giugno 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo IV)

di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 27 giugno 2014

NEWS: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 2"


Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.

Quando presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di musica non sapevo quasi niente. “Il 90 per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”; queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile, ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente parte di quel 90 per cento.

Ricordo un pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore, fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube (versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente. “Non voglio guardare cosa è in grado di fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi” che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”, mi disse, “cominci a capire”.

Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo. Chiave di volta fu l'epilogo della guerra di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero, ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo, la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto represso in una società egemonizzata dai bianchi.

Un nome, forse più di altri, si fece portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima, compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei corde.  Le credenze dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo scambio anima\talento chitarristico.


E se il nostro collaboratore Mi.Di., nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson, anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un demone vestito di nero. Sympathy for the devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto leggendario, incontro: “Please allow me to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo della fantasia del frontman. Provate ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’ forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.

Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel primo riff, suonato da uno sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics (anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io, Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario del locale …

Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una religione: il Rock‘n’Roll.  Continuavo a notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.



Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.

È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi sostiene il contrario.



di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".