martedì 24 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 3"

(Link alla parte 2)

Giorno 6:

La sveglia suona. Abbiamo dormito un bel po', ne avevamo bisogno.
Prendiamo la metro per l'aeroporto fino alla fermata da cui parte il Maglev. Il Maglev è un treno ad alta velocità, il treno più veloce al mondo. I dati dicono che può raggiungere un massimo di 505 km/h. 3 2 1...via. Schizziamo in poco tempo sui 430 km/h, la velocità rimane costante fino all'arrivo. 20 km in circa sette minuti. E' un treno a levitazione, un'astronave da terra, una grande invenzione che ci permette di guadagnare tempo.


Arrivati all'aeroporto sbrighiamo le pratiche check-in e quelle successive: antiterrorismo, anti oggetti contundenti, anti liquidi: acqua, dentifricio, crema per la pelle, tutte sostanze estremamente...pericolose.
Prendiamo l'aereo che ci porterà nel Sichuan, a Chengdu, il capoluogo di una delle regioni più belle della Cina.
La Sichuan Airlines – la nostra compagnia aerea – è simile alla Ryanair: pochi posti, pochi spazi e tragitti brevi. Il nostro volo durerà circa tre ore; percorreremo tremila chilometri accompagnati da splendide hostess dai sorrisi ammiccanti all'interno di vestitini tipici cinesi. Più le guardo e più mi sembrano delle bambole di pezza, delle matriosche sempre sul punto di rompersi.
F ha un po' paura delle turbolenze, lo tranquillizzo dicendogli che con me non gli succederà niente, sostenendo che l'aereo è il mezzo di trasporto più sicuro a mondo. Mi risponde che se il nostro volo dovesse precipitare mi tirerà un bel pugno sul naso.
Dopo circa due ore dalla partenza inizia una piccola turbolenza; F mi guarda come a dire: “Ehi, sai che presto potrebbe arrivarti un bel dritto in faccia, vero?”.
Lo guardo con tutta la calma del mondo, e dietro di lui scorgo un passeggero che sta pregando mentre guarda fuori dal finestrino; forse sono stato un po' leggero con l'ottimismo. Passano diversi minuti di tensione generale, ma poi procede tutto per il verso giusto.
Arrivati a Chengdu veniamo assaliti da finti tassisti o da persone che vogliono chiamarci un taxi per ottenere una ricompensa. Usiamo una delle poche parole cinesi che abbiamo imparato e regaliamo una sfilza ininterrotta di no.
Prendiamo un bus affollatissimo per avvicinarci al centro. Non sappiamo dove sia di preciso il nostro ostello, quindi; ci affidiamo un po' al caso e all'intuito. Dentro ci sono bagagli ad ostruire il passaggio; sembra di attraversare un campo minato. Ci sediamo e partiamo nel caldo di Chengdu.
Ad un tratto una donna di indubbia bellezza si siede accanto a me, mi guarda e inizia a parlare inglese. Mi chiede di dove siamo e dove alloggiamo. Le rispondo mostrandole il foglio di prenotazione. Annuisce e mi chiede se vogliamo soggiornare in un posto più carino. Le rispondo di no, che ci va bene il nostro: è economico e posizionato bene.
Chiama l'ostello e inizia a parlare in cinese. F mi guarda, è sospettoso, dopo quello che ci è successo nel centro massaggi diffidiamo di estranei estremamente gentili e accondiscendenti.
La donna continua a parlare.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” dico ad F.
No, no, non fidarsi è meglio, punto e basta” risponde.
Ormai ha perso la fiducia nel prossimo, ha viaggiato molto e per esperienza diretta ha imparato che il viaggiatore è una preda facile, un essere vulnerabile.
La donna riattacca e mi dice che se scendiamo con lei ci accompagnerà in taxi.
Vedi, forse è solo gentile” dico ad F.
Forse è una puttana” risponde.
Cerco di non pensare al peggio e scendo al segnale della donna. Un taxi si ferma all'istante al primo segno con la mano effettuato dalla sconosciuta. Troppo strano, potrebbe essere un complotto.
Saliamo sul taxi, la donna comunica al tassista l'indirizzo; i due ridono e continuano a parlare.
Guardando F capisco che anche lui è preoccupato, potrebbero portarci in qualsiasi posto e non capiremmo mai dove.
Dopo aver ascoltato la litania pessimista di F, inizio anch'io a non fidarmi più così tanto del prossimo, la mia fiducia inizia a sgretolarsi poco a poco.
Dopo un po' la donna ci dice che siamo arrivati, apre la borsetta e tira fuori i soldi per la corsa; F la anticipa dando i soldi al tassista dicendo alla donna che vogliamo pagare noi. Quella di F è una mossa rapida e precisa; lo conosco bene, non vuole essere in debito con nessuno. Quell'asso nella manica calato da F in maniera frettolosa mi fa andare in paranoia.
I bagagli. Scendi a prenderli, non vorrei che partisse appena scendiamo” gli dico un po' agitato.
Prendiamo i bagagli, la donna ci accompagna fin dentro l'ostello, guardo l'insegna, è quello giusto. Ci scambiamo una rapida occhiata sollevati.
Dopo aver effettuato il check-in, la sconosciuta ci da il suo numero di cellulare, ci dice di chiamarla per qualsiasi cosa. Si chiama Coco e la osserviamo scomparire nell'umido pomeriggio di Chengdu.
Forse è una puttana di classe” dico ad F mentre saliamo le scale.
Può essere” risponde.
Posiamo i bagagli e decidiamo di visitare un tempio che ci consiglia la ragazza alla reception. Dice che è il suo preferito.
Arriviamo al tempio di Wenshu.



Una massa di turisti uniforme si aggira per le strade della struttura. Entriamo in una zona piena di bancarelle che vendono cibo locale, prendiamo un frullato e ci mettiamo a sedere sopra un muricciolo. Rolliamo una sigaretta e, come sempre, la gente si ferma ad osservare; sbalorditi ridono e si scambiano codici cifrati nelle orecchie, increduli davanti ad una cosa che in quasi tutto il resto del mondo è normale e scontata. Ma qui no, la Cina è una realtà a parte.
Fai qualche numero con le palline” dico ad F.
F ha vissuto in Spagna per un po' di tempo e conosce qualche mossa da giocoliere.
Ok, voglio proprio vedere che faccia faranno”.
F inizia a far roteare in aria tre palline e la gente, incuriosita da questo fenomeno inusuale, si ferma, fotografa mentre qualcuno, addirittura, si mette a fare dei video.
Dopo circa dieci minuti, F si stanca, rimette le palline a posto pensando sicuramente a quello che sto pensando io: “Quanti soldi potrebbe fare un giocoliere in Cina?”.
Dopo aver visitato quasi tutto il complesso del tempio, iniziano a farsi sentire i crampi della fame. Mangiamo qualcosa da ogni bancarella che ci ispira fiducia. Mangiamo granchi e gamberi fritti. Sono buonissimi. Quando iniziamo a mangiare una carne di dubbia provenienza contenuta all'interno di una foglia, alcune persone ci fermano, ci guardano e bisbigliano qualcosa. Chissà cosa stiamo mangiando...
Non curanti di aver mangiato chissà che tipo di carne, prendiamo un ramen e torniamo all'ostello.
Dopo una breve rinfrescata andiamo nella hall per sbrigare due cose al computer.
Non vorrei dover rendere conto ad un apparecchio elettronico, ma ho un blog che ha quasi un anno di vita: si chiama il cARTEllo e tratta diversi campi di interesse, soprattutto ambiti culturali. E' un po' come un figlio a cui dai vita e che poi aiuti a crescere lentamente.
Durante la mia assenza ho delegato la gestione ad uno dei collaboratori che mi tiene costantemente informato. E' uno tosto, mi fido di lui.
Sta andando benissimo e quindi, anche se a migliaia di chilometri di distanza e a sei ore di fuso orario, non posso smettere di tenere gli occhi incollati sullo schermo, anche solo un'ora o un minuto al giorno. E' quanto mi basta per essere felice.
Mentre spulcio un po' le statistiche del blog, F inizia a parlare con un ragazzo.
E' italiano, padovano doc, viaggia da solo e attira la nostra attenzione.
Dopo poco viene fuori che è un ex bancario; ha tentato la carta della libertà licenziandosi e mollando tutto.
Ci dice che è in viaggio da cinque settimane e che con i soldi della liquidazione vuole riuscire nell'impresa di stare in giro per il mondo per mille giorni. Penso che posso farcela, ha la motivazione giusta; basta e avanza.
Ha un blog, si chiama Triptherapy e testimonia tutte le sue peripezie immortalate in video un po' troppo spettacolarizzati.
Fino ad ora ha fatto la Transiberiana, è stato in Mongolia, ha una Gopro e tanti chilometri sotto le suole delle scarpe.
Ci dà qualche dritta riguardo le mete che abbiamo intenzione di percorrere nei giorni seguenti.
Se volete vedere i panda svegliatevi presto” dice.
Quantifica il presto” gli chiedo.
Alle sette massimo”.
Cazzo!” esclamiamo all'unisono”.
Ragazzi, dalle dieci iniziano ad arrivare orde di turisti cinesi. Sono quanto di più fastidioso ho trovato sulla mia strada. Quindi fate un po' voi...io vi ho avvertiti”.
Ok, terremo conto delle tue parole” rispondo.
Lo salutiamo augurandogli di completare la sua impresa dei mille giorni.
Chiediamo alla ragazza alla reception dove poter orientare la nostra bussola per trovare un po' di divertimento. Ci indica il quartiere più movimentato di Chengdu sulla cartina. La ringraziamo ed andiamo a prendere un taxi.
Arrivati in una strada che costeggia il fiume, scendiamo e commentiamo la zona elogiandone la bellezza. Ma più che ci addentriamo, capiamo che la serata sarà di una noia mortale.
La zona non è molto movimentata, una serie di locali copia e incolla si presenta davanti a noi.
Entriamo nel primo locale. Ordiniamo un drink. Niente di interessante.
Entriamo nel secondo. Prendiamo un drink. Niente di interessante.
Fuori, ragazzini isterici, perlopiù sbronzi si ammassano per la strada urlando, sorretti da amici sobri e da qualche bicchiere d'alcool. Giro la testa a sinistra e vedo due ragazze correre da un tavolino verso di noi. E' il momento della celebrità, o meglio dell'occidentalità.
Ci chiedono di fare una foto – ovviamente a gesti –,rispondiamo di sì. Una delle due ragazze prova la mossa iniziando a parlare in cinese. F non si sforza nemmeno di parlare inglese.
Amica possiamo stare qui per ore. Only ni hao (ciao), ni hao ma? (come va?), shie shie (grazie)”. Scoppio in una grossa risata. I limiti di incomunicabilità iniziano ad essere duri nel Sichuan. Con alcuni è impossibile comunicare anche a gesti, fanno troppo affidamento sulla propria lingua, pretendono che tu sappia la lingua più complessa al mondo.
Dopo minuti di incomprensione ci congediamo con un saluto.
Sono le due, entriamo in un pub. Ordiniamo un drink e ci sediamo ad un tavolo.
Molti ragazzi ci guardano, due più temerari si avvicinano e tentano di attaccare bottone.
Sanno tre parole d'inglese e la conversazione diventa paradossale.
Osserviamo le loro bocche a pesce che emettono suoni che non capiamo, le osservo e mi sembra che boccheggino, è come parlare con un muto, ma la differenza è che con i muti a gesti mi intendo alla grande.
Dopo poco tempo andiamo via.
Torniamo all'ostello verso le tre e ci fiondiamo a letto di botto. I panda ci aspettano.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 23 giugno 2014

CINEMA: "L'IMMAGINE MANCANTE - Rithy Panh"


“Ci sono molte cose che un uomo non dovrebbe né vedere né conoscere. E se pur le vedesse sarebbe meglio per lui morire. Ma se uno di noi ha visto o conosciuto queste cose, allora deve vivere per raccontarle”

Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi, membri del partito comunista cambogiano, presero il potere e trasformarono la Cambogia nella Kampuchea Democratica, un totalitarismo di matrice comunista-maoista. Nei quattro anni successivi il suo leader, noto col nome di Pol Pot, mise in piedi un regime illiberale che prese le mosse dalla deportazione di più di due milioni di persone dalle città (in particolare dalla capitale, Phnom Penh) alle campagne, privando ciascuno della propria libertà, del nome, costringendoli a lavorare nelle risaie, nei campi, per la costruzione di una società fondata sui principi del collettivismo, dell’egualitarismo (tutto inizia con un ideale di purezza e termina con l’odio). Chiunque si opponeva era sterminato: più di un milione di persone perse la propria vita. Rithy Panh era un bambino a quell’epoca e in quei quattro anni (la dittatura cessò nel 1979) perse il fratello (ucciso negli scontri del 17 aprile) il padre (che si lasciò morire) ed infine, la madre. 

L’immagine mancante è innanzitutto la sua infanzia.

La dittatura di Pol Pot si fondava soprattutto, come ogni altra dittatura, sul controllo delle masse, che avveniva principalmente attraverso l’indottrinamento ed il lavoro forzato. La propaganda assumeva dunque un ruolo fondamentale, gli slogan erano ripetuti fino allo sfinimento, il cinema era monopolio del Partito e strumento di diffusione dell’ideologia dei Khmer Rossi. Le immagini di repertorio allora raffigurano solo ciò che il Partito voleva far conoscere all’esterno. 

L’immagine mancante è la deportazione dei cambogiani.

Il giovane Rithy Panh cerca allora di sopravvivere tra la fame che corrode il corpo e la perdita degli affetti che corrode l’anima. Per resistere, ci dice, è necessario conservare un pensiero, un ricordo. Infatti, è possibile rubare un’immagine, ma non un pensiero. E il suo ricordo non può che essere legato al mondo libero, ai tempi antecedenti al 17 aprile di quell’anno maledetto, alle feste in famiglia, alla musica, ai canti. Era pur sempre un mondo imperfetto, ma felice agli occhi di un bambino. 

L’immagine mancante, dice ancora Panh, siamo noi.

Alla fine del percorso Rithy Panh realizza che l’immagine che cerca, non può trovarla. Semplicemente, è mancante. Non può esistere un’immagine che restituisca il senso dello sterminio di un popolo. Naturalmente non ho trovato l’immagine mancante. Così ho deciso di crearla. La guardo, me ne prendo cura. La tengo tra le mani come si fa con un volto amato. Questa immagine mancante ora io vi affido affinché non smetta mai di cercarci.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 21 giugno 2014

ARTE: "REPORTAGE CINA, Parte 2 - Elle Bi"


Di seguito potete trovare la seconda parte del reportage sulla Cina, fatto e commentato dal nostro inviato Elle Bi (Qui il link alla prima parte).

1. Zhujiajiao: La Venezia Cinese


Una piccola città a circa un'ora da Shanghai intessuta di canali ai cui lati si trovano una moltitudine di bancherelle che offrono soprattutto carne. Gli odori che aleggiano per queste strade sono così forti da rimanere impressi per sempre nei nostri nasi. 


2. Street View of Chengdu


Piccolo vicolo incastonato fra le enormi strade di Chengdu.


3. Allerta Panda




Due fra gli ultimi esemplari di Panda sembrano divertirsi e non curarsi della nostra presenza, ma in realtà una massa di uomini e macchine fotografiche li molesta minuto dopo minuto. Una bellissima specie animale da salvaguardare dal forsennato turismo cinese.


4. Una Montagna Da Scalare 


Una delle tante vette che circondano Tagong, piccolo villaggio ai confini del Tibet. Una scalata devastante per il sole, la pendenza e la mancanza di ossigeno. Muscoli e membra stanche, ma sicuramente l'anima è più leggera.


di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 20 giugno 2014

NEWS: "QUANDO LASCEREMO ATLANTIC CITY?"



Sesso, droga e contrabbando. No, non è la presentazione della prossima stagione di Boardwalk Empire, ma quanto accadrà da settembre al Prodotto Interno Lordo (PIL), il più conosciuto (e dibattuto) indicatore economico del nostro tempo. Al ritorno dalle vacanze estive infatti, le modalità di computo del PIL subiranno una modifica “stupefacente” in quanto contrabbando, prostituzione e droga entreranno a farvi parte.

In macroeconomia il PIL è definito come il valore totale dei beni e servizi prodotti in un paese da parte di operatori economici residenti e non, e destinati al consumo finale, alle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni) e agli investimenti pubblici e privati. Fu introdotto dal premio Nobel Simon Kuznets verso la metà degli anni ’30 con lo scopo di contabilizzare l’economia di uno Stato. Col passare del tempo il sistema di conti di Kuznets si è evoluto e raffinato, fino a diventare l’attuale indicatore economico. Molti sono gli aspetti positivi legati a questo indice, su tutti: fotografa l’economia di uno Stato e la rende confrontabile con altre. Tuttavia, molte sono anche le critiche che negli anni ha ricevuto.

Ciò che viene più frequentemente contestato è che il PIL sia spesso associato con la qualità della vita dei paesi, e strumentalizzato per fini politici. Della serie, “il PIL è grande, la vita è bella e tutto va bene”. E questa è una grossolana approssimazione, o una furbizia di politici e combriccola. Cioè, in generale il paradigma funziona – se si considerano Lussemburgo e Liberia, sono convinto che la qualità della vita sarà, come il PIL, ben più alto nel primo paese che nel secondo –, ma non va affidato al PIL un compito che va oltre le sue mansioni. Vi è un famoso discorso tenuto da Bobby Kennedy alla Kansas University qualche mese prima di essere assassinato che contesta, romanticamente, questo indice sulla base del fatto che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Sulla scia di questo discorso e di altre critiche, sono state proposte varie misure alternative al PIL. Misure che fanno – o quantomeno ci provano – confluire nel calcolo di questo aggregato il benessere delle persone dello stato in considerazione. Vari economisti hanno realizzato indici come l’Indice del Progresso Reale, quello della Felicità Lorda Nazionale o l’Index of Sustainable Economic Welfare.

Polemiche a parte, la realtà è che un indice migliore o più informativo non è ancora stato creato –o come direbbe qualche cospirazionista: “I signori del mondo non hanno interesse a che questo venga abbandonato”. In ogni caso, questo articolo non vuole essere né un attacco al PIL né una disamina delle possibili alternative a questo. Ma solo una riflessione critica sulle nuove modalità di rilevazione. Concludo dunque la divagazione e riprendo da dove avevo iniziato. Da settembre in poi l’economia illegale verrà contabilizzata e verrà considerata come parte della ricchezza nazionale tramite metodi di stima che permetteranno di quantificarla. Il motivo principale che ha spinto le istituzioni europee in questa direzione è quello di eliminare la disomogeneità tra i paesi membri. Infatti, alcune attività sono legali solo in alcuni paesi, e questo altera la confrontabilità dei dati. Per questo Eurostat, l’ente di statistica comunitario, ha introdotto delle nuove regole – si passa dal sistema europeo dei conti nazionali e regionali Sec 95 al Sec 2010 – che richiedono che le stime comprendano, a prescindere dallo status giuridico, tutte quelle attività che producono reddito. In realtà le novità sono anche altre tra cui, a mio avviso, la più importante è la capitalizzazione delle spese in ricerca e sviluppo – che tuttavia in Italia ha un peso minore rispetto a quello delle attività illegali, ma sto ancora divagando …

Gli effetti di questo provvedimento, dipenderanno molto dai metodi di stima scelti. La voce.info ha calcolato l’impatto di questo intervento su due misure importanti che si ricavano dal PIL e su cui si basano alcune politiche europee e non, come ad esempio il fiscal compact – su cui scrivemmo qualcosa qualche tempo fa. A detta del giornale economico: il rapporto debito/Pil subirebbe una riduzione di 1,32 – 2,6: nell’ipotesi massima si raggiungerebbe senza alcuno sforzo economico e politico metà dell’obiettivo richiesto dal fiscal compact.  Il rapporto deficit/Pil, invece, diminuirebbe di 0,03 – 0,05 punti, con una maggiore disponibilità di risorse da spendere tra i 15 ed i 31 miliardi secondo i dati del 2013”. Stiamo dunque parlando di una riforma (contabile) con effetti reali massicci, che ci mette di fronte ad una serie di riflessioni.

È amaro constatare come in Italia, l’abbassamento dei rapporti sopra indicati dipenderebbe in maniera maggiore dalla contabilizzazione dell’economia illegale che dalla capitalizzazione di ricerca e sviluppo nel PIL (e le altre modifiche che non ho menzionato). Nel lungo termine, questo ci porterà a essere dei fattoni ignoranti?

Gli “effetti reali” individuati sopra potrebbero essere ben più grandi se, con un piccolo sforzo mentale, accettassimo l’esistenza di ciò che si continua a negare e alcune attività illegali, come la vendita di droghe leggere o la prostituzione, venissero legalizzate e regolate. Questo genererebbe un gettito fiscale e ridurrebbe le spese legate al contrasto di queste attività. Dunque mi domando, perché continuare con questo proibizionismo, che va tutto a favore dei vari Nucky Thompson e bootleggers vari, quando una sana regolamentazione avrebbe una lunga serie di effetti positivi?
In linea con quanto appena detto, un mio amico ha sinteticamente commentato dicendo: “Non torna però, perché il debito lo puoi ripagare – aldilà delle re-emissioni – solo con entrate legali, non a nero cioè (e.g. le tasse!). Non è allora il caso di iniziare a seguire, ad esempio, il percorso di legalizzazione-regolamentazione timidamente intrapreso da alcuni Stati degli States?”.

In poche parole, quando inizieremo a preferire il progresso al regresso?

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

MUSICA: "MEANWHILE - Grifters"





Questo singolo della settimana non vi piacerà. E' deprimente, disperato, caotico, rumoroso, non ha una logica musicale (almeno apparentemente), non ha una struttura (?), non è conosciuto, probabilmente vi annoierà. Descrizione che non giova sicuramente all'ascolto, che anzi sconsiglio subito a chi ama certa musica ruffiana e commerciale chiamata pop, sicura ed immediata ( e con questo non è che voglio offendervi, di tanto in tanto la ascolto anche io, nelle giornate di ozio ). Quindi perché vi chiederete? Che senso ha questa recensione? Per prima cosa perché sentivo il bisogno (ed il dovere) di allontanarmi un po' dagli ultimi singoli recensiti (St. Vincent e Damon Albarn, che comunque ho molto apprezzato) per ritornare verso la musica che amo, con sincerità. Verso l'arte che amo. Un'arte estrema, violenta, quasi sociopatica a cui sono affezionato (e prossimamente prometto che spiegherò il motivo). Così ho aperto la mia cartella personale che raccoglie tutta l'underground (dagli anni 60 fino ai giorni nostri) e ho scelto loro, i Grifters, un piccolo gruppo che esordì nel 1992 con l'album “So Happy Together”, da cui proviene “Meanwhile”. Un album in cui il gruppo americano mostrò il suo noise rock post apocalittico e disperato derivante da certi gruppi new wave che hanno rivoluzionato la musica, tra esplosioni di rumore quasi casuale, ossessivo e nevrotico e geniale nel suo caos quasi epilettico. Un ascolto (come detto prima) decisamente difficile, se non impossibile in alcuni punti dell'album, quando la follia del gruppo raggiunge il culmine, per niente facilitato anche dalla scarsa produzione, decisamente lo-fi. Ma un ascolto in cui si possono scorgere, tra le righe, immensi sprazzi di genialità, facendo di “so Happy Together” un piccolo classico dell'underground degli anni 90. 

Il secondo motivo per cui scrivo la recensione è semplice, e consiste nella mia fiducia verso la vostra fame (di conoscenza, naturalmente). Fame che porta alla curiosità più sfrenata. Fame che spero di saziare facendovi conoscere gruppi sconosciuti, canzoni che non avete mai sentito. E' facile recensire gli Arcade Fire, St. Vincent, Jack White etc. Ma io più che recensire voglio consigliare. In fondo, che importanza ha descrivere con precisione tecnica il nuovo lavoro di un grande gruppo planetario qualsiasi quando non si conoscono i Suicide, i Pere Ubu, Captain Beefheart, i Chrome, i Gang Of Four, i The Fall e quanto di più moderno e geniale è stato fatto nel passato? Ma per fare questo c'è bisogno di un po' di sforzo, di abbandonare alcuni preconcetti che riassumono tutta la musica che fuoriesce (anche se leggermente) da determinati canoni come inascoltabile e noiosa. Vi auguro un buon ascolto (anche se per molti non lo sarà). Ma in fondo vi avevo avvertiti, no?

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 17 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 2"

(Link alla Parte 1)

Giorno 4:

Ci svegliamo a metà mattinata. Non abbiamo più la camera doppia, ma siamo in stanza con un ciccione di Brisbane, che dorme in maniera scomposta, abbandonato a una posa da pachiderma.
L'altro con cui dividiamo la camera dorme in mezzo a ciò che possiede: un computer Apple, un cartone di latte vuoto, calzini sporchi e altre cianfrusaglie. Tiene il pc stretto al petto, quasi come fosse un guanciale o una donna, sembra voglia portarselo dietro anche nel sonno.
Ci vestiamo e usciamo senza fare troppo rumore.
Le strade sono affollate da una massa di carne e metallo: macchine, moto, biciclette, carretti e pedoni si incastrano alla perfezione in un puzzle frenetico ma preciso.
Vorrei avere un elicottero per poter vedere dall'alto questo spettacolo di traffico a cielo aperto, che a un primo sguardo può sembrare confusionario, ma in realtà tutto ha un suo ordine, l'ordine del caos.
Abbiamo saltato colazione, per questo ci fermiamo in un negozietto che vende cibo che ha due tavoli all'interno.
Prima di noi ci sono due ragazzi. Guardiamo i loro noodles e li indichiamo per far capire alla signora.
Entrando notiamo un bambino che gioca con un fiore. Ci sediamo.
Salutiamo il bambino, che inizia a parlarci in cinese. Ovviamente non capiamo.
Avrà più o meno cinque anni ed è bellissimo. Ci porge il fiore, ce lo passiamo e glielo rendiamo sorridendo. Il bambino ci guarda e sorride. Sono commosso. Comunicare senza usare la benché minima parola è straordinario, riscopri i gesti antichi, gli sguardi silenti, i sorrisi e tanto di ciò che ormai si è perso nella società odierna.
Il bambino si nasconde sotto al tavolo, lo seguo con la macchina fotografica, sarà tutto materiale utile per il documentario, sarà una boccata d'aria fresca contrapposta a tutta l'aria  che si respira per le strade di Shanghai.
Prima di andare via, F gli regala un braccialetto che tiene intorno al polso. Il bambino se lo leva e glielo rende. Non capisce che è un regalo. F insiste e ci riprova. Alla fine, anche grazie alla mamma che deve avergli detto qualcosa, il bambino sembra capire. Ride e ci guarda; gli brillano gli occhi.


Usciamo per strada, sentiamo una vocina che urla parole che non capiamo. Girandoci vediamo il bambino con il bracciale al polso che ci saluta. Ricambiamo e andiamo per la nostra strada sicuramente più sollevati e appagati di prima.
Se la vita è un bicchiere da riempire giorno dopo giorno, di sicuro il mio contagocce ha lasciato cadere una piccola goccia di felicità per questo momento inaspettato.
Il bicchiere si sta riempiendo lentamente, ma ancora dovranno scorrere litri d'acqua perché possa riempirsi.
Andiamo al tempio del Buddha di Giada.
A differenza del tempio di Confucio, questo è pieno di turisti, visite guidate e scattatori di foto impazziti.
Dopo averlo perlustrato tutto, assistiamo ad una cerimonia di monaci assolutamente di facciata; una cerimonia per gli obiettivi che li inquadrano da tutte le direzioni. I monaci di Shanghai sono dei non monaci.
L'unica cosa che mi colpisce prima di uscire dal tempio è uno stagnetto con tantissimi pesci. Hanno colori molto accesi. Notiamo che quando qualcuno si avvicina partono tutti come sciacalli affamati sperando in un po' di cibo. Chiedo a F di abbassarsi per far dirigere quella massa colorata verso di lui. Abbassa la mano e...via, tutti si accatastano l'uno sull'altro per arraffare a più non posso, ma la mano di F non contiene niente. I pesci continuano ad agitarsi. Scatto una foto. E' bellissima, sopratutto per il significato. Sono pesci che potrebbero essere uomini. L'ho intitolata Rise of China.


Nel pomeriggio andiamo in un parco per rilassarci un po'. Ci raccontiamo storie di vita per rafforzare quella fratellanza difficile da creare in poco tempo.
Abbiamo avuto un vissuto simile. Lui mi racconta di quando ha passato una notte in carcere in Messico, io di quando ho dormito nella discarica della stazione di Maastricht. I perché non ve li racconterò per non deviare troppo la strada del nostro percorso.
Guardiamo un aquilone volare altissimo in cielo. Un vecchio lo manovra alla perfezione. Lo osserviamo come ipnotizzati per diversi minuti.
Decidiamo di tornare all'ostello per una doccia. Usciamo alle nove e trenta in cerca di un ristorantino tipico.
Mentre ci dirigiamo ad un ristorante trovato su internet chiediamo indicazioni ad un ragazzo, che ci dice una triste verità: “Ragazzi a quest'ora di ristoranti cinesi aperti non ne troverete neanche uno”.
Ce ne consiglia due internazionali ancora aperti. Mangiamo bene, purtroppo non cinese, e il portafogli lo dimostra, 20 euro scivolati via come niente.
Dopo aver finito la bottiglia di vino rosso, ci incamminiamo  in cerca di avventure.
Come prima tappa decidiamo di ripassare dal Seventh Floor. La donna alla cassa ci fa entrare senza nemmeno il bisogno della parola magica. Ordiniamo i drink che ci hanno regolarmente regalato all'ingresso domandandoci come faccia ad andare avanti il locale. Rimarrà per sempre un mistero.
C'è un po' più gente rispetto alla sera precedente, ma la situazione rimane sempre la stessa. Finiamo i due drink e filiamo dritti in un altro locale. Si chiama Mint ed è in un palazzo di lusso.
All'ingresso ci chiedono se abbiamo la prenotazione. Non ce l'abbiamo ma ci fanno entrare lo stesso. Forse è il fascino dell'occidentale.
Entrando notiamo addirittura un acquario con degli squaletti. F andando in bagno mi mostra una foto dei cessi, che hanno una piccola televisione sopra; è proprio una discoteca di classe.
Ci avviciniamo al bancone e ordiniamo due cocktail.
“200 yuan (circa 24 euro)” dice il barman...E' proprio una discoteca di classe.
Sondiamo un po' la situazione, l'alcool inizia a farsi sentire. Ci buttiamo nella pista.
Ci sono molti occidentali, i nostri sguardi si incrociano con quelli di diverse fanciulle, ma sfortunatamente la pista non è molto affollata, quindi le ragazze si possono contare con il contagocce.
Continuiamo a ballare, ma la discoteca si svuota. Sono le due passate e decidiamo di uscire per continuare la serata.
Ci fermiamo in un market per comprare una bottiglietta di whisky, ne va della nostra salute perché la qualità è bassa, ma se all'Hollywood – la prossima discoteca – le bevute dovessero costare come al Mint i nostri portafogli ne risentirebbero troppo.
Camminando per strada veniamo agganciati da un tipo.
“Massaggi?” chiede. Stranamente rispondiamo di sì.
Ci dice di seguirlo, fa dei cenni con la mano e improvvisamente ai miei occhi alterati appare come un piccolo Caronte cinese, quindi lo seguo senza fare troppe storie.
Entrando nel centro massaggi ci dicono di salire al piano superiore.
Entriamo in una stanza con due divani. Ci sediamo.
Dopo poco entra una specie di matrona dal volto paffuto con due ragazze. Ci dice che il massaggio costa 100 yuan a testa. Rispondiamo che va bene e buttiamo giù qualche sorso dalla bottiglia.
Le ragazze fanno le carine, ci sorridono, ci accarezzano e la matrona esce dai giochi. Ci dicono di metterci in piedi per poter iniziare il massaggio. Ci danno dei deboli pugni sulla schiena, quando ad una certa entrano due tipi poco raccomandabili e le ragazze escono dalla stanza. E' una trappola.
Uno guarda F e gli dice che il locale chiude e che dobbiamo andarcene, l'altro armato di occhiali da sole mi chiede se ho altri soldi in tasca. Gli rispondo di no, e gli dico di renderci il contante. Prova a mettermi una mano in tasca, ma con un colpo secco gliela allontano.
Il tipo che parla con F continua la stessa tiritera. F inizia a perdere la testa, ha la bottiglia in mano e la temperatura si alza.
“I look like a fucking idiot?” gli urla più volte in faccia.
Il tipo inizia ad abbassare la cresta, e nel frattempo entra un terzo che ci dice di scendere. Guardo F, gli dico che non appena avremo sceso le scale assesterò un diritto a uno dei tre, lui mi guarda e dice di aspettare un attimo. Restiamo lì, immobili in attesa del risarcimento. Mi impettisco e vado a muso duro su uno di loro, quasi come un gallo, in segno di sfida. Mi guarda e non ha più il coraggio necessario per mandarmi via. Inizio a mordermi le mani dalla rabbia, scalpito come un puledro da corsa, F è lì, pronto a tutto.
La matrona sente l'odore della paura, percepisce le scintille che rimbalzano per la stanza. Ci rende i soldi e dice di andarcene.
Usciamo felici e soddisfatti, non tanto per i pochi soldi che non ci hanno sottratto, ma per esserci fatti valere in una situazione assai sfavorevole.
Andiamo all'Hollywood carichi come rulli compressori. Facciamo subito un ultimo drink e ci lanciamo nella mischia. Balliamo come pazzi, saltiamo da una parte all'altra della discoteca.
Ci sono molte ragazze carine, ma adesso vogliamo solo sfogare la dose di adrenalina accumulata in quel centro massaggi. Ce ne andiamo quando il sole è già sorto.
Prendiamo un tuc tuc (mezzo di locomozione a tre ruote con carrozza incorporata) per stare all'aria aperta, per respirare un po' della nostra gioventù. Raccontiamo svariate volte quello che ci è successo.  Arrivati all'ostello ci sediamo sugli scalini di legno a fumare una sigaretta. Sono le sette e abbiamo in programma di svegliarci alle dieci per andare a Zhujiajiao, la Venezia cinese. Ci guardiamo ancora alticci e euforici.
“Partiamo alle nove e non dormiamo” dico ad F.
Ride e risponde di sì.
Andiamo a darci una rinfrescata ripensando a tutto quello che ci è successo e capiamo che in quel momento ci siamo sentiti davvero vivi.

Giorno 5:

Andiamo due ore nella hall a rilassarci un po' prima della partenza. Beviamo un tè.
F scrive il suo diario di viaggio, io mi addormento di botto.
Mi sveglio e sono come in trance, vedo una donna che parla seduta davanti a me, muove la bocca e non escono parole. O è muta o sto ancora dormendo.
F mi sveglia dicendomi che è ora di andare. Partiamo.
Shanghai è calda come non mai da quando siamo arrivati.
Andiamo a prendere il bus alla fermata, ma è scritto tutto in cinese. Chiediamo ad un ragazzo, che, stranamente ci indica una lunga fila. Il bus non è ancora arrivato, ma in compenso il caldo ci sta uccidendo. Non abbiamo dormito e le nostre teste stanche sono lì lì per scoppiare. L'asfalto scotta sotto i nostri piedi.
Arriva il bus, che improvvisamente si trasforma in un carro da buoi. Gente accatastata da ogni parte, ma il problema più grosso riamane sempre il caldo. Non c'è l'aria condizionata e il bus sembra un forno crematorio. La gente non parla, non spreca parole, preferisce soffrire in silenzio in attesa della partenza.
Dopo qualche minuto partiamo per Zhujijiao.
F inizia a parlare con un ragazzo alla sua destra. Mi introduco di tanto in tanto nella conversazione, alternando domande a colpi di sonno e momentanee uscite di scena. Il ragazzo è coreano, di Seoul, andiamo subito d'accordo. Ha una strana acconciatura, con tanto di codino da samurai pitturato di viola, e studia trading per diventare un bravo squalo della finanza.
Il ragazzo continua a parlare, ma iniziano a mancarmi le forze. Fa troppo caldo, non resisterò a lungo.
F mi sveglia non appena siamo arrivati. Il viaggio è durato circa un'ora, ma è stato davvero sfibrante. Scendiamo dal bus in cerca di un posto dove poter mangiare.
Salutiamo il ragazzo coreano ed entriamo in un ristorante self service. Ondeggiamo fra i vassoi, ci guardiamo e decidiamo di uscire. La roba non aveva un bell'aspetto.
Iniziamo ad avvicinarci lentamente, sfiancati dal caldo, alla città vecchia. Ci sono canali ovunque, è come Venezia anche se più primordiale. Scendiamo scale, attraversiamo ponti, ma il caldo non ci molla, sembra quasi che ci abbia inseguito da Shanghai per restarci appiccicato addosso.
Troviamo un ristorante e ci sediamo a un tavolo affacciato su un canale.
Ordiniamo dei gamberetti bolliti che arrivano in pochi minuti. Sono orrendi.
F ne prende in mano alcuni e mi mostra che hanno ancora le uova attaccate, quindi decidiamo di ordinare del pollo.
Il pollo in Cina è quasi sempre una sicurezza. Ce lo portano e si rivela tale...il pollo non  tradisce mai.
Dopo aver finito di mangiare, F va in bagno e tornando mi dice di andare assolutamente a vedere. Ci vado.
E' un qualcosa di unico: un cesso regolarmente alla turca è affiancato da una bacinella che dovrebbe essere una sorta di lavandino, un tubo che funge da cannella ti costringe ad abbassarti ad altezza terra per poterti lavare le mani, il tutto condensato in poco più di un metro quadro.
Vi mostrerò la foto perché è un qualcosa di unico.


Successivamente continuiamo il giro per la città.
Arriviamo in una delle stradine più pittoresche della zona. Ci sono bancarelle che vendono cibo ovunque, carne sopratutto, carne a destra, carne a sinistra, è la messa in scena di un carnaio infinito.
Ma gli odori...gli odori sono come sempre indescrivibili. E' come se tutte le interiora del mondo si fossero riversate qui in un lento grido di morte.
Vorrei avere un apparecchio per registrare questi odori, per poterli annusare di nuovo, sì dovrebbero inventare l'odorofono. Ce ne andiamo disgustati.
Completiamo velocemente il giro della città, siamo stanchi e decidiamo di tornare a Shanghai.
Arriviamo all'ostello con le membra spossate e gli occhi semichiusi: sono il segno della nostra resa. Decidiamo di andare a letto presto: per una volta Shanghai potrà aspettare.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 16 giugno 2014

CINEMA: "EDGE OF TOMORROW – Doug Liman"



La particolarità della trama di questo ennesimo action fantascientifico mi ha convinto a vincere le iniziali perplessità e a dargli una chance, andandolo a vedere in sala. Perplessità che scaturivano anzitutto dalla presenza di Tom Cruise (assoluto protagonista) che mai sono riuscito a digerire, neanche sotto la direzione del Maestro, Stanley Kubrick; e dalla decisione da parte della produzione di affidare la regia a Doug Liman, di cui avevo apprezzato il primo film della trilogia di Jason Bourne (The Bourne identity) ma i cui film successivi (Jumper, Mr e Mrs Smith, Fair game) erano stati delle vere e proprie delusioni, spesso inguardabili.

Una razza aliena evolutissima ha invaso e conquistato ormai tutta l’Europa quando gli americani decidono di inviare nel continente le loro forze speciali, preparate ed equipaggiate per affrontare un nemico non umano. Bill Cage (Cruise) è un pavido sottufficiale dell’esercito che, accusato di essere un disertore non avendo obbedito agli ordini impostigli da un generale, viene spedito anch’egli in Europa per l’attacco a sorpresa ai Mimics (gli alieni invasori). La sua incapacità ad usare le futuristiche armi messegli a disposizione renderà il suo “sbarco in Normandia” una rapida corsa verso la morte. 

Fin qui niente di particolarmente eccitante. Ma nell’attimo in cui muore, investito dal sangue dell’alieno che è riuscito casualmente ad uccidere, si risveglierà esattamente un giorno prima dello sbarco, cadendo in una sorta di loop temporale che lo porta a rivivere lo stesso giorno ogni volta che viene ucciso. Potendosi avvalere del potere di resettare la giornata semplicemente morendo, Bill, assieme all’aiuto di una soldatessa che ha passato la medesima esperienza, diventerà l’unica concreta possibilità di salvare il mondo dalla definitiva invasione aliena.

Nella capacità, e nel coraggio, con cui il regista gestisce e porta avanti una trama sicuramente ricca di potenziale (non del tutto espresso, per la verità) risiede il punto di forza del film. Coraggio che paga nel momento in cui lo svolgimento del racconto, con i suoi continui reset, riesce a dribblare il rischio di ripetitività o deja vù, regalandoci buoni momenti di tensione.

Peccato che questo stesso coraggio sia venuto a mancare nella parte finale del film che rifugge una conclusione certamente più rischiosa ma sicuramente più interessante per affidarsi ad una strizzatina d’occhio in perfetto stile Emmerich.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".