venerdì 20 giugno 2014

NEWS: "QUANDO LASCEREMO ATLANTIC CITY?"



Sesso, droga e contrabbando. No, non è la presentazione della prossima stagione di Boardwalk Empire, ma quanto accadrà da settembre al Prodotto Interno Lordo (PIL), il più conosciuto (e dibattuto) indicatore economico del nostro tempo. Al ritorno dalle vacanze estive infatti, le modalità di computo del PIL subiranno una modifica “stupefacente” in quanto contrabbando, prostituzione e droga entreranno a farvi parte.

In macroeconomia il PIL è definito come il valore totale dei beni e servizi prodotti in un paese da parte di operatori economici residenti e non, e destinati al consumo finale, alle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni) e agli investimenti pubblici e privati. Fu introdotto dal premio Nobel Simon Kuznets verso la metà degli anni ’30 con lo scopo di contabilizzare l’economia di uno Stato. Col passare del tempo il sistema di conti di Kuznets si è evoluto e raffinato, fino a diventare l’attuale indicatore economico. Molti sono gli aspetti positivi legati a questo indice, su tutti: fotografa l’economia di uno Stato e la rende confrontabile con altre. Tuttavia, molte sono anche le critiche che negli anni ha ricevuto.

Ciò che viene più frequentemente contestato è che il PIL sia spesso associato con la qualità della vita dei paesi, e strumentalizzato per fini politici. Della serie, “il PIL è grande, la vita è bella e tutto va bene”. E questa è una grossolana approssimazione, o una furbizia di politici e combriccola. Cioè, in generale il paradigma funziona – se si considerano Lussemburgo e Liberia, sono convinto che la qualità della vita sarà, come il PIL, ben più alto nel primo paese che nel secondo –, ma non va affidato al PIL un compito che va oltre le sue mansioni. Vi è un famoso discorso tenuto da Bobby Kennedy alla Kansas University qualche mese prima di essere assassinato che contesta, romanticamente, questo indice sulla base del fatto che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Sulla scia di questo discorso e di altre critiche, sono state proposte varie misure alternative al PIL. Misure che fanno – o quantomeno ci provano – confluire nel calcolo di questo aggregato il benessere delle persone dello stato in considerazione. Vari economisti hanno realizzato indici come l’Indice del Progresso Reale, quello della Felicità Lorda Nazionale o l’Index of Sustainable Economic Welfare.

Polemiche a parte, la realtà è che un indice migliore o più informativo non è ancora stato creato –o come direbbe qualche cospirazionista: “I signori del mondo non hanno interesse a che questo venga abbandonato”. In ogni caso, questo articolo non vuole essere né un attacco al PIL né una disamina delle possibili alternative a questo. Ma solo una riflessione critica sulle nuove modalità di rilevazione. Concludo dunque la divagazione e riprendo da dove avevo iniziato. Da settembre in poi l’economia illegale verrà contabilizzata e verrà considerata come parte della ricchezza nazionale tramite metodi di stima che permetteranno di quantificarla. Il motivo principale che ha spinto le istituzioni europee in questa direzione è quello di eliminare la disomogeneità tra i paesi membri. Infatti, alcune attività sono legali solo in alcuni paesi, e questo altera la confrontabilità dei dati. Per questo Eurostat, l’ente di statistica comunitario, ha introdotto delle nuove regole – si passa dal sistema europeo dei conti nazionali e regionali Sec 95 al Sec 2010 – che richiedono che le stime comprendano, a prescindere dallo status giuridico, tutte quelle attività che producono reddito. In realtà le novità sono anche altre tra cui, a mio avviso, la più importante è la capitalizzazione delle spese in ricerca e sviluppo – che tuttavia in Italia ha un peso minore rispetto a quello delle attività illegali, ma sto ancora divagando …

Gli effetti di questo provvedimento, dipenderanno molto dai metodi di stima scelti. La voce.info ha calcolato l’impatto di questo intervento su due misure importanti che si ricavano dal PIL e su cui si basano alcune politiche europee e non, come ad esempio il fiscal compact – su cui scrivemmo qualcosa qualche tempo fa. A detta del giornale economico: il rapporto debito/Pil subirebbe una riduzione di 1,32 – 2,6: nell’ipotesi massima si raggiungerebbe senza alcuno sforzo economico e politico metà dell’obiettivo richiesto dal fiscal compact.  Il rapporto deficit/Pil, invece, diminuirebbe di 0,03 – 0,05 punti, con una maggiore disponibilità di risorse da spendere tra i 15 ed i 31 miliardi secondo i dati del 2013”. Stiamo dunque parlando di una riforma (contabile) con effetti reali massicci, che ci mette di fronte ad una serie di riflessioni.

È amaro constatare come in Italia, l’abbassamento dei rapporti sopra indicati dipenderebbe in maniera maggiore dalla contabilizzazione dell’economia illegale che dalla capitalizzazione di ricerca e sviluppo nel PIL (e le altre modifiche che non ho menzionato). Nel lungo termine, questo ci porterà a essere dei fattoni ignoranti?

Gli “effetti reali” individuati sopra potrebbero essere ben più grandi se, con un piccolo sforzo mentale, accettassimo l’esistenza di ciò che si continua a negare e alcune attività illegali, come la vendita di droghe leggere o la prostituzione, venissero legalizzate e regolate. Questo genererebbe un gettito fiscale e ridurrebbe le spese legate al contrasto di queste attività. Dunque mi domando, perché continuare con questo proibizionismo, che va tutto a favore dei vari Nucky Thompson e bootleggers vari, quando una sana regolamentazione avrebbe una lunga serie di effetti positivi?
In linea con quanto appena detto, un mio amico ha sinteticamente commentato dicendo: “Non torna però, perché il debito lo puoi ripagare – aldilà delle re-emissioni – solo con entrate legali, non a nero cioè (e.g. le tasse!). Non è allora il caso di iniziare a seguire, ad esempio, il percorso di legalizzazione-regolamentazione timidamente intrapreso da alcuni Stati degli States?”.

In poche parole, quando inizieremo a preferire il progresso al regresso?

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

MUSICA: "MEANWHILE - Grifters"





Questo singolo della settimana non vi piacerà. E' deprimente, disperato, caotico, rumoroso, non ha una logica musicale (almeno apparentemente), non ha una struttura (?), non è conosciuto, probabilmente vi annoierà. Descrizione che non giova sicuramente all'ascolto, che anzi sconsiglio subito a chi ama certa musica ruffiana e commerciale chiamata pop, sicura ed immediata ( e con questo non è che voglio offendervi, di tanto in tanto la ascolto anche io, nelle giornate di ozio ). Quindi perché vi chiederete? Che senso ha questa recensione? Per prima cosa perché sentivo il bisogno (ed il dovere) di allontanarmi un po' dagli ultimi singoli recensiti (St. Vincent e Damon Albarn, che comunque ho molto apprezzato) per ritornare verso la musica che amo, con sincerità. Verso l'arte che amo. Un'arte estrema, violenta, quasi sociopatica a cui sono affezionato (e prossimamente prometto che spiegherò il motivo). Così ho aperto la mia cartella personale che raccoglie tutta l'underground (dagli anni 60 fino ai giorni nostri) e ho scelto loro, i Grifters, un piccolo gruppo che esordì nel 1992 con l'album “So Happy Together”, da cui proviene “Meanwhile”. Un album in cui il gruppo americano mostrò il suo noise rock post apocalittico e disperato derivante da certi gruppi new wave che hanno rivoluzionato la musica, tra esplosioni di rumore quasi casuale, ossessivo e nevrotico e geniale nel suo caos quasi epilettico. Un ascolto (come detto prima) decisamente difficile, se non impossibile in alcuni punti dell'album, quando la follia del gruppo raggiunge il culmine, per niente facilitato anche dalla scarsa produzione, decisamente lo-fi. Ma un ascolto in cui si possono scorgere, tra le righe, immensi sprazzi di genialità, facendo di “so Happy Together” un piccolo classico dell'underground degli anni 90. 

Il secondo motivo per cui scrivo la recensione è semplice, e consiste nella mia fiducia verso la vostra fame (di conoscenza, naturalmente). Fame che porta alla curiosità più sfrenata. Fame che spero di saziare facendovi conoscere gruppi sconosciuti, canzoni che non avete mai sentito. E' facile recensire gli Arcade Fire, St. Vincent, Jack White etc. Ma io più che recensire voglio consigliare. In fondo, che importanza ha descrivere con precisione tecnica il nuovo lavoro di un grande gruppo planetario qualsiasi quando non si conoscono i Suicide, i Pere Ubu, Captain Beefheart, i Chrome, i Gang Of Four, i The Fall e quanto di più moderno e geniale è stato fatto nel passato? Ma per fare questo c'è bisogno di un po' di sforzo, di abbandonare alcuni preconcetti che riassumono tutta la musica che fuoriesce (anche se leggermente) da determinati canoni come inascoltabile e noiosa. Vi auguro un buon ascolto (anche se per molti non lo sarà). Ma in fondo vi avevo avvertiti, no?

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 17 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 2"

(Link alla Parte 1)

Giorno 4:

Ci svegliamo a metà mattinata. Non abbiamo più la camera doppia, ma siamo in stanza con un ciccione di Brisbane, che dorme in maniera scomposta, abbandonato a una posa da pachiderma.
L'altro con cui dividiamo la camera dorme in mezzo a ciò che possiede: un computer Apple, un cartone di latte vuoto, calzini sporchi e altre cianfrusaglie. Tiene il pc stretto al petto, quasi come fosse un guanciale o una donna, sembra voglia portarselo dietro anche nel sonno.
Ci vestiamo e usciamo senza fare troppo rumore.
Le strade sono affollate da una massa di carne e metallo: macchine, moto, biciclette, carretti e pedoni si incastrano alla perfezione in un puzzle frenetico ma preciso.
Vorrei avere un elicottero per poter vedere dall'alto questo spettacolo di traffico a cielo aperto, che a un primo sguardo può sembrare confusionario, ma in realtà tutto ha un suo ordine, l'ordine del caos.
Abbiamo saltato colazione, per questo ci fermiamo in un negozietto che vende cibo che ha due tavoli all'interno.
Prima di noi ci sono due ragazzi. Guardiamo i loro noodles e li indichiamo per far capire alla signora.
Entrando notiamo un bambino che gioca con un fiore. Ci sediamo.
Salutiamo il bambino, che inizia a parlarci in cinese. Ovviamente non capiamo.
Avrà più o meno cinque anni ed è bellissimo. Ci porge il fiore, ce lo passiamo e glielo rendiamo sorridendo. Il bambino ci guarda e sorride. Sono commosso. Comunicare senza usare la benché minima parola è straordinario, riscopri i gesti antichi, gli sguardi silenti, i sorrisi e tanto di ciò che ormai si è perso nella società odierna.
Il bambino si nasconde sotto al tavolo, lo seguo con la macchina fotografica, sarà tutto materiale utile per il documentario, sarà una boccata d'aria fresca contrapposta a tutta l'aria  che si respira per le strade di Shanghai.
Prima di andare via, F gli regala un braccialetto che tiene intorno al polso. Il bambino se lo leva e glielo rende. Non capisce che è un regalo. F insiste e ci riprova. Alla fine, anche grazie alla mamma che deve avergli detto qualcosa, il bambino sembra capire. Ride e ci guarda; gli brillano gli occhi.


Usciamo per strada, sentiamo una vocina che urla parole che non capiamo. Girandoci vediamo il bambino con il bracciale al polso che ci saluta. Ricambiamo e andiamo per la nostra strada sicuramente più sollevati e appagati di prima.
Se la vita è un bicchiere da riempire giorno dopo giorno, di sicuro il mio contagocce ha lasciato cadere una piccola goccia di felicità per questo momento inaspettato.
Il bicchiere si sta riempiendo lentamente, ma ancora dovranno scorrere litri d'acqua perché possa riempirsi.
Andiamo al tempio del Buddha di Giada.
A differenza del tempio di Confucio, questo è pieno di turisti, visite guidate e scattatori di foto impazziti.
Dopo averlo perlustrato tutto, assistiamo ad una cerimonia di monaci assolutamente di facciata; una cerimonia per gli obiettivi che li inquadrano da tutte le direzioni. I monaci di Shanghai sono dei non monaci.
L'unica cosa che mi colpisce prima di uscire dal tempio è uno stagnetto con tantissimi pesci. Hanno colori molto accesi. Notiamo che quando qualcuno si avvicina partono tutti come sciacalli affamati sperando in un po' di cibo. Chiedo a F di abbassarsi per far dirigere quella massa colorata verso di lui. Abbassa la mano e...via, tutti si accatastano l'uno sull'altro per arraffare a più non posso, ma la mano di F non contiene niente. I pesci continuano ad agitarsi. Scatto una foto. E' bellissima, sopratutto per il significato. Sono pesci che potrebbero essere uomini. L'ho intitolata Rise of China.


Nel pomeriggio andiamo in un parco per rilassarci un po'. Ci raccontiamo storie di vita per rafforzare quella fratellanza difficile da creare in poco tempo.
Abbiamo avuto un vissuto simile. Lui mi racconta di quando ha passato una notte in carcere in Messico, io di quando ho dormito nella discarica della stazione di Maastricht. I perché non ve li racconterò per non deviare troppo la strada del nostro percorso.
Guardiamo un aquilone volare altissimo in cielo. Un vecchio lo manovra alla perfezione. Lo osserviamo come ipnotizzati per diversi minuti.
Decidiamo di tornare all'ostello per una doccia. Usciamo alle nove e trenta in cerca di un ristorantino tipico.
Mentre ci dirigiamo ad un ristorante trovato su internet chiediamo indicazioni ad un ragazzo, che ci dice una triste verità: “Ragazzi a quest'ora di ristoranti cinesi aperti non ne troverete neanche uno”.
Ce ne consiglia due internazionali ancora aperti. Mangiamo bene, purtroppo non cinese, e il portafogli lo dimostra, 20 euro scivolati via come niente.
Dopo aver finito la bottiglia di vino rosso, ci incamminiamo  in cerca di avventure.
Come prima tappa decidiamo di ripassare dal Seventh Floor. La donna alla cassa ci fa entrare senza nemmeno il bisogno della parola magica. Ordiniamo i drink che ci hanno regolarmente regalato all'ingresso domandandoci come faccia ad andare avanti il locale. Rimarrà per sempre un mistero.
C'è un po' più gente rispetto alla sera precedente, ma la situazione rimane sempre la stessa. Finiamo i due drink e filiamo dritti in un altro locale. Si chiama Mint ed è in un palazzo di lusso.
All'ingresso ci chiedono se abbiamo la prenotazione. Non ce l'abbiamo ma ci fanno entrare lo stesso. Forse è il fascino dell'occidentale.
Entrando notiamo addirittura un acquario con degli squaletti. F andando in bagno mi mostra una foto dei cessi, che hanno una piccola televisione sopra; è proprio una discoteca di classe.
Ci avviciniamo al bancone e ordiniamo due cocktail.
“200 yuan (circa 24 euro)” dice il barman...E' proprio una discoteca di classe.
Sondiamo un po' la situazione, l'alcool inizia a farsi sentire. Ci buttiamo nella pista.
Ci sono molti occidentali, i nostri sguardi si incrociano con quelli di diverse fanciulle, ma sfortunatamente la pista non è molto affollata, quindi le ragazze si possono contare con il contagocce.
Continuiamo a ballare, ma la discoteca si svuota. Sono le due passate e decidiamo di uscire per continuare la serata.
Ci fermiamo in un market per comprare una bottiglietta di whisky, ne va della nostra salute perché la qualità è bassa, ma se all'Hollywood – la prossima discoteca – le bevute dovessero costare come al Mint i nostri portafogli ne risentirebbero troppo.
Camminando per strada veniamo agganciati da un tipo.
“Massaggi?” chiede. Stranamente rispondiamo di sì.
Ci dice di seguirlo, fa dei cenni con la mano e improvvisamente ai miei occhi alterati appare come un piccolo Caronte cinese, quindi lo seguo senza fare troppe storie.
Entrando nel centro massaggi ci dicono di salire al piano superiore.
Entriamo in una stanza con due divani. Ci sediamo.
Dopo poco entra una specie di matrona dal volto paffuto con due ragazze. Ci dice che il massaggio costa 100 yuan a testa. Rispondiamo che va bene e buttiamo giù qualche sorso dalla bottiglia.
Le ragazze fanno le carine, ci sorridono, ci accarezzano e la matrona esce dai giochi. Ci dicono di metterci in piedi per poter iniziare il massaggio. Ci danno dei deboli pugni sulla schiena, quando ad una certa entrano due tipi poco raccomandabili e le ragazze escono dalla stanza. E' una trappola.
Uno guarda F e gli dice che il locale chiude e che dobbiamo andarcene, l'altro armato di occhiali da sole mi chiede se ho altri soldi in tasca. Gli rispondo di no, e gli dico di renderci il contante. Prova a mettermi una mano in tasca, ma con un colpo secco gliela allontano.
Il tipo che parla con F continua la stessa tiritera. F inizia a perdere la testa, ha la bottiglia in mano e la temperatura si alza.
“I look like a fucking idiot?” gli urla più volte in faccia.
Il tipo inizia ad abbassare la cresta, e nel frattempo entra un terzo che ci dice di scendere. Guardo F, gli dico che non appena avremo sceso le scale assesterò un diritto a uno dei tre, lui mi guarda e dice di aspettare un attimo. Restiamo lì, immobili in attesa del risarcimento. Mi impettisco e vado a muso duro su uno di loro, quasi come un gallo, in segno di sfida. Mi guarda e non ha più il coraggio necessario per mandarmi via. Inizio a mordermi le mani dalla rabbia, scalpito come un puledro da corsa, F è lì, pronto a tutto.
La matrona sente l'odore della paura, percepisce le scintille che rimbalzano per la stanza. Ci rende i soldi e dice di andarcene.
Usciamo felici e soddisfatti, non tanto per i pochi soldi che non ci hanno sottratto, ma per esserci fatti valere in una situazione assai sfavorevole.
Andiamo all'Hollywood carichi come rulli compressori. Facciamo subito un ultimo drink e ci lanciamo nella mischia. Balliamo come pazzi, saltiamo da una parte all'altra della discoteca.
Ci sono molte ragazze carine, ma adesso vogliamo solo sfogare la dose di adrenalina accumulata in quel centro massaggi. Ce ne andiamo quando il sole è già sorto.
Prendiamo un tuc tuc (mezzo di locomozione a tre ruote con carrozza incorporata) per stare all'aria aperta, per respirare un po' della nostra gioventù. Raccontiamo svariate volte quello che ci è successo.  Arrivati all'ostello ci sediamo sugli scalini di legno a fumare una sigaretta. Sono le sette e abbiamo in programma di svegliarci alle dieci per andare a Zhujiajiao, la Venezia cinese. Ci guardiamo ancora alticci e euforici.
“Partiamo alle nove e non dormiamo” dico ad F.
Ride e risponde di sì.
Andiamo a darci una rinfrescata ripensando a tutto quello che ci è successo e capiamo che in quel momento ci siamo sentiti davvero vivi.

Giorno 5:

Andiamo due ore nella hall a rilassarci un po' prima della partenza. Beviamo un tè.
F scrive il suo diario di viaggio, io mi addormento di botto.
Mi sveglio e sono come in trance, vedo una donna che parla seduta davanti a me, muove la bocca e non escono parole. O è muta o sto ancora dormendo.
F mi sveglia dicendomi che è ora di andare. Partiamo.
Shanghai è calda come non mai da quando siamo arrivati.
Andiamo a prendere il bus alla fermata, ma è scritto tutto in cinese. Chiediamo ad un ragazzo, che, stranamente ci indica una lunga fila. Il bus non è ancora arrivato, ma in compenso il caldo ci sta uccidendo. Non abbiamo dormito e le nostre teste stanche sono lì lì per scoppiare. L'asfalto scotta sotto i nostri piedi.
Arriva il bus, che improvvisamente si trasforma in un carro da buoi. Gente accatastata da ogni parte, ma il problema più grosso riamane sempre il caldo. Non c'è l'aria condizionata e il bus sembra un forno crematorio. La gente non parla, non spreca parole, preferisce soffrire in silenzio in attesa della partenza.
Dopo qualche minuto partiamo per Zhujijiao.
F inizia a parlare con un ragazzo alla sua destra. Mi introduco di tanto in tanto nella conversazione, alternando domande a colpi di sonno e momentanee uscite di scena. Il ragazzo è coreano, di Seoul, andiamo subito d'accordo. Ha una strana acconciatura, con tanto di codino da samurai pitturato di viola, e studia trading per diventare un bravo squalo della finanza.
Il ragazzo continua a parlare, ma iniziano a mancarmi le forze. Fa troppo caldo, non resisterò a lungo.
F mi sveglia non appena siamo arrivati. Il viaggio è durato circa un'ora, ma è stato davvero sfibrante. Scendiamo dal bus in cerca di un posto dove poter mangiare.
Salutiamo il ragazzo coreano ed entriamo in un ristorante self service. Ondeggiamo fra i vassoi, ci guardiamo e decidiamo di uscire. La roba non aveva un bell'aspetto.
Iniziamo ad avvicinarci lentamente, sfiancati dal caldo, alla città vecchia. Ci sono canali ovunque, è come Venezia anche se più primordiale. Scendiamo scale, attraversiamo ponti, ma il caldo non ci molla, sembra quasi che ci abbia inseguito da Shanghai per restarci appiccicato addosso.
Troviamo un ristorante e ci sediamo a un tavolo affacciato su un canale.
Ordiniamo dei gamberetti bolliti che arrivano in pochi minuti. Sono orrendi.
F ne prende in mano alcuni e mi mostra che hanno ancora le uova attaccate, quindi decidiamo di ordinare del pollo.
Il pollo in Cina è quasi sempre una sicurezza. Ce lo portano e si rivela tale...il pollo non  tradisce mai.
Dopo aver finito di mangiare, F va in bagno e tornando mi dice di andare assolutamente a vedere. Ci vado.
E' un qualcosa di unico: un cesso regolarmente alla turca è affiancato da una bacinella che dovrebbe essere una sorta di lavandino, un tubo che funge da cannella ti costringe ad abbassarti ad altezza terra per poterti lavare le mani, il tutto condensato in poco più di un metro quadro.
Vi mostrerò la foto perché è un qualcosa di unico.


Successivamente continuiamo il giro per la città.
Arriviamo in una delle stradine più pittoresche della zona. Ci sono bancarelle che vendono cibo ovunque, carne sopratutto, carne a destra, carne a sinistra, è la messa in scena di un carnaio infinito.
Ma gli odori...gli odori sono come sempre indescrivibili. E' come se tutte le interiora del mondo si fossero riversate qui in un lento grido di morte.
Vorrei avere un apparecchio per registrare questi odori, per poterli annusare di nuovo, sì dovrebbero inventare l'odorofono. Ce ne andiamo disgustati.
Completiamo velocemente il giro della città, siamo stanchi e decidiamo di tornare a Shanghai.
Arriviamo all'ostello con le membra spossate e gli occhi semichiusi: sono il segno della nostra resa. Decidiamo di andare a letto presto: per una volta Shanghai potrà aspettare.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 16 giugno 2014

CINEMA: "EDGE OF TOMORROW – Doug Liman"



La particolarità della trama di questo ennesimo action fantascientifico mi ha convinto a vincere le iniziali perplessità e a dargli una chance, andandolo a vedere in sala. Perplessità che scaturivano anzitutto dalla presenza di Tom Cruise (assoluto protagonista) che mai sono riuscito a digerire, neanche sotto la direzione del Maestro, Stanley Kubrick; e dalla decisione da parte della produzione di affidare la regia a Doug Liman, di cui avevo apprezzato il primo film della trilogia di Jason Bourne (The Bourne identity) ma i cui film successivi (Jumper, Mr e Mrs Smith, Fair game) erano stati delle vere e proprie delusioni, spesso inguardabili.

Una razza aliena evolutissima ha invaso e conquistato ormai tutta l’Europa quando gli americani decidono di inviare nel continente le loro forze speciali, preparate ed equipaggiate per affrontare un nemico non umano. Bill Cage (Cruise) è un pavido sottufficiale dell’esercito che, accusato di essere un disertore non avendo obbedito agli ordini impostigli da un generale, viene spedito anch’egli in Europa per l’attacco a sorpresa ai Mimics (gli alieni invasori). La sua incapacità ad usare le futuristiche armi messegli a disposizione renderà il suo “sbarco in Normandia” una rapida corsa verso la morte. 

Fin qui niente di particolarmente eccitante. Ma nell’attimo in cui muore, investito dal sangue dell’alieno che è riuscito casualmente ad uccidere, si risveglierà esattamente un giorno prima dello sbarco, cadendo in una sorta di loop temporale che lo porta a rivivere lo stesso giorno ogni volta che viene ucciso. Potendosi avvalere del potere di resettare la giornata semplicemente morendo, Bill, assieme all’aiuto di una soldatessa che ha passato la medesima esperienza, diventerà l’unica concreta possibilità di salvare il mondo dalla definitiva invasione aliena.

Nella capacità, e nel coraggio, con cui il regista gestisce e porta avanti una trama sicuramente ricca di potenziale (non del tutto espresso, per la verità) risiede il punto di forza del film. Coraggio che paga nel momento in cui lo svolgimento del racconto, con i suoi continui reset, riesce a dribblare il rischio di ripetitività o deja vù, regalandoci buoni momenti di tensione.

Peccato che questo stesso coraggio sia venuto a mancare nella parte finale del film che rifugge una conclusione certamente più rischiosa ma sicuramente più interessante per affidarsi ad una strizzatina d’occhio in perfetto stile Emmerich.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

domenica 15 giugno 2014

NEWS: "DIARIO DEL (IM)PERFETTO TIFOSO"


“Eh figlio mio, noi siamo in un sogno dentro a un sogno”
(Totò in “Che cosa sono le nuvole” di Pier Paolo Pasolini)

Ebbene si, il rendez-vous mondiali è infine giunto ed il grande classico Inghilterra-Italia fa già parte della storia del calcio.
E cos’è impossibile da non notare quando ha inizio la World Cup? La altrettanto “classica” fiumana di gente che si riversa nelle piazze per vedere la partita della propria nazionale quasi fosse richiamata dalla musica di un pifferaio magico (potevo forse usare una metafora meno patetica di questo riferimento alla fiaba dei fratelli Grimm, mea culpa, ma dopo aver passato un’intera serata 
a fare tequile non mi è venuto altro alla mente #hangover).

Diario del (im)perfetto tifoso
(ammetto che io e il calcio siamo come due universi paralleli. Una cosa però la so anche io: l’arbitro è quell’uomo vestito di nero che corre come un matto per tutto il campo e fischia a più riprese quando due giocatori avversarsi decidono di sfondarsi le tibie)
Ovviamente, quando arrivi dov’è piazzato il maxischermo, di una seggiola libera neanche l’ombra. E guai a te se tenti soltanto di allungare una mano sperando di afferrare quello sgabello (all’apparenza) abbandonato: “Ma che ca##########o fai!” sarà la risposta più educata che riceverai per il gesto maldestro.
E della fila chilometrica davanti al baracchino delle birre vogliamo parlarne? “Poveri illusi” ti dici sogghignando; ed afferri la bottiglia di Peroni (o Moretti se preferisci) portata da casa guardando negli occhi proprio l’ultimo della serpentina infinita che in quel momento vorrebbe solo annichilirti.
Arriva il calcio di inizio, “piiiiiiiiiii”, e, seduto su di un sasso dalle forme decisamente troppo aguzze, te ne stai immobile e sofferente mentre sullo schermo il pallone comincia a roteare e a muoversi vorticosamente tra i piedi degli atleti.
Proprio quando credi che oramai tutte le prove più ardue siano state superate, accade proprio quello che ogni volta preghi la Madonna non possa succedere proprio a te ma allo sfigato di turno alla tua destra (o sinistra, tanto per essere politically correct). Due energumeni giganti prendono il posto dei bambini di fronte dei quali avevi calcolato attentamente l’altezza per evitare che il tuo campo visivo ne fosse intralciato: “ciao papà”. Ma come “ciao papà!? Non potete farmi questo, NOOO!”. Ahimè, non c’è niente da fare. Provare in qualche modo a stendere i due colossi è un’ipotesi che escludi a priori vista la loro mole. Questi, senza il minimo sforzo, sarebbero in grado di “arrocchettarti” e farti sperare di non essere mai nato. Spostarsi poi dal piccolo cantuccio conquistato con tanta fatica è impossibile quasi quanto la prima delle idee: la densità di persone attorno a te è infatti talmente alta che sperare di percorrere un solo metro è pura fantascienza. E’ già un miracolo tu riesca a respirare in quella calca, figurarsi provare ad uscirne: “e sta fermo! Ma te voi sta’ fermo?! Cogl##ne”. Alzi le braccia, sospiri. Oramai sei condannato a dover deambulare per 90 interminabili minuti (più recupero) seguendo al millimetro gli spostamenti dei due tizi e sperando di vederci qualcosa.

[Dopo patimenti indicibili la partita volge al termine]

La “battaglia” in campo si conclude e in un istante, ciò che “voi umani non potete neanche immaginare” ti si palesa tutt’attorno. Proprio come nel finale della pellicola “In nome del popolo italiano” di Dino Risi (dove il regista dipinge i festeggiamenti di alcuni tifosi dopo una partita fittizia disputata proprio tra Italia e Inghilterra; ed anche nel film è la prima  a spuntarla J ), caroselli di veicoli di ogni tipo (importante è che emettano un suono il più sgradevole e squillante possibile) prendono possesso delle strade della città, e un’orda barbarica si riversa per strada urlando come la bimba de l’ “Esorcista” ed inveendo contro qualsiasi tipo di divinità venga alla mente. E a prender parte ai festeggiamenti ci sono tutti, ma proprio tutti: preti che ballano in cerchio e cantano cori da stadio, vecchi nostalgici di regimi autoritari che furono, militari, mignotte-trans e borgatari. E guai se fortuitamente questa tribù unna dovesse incontrare un’auto con la targa della nazionale umiliata. Sarebbe data alle fiamme!


W  Verdi (quest’espressione dei tempi del risorgimento è per i più retrò)! W l’Italia (con la stessa intonazione della canzone di De Gregori)! Forza azzurri ( un po’ d’amor di patria non credo guasti visto il momento storico particolarmente difficile che lo stivale sta passando)!

di Maste per la rubrica "NEWS".

sabato 14 giugno 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo 3)




di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 13 giugno 2014

MUSICA: "EVERYDAY ROBOTS - Damon Albarn"




Certo che è un buon album. Cosa credevate? Stiamo parlando del leader dei Blur e dei Gorillaz ( specialmente dei Blur, tra i grandi protagonisti dei 90's ), un piccolo genio che ha attraversato due decenni (musicalmente parlando) tra eccessi vari nuotando attraverso una società piena di nevrosi e oscenità. Una società malata, con teen attaccati continuamente al cellulare, pensieri omicidi, un amore che stenta a riconoscersi divenendo sempre più l'ombra di se stesso avvolto dal freddo, futili vacanze in Grecia (seguendo il gregge). Una società che ha ossessionato Damon, diviso tra amore e odio, affascinato e respinto da essa. Ed è da qui che riparte, anche se con un approccio diverso rispetto al passato. Difatti Albarn non è più il giovane ribelle che era nei Blur, ma si avvicina verso i 50 anni. Quindi tutto è più soft, più emblematicamente immobile e calmo. Come nella title-track, in cui siamo tutti robot, schiavi della tecnologia, intrappolati in macchine di metallo che sfrecciano veloci in autostrade senza mai toccarsi, guardarsi. Così la solitudine si impossessa delle nostre vite, in un incomunicabilità strisciante che si inserisce nel quotidiano. Il cantante di Londra dimostra di aver raggiunto la maturità con questo lavoro, estremamente intimo e razionale. Certo, non è un capolavoro. Come detto sopra il Damon Albarn dei Blur è lontano, la tensione e la rabbia di Essex Dogs ( che da sola vale come l'intero Everyday Robots probabilmente ) e l'ironia di Girls And Boys sono ormai solo ricordi ( come forse è giusto che sia ). Ma nonostante tutto Albarn dimostra di essere uno dei grandi della musica contemporanea, spesso anche ingiustamente sottovalutato, e la sua visione, i suoi tristi e freddi robot, sono destinati a rimanere nelle nostre memorie. Grazie.

Everyday Robots: Lyrics 

'They didn't know where they was going,
but they knew where they was wasn't it'

We are everyday robots on our phones
In the process of getting home
Looking like standing stones
Out there on our own

We're everyday robots in control
Or in the process of being sold
Driving in adjacent cars
'Til you press restart

Everyday robots just touch thumbs
Swimmin' in lingo they become
Stricken in a status sea
One more vacancy

For everyday robots getting old
When our lips are cold
Lookin' like standing stones
Out there on our own

Little robots in ringback tones
In the process of getting home 


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".