martedì 10 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 1"


Giorno 1:

Siamo in aereo, Roma scompare lentamente dal lunotto. Mosca si avvicina, sarà uno scalo breve, in attesa della Cina, in attesa di arrivare a Shanghai. Le donne all'aeroporto di Mosca sono bellissime, incarnano perfettamente l'ideale di “donna”, o almeno il mio e quello di F, il mio compagno di viaggio.
F è uno che la sa lunga, sa cosa vuol dire viaggiare, conosce il significato di solitudine, è un eterno viaggiatore, per questo è un perfetto compagno di viaggio.
Sul volo Airfrance Mosca-Shanghai tutto si muove come in una bolla, è l'attesa di una nuova meta, un viaggio di sei ore che sembrano giorni. F ed io siamo circondati da cinesi che torneranno presto in patria. Ci guardiamo intorno, l'hostess si avvicina ad uno di loro, gli chiede in inglese cosa preferisca per cena, lui non capisce, allora l'hostess è costretta a tirare fuori il suo cinese di base; F ed io ci guardiamo, cominciamo a capire che sarà davvero duro comunicare.

Giorno 2:

Sono quasi le dieci di mattina, l'aereo sta perdendo quota, siamo vicinissimi a Shanghai.
Guardo F, si risveglia da un breve sonno energetico, siamo euforici.
Atterrati a Shanghai sbrighiamo le pratiche di recupero bagagli e uscendo notiamo un cielo grigio pallido. Il sole sembra timido, fatica ad uscire allo scoperto, è tappato da uno strato di inquinamento a cui non siamo abituati: Roma e Firenze in confronto sono L'Himalaya.
Ci dirigiamo verso l'ostello e ci ritroviamo nel bel mezzo di una sparatoria di sputi. Ogni cinese calibra lentamente il colpo in canna, lo aggiusta con cura con versi di caricamento grotteschi per poi rilasciare il tutto in un concentrato di muco che si va a stampare contro l'asfalto rovente. Rovente perché sono 26°, ma percepiti sicuramente più di 30.
L'aria ha un odore diverso a Shanghai, è pesante ed è abbracciata da fumi di zolfo, quasi come in un girone infernale, quasi come a dire: “Siamo la prima potenza al mondo, è questo il prezzo da pagare. Prendere o lasciare”.
E' questo il bello dell'Asia, per questo la amo.
Dopo aver lasciato zaino e valigia all'ostello usciamo subito. Siamo stanchi, ma la voglia di provare nuove sensazioni è troppo grande per poter cadere in un sonno profondo. Il problema non è il viaggio in aereo, il jet leg? Roba da femminucce. Il problema è che la sera prima della partenza abbiamo dormito solo tre ore, ma un po' di stanchezza non fermerà i nostri cuori impavidi.
Cerchiamo di orientarci con la metro, non è troppo complessa, per questo raggiungiamo in poco tempo il Financial Center. Enormi palazzi di vetro ci circondano come torri di un castello.


Il tempo passa, siamo già all'ora di cena. Guardando a destra incrocio con lo sguardo un piccolo ristorante locale con i muri simili a quelli delle piscine, o a quelli delle saune, quei muri di un celeste pallido consumati dal tempo.
“I ristoranti brutti ma pieni di giovani sono i migliori. Entriamo” dico ad F.
Sa che sono stato in Corea del Sud, si fida ciecamente e risponde di sì. Entriamo.
La signora ci parla in cinese, noi ovviamente non capiamo assolutamente niente. Prendiamo un menù e ordiniamo dei ravioli al vapore. Sembrano buoni e in più li stanno mangiando dei ragazzi alla nostra sinistra. Non capiamo il cinese, ma sembrano soddisfatti.
Neanche il tempo che si raffreddino un po' li facciamo scomparire dal piatto. Siamo affamati, il cibo è la miglior cura contro la stanchezza.
Dopo cena rolliamo due sigarette, la cuoca ci guarda interessata, si siede accanto a noi, sorride, probabilmente non ha mai visto una sigaretta artigianale. Siamo a Shanghai, venticinque milioni di abitanti, non vedo l'ora di andare in Sichuan, sarà tutto ancor più diverso, sarà tutto più primordiale.
Camminiamo a piedi nella zona del Bund e ogni tre metri veniamo agganciati da donne o uomini che vogliono venderci qualcosa: droga, cellulari, gadget Apple, massaggi: donne e orologi: tutto è in vendita.
Ci guardiamo e ci chiediamo cosa potrebbero risponderci questi individui se chiedessimo un bambino o magari un organo. Probabilmente risponderebbero di aspettare qualche ora.
Prima di tornare all'ostello due ragazze ci fermano. Ci buttiamo in un tete-à-tete stimolante.
Ci chiedono se ci va di bere una birra con loro. Sono circa le undici, siamo stanchi e vogliamo vedere soltanto il letto.
Sembrano due ragazze normali, però oltre alla stanchezza, addosso abbiamo anche un senso di  sfiducia verso le ragazze che si aggirano per il Bund. Parlano un buon inglese e questo ci insospettisce. Ci dilettiamo in un quarto d'ora di piacevole conversazione.
Dopo aver salutato le ragazze torniamo all'ostello, ci sdraiamo sul letto e crolliamo come maratoneti spossati da un'impresa disumana.
Chissà come sarebbe andata se avessimo accettato di bere quella birra.

Giorno 3:

Ci siamo svegliati dopo dieci ore di sonno filate. La luce entra dalla tenda, ma è solo una debole proiezione del sole a cui siamo abituati in Europa.
Nella hall un ragazzo si avvicina.
“Italiani?” chiede.
Iniziamo ad interagire con questo nuovo soggetto. Scopriamo che è in viaggio da tre anni, che non torna in Italia da tutto questo tempo. Attualmente vive in Australia, ha un buono stipendio che gli permette di spostarsi molto, sopratutto verso l'amata Asia: ci capiamo subito al volo.
Guardo F in cerca di un suo cenno di assenso per dare una possibilità al ragazzo, per renderlo partecipe di un qualcosa di nostro. Fa sì con il capo. Partiamo.
Facciamo vari cambi con la metro per arrivare nella zona del tempio di Confucio. Guardandoci intorno notiamo che siamo circondati da grattacieli, ma pochi metri più avanti il panorama cambia così velocemente che l'impatto ci colpisce come un pugno allo stomaco. Una distesa di baracche si erge in tutta la sua umiltà davanti ai nostri occhi. Uomini che si lavano i denti per strada, panni stesi ovunque, anche sui marciapiedi, pneumatici a decorare i tetti.
Decidiamo di fermarci a fare uno spuntino. Ci sono diverse bancherelle che offrono specialità tipiche. Odori fra i più disparati si impossessano delle nostre narici. Vorrei tanto poter descrivere questi odori così come sono, ma neanche tutte le parole del mondo avrebbero lo stesso impatto sul vostro naso. Luca, il ragazzo italiano, si ferma per prendere una strana bevanda, che a quello che dice lui è bevuta tantissimo in oriente. E' una specie di latte di riso che può essere servito sia caldo che freddo. Lo assaggiamo tutti. Niente di speciale.
Subito dopo assistiamo a una scena incredibile. Un pesce gatto viene apparentemente liberato e buttato per strada vicino al marciapiede, ma è solo la prima fase del processo definitivo. Il pesce se ne sta lì inerme, e ogni tanto si muove in spasmi alterni; l'uomo aspetta il momento giusto, si avvicina lentamente armato di coltello e...ZAC, primo colpo sferrato.
Il tutto continua per diversi minuti finché il pesce diventa un ammasso di filetti pronti per essere serviti. Una bambina osserva, noi osserviamo e la mia macchina fotografica sta registrando tutto nei minimi dettagli.
Ho deciso di girare un documentario indipendente sulla Cina, sui contrasti che vi sono all'interno, su usi e costumi, ma sopratutto sull'avvento del progresso, sulla spersonalizzazione dell'individuo nella grande città.
Gli uomini si sono inariditi come piante senz'acqua, quasi senza accorgersene si sono rinchiusi in una bolla senza via d'uscita. Shanghai non potrà andare avanti così all'infinito. Sarà prossima al collasso, nasceranno nuove malattie della pelle, l'inquinamento salirà alle stelle, ma ora cerco di non pensarci, la Cina è anche questo.
Dopo aver girato un po' il quartiere decidiamo di entrare al tempio di Confucio.
Per fortuna non incontriamo molti turisti, cosa assai rara in Cina.
Verso le cinque, dopo aver scrutato e immagazzinato tutto ciò che c'è da vedere, una signora ci dice che inizia la cerimonia del tè.
La donna ci fa sedere e ci mostra diverse varietà di tè. Parla un ottimo inglese, è il frutto di anni di affari; capiamo che ci vorrà vendere qualcosa. Il tutto viene sbrigato con estrema calma. Assaggiamo diversi tipi e alla fine decidiamo di comprare un tè contro il mal di testa: ha vinto lei, ma le abbiamo fatto perdere un bel po' di tempo.
Mentre torniamo all'ostello, Luca ci racconta un po' delle storie che ha vissuto nei suoi tre anni di viaggio. E' stato otto mesi a Bali e cinque a Singapore.
Dai suoi racconti e da alcune immagini mi sono fatto un'idea di come possa essere Singapore. E' carissima, ma è la “città giardino”; questo mi affascina, per ora la metto nel cassetto delle cose da fare e poi chissà, magari proverò anche a lavorarci un giorno.
Luca ha dormito per due settimane in degli abitacoli surreali, in dei loculi simili a quelli mortuari, solo che lui era vivo; ma il prezzo era basso, doveva soffrire, doveva mangiare pane e sangue, combatteva la sua battaglia con tutte le forze. La fatica ha un prezzo, ma l'appagamento successivo sarà sempre così grande da cancellare lacrime e sudore se ne vale davvero la pena.



Tornati in ostello mangiamo degli spiedini di carne per strada – amiamo lo street food – e cerchiamo una banca o un change perché siamo a corto di yuan. Non troviamo niente e Luca se ne esce dicendoci che, partendo alle dieci di sera, non avrà più bisogno dei soldi che ha cambiato. Ci cambia un po' di euro; lo ringraziamo e lo porteremo nel cuore per un bel po'.
Decidiamo di buttarci nella notte profonda di Shanghai.
Una mia amica mi ha detto una parola magica da dire alla cassa di un locale chiamato Secenth Floor. La parola è Artem e dovrebbe funzionare da apripista, dovrebbe garantirci ingresso e qualche drink gratuito.
“Artem” dice F alla tipa.
Funziona. Ci vengono date due bevute a testa.
Notiamo che è un club frequentato quasi esclusivamente da cinesi, ci rallegriamo, è proprio quello che stiamo cercando.
Dopo poco tempo ci rendiamo conto che le ragazze cinesi stanno quasi tutte a gruppi sedute al tavolo. La maggior parte di esse è ipnotizzata dallo smartphone di ultima generazione, un succhiavita a portata di mano. Molte di loro sono timide o non parlano inglese, nessuna balla; per questo decidiamo di andare da un'altra parte dopo aver usufruito di entrambe le bevute.
Andiamo in un altro locale, ma non succede niente di eccitante.

Siamo immersi nel buio della notte, fra spettri della Cina che fu, ma l'alba arriverà presto riportando alla luce tutto quello che la Cina è ora; e Shanghai ne è l'emblema: polvere, acciaio, cemento, vetri e clacson impazziti, tutto lo stretto necessario per diventare una macchina inarrestabile.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 9 giugno 2014

CINEMA: "BLUE RUIN - Jeremy Saulnier"




L’arrivo di giugno e della stagione estiva rappresenta, cinematograficamente parlando, l’inizio di una fase di magra o di aridità o di vera e propria sterilità. Le sale (quelle ancora aperte) propongono i soliti quattro/cinque film che non andrei a vedere neanche mi pagassero il biglietto. Di conseguenza, chi (come me) vuole continuare a vedere buoni film anche quando le temperature superano i trenta gradi ha di fronte a se due sole alternative: riguardarsi un bel classico in dvd (un Kubrick o uno Scorsese d’annata, tanto per dirne due) oppure andare di streaming. Questa settimana ho optato per la seconda e fortunatamente, quasi inaspettatamente, mi sono imbattuto in un revenge movie di pregiata fattura di un regista che mi era sconosciuto e che credo sia al suo primo film.

Quando apprende la notizia che l’uomo che ha ucciso suo padre sta per uscire di prigione, Dwight capisce che è arrivato il momento di farsi giustizia da solo per riuscire a riscattare un’esistenza condizionata da quel drammatico evento, appartenente al passato ma ancora fortemente presente nella sua vita, che da quel giorno non è stata più la stessa. Dovrà tuttavia fare i conti con i parenti dell’uomo da un lato e con la necessità di proteggere la sorella dall’altro. Veniamo così catapultati in una tragica spirale di vendette familiari (che per un verso riporta alla mente l’esordio di Jeff Nichols, quel gran film che è Shotgun stories), di improvvise esplosioni di violenza sapientemente amalgamate in un ritmo mai ossessivo ma sempre incalzante.

Dwight non è un eroe né  tantomeno uno spietato giustiziere assetato di vendetta, forse non è neanche un uomo qualunque, piuttosto è un mezzo inetto che fa quello che fa perché crede di doverlo fare. Potrebbe quasi essere un personaggio uscito da uno dei film dei Coen, un piccolo uomo alle prese con imprese troppo grandi. E chi conosce i Coen sa che l’inettitudine, che misura la distanza tra desiderio e possibilità di raggiungerlo, fa affogare tutto in un mare di sangue.

Blue ruin non è un classico revenge movie come potrebbe essere Vendicami di Johnnie To, ma un film più intimistico, più personale; Saulnier dimostra di avere maggiormente a cuore una riflessione psicologica, fors’anche sociologica, del sentimento di vendetta. Presentato a Cannes lo scorso anno, dove ha avuto un’ottima accoglienza, Blue ruin è andato ad aumentare il già numeroso elenco di bei film completamente dimenticati dalla distribuzione italiana. E chi, a prescindere dalle temperature, desiderasse vederli è costretto a ripiegare sullo streaming o sul download. In alternativa, è possibile entrare in una delle oltre settecento sale italiane in cui, in queste settimane, proiettano Maleficent, o nelle oltre cinquecento che offrono Edge of Tomorrow (detto col massimo rispetto, s’intende).

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 7 giugno 2014

ARTE: "REPORTAGE CINA, Parte 1 - Elle Bi"


Di seguito potete trovare la prima parte del reportage sulla Cina, fatto e commentato dal nostro inviato Elle Bi. 

1. Il Cieco


Suonatore cieco nella metro di Shanghai. Per scattare questa fotografia ci sono voluti all'incirca 3 minuti di cui solo 10 secondi la visuale non è stata interrotta dalla massa umana che si aggira tutti i giorni nella metropolitana.


  2. Oltre il Labirinto


   Uno scorcio nel tempio di Confucio a Shanghai.


    3. Lo Slum


    Una Shanghai dai mille volti: basta svoltare l'angolo per passare dai grattacieli alle colorite       baracche che rappresentano l'altra faccia della medaglia capitalista cinese.


    4. Rise of China


 Un branco di pesci affamati che si divincolano l'uno sull'altro come uomini. Immagine    metaforica di una società che spinge l'essere umano all'eccesso.

di Elle Bi per la rubrica "ARTE".


venerdì 6 giugno 2014

NEWS: "BITCOIN: UTOPIA O FUTURO?"



L’abitudine di bermi una birra dopo lavoro è indubbiamente un’eredità di quando vivevo a Londra – insieme a qualche rara comparsata di una flessione cockney nel mio accento quando parlo inglese. A Roma la suddetta abitudine ha trovato un perfetto universo all’interno del quale esprimersi. La domanda per la birra è molto alta e la passione italiana per tutto quello che rientra nella sfera del mangiare e bere bene ha portato questo mercato al next level: vi è stata una diffusione a macchia delle birrerie artigianali dove si bevono prodotti “maltati” in grado di soddisfare ogni palato.

Mi piace documentarmi e provare birre e birrerie diverse, sfruttando così l’occasione per conoscere meglio la Capitale. E’ così che sono finito a Beertime a Monte Mario. Le recensioni erano ottime e non ero ancora stato in questo rione. Prendo una pinta e mi siedo all’aperto. Nell’uscire, la mia attenzione è attratta da un adesivo sulla porta. “Accettiamo il bitcoin”, riportava lo sticker. Così prima di andare via mi fermo a chiedere informazioni all’indaffarato proprietario. Ma andiamo per gradi.

Che cosa è Bitcoin? È stato definito come, riporta il Financial Times, un Gold Standard digitale, un miracolo di internet, un modo per condurre transazioni illegali, una bolla finanziaria e in svariati altri modi. Concretizzando, Bitcoin è una piattaforma digitale open source per l’estrazione (si noti il parallelo con l’attività estrattiva di pietre preziose, o direttamente di oro), cioè la creazione, di monete digitali spendibili internazionalmente sul web. I “minatori” creano nuova valuta risolvendo degli algoritmi e venendo ripagati con una piccola percentuale di quanto prodotto. La piattaforma è stata creata nel 2009 dalla mente visionaria del tutt’ora ignoto Satoshi Nakamoto. La moneta che si scambia su Bitcoin si chiama, qua la sconfinata fantasia di hackers e cervelloni si è rivelata deludente, bitcoin (la “b” è minuscola).

Sorge spontaneo domandarsi se questa moneta possa, per via del suo totale scollegamento con una autorità centrale che ne regola la produzione, essere considerata tale a tutti gli effetti. L’autorevole The Economist è, alla luce della formidabile diffusione del bitcoin, più volte entrato nel merito dell’argomento. In particolare, in un articolo spiega che, secondo la definizione comunemente accettata, affinché si possa parlare di moneta, tre sono le caratteristiche che questa deve avere. Innanzitutto, deve essere un affidabile veicolo di scambio per l’acquisto di beni e servizi; ancora, deve essere un deposito di valore (relativamente) stabile; ed infine, deve assolvere la funzione di unità di misura. Dunque, ad esempio, possiamo definire l’Euro una moneta, in quanto soddisfa tutte e tre le proprietà sopra elencate. Il bitcoin invece, argomenta sempre la testata britannica, è ancora carente su due delle tre proprietà. È molto volatile e soggetta a potenziali truffe (si veda ad esempio il caso Mt.Gox). Per questo non può essere considerata una unità di misura. Consapevoli di queste considerazioni, ci riferiremo lo stesso al bitcoin chiamandolo valuta o moneta. Per semplicità.

Perché si è avuta una così massiccia diffusione di questa moneta? Comincerei dicendo perché il bitcoin è la realizzazione di un’utopia: è una moneta indipendente da ogni banca centrale che ha – oltre al suo romantico appealing per lo scollegamento dai poteri forti – costi molto ridotti, poiché taglia fuori gli intermediari; ancora, è una valuta internazionale che permette, tramite l'attuale tecnologia, di semplificare gli scambi in modo consistente. Un’altra caratteristica che ha contribuito a rendere il bitcoin popolare è il quasi-anonimato nelle transazioni garantito da questo.

L’ultimo aspetto sopramenzionato apre ad un problema: il quasi-anonimato tutela anche i clienti del mercato nero del web (ad esempio l’ormai defunto Silkroad) e coloro che hanno bisogno di una “lavatrice” dove lavare i loro soldi sporchi. Aldilà della possibilità di impiego del bitcoin in attività illecite, altri possibili rischi sono legati alla sicurezza dei portafogli digitali, spesso oggetto di scippi virtuali – anche se su questo il mondo dei digitalgeeks sta lavorando per sviluppare portafogli inaccessibili. Un altro aspetto, che annovererei tra i dubbi riguardo al bitcoin piuttosto che tra i rischi relativi a questo, è che lo stock di moneta producibile è fissato a 21 mln di unità. Questo ha conseguenze di vario tipo sull’offerta di moneta – apprezzabili a detta dei liberali anti-banche centrali che controllano l’inflazione; molto incerta a detta dei tabloids specializzati. Al momento si ha una domanda di bitcoins impennata, che ne ha spinto il valore alle stelle (mentre sto scrivendo 1 bitcoin = US$ 661.33, lo vedete qua), riducendo il prezzo delle cose in termini di bitcoins. Ma il fatto che lo stock di moneta è, in gergo, capped potrà portare a due conseguenze: l’introduzione di commissioni sulle transazioni una volta raggiunto il limite o la perdita di interesse nella valuta o quantomeno la circoscrizione dell’uso di questa a pochi utilizzatori o settori.

Abbandonando i pro e i contro e la politica monetaria, a Beertime (dove peraltro pure LA7 è stata a intervistare gli imprenditori 2.0) mi hanno spiegato che da loro il giorno degli acquisti in bitcoins è solo il giovedì, il costo di una birra varia a seconda della quotazione del bitcoin e che, in realtà, i pagamenti sono fatti sul conto di un amico che investe in bitcoins e che ripaga i ragazzi in Euro una volta che chiudono il registratore di cassa il giovedì sera. Dunque è, per il proprietario del portafoglio bitcoin, un modo alternativo per “estrarre” valuta, per il proprietario di Beertime un modo di farsi pubblicità.

A prescindere da quale sarà il futuro di Bitcoin, trovo il suo passato (e presente) immensamente affascinante. Ed, in generale, la storia di questa moneta del web estremamente futuristica. Se la piattaforma Bitcoin un domani dovesse rivelarsi una bolla, un obiettivo l’avrà sicuramente raggiunto: aprire un possibile sentiero ad una moneta del futuro che, con gli opportuni miglioramenti, potrebbe cambiare il mondo.

Voglio dire, se venti anni fa ti avessero detto che un domani avresti potuto sbloccare il tuo Iphone con la tua impronta digitale o vedere tua madre su Skype mentre ti trovavi in Angola, ci avresti creduto?

di IT per la rubrica “NEWS DAL FUTURO”.

giovedì 5 giugno 2014

MUSICA: "BIRTH IN REVERSE - St. Vincent"





Premetto subito che odio il pop e tutte le sue sfaccettature melense. Le sue provocazioni fittizie create a tavolino, il perbenismo adolescenziale e un certo culto che alimenta una macchina inarrestabile chiamata denaro che falcia l'anima degli artisti, riducendoli a semplici marionette. Ma nonostante tutto questo disco mi ha conquistato immediatamente. Perché? Perché semplicemente St. Vincent ha creato un punto di svolta nel genere dominato da bambole di pezza da svendere, alzando non di poco il livello dell'art-pop. Sin dalle prime canzoni ci rendiamo conto di essere di fronte ad una monumentale opera pop che riunisce e rincorre decenni di storia della musica, il tutto condito da una immensa vena qualitativa, che ti fa sentire sulla pelle che stai  ascoltando il lavoro di una vera e propria songwriter. Con un anima. Calda, pulsante. Come Birth In Reverse, ballata che ricorda un Prince in versione femminile inondato da suoni elettronici, quasi psicotici. Come tutto il disco, pervaso da dolci ( e violenti allo stesso tempo ) suoni elettro (quasi techno), che accompagnano verso la fine in maniera fluida, una lezione di come far scorrere musica nelle orecchie dell'ascoltatore senza mai annoiare. Insomma, St. Vincent (che tra l'altro ha fatto parte della band di un certo Sufjan Stevens e ha collaborato con niente meno di suo imminenza David Byrne, senza mostrarsi troppo come amano in molte) mette in fila le varie Lady Gaga, Lorde etc e le spazza via con un piccolo buffetto fatto di musica vera, ristrutturando l'e(ste)tica e il suono del genere, rendendolo credibile e vivo. Mai soddisfazione è stata così grande.

di Mi.Di. per la rubrica "SINGOLO DELLA SETTIMANA".


martedì 3 giugno 2014

LETTERATURA: "POETI DEL SECOLO XXI"



Vita.
Solo quella.
Non c’è altro in questo momento.
In nessun momento.
Noi figli della nostra epoca alla ricerca di noi stessi, noi stessi dentro ad una scatola, incatenati e imbavagliati, imprigionati dal tempo, da anni di solitudine e abitudine.
Solo fuoco che brucia.
E fa male.
Ma non importa.
Per il male, il male stesso è bene. La normalità che non hai scelto. Il sistema che non hanno reputato adatto a renderti uno schiavo perfetto. Una tattica: noi abbiamo smesso di credere se non al dolore come marchio di fabbrica.
Questa la parola della nuova scuola.
Noi che la notte sognamo di morire con uno squarcio sulla gola, imbottiti di Vicodin.
Capito come?
Questi sorrisi e queste lacrime sono come una maledizione addosso.
Noi siamo solo le vittime di ciò che viviamo ma a differenza degli altri lo percepiamo e lo scriviamo.
Vita, pura vita che si avvicina alla morte.
Vita,
o Musa,
o unico motivo,
a te sola ci prostriamo
e ci inchiniamo,
alle tue Parche
anche se so che non arriverete mai alla nostra arte,
a questi ricordi,
a questi poeti maledetti,
anime perse
fra sangue, saliva e bile.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 2 giugno 2014

CINEMA: "NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO - Pablo Larraìn"



Dopo Tony Manero (2008) e Post mortem (2010) Pablo Larraìn porta a termine con No – i giorni dell’arcobaleno (2012) la sua personale trilogia sulla quindicennale dittatura di Augusto Pinochet Ugarte, che ha reso il Cile, dal 1973 al 1988, un bieco regime repressivo. E lo ha fatto con una lucidità invidiabile per un giovane regista ai suoi primissimi film.

Con Tony Manero, attraverso le vicissitudini del protagonista (interpretato da Alfredo Castro, presente in tutti e tre i film), ossessionato dal personaggio interpretato da John Travolta ne La febbre del sabato sera (appunto Tony Manero), Larraìn mise in scena l’insostenibile clima di oppressione che ha caratterizzato il Cile totalitario e illiberale di Pinochet.

In Posto Mortem invece, che cronologicamente è arrivato dopo ma storicamente precede il primo film, il regista mostrò con incredibile efficacia e con immagini di rara potenza simbolica (bellissimo il finale) la presa del potere di Pinochet attraverso il colpo di Stato e l’assassinio del Presidente Salvador Allende, vicende che non vengono mai mostrate ma restano sempre fuori campo per far posto a quei cadaveri (che ne sono l’eredità immediata) ammassati uno sopra l’altro tra l’indifferenza e l’omertà del popolo cileno, testimone silente del golpe.

In quest’ottica, No diviene la naturale chiusura del cerchio raccontando della campagna pubblicitaria che ha sostenuto appunto il No al referendum concesso da Pinochet nel 1988, sotto forti pressioni, dove si doveva decidere circa le sorti del regime cileno. Forte del controllo dei mezzi di comunicazione e dell’apparato di polizia politica, Pinochet riteneva scontato l’esito del referendum: un Si al suo regime ed una “credibile” investitura popolare da far valere a livello internazionale. Non aveva però fatto i conti con René Saavedra (Gael Garcìa Bernal), giovane pubblicitario a cui venne affidato il compito dai membri dell’opposizione di gestire la campagna pubblicitaria in favore del No. René opterà per una campagna all’insegna della gioia, del sorriso, dell’ottimismo, consapevole com’è delle leggi della grande comunicazione e della pubblicità, scontrandosi con gran parte dei militanti che volevano invece denunciare i crimini compiuti da Pinochet durante il quindicennio.

L’esito della Storia lo conosciamo. Larraìn si preoccupa di salutare la fine di una delle più atroci dittature sudamericane e il conseguente ingresso del Cile nel mondo libero occidentale. Quanto poi le democrazie occidentali siano effettivamente libere è un altro discorso, Larraìn si limita a suggerirci come le leggi del capitalismo e del consumismo rappresentino una forza costante e contraria alla più profonda libertà dell’uomo.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".