martedì 20 maggio 2014

LETTERATURA: "LA RONDINE FUGGITA DAL PARADISO - Hyok Kang"





La Corea del Nord è espressione di una delle più feroci dittature mai esistite nella storia. Una dittatura di stampo stalinista, che è riuscita a fermare il tempo, vivendo in un isolamento totale che perdura fino ai giorni nostri. Questo libro, edito nel 2008, fa capire in maniera esemplare il terrore instillato dal “caro Leader” e dai suoi seguaci nei confronti di una popolazione inerme e ridotta alla fame; a raccontare il tutto è uno dei fuggitivi del paese, Hyok Kang (in realtà uno pseudonimo) che riesce, attraverso un linguaggio semplice e scorrevole, a emozionare il lettore e a fargli comprendere gli orrori che attraversano questa nazione. Un territorio ove tutto è egemonizzato dal partito comunista, dove i bambini sono di fatto istruiti alla futura leva militare fin da subito, e dove la cultura del sospetto regna sovrana; gli abitanti vengono di fatto incentivati a denunciare i propri simili, al fine di stroncare sul nascere e ad inibire qualsivoglia forma di protesta. In realtà sono ben pochi quelli che in Corea del Nord mettono in dubbio la parola di Kim, la propaganda nordcoreana è talmente pervasiva e talmente efficace da aver fatto apprendere alla popolazione una visione ben diversa della storia: secondo i libri di testo nordcoreani, i Giapponesi e gli Americani furono alleati durante la seconda guerra mondiale, mentre la guerra di Corea risulta scatenata dai “maledetti sudisti” e non, come ben sappiamo, dal caro Leader. Tutti questi fattori, e tutti gli eventi che hanno percorso la sua infanzia, sono descritti dall'autore nei minimi particolari, e riescono a colpire come un pugno allo stomaco il lettore in diversi frangenti. Particolarmente avvincente la descrizione minuziosa della grande crisi che colpì il paese nel 1995, che porterà la Nord Corea quasi sull'orlo del collasso e ridurrà allo stremo gran parte della popolazione a causa della denutrizione e della miseria. Allo stesso modo, particolarmente commovente risulta il racconto della prigionia del padre: in Corea del Nord finire in un campo di concentramento è quasi sempre garanzia di morte, ma il padre di Hyok riuscì miracolosamente a cavarsela scappando in Cina dove capì tutte le menzogne che il regime comunista raccontava al popolo. Una fuga che porterà il padre di Hyok a pianificare di andarsene con tutta la famiglia verso la nuova terra promessa, dove “ anche i poveri mangiano riso”. Un progetto che andrà in porto e che occuperà tutta la seconda parte del racconto: l'arrivo in terra cinese rappresenta per Hyok una benedizione ma anche una maledizione, significa vivere da clandestini, sotto mentite spoglie, con il rischio di essere catturati dalla polizia in qualsiasi momento e rispedito in Corea, dove li attenderebbe la condanna a morte. Una cattura che puntualmente avverrà, ma i nostri riusciranno a cavarsela anche in questa situazione. Da lì, la decisione di rifugiarsi in Corea del Sud, passando per Laos e Cambogia: una marcia estenuante che però avrà un lieto fine, con Hyok e famiglia che riusciranno a iniziare una nuova vita. Questo libro è assolutamente da leggere, fa capire molte cose di un paese di cui il mondo sa ancora ben poco. Aiuta il lettore a capire come in circolazione vi siano ancora regimi terribili, ove la democrazia non ha attecchito, e che continuano ad esistere nel disinteresse delle grandi potenze mondiali. Una situazione inaccettabile che non accenna a cambiare, di cui tuttora non si riesce a vedere una fine. Un libro di facile comprensione, che può essere letto da chiunque, assolutamente imperdibile. Per capire che nel mondo esistono ancora situazioni incresciose, che non possono ancora passare sotto silenzio.

di Tommy per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 19 maggio 2014

CINEMA: "TOM A' LA FERME - Xavier Dolan"




L’anno scorso alla settantesima Mostra del Cinema di Venezia, tra i tanti bei film in concorso, c’era anche questo Tom à la ferme del giovanissimo regista canadese, film che non ha ancora avuto una distribuzione nazionale ma che ho potuto apprezzare al FlorenceQueerFestival dello scorso novembre. Xavier Dolan ha appena venticinque anni ma conta già al suo attivo quattro lungometraggi (il quinto è in arrivo) dei quali è regista, sceneggiatore ed attore protagonista.  A soli diciannove anni esordisce alla regia con J’ai tué ma mère, presentato a Cannes 2009, film che faceva già presagire un grande talento (per poterlo vedere ho dovuto mettere a dura prova il mio scolastico francese). Se quello era un buon film, questo è senza dubbio un grandissimo film.

Tom à la ferme parla innanzitutto di omosessualità, come tutti i film di Dolan, del resto. In realtà è quanto di più distante possa esserci da un film a tema o da un film politico. L’omosessualità è solamente uno dei tanti elementi di un racconto che sfugge ad ogni catalogazione di genere, ma che anzi, questi generi, li fonde per dar corpo ad una sorta di ibrido. Spiazzante per come passa dal thriller al noir senza apparente soluzione di continuità, regalandoci scene di grande intensità e commozione. Troppo ambiguo? Troppo torbido? Signori, è la realtà.

Il giovane Tom sta recandosi dalla città alla campagna per assistere al funerale di Guillaume, il suo grande amore scomparso. Arrivato alla fattoria della famiglia di Guillaume (che lui non ha mai conosciuto) si rende presto conto che lì nessuno lo stava aspettando, ignari come sono dell’identità omosessuale del figlio. Anzi, la madre attendeva speranzosa l’arrivo della ragazza di cui suo figlio le aveva parlato. Combattuto tra il desiderio di rivelare la vera natura di Guillaume e del loro rapporto e la necessità di non sconvolgere ulteriormente la madre già distrutta dalla morte del figlio, Tom si scontrerà, indirettamente, con l’omertà e l’ipocrisia di un’intera comunità e, direttamente, con il fratello maggiore di Guillaume che, avendo intuito la vera identità dell’ospite, cercherà in ogni modo di impedirgli di svelare il segreto, di pronunciare quelle parole che sono poi l’unica cosa che ancora lega Tom al suo grande amore perduto. Un legame che, forse inconsciamente forse no, andrà a ricercare nel fratello.

Dolan mette in scena l’incomprensibile ed imprevedibile tumulto delle emozioni, la forza irrazionale della passione, l’amore che va al di la di ogni cosa; e lo fa con tale onestà e tale sentimento che non può che coinvolgerci tutti.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".


sabato 17 maggio 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo 1)


di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 16 maggio 2014

NEWS: "RICCHI SEMPRE PIU' RICCHI. "IT'S THE ECONOMY, STUPID!""





E’ nata una nuova “superstar” tra gli economisti. Curioso è che non si tratti di qualche “capoccione” del MIT o di Harvard, ma di un francese noto più per le sue percosse alla ex-moglie, ora attuale ministro della cultura francese, che per i risultati accademici conseguiti. Almeno fino ad ora. Il suo nome è Thomas Piketty, studioso del vecchio continente che ha letteralmente conquistato il mondo accademico ed il dibattito economico come non accadeva dagli anni di Keyens. Le Capital au XXIe Siécle, sta facendo su Amazon vera e propria incetta di prenotazioni e l’autorevole The Economist ironizza sulla sua fama con un articolo dal titolo “Bigger than Marx”.
Ed è proprio prendendo spunto da Marx e dalla sua tesi di un accumulo infinito del capitale che Piketty “narra” di una “storia” dal potere quasi rivoluzionario. Nell’opera infatti, con tanto di dati e formule alla mano, lo studioso giunge a provare come nei sistemi capitalistici moderni per una legge “meccanica”, quasi “di natura”, i ricchi stiano divenendo, e diventeranno, sempre più ricchi. La disuguaglianza sociale continuerà inesorabile ad aumentare e i valori di giustizia sociale su cui poggiano le società democratiche saranno in futuro seriamente minacciati. Il meccanismo descritto dall’economista francese sembra poi talmente invincibile che i critici più liberisti hanno semplicemente concluso come, nel mondo di Piketty, i capitalisti non debbano sentirsi troppo in colpa. Non dipende da loro se diventano sempre più ricchi, “it’s the economy, stupid”.
Per spiegare in parole povere cosa sta accadendo, secondo il teorico francese il ritmo di crescita della produzione industriale (sintesi del concetto di “economia reale”) nel lungo periodo non supera mai in maniera significativa un valore annuo pari a 1-1.5% in termini reali. E a fronte di un aumento del PIL intrinsecamente debole, il rendimento dei capitali finanziari e patrimoniali corre molto più rapidamente:
"La rendita media del capitale è del 4-5% all'anno […].Di conseguenza, come nella prima fase del capitalismo ottocentesco, oggi il rendimento del capitale è più elevato della tasso di crescita. E questa situazione scava sempre di più le disuguaglianze patrimoniali. Il capitale si riproduce da solo molto più rapidamente della crescita economica, e i ricchi diventano sempre più ricchi".
In passato, un altro economista ci aveva invece convinto del contrario. Simon Kuznets sosteneva, infatti, come il divario tra classi abbienti e meno abbienti tenda a ridursi durante le fasi di sviluppo economico. A sostegno di una tale tesi, lo studioso faceva notare come dal 1913 al 1948 la quota del reddito prodotto facente capo al segmento della popolazione USA più abbiente era diminuita di circa il 10%. Controbatte, invece, Piketty propugnando come il vero motivo trainante quella redistribuzione siano state le due guerre mondiali, fenomeni traumatici e veri “bilanciatori” della differenza tra ricchi e poveri di quel periodo.
Evidente è quindi come venga colpita al cuore quell’ipotesi di autoregolazione del sistema economico, spesso bandiera dei sostenitori del libero mercato a tutti i costi e in tutte le occasioni:
"Non esistono soluzioni naturali. Il sistema da solo non riduce le disuguaglianze. L'errore dei liberali è di credere che la crescita da sola possa risolvere ogni problema, favorendo la mobilità sociale. In realtà non è così. Le disuguaglianze restano e anzi si accentuano.”
Torna quindi a bussare (o almeno dovrebbe farlo) prepotentemente alla porta “Politica” per riappropriarsi del suo primato sull’economia ad oggi perduto:
"Il mercato e la proprietà privata hanno certamente molti aspetti positivi, sono la fonte della ricchezza e dello sviluppo, ma non conoscono né limiti né morale. Tocca alla politica riequilibrare un sistema che rischia di rimettere in discussione i nostri valori democratici e di uguaglianza.”

Dal Financial Times fanno però notare che Piketty ci ha spiegato tutto tranne perché la disuguaglianza è così disdicevole. Il filosofo John Rawls sosteneva infatti che un certo tasso di disuguaglianza fosse accettabile purché ne traessero beneficio anche gli ultimi della scala sociale (e mi aggiungo a coloro che appoggiano tale visione). Su questo ammetto ci possa esser da ridire, ma di sicuro le teorie dell’economista francese sono arrivate al momento giusto: dopo sette anni di crisi, in tutto il mondo gli economisti tirano un sospiro di sollievo. Finalmente c’è una nuova narrazione che spiega cosa sta accadendo: i ricchi che si arricchiscono, i politici che non fanno abbastanza politiche re-distributive, gli imprenditori che non investono nell’economia reale, le banche che non prestano perché meno profittevole. E sono tutti assolti.

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

martedì 13 maggio 2014

LETTERATURA: "IN VINO VERITAS"





Ero in una delle peggiori baracche sputa alcool della zona. Entrando sentii come un odore di marcio, un odore di sangue e sudore, ma non mi scoraggiai e tirai dritto fino al bancone.
Alla mia destra un vecchio canuto mi scrutava quasi fossi un alieno. Continuava a fissarmi e alternava occhiatacce a sputi a ripetizione centrando il più delle volte una sputacchiera sotto il bancone.
“Esistono ancora?” chiesi all'uomo.
“........”.
“Pensavo esistessero solo nei vecchi film. In quei western in cui la vita è tutta sputi e pallottole”.
“..........”.
Troncai la conversazione. Mi sembrava di essere stupido insistendo in quella conversazione surreale. Ordinai un bicchiere di vino.
“Rosso o bianco?”.
“Rosso” risposi frettolosamente.
“Che tipo di rosso preferisce?” chiese il barista.
“Qualsiasi...purché nobiliti il mio animo”.
“Allora ho quello che ci vuole” rispose con un sorrisetto che sembrò sfumare nel diabolico.
In verità ero un grande intenditore di vini, ma quando varcavo quella soglia, avvolto dal buio della notte, non facevo grandi distinzioni, mi scollegavo completamente dal mondo reale, dal mio lavoro, entravo in quel Paradiso Inferno che distillava il mio spirito rendendolo forte, ma allo stesso tempo mi riduceva a una pezza da piedi. Mi infischiavo di tutto ciò. Giudizio della gente? Puah, roba da benpensanti.
Al secondo bicchiere incrociai gli occhi di una mora niente male. Mi superò dopo una rapida occhiata come se niente fosse, come se fossi un fantasma. Volevo maledire la sua sagoma che si allontanava lentamente; ma la guardai ancheggiare fino all'ultimo tavolo del locale.
Guardandomi intorno vidi che non ero messo poi così male. Casi umani dalla a alla z si aggiravano silenziosi come lucertole. Mi immaginai ciascuno di loro con un enorme peso da portare appresso.
Il vecchio che sputava aveva un enorme zaino da campeggiatore che reggeva a malapena; dentro probabilmente portava tutti i suoi peccati, tutti i suoi segreti, e così tutti gli altri. Il più curioso era un uomo sulla quarantina che annaspava a destra e a sinistra con una sorta di carriola. Sembrava pesantissima, cercai di guardare più a fondo e pensai che fosse ricolma di ingordigia, ma forse fu solo una facile deduzione, vista l'enorme pancia che si portava dietro
Avrei voluto saper scrivere. Tutte quelle occasioni, tutti quei soggetti che albergavano all'interno delle mie sortite notturne. Michele il pazzo, che aveva così tanti tic da poterli catalogare. Gianni il ladro. Ah, Gianni era il mio preferito. Era un ladro caritatevole, rubava ai ricchi, ma non per dare ai poveri, solamente per allargare il suo portafogli. Che stupendo personaggio sarebbe stato per un romanzo. Un ladro che per derubare i ricchi affitta di volta in volta uno smoking che lo trasformi in un perfetto gentleman, un ladro in borghese, rasato e ripulito dalla testa ai piedi che si impegnava nell'arduo compito di riequilibrare gli squilibri sociali, o almeno i suoi.
Dopo il quarto bicchiere sentii che avevo bisogno di una donna. Uscivo spesso da solo, ma cercavo sempre un po' di compagnia, cercavo una donna che mi potesse far sentire meno solo, che mi potesse far sentire un vincitore in un mondo di sconfitti, almeno per una notte.
Mi guardai intorno. Niente di niente. Esclusa la mora che mi aveva snobbato rimaneva soltanto Barbara, una signora minuta che setacciava tutti i bar della zona per ore ed ore. Se ne stava zitta a guardare, a muovere la testa verso ogni dove, sembrava aspettare qualcosa. Farfugliava parole senza senso di giorno in giorno. Solo dopo anni scoprii da un ragazzo che la piccola Barbara aspettava il marito. Un marito morto, chiuso in un ricordo che aveva perpetuato all'infinito, perdendosi al suo interno, in quel labirinto di dolore che la faceva illudere che prima o poi sarebbe arrivato, che prima o poi sarebbe tornato, e tutto si sarebbe finalmente aggiustato. Non successe mai. Barbara stette diciannove anni ad aspettare, senza rendersi conto che accanto a lei il mondo continuava a cambiare, la ruota continuava a girare. Quando andavo in collera sputavo ai quattro venti offese e calunnie di ogni tipo. La più gettonata rimaneva sempre: “Diventerai come Barbara, sì, spero proprio ti succeda lo stesso”. In verità, da lucido, riflettevo sempre sulle mie parole e mi rendevo conto che nessuno si sarebbe meritato tanto, nemmeno il mio peggior nemico. Ma l'alcool spesso mi faceva dire cose che non pensavo; sì era l'alcool il motore di tutto.
Dopo il sesto bicchiere una zanzara cominciò a girarmi intorno, volteggiava qua e la quasi in segno di sfida. La guardai. Le lanciai un'occhiata da pistolero. Se ne andò come intimorita dal mio atteggiamento; ma probabilmente aveva capito che il mio sangue era guasto, come la mia vita. Continuai a sorseggiare il bicchiere di vino pensando che se l'era data a gambe per via dello sguardo da pistolero.
I bicchieri di vino si ammassavano uno dietro l'altro alzando la temperatura piano piano.
Il calore, lo stordimento da alcool, le immagini di tutti quei bagagli che la gente si portava appresso mi fecero pensare di essere all'Inferno. Ecco spiegato l'odore di sangue e sudore.
Non potevo crederci, ero morto e non me n'ero reso conto? No, non poteva essere reale, niente di tutto quello poteva essere reale. Mi alzai un po' scosso. Il nono bicchiere mi aveva steso.
Andando in bagno urtai diversi tavoli sulla mia strada. Entrando mi guardai allo specchio. Un morto vivente. Come ero potuto arrivare a tanto? Ero verde, o forse giallo, non distinguevo bene le sfumature che mi aveva lasciato l'alcool addosso dopo tutti quegli anni. La vescica iniziò a chiedere pietà. Entrai in uno dei bagni. Sbattei contro la porta.
“Un po' sbronzo eh!?” disse una voce dal bagno accanto.
“Più morto che vivo”.
“E' il compromesso giusto. La sera leoni e la mattina dopo coglioni, no?”.
“Più o meno”.
“Mi stai simpatico”.
“Ma se non ci vediamo nemmeno”.
“Sì è vero, ma a pelle...”.
“Qui di pelle ne vedo tanta...ma nella mia mano...”.
“Vedi che avevo ragione. Dai confidenza agli sconosciuti. Sei uno a posto”.
“Ok, amico. Stasera crederò a tutto ciò che mi dirai. Quindi sì, sono a posto e ho anche un certo senso dell'umorismo” risposi abbottonandomi i pantaloni.
Mi misi a sedere sulla tazza del cesso. Ero troppo sbronzo, dovevo riprendermi qualche minuto.
“Ehi amico, sei ancora lì?” chiese la voce.
“Certo amico. Ti sento forte e chiaro e tu?”.
“Certo che ti sento, ho fatto io la prima domanda”.
“Scherzavo amico, scherzavo. Non è che questo che si fa fra amici?”.
“Puoi dirlo forte. Avrei pagato per avere amici come te”.
“Cazzo amico così mi commuovi”.
“Piangi pure, tanto da qui non ti vedo”.
“Ci sarebbe davvero da piangere, ma preferisco bere”.
“Una massima di tutto. Se a casa non mi è passata di mente giuro che la scrivo”.
“Bravo, diffondi il verbo, che magari creiamo un esercito di nottambuli”.
“Sei forte amico, se anche Alfredo fosse stato così accondiscendente...”.
“Chi cazzo è Alfedo?” chiesi a botta sicura.
“Era il mio migliore amico”.
“E ora?”.
“Abbiamo avuto una feroce discussione e ora non c'è più”.
“Gli amici vanno e vengono”.
“Sì, ma lui non tornerà più...”.
“Morto un Papa se ne fa un altro”.
“E' vero, ma non potrò mai scordare tutto quel sangue, quegli urli”.
“Oh cazzo amico, l'hai fatta grossa”.
“Ormai sono passati anni. Tutto perché non mi dette ragione. Se tutti fossero accondiscendenti come te. Se almeno Alfredo lo fosse stato...”.
“Ti capisco, ti capisco, anche io voglio sempre avere ragione. Ora ti saluto. E' stato un piacere amico. Non presentiamoci, rimaniamo così, nell'oscurità di una pisciata in compagnia, almeno questo ricordo rimarrà immacolato. Ti saluto amico”.
“......”.
Sentii dei singhiozzi, o almeno è quello che ricordo. Uscendo dal bagno fui punto da una zanzara.
Mi resi conto di essere ancora nel mondo dei vivi. Avevo sentito dolore. Ero vivo.
Andando al bancone ordinai il decimo bicchiere di vino, lo iniziai a sorseggiare lentamente e il rosso liquido divino mi fece capire molte cose. Era il vino che mi aveva salvato. Da sobrio avrei trattato quello sconosciuto frettolosamente, lo avrei liquidato in pochi secondi e probabilmente sarei finito morto stecchito in quel bagno. Sì, il vino mi aveva salvato. Presi il cellulare e chiamai gli sbirri. Non ero un infame, ma in quel momento mi sembrò la cosa giusta da fare.
Uscendo pensai al peso che mi trascinavo dietro, ai miei fallimenti che non sarebbero entrati neanche in una cisterna enorme, sarebbero straboccati da ogni parte. Ripensai alla mia vita, ma questa è un'altra storia.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 12 maggio 2014

CINEMA: "LOCKE - Steven Knight"

Siamo in una macchina, e ci rimarremo per il resto del viaggio.
Ivan Locke (uno straordinario Tom Hardy) è al volante, guida come un ossesso verso una meta inizialmente a noi ignota. Inizialmente, perché durante il viaggio le carte verranno svelate. Locke è un ingegnere, lavora a stretto contatto col cemento, ha una famiglia apparentemente felice, due figli e una moglie che lo aspettano a casa per la partita. Ogni telefonata fatta o ricevuta da Ivan ci svela tasselli della storia: tensione, sentimenti contrastanti e fantasmi che ritornano si ammassano l'uno sopra l'altro chilometro dopo chilometro, costruendo un palazzo di incertezze pronto a crollare. Come il lavoro di Ivan  la più grande colata di cemento della storia – che rischia di andare a puttane perché Ivan non può più aspettare. A Londra c'è un bambino in procinto di nascere, il figlio nato da un errore – come ripeterà più volte il protagonista – durato una sola notte, consumato con un'amante che non ama. Anche il cemento non può aspettare, ci sono milioni in ballo, quindi Locke deve coordinare l'operazione al telefono, non può tirarsi indietro, non quando si tratta di cemento, non quando si tratta della sua vita.
Steven Knight, regista di talento, ma sopratutto sceneggiatore intelligentissimo (La promessa dell'assassino) mette in scena un dramma claustrofobico, che a differenza di Buried  suo predecessore nel genere – oltre che per la sapienza registica si distingue per una storia che sa emozionare, merito della grandissima performance di Tom Hardy, che per 80 minuti ci tiene incollati allo schermo, allacciati alla sua cintura, in attesa di scoprire i tanti perché della storia.
Ivan Locke è come in un confessionale, ci svela le sue inquietudini e combatte col fantasma di un padre che lo ha abbandonato, ma lui no, lui ha cercato di ripulire il nome dei Locke, lui sarà presente per il suo nuovo figlio  anche se nato da uno sbaglio – a costo di perdere il lavoro, a costo di perdere la sua vecchia vita, che minuto dopo minuto si incrina e scricchiola come le fondamenta di un palazzo costruito male; ma Ivan, uomo solido come il cemento che tanto adora, continuerà la sua corsa, guardando dritto davanti a sé.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 10 maggio 2014

ARTE: "CORNICE - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".