sabato 17 maggio 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo 1)


di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 16 maggio 2014

NEWS: "RICCHI SEMPRE PIU' RICCHI. "IT'S THE ECONOMY, STUPID!""





E’ nata una nuova “superstar” tra gli economisti. Curioso è che non si tratti di qualche “capoccione” del MIT o di Harvard, ma di un francese noto più per le sue percosse alla ex-moglie, ora attuale ministro della cultura francese, che per i risultati accademici conseguiti. Almeno fino ad ora. Il suo nome è Thomas Piketty, studioso del vecchio continente che ha letteralmente conquistato il mondo accademico ed il dibattito economico come non accadeva dagli anni di Keyens. Le Capital au XXIe Siécle, sta facendo su Amazon vera e propria incetta di prenotazioni e l’autorevole The Economist ironizza sulla sua fama con un articolo dal titolo “Bigger than Marx”.
Ed è proprio prendendo spunto da Marx e dalla sua tesi di un accumulo infinito del capitale che Piketty “narra” di una “storia” dal potere quasi rivoluzionario. Nell’opera infatti, con tanto di dati e formule alla mano, lo studioso giunge a provare come nei sistemi capitalistici moderni per una legge “meccanica”, quasi “di natura”, i ricchi stiano divenendo, e diventeranno, sempre più ricchi. La disuguaglianza sociale continuerà inesorabile ad aumentare e i valori di giustizia sociale su cui poggiano le società democratiche saranno in futuro seriamente minacciati. Il meccanismo descritto dall’economista francese sembra poi talmente invincibile che i critici più liberisti hanno semplicemente concluso come, nel mondo di Piketty, i capitalisti non debbano sentirsi troppo in colpa. Non dipende da loro se diventano sempre più ricchi, “it’s the economy, stupid”.
Per spiegare in parole povere cosa sta accadendo, secondo il teorico francese il ritmo di crescita della produzione industriale (sintesi del concetto di “economia reale”) nel lungo periodo non supera mai in maniera significativa un valore annuo pari a 1-1.5% in termini reali. E a fronte di un aumento del PIL intrinsecamente debole, il rendimento dei capitali finanziari e patrimoniali corre molto più rapidamente:
"La rendita media del capitale è del 4-5% all'anno […].Di conseguenza, come nella prima fase del capitalismo ottocentesco, oggi il rendimento del capitale è più elevato della tasso di crescita. E questa situazione scava sempre di più le disuguaglianze patrimoniali. Il capitale si riproduce da solo molto più rapidamente della crescita economica, e i ricchi diventano sempre più ricchi".
In passato, un altro economista ci aveva invece convinto del contrario. Simon Kuznets sosteneva, infatti, come il divario tra classi abbienti e meno abbienti tenda a ridursi durante le fasi di sviluppo economico. A sostegno di una tale tesi, lo studioso faceva notare come dal 1913 al 1948 la quota del reddito prodotto facente capo al segmento della popolazione USA più abbiente era diminuita di circa il 10%. Controbatte, invece, Piketty propugnando come il vero motivo trainante quella redistribuzione siano state le due guerre mondiali, fenomeni traumatici e veri “bilanciatori” della differenza tra ricchi e poveri di quel periodo.
Evidente è quindi come venga colpita al cuore quell’ipotesi di autoregolazione del sistema economico, spesso bandiera dei sostenitori del libero mercato a tutti i costi e in tutte le occasioni:
"Non esistono soluzioni naturali. Il sistema da solo non riduce le disuguaglianze. L'errore dei liberali è di credere che la crescita da sola possa risolvere ogni problema, favorendo la mobilità sociale. In realtà non è così. Le disuguaglianze restano e anzi si accentuano.”
Torna quindi a bussare (o almeno dovrebbe farlo) prepotentemente alla porta “Politica” per riappropriarsi del suo primato sull’economia ad oggi perduto:
"Il mercato e la proprietà privata hanno certamente molti aspetti positivi, sono la fonte della ricchezza e dello sviluppo, ma non conoscono né limiti né morale. Tocca alla politica riequilibrare un sistema che rischia di rimettere in discussione i nostri valori democratici e di uguaglianza.”

Dal Financial Times fanno però notare che Piketty ci ha spiegato tutto tranne perché la disuguaglianza è così disdicevole. Il filosofo John Rawls sosteneva infatti che un certo tasso di disuguaglianza fosse accettabile purché ne traessero beneficio anche gli ultimi della scala sociale (e mi aggiungo a coloro che appoggiano tale visione). Su questo ammetto ci possa esser da ridire, ma di sicuro le teorie dell’economista francese sono arrivate al momento giusto: dopo sette anni di crisi, in tutto il mondo gli economisti tirano un sospiro di sollievo. Finalmente c’è una nuova narrazione che spiega cosa sta accadendo: i ricchi che si arricchiscono, i politici che non fanno abbastanza politiche re-distributive, gli imprenditori che non investono nell’economia reale, le banche che non prestano perché meno profittevole. E sono tutti assolti.

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

martedì 13 maggio 2014

LETTERATURA: "IN VINO VERITAS"





Ero in una delle peggiori baracche sputa alcool della zona. Entrando sentii come un odore di marcio, un odore di sangue e sudore, ma non mi scoraggiai e tirai dritto fino al bancone.
Alla mia destra un vecchio canuto mi scrutava quasi fossi un alieno. Continuava a fissarmi e alternava occhiatacce a sputi a ripetizione centrando il più delle volte una sputacchiera sotto il bancone.
“Esistono ancora?” chiesi all'uomo.
“........”.
“Pensavo esistessero solo nei vecchi film. In quei western in cui la vita è tutta sputi e pallottole”.
“..........”.
Troncai la conversazione. Mi sembrava di essere stupido insistendo in quella conversazione surreale. Ordinai un bicchiere di vino.
“Rosso o bianco?”.
“Rosso” risposi frettolosamente.
“Che tipo di rosso preferisce?” chiese il barista.
“Qualsiasi...purché nobiliti il mio animo”.
“Allora ho quello che ci vuole” rispose con un sorrisetto che sembrò sfumare nel diabolico.
In verità ero un grande intenditore di vini, ma quando varcavo quella soglia, avvolto dal buio della notte, non facevo grandi distinzioni, mi scollegavo completamente dal mondo reale, dal mio lavoro, entravo in quel Paradiso Inferno che distillava il mio spirito rendendolo forte, ma allo stesso tempo mi riduceva a una pezza da piedi. Mi infischiavo di tutto ciò. Giudizio della gente? Puah, roba da benpensanti.
Al secondo bicchiere incrociai gli occhi di una mora niente male. Mi superò dopo una rapida occhiata come se niente fosse, come se fossi un fantasma. Volevo maledire la sua sagoma che si allontanava lentamente; ma la guardai ancheggiare fino all'ultimo tavolo del locale.
Guardandomi intorno vidi che non ero messo poi così male. Casi umani dalla a alla z si aggiravano silenziosi come lucertole. Mi immaginai ciascuno di loro con un enorme peso da portare appresso.
Il vecchio che sputava aveva un enorme zaino da campeggiatore che reggeva a malapena; dentro probabilmente portava tutti i suoi peccati, tutti i suoi segreti, e così tutti gli altri. Il più curioso era un uomo sulla quarantina che annaspava a destra e a sinistra con una sorta di carriola. Sembrava pesantissima, cercai di guardare più a fondo e pensai che fosse ricolma di ingordigia, ma forse fu solo una facile deduzione, vista l'enorme pancia che si portava dietro
Avrei voluto saper scrivere. Tutte quelle occasioni, tutti quei soggetti che albergavano all'interno delle mie sortite notturne. Michele il pazzo, che aveva così tanti tic da poterli catalogare. Gianni il ladro. Ah, Gianni era il mio preferito. Era un ladro caritatevole, rubava ai ricchi, ma non per dare ai poveri, solamente per allargare il suo portafogli. Che stupendo personaggio sarebbe stato per un romanzo. Un ladro che per derubare i ricchi affitta di volta in volta uno smoking che lo trasformi in un perfetto gentleman, un ladro in borghese, rasato e ripulito dalla testa ai piedi che si impegnava nell'arduo compito di riequilibrare gli squilibri sociali, o almeno i suoi.
Dopo il quarto bicchiere sentii che avevo bisogno di una donna. Uscivo spesso da solo, ma cercavo sempre un po' di compagnia, cercavo una donna che mi potesse far sentire meno solo, che mi potesse far sentire un vincitore in un mondo di sconfitti, almeno per una notte.
Mi guardai intorno. Niente di niente. Esclusa la mora che mi aveva snobbato rimaneva soltanto Barbara, una signora minuta che setacciava tutti i bar della zona per ore ed ore. Se ne stava zitta a guardare, a muovere la testa verso ogni dove, sembrava aspettare qualcosa. Farfugliava parole senza senso di giorno in giorno. Solo dopo anni scoprii da un ragazzo che la piccola Barbara aspettava il marito. Un marito morto, chiuso in un ricordo che aveva perpetuato all'infinito, perdendosi al suo interno, in quel labirinto di dolore che la faceva illudere che prima o poi sarebbe arrivato, che prima o poi sarebbe tornato, e tutto si sarebbe finalmente aggiustato. Non successe mai. Barbara stette diciannove anni ad aspettare, senza rendersi conto che accanto a lei il mondo continuava a cambiare, la ruota continuava a girare. Quando andavo in collera sputavo ai quattro venti offese e calunnie di ogni tipo. La più gettonata rimaneva sempre: “Diventerai come Barbara, sì, spero proprio ti succeda lo stesso”. In verità, da lucido, riflettevo sempre sulle mie parole e mi rendevo conto che nessuno si sarebbe meritato tanto, nemmeno il mio peggior nemico. Ma l'alcool spesso mi faceva dire cose che non pensavo; sì era l'alcool il motore di tutto.
Dopo il sesto bicchiere una zanzara cominciò a girarmi intorno, volteggiava qua e la quasi in segno di sfida. La guardai. Le lanciai un'occhiata da pistolero. Se ne andò come intimorita dal mio atteggiamento; ma probabilmente aveva capito che il mio sangue era guasto, come la mia vita. Continuai a sorseggiare il bicchiere di vino pensando che se l'era data a gambe per via dello sguardo da pistolero.
I bicchieri di vino si ammassavano uno dietro l'altro alzando la temperatura piano piano.
Il calore, lo stordimento da alcool, le immagini di tutti quei bagagli che la gente si portava appresso mi fecero pensare di essere all'Inferno. Ecco spiegato l'odore di sangue e sudore.
Non potevo crederci, ero morto e non me n'ero reso conto? No, non poteva essere reale, niente di tutto quello poteva essere reale. Mi alzai un po' scosso. Il nono bicchiere mi aveva steso.
Andando in bagno urtai diversi tavoli sulla mia strada. Entrando mi guardai allo specchio. Un morto vivente. Come ero potuto arrivare a tanto? Ero verde, o forse giallo, non distinguevo bene le sfumature che mi aveva lasciato l'alcool addosso dopo tutti quegli anni. La vescica iniziò a chiedere pietà. Entrai in uno dei bagni. Sbattei contro la porta.
“Un po' sbronzo eh!?” disse una voce dal bagno accanto.
“Più morto che vivo”.
“E' il compromesso giusto. La sera leoni e la mattina dopo coglioni, no?”.
“Più o meno”.
“Mi stai simpatico”.
“Ma se non ci vediamo nemmeno”.
“Sì è vero, ma a pelle...”.
“Qui di pelle ne vedo tanta...ma nella mia mano...”.
“Vedi che avevo ragione. Dai confidenza agli sconosciuti. Sei uno a posto”.
“Ok, amico. Stasera crederò a tutto ciò che mi dirai. Quindi sì, sono a posto e ho anche un certo senso dell'umorismo” risposi abbottonandomi i pantaloni.
Mi misi a sedere sulla tazza del cesso. Ero troppo sbronzo, dovevo riprendermi qualche minuto.
“Ehi amico, sei ancora lì?” chiese la voce.
“Certo amico. Ti sento forte e chiaro e tu?”.
“Certo che ti sento, ho fatto io la prima domanda”.
“Scherzavo amico, scherzavo. Non è che questo che si fa fra amici?”.
“Puoi dirlo forte. Avrei pagato per avere amici come te”.
“Cazzo amico così mi commuovi”.
“Piangi pure, tanto da qui non ti vedo”.
“Ci sarebbe davvero da piangere, ma preferisco bere”.
“Una massima di tutto. Se a casa non mi è passata di mente giuro che la scrivo”.
“Bravo, diffondi il verbo, che magari creiamo un esercito di nottambuli”.
“Sei forte amico, se anche Alfredo fosse stato così accondiscendente...”.
“Chi cazzo è Alfedo?” chiesi a botta sicura.
“Era il mio migliore amico”.
“E ora?”.
“Abbiamo avuto una feroce discussione e ora non c'è più”.
“Gli amici vanno e vengono”.
“Sì, ma lui non tornerà più...”.
“Morto un Papa se ne fa un altro”.
“E' vero, ma non potrò mai scordare tutto quel sangue, quegli urli”.
“Oh cazzo amico, l'hai fatta grossa”.
“Ormai sono passati anni. Tutto perché non mi dette ragione. Se tutti fossero accondiscendenti come te. Se almeno Alfredo lo fosse stato...”.
“Ti capisco, ti capisco, anche io voglio sempre avere ragione. Ora ti saluto. E' stato un piacere amico. Non presentiamoci, rimaniamo così, nell'oscurità di una pisciata in compagnia, almeno questo ricordo rimarrà immacolato. Ti saluto amico”.
“......”.
Sentii dei singhiozzi, o almeno è quello che ricordo. Uscendo dal bagno fui punto da una zanzara.
Mi resi conto di essere ancora nel mondo dei vivi. Avevo sentito dolore. Ero vivo.
Andando al bancone ordinai il decimo bicchiere di vino, lo iniziai a sorseggiare lentamente e il rosso liquido divino mi fece capire molte cose. Era il vino che mi aveva salvato. Da sobrio avrei trattato quello sconosciuto frettolosamente, lo avrei liquidato in pochi secondi e probabilmente sarei finito morto stecchito in quel bagno. Sì, il vino mi aveva salvato. Presi il cellulare e chiamai gli sbirri. Non ero un infame, ma in quel momento mi sembrò la cosa giusta da fare.
Uscendo pensai al peso che mi trascinavo dietro, ai miei fallimenti che non sarebbero entrati neanche in una cisterna enorme, sarebbero straboccati da ogni parte. Ripensai alla mia vita, ma questa è un'altra storia.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 12 maggio 2014

CINEMA: "LOCKE - Steven Knight"

Siamo in una macchina, e ci rimarremo per il resto del viaggio.
Ivan Locke (uno straordinario Tom Hardy) è al volante, guida come un ossesso verso una meta inizialmente a noi ignota. Inizialmente, perché durante il viaggio le carte verranno svelate. Locke è un ingegnere, lavora a stretto contatto col cemento, ha una famiglia apparentemente felice, due figli e una moglie che lo aspettano a casa per la partita. Ogni telefonata fatta o ricevuta da Ivan ci svela tasselli della storia: tensione, sentimenti contrastanti e fantasmi che ritornano si ammassano l'uno sopra l'altro chilometro dopo chilometro, costruendo un palazzo di incertezze pronto a crollare. Come il lavoro di Ivan  la più grande colata di cemento della storia – che rischia di andare a puttane perché Ivan non può più aspettare. A Londra c'è un bambino in procinto di nascere, il figlio nato da un errore – come ripeterà più volte il protagonista – durato una sola notte, consumato con un'amante che non ama. Anche il cemento non può aspettare, ci sono milioni in ballo, quindi Locke deve coordinare l'operazione al telefono, non può tirarsi indietro, non quando si tratta di cemento, non quando si tratta della sua vita.
Steven Knight, regista di talento, ma sopratutto sceneggiatore intelligentissimo (La promessa dell'assassino) mette in scena un dramma claustrofobico, che a differenza di Buried  suo predecessore nel genere – oltre che per la sapienza registica si distingue per una storia che sa emozionare, merito della grandissima performance di Tom Hardy, che per 80 minuti ci tiene incollati allo schermo, allacciati alla sua cintura, in attesa di scoprire i tanti perché della storia.
Ivan Locke è come in un confessionale, ci svela le sue inquietudini e combatte col fantasma di un padre che lo ha abbandonato, ma lui no, lui ha cercato di ripulire il nome dei Locke, lui sarà presente per il suo nuovo figlio  anche se nato da uno sbaglio – a costo di perdere il lavoro, a costo di perdere la sua vecchia vita, che minuto dopo minuto si incrina e scricchiola come le fondamenta di un palazzo costruito male; ma Ivan, uomo solido come il cemento che tanto adora, continuerà la sua corsa, guardando dritto davanti a sé.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 10 maggio 2014

ARTE: "CORNICE - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 9 maggio 2014

NEWS: "IO STAVO COL LIBBANESEEE"




Era un giovedì. Avevo appena finito di lavorare dopo una giornata a metà tra l’intenso e il noioso. Guidavo verso casa mentre il traffico di Roma intorno a me impazziva in un ruggito di smog. Per non pensare a quel caos in stile ora di punta a Bangkok, ascoltavo un po’ di sano rock da una cuffia infilata sotto il casco. Arrivato all’altezza di piazza della Repubblica e superata la fontana al centro di questa – con connessa attivazione della modalità di guida ‘occhio al Sanpietrino’ – un capannello di persone catturò la mia attenzione. C’erano uno stand, delle luci colorate e cartelloni con su stampate le facce di alcuni brutti ceffi. Poi finalmente lessi la maxi scritta e capii di cosa si trattava: era la presentazione ufficiale di Gomorra – La Serie. Inorridito riaccesi il motorino e diedi gas. Una serie di pensieri si erano accumulati confusamente nella mia testa e non riuscii a dargli forma fino a qualche giorno dopo quando, durante una conversazione sull’argomento, esclamai epifanicamente: “Ma cosa stanno facendo alla nostra povera Italia?!”.

 La serie conterà ben 12 puntate di un’ora ciascuna. Sky ambisce, con la sua seconda serie lunga, a replicare il successo ottenuto con Romanzo criminale sia in Italia che all’estero – il progetto è già stato venduto alla tv statunitense TWC che pensa ad un remake dal titolo Gomorrah. La regia è stata per questo affidata a Sollima, collaudato regista di Romanzo criminale. Il cast, come già fatto da Matteo Garrone, utilizza un mix di attori professionisti e altri presi dalla strada ed ha già ricevuto svariate recensioni positive. Infine, come si evince anche dal trailer, alla stesura dei copioni ha partecipato nientepopòdimenoche Roberto Saviano – probabilmente in skype-call mentre saltava da una funivia all’altra per fare perdere le proprie tracce.
 
Alla luce di questa breve intro, l’italiano medio starà pensando: “Ma non ci rompere i coglioni e lasciaci vedere ‘sta serie in santa pace!”. Anche io, alcuni giorni, sogno di essere te mio caro italiano medio ma non questa volta. Perché non devi vedere questa serie e perché avevi diritto a vedere Romanzo criminale? Ti dico i primi tre motivi che mi vengono in mente.

  • Artisticamente parlando, la scena italiana è cristallizzata in una sorta di paralisi da tanto, troppo tempo. E, per ovviare a questo problema, si vende l’usato garantito con monetizzazione certa: gli stereotipi italiani. Pizza e mandolino, autoironia sull’italiano all’estero (penso immediatamente a Paolo Ruffini – bello mio, ma non potevi restare a Livorno a doppiare James Bond invece di fare quelle cahate di film?!) e l’immancabile criminalità organizzata. Inutile precisare che Gomorra – La Serie appartiene all’ultima categoria. Tuttavia, il problema è questa volta amplificato dal fatto che si vanno a rievocare, ed ulteriormente sviscerare, un libro e un film che hanno avuto fama mondiale – milioni di copie vendute ovunque nel mondo per il primo e il premio della giuria di Cannes al secondo – e che, sebbene abbiano attirato l'attenzione internazionale sul problema della camorra, hanno collateralmente fatto male al Bel Paese ingigantendo oltre misura il fenomeno della mafie. Non credo che sia quello che ci vuole all'Italia e, in particolare, non credo che sia quello che ci vuole al povero popolo napoletano e più in generale al sud Italia. Non sorprende il fatto che a Napoli abbiano più volte provato ad impedire le riprese della serie – che, chissà perché, non è stata girata a Scampia – e che siano spuntati cartelloni di protesta a giro per la città con su scritto “Gomorra su Sky per l’interesse di pochi… altra “MERDA” sul popolo napoletano … e la politica se ne frega! VERGOGNATEVI TUTTI!”.
  • Romanzo criminale parlava di un passato recente ma sufficientemente lontano per non poter fare male. La Banda della Magliana terrorizzava Roma, nell’ambizioso tentativo di “provare a pijarsela come mai nessuno aveva fatto prima”, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Inoltre si fa esplicito riferimento alla collusione dello Stato con la criminalità organizzata – collusione ovviamente morta e sepolta a quell’epoca, con successiva cancellazione di ogni numero dalla rubrica da parte dello Stato! Dunque, vi è una verosimile prospettiva storica e un’indiretta condanna dello Stato degli anni di piombo. Gomorra invece parla di una guerra in corso. Parla di giovani senza speranza che hanno la sola colpa di essere di Scampia (o di Napoli, spesso fa lo stesso) per essere additati come ‘camorristi’.
  • Dulcis in fundo, questo show non s'ha da fare perché mi ricordo bene di come Romanzo criminale comportò una smisurata eroizzazione dei suoi personaggi. C’era sempre un Dandy o un Freddo di turno. A volte c’era addirittura chi s’accontentava di esser Scrocchiazeppi, sognando le cosce della calda e adultera moglie di questo – ovviamente c’era anche chi si beccava la tipica offesa “Aò, statte zitto Ranocchia!”. Eravamo sempre pronti a sfoggiare un accento romano e a fare battute ispirate all'ultimo episodio. I nostri stereo si erano riempiti di canzoni italiane datate pure per i nostri genitori come ‘Tutto il resto è noia’ e ‘Lilly’. A quanto pare, a Roma in particolare, il fenomeno ebbe un impatto ben più consistente sui più giovani che, sempre per imitare la serie, andavano a scuola con un coltellino nel taschino come se niente fosse. Dunque, alla luce di quanto sopra mi chiedo, si vuole veramente eroizzare dei camorristi in guerra per il dominio del mercato nero?
La serie è già iniziata, quindi mio caro italiano medio, a meno che tu non decida di ascoltarmi, non serviranno a molto. Posso solo immaginare che, se anche questa serie sarà un successo, le ricerche di mercato di Sky porteranno a fare una serie su Genny ‘a Carogna (tra l’altro uno dei personaggi principali de La Serie, si chiama proprio Genny) e un reality show su Fabri Fibra che si picchia con Vacca. Mi raccomando non perderteli!
Io stavo col Libanese, e penso che ci rimarrò.

di IT per la rubrica "NEWS".

giovedì 8 maggio 2014

MUSICA: "FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING - Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra"



Dico subito una cosa: questi sono 50 minuti (circa) scioccanti, stupefacenti, quasi indimenticabili. E’ difatti con immenso stupore che termino l’ascolto del nuovo album dei Thee Silver, quasi mi fossi dimenticato le loro origini prestigiose. Difatti il gruppo è un progetto parallelo dei Goodspeed You! Black Emperor, band che a cavallo tra gli anni novanta e duemila ha sfornato diversi capolavori del post rock (se così si può definire), sfiorando la perfezione dei Mogwai e in alcuni casi andando anche oltre. Una perfezione calma ed oscura, una perfezione prevalentemente sfuggevole. Sì, proprio così. Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere il gruppo canadese, userei proprio questo, sfuggevoli. Sfuggevoli perché lasciano sempre interdetti, stupiscono sempre, e difficilmente si riesce a capirli al primo ascolto. C’è sempre qualcosa che (s)fugge tra le loro note, confondendo critici e non solo. Non hanno un genere, e neanche vogliono averlo. Post-rock, progressive, noise? Hyper-blues, punk-ambient, cosa sono? Ma alla fin fine cosa importa? Perché cercare di classificare l’arte? Perché cercare di dare un senso a tutto? Quando cominciai a scrivere recensioni musicali per il cARTEllo avevo alcuni dubbi, non ero proprio convinto. I dubbi erano morali, da vero amante della musica e di tutte le arti. Erano i dubbi di chi odia i critici, e chi cerca di etichettare qualsiasi cosa. Erano i dubbi di chi odia l’ordine delle hit e delle classifiche a favore del caos disordinato dell’underground, di chi se ne sbatte di avere un ottimo voto sulle riviste e pensa solo a produrre ottima arte. Dubbi anche derivanti dalla paura, paura di diventare appunto ciò che odio, un critico. E, quando ascolto album del genere, i dubbi tornano. Perché tutto ciò è inclassificabile, trasparente, si può dire che questa sia musica proveniente dall’anima. Anima, quanto di più sfuggevole esista. Musica dal peso specifico di 21 grammi, musica intangibile. E così viene quasi voglia di non parlarne, solo di ascoltarla. Potrei scrivere di Fuck Of Get Free, stupenda suite che si scatena per otto minuti per poi attorcigliarsi su una conclusione che ricorda i PIxies più scatenati. Potrei scrivere di Austerity Blues, un rock di matrice blues che li avvicina a dei Led Zeppelin degli anni 2000, oppure del furore di Take Away These Early Grave Blues ( una traccia che spazza via ogni atomo di calma quotidiana). E che dire della stupenda Little Ones Run, che arriva dopo mezz’ora di pura adrenalina a portare un piccolo senso di pace, pace che è solo apparente nella successiva What We Loved Was Not Enough, monumentale riassunto di un epoca marchiata alt-rock. Infine tutto si conclude con Rains Thru The Roof Of The Grand Ballroom, psicotica, psichedelica e noise, toccante come un addio. Addio che si compie con la fine della stessa. Potrei stare altre due o tre pagine a parlare di questo album, tentando di dare un senso a questo miscuglio di generi, a questo capolavoro inaspettato che spunta improvviso candidandosi come miglior album del 2014. Ma cerco di essere coerente e non lo faccio, mi sto già sentendo troppo critico e come detto prima ciò mi spaventa. Resto all’iniziale senso di stupore che mi ha lasciato quest’opera e mi affido a gruppi come i Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, che fortunatamente continuano a emozionare (sfuggendo alle classificazioni). Nella vita c’è chi critica e chi viene criticato. Io sarò sempre dalla parte dei secondi. Buon ascolto.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".