(Link al capitolo 6)


Il
giorno della festa era finalmente arrivato, tutti si aspettavano un
qualcosa di grande, e la tensione che aleggiava nell'aria faceva
presagire che sarebbe stata una serata indimenticabile.
Jessy
e Camille il giorno prima furono incaricate di reclutare qualche
bella donzella.
“Ehi
Jess” disse Jo al telefono.
“Bzzrzzzozzz”.
“Ehi
Jess, mi senti?”.
“Sì,
ora ti sento forte e chiaro. Questo cazzo di telefono...lo odio”.
“Ho
un compito per te. Devi convincere un gran numero di troie, troiette
e surrogati vari a venire alla festa”.
“Come
siamo volgari...”.
“Sono
sincero, volgare è un'altra cosa. Insomma? Ci stai?”.
“E
io cosa ci guadagno?”.
“Il
mio rispetto!?”.
“Il
tuo rispetto vale come una gomma da masticare”.
“Troia”.
“Riattacco”.
“No,
no, Jess, scusa, ti supplico, sei l'unica in grado di farlo”.
“Mmm...due
centoni e avrai una quantità di passera che ti rimarrà impressa per
un bel po'...almeno fino a quando non tirerai le cuoia, e non pensare
che manchi così tanto...” disse Jessy punzecchiando Jo dall'altro
capo della linea.
“Troia”.
“Trovatele
da solo delle donzelle disposte a venire a una festa di tossici...con
la tua faccia, e sopratutto con quella di Rob, voglio proprio vedere
cosa ne verrà fuori. Una festa popolata da casi umani: eroinomani,
tisiche, alcolizzate, narcolessiche, zoppe, un bel circo...non vedo
l'ora”.
“Cazzo
Jess, scusa. Ti darò i duecento”.
“Trecento”.
“Brutta
trrr...Ok, ci sto” rispose Jo con le vene tappate di rabbia.
“Ok,
patto sancito. Ci becchiamo domani. Penserò a come spendere i tre
fogli da cento”.
Jo
si chiese come fosse possibile che quella donna famelica riuscisse a
vincere tutte le battaglie che si presentavano di giorno in giorno.
Era un demonio, una bomba ad orologeria pronta a esplodere da un
momento all'altro. Nessuno poteva salvarsi da Jess, almeno per ora.
Jess
avrebbe dovuto impegnarsi molto, aveva un solo giorno a disposizione,
ma i trecento che già si pregustava le conferivano una forza degna
di un conquistatore.
“Ehi
Rob, è venerdì. Sai che succede stasera, vero?” chiese David al
telefono.
“No.
Che cazzo succede amico? E' morto qualcuno?”.
“Dai
Rob, non fare il cazzone, c'è la festa amico, la festa”.
“Porca
puttana, la festa, me n'ero scordato”.
“Sei
completamente fuso”.
“Che
ore sono?”.
“Le
dieci”.
“Cazzo
le dieci, scusa David, non ce la farò mai”.
“Non
dire cazzate Rob, c'è una valanga di tempo ancora”.
“A
che ora inizia la festa?”.
“Penso
verso le dieci e trenta”.
“O
cazzo, o cazzo, non ce la farò mai, non ce la farò mai”.
“Calmati
amico”.
“Mezzora,
solo mezzora. Ce la posso fare, sì Rob ce la puoi fare”.
“Sei
proprio fuori. Da quando ti sei dato alla terza persona?”.
“Dai
Rob, dai che ce la fai”.
“Sei
matto come un cavallo. Sono le dieci di mattina, adesso. Oh pazzo!”.
“Fiuuu.
L'ho scampata bella amico”.
“Hai
dodici ore, fatti una doccia, ficcati due dita in gola, vomita tutta
la merda che hai ingurgitato ieri notte e mangia qualcosa”.
“Grazie
mammina, come sei premurosa...la merenda per la scuola me l'hai
preparata?”.
“Pazzo”.
“Fiacco”.
“Fiacco
io? Stasera lo vedrai, grazie a me sarà una festa galattica”.
“Grazie
a te? Guarda che la tua presenza da sola non basta di certo a
ravvivare la festa. Non hai di certo un gran bel paio di tette”.
“Vedrai,
vedrai” disse David riattaccando e scomparendo nel mistero.
“Che
cazzo avrà voluto dire con quel vedrai?” si chiese Rob incuriosito
a morte.
Le
lancette del tempo giravano velocemente verso la meta. Tutti, tranne
Rob, si impegnavano per la ricerca di qualche povero cristo che
avrebbe dipinto e popolato la loro festa. Sì, quella era la loro
festa, e doveva venire una cosa colossale, da scrivere negli annali e
quindi la presenza di belle ragazze e sballati vari era essenziale;
senza, tutto sarebbe andato a rotoli.
Ore
15: 23
Camille
e Jessy camminano per strada, la prima sembra aver paura di qualcosa,
lo sguardo dimostra insicurezza, paura di sbagliare, ma anche la
camminata non è delle più tranquille in quanto uno sgambettare
frenetico la fa schizzare a destra, a sinistra e davanti a Jess senza
un attimo di pausa.
“Eh
cazzo, fermati un po'” disse Jess sbottando su Camille.
“Scusa.
E' che sono in ansia per la festa. E' che avevi...”.
“Sì,
sì, lo so, avevo promesso a Jo che avrei popolato la festa di così
tanti culi che non si sarebbe più vista la differenza fra un
bordello e la casa di Rob. E' vero, forse ho esagerato. Ma che ci
posso fare se le donne mi odiano?”.
“Io
non ti odio”.
“Camille,
lascia perdere”.
“Mancano
poche ore alla festa e siamo riuscite a convincere solo una manciata
di ragazze”.
“Tranquilla,
magari qualcuna di quelle non interessate alla fine cambierà
idea...”.
“Lo
escludo a priori”.
“Perché?”.
“Le
hai offese dalla prima all'ultima, una l'hai addirittura rincorsa”.
“E
che dovevo fare? Quella ha fatto l'arrogante”.
“Ha
solo detto che non va alle feste di sconosciuti”.
“Ecco,
appunto. Mi sono sentita offesa”.
“Mah...”.
“Comunque...pace,
tanto, diciamocelo sinceramente, cosa volevi aspettarti da una festa
organizzata in quel letamaio?”.
“Lo
so...magari ha pulito”.
“Chi?
Rob? Ah ah ah, quello al posto dei quadri ha riviste porno, dai su,
Camille non credere alle favole”.
“Do
a tutti una speranza”.
“Tempo
perso, vabbè andiamo, tanto vale provare un ultimo giro di boa”.
“Ok”
Ore
15:34
Le
due scompaiono all'orizzonte e con loro si allontana anche una
flebile speranza di riuscita della festa.
Ore
18:01
Jo
si sta rilassando nella vasca con tanto di radio e champagne di
ottima qualità. Le sue aspettative per la festa sono enormi.
D'altronde ha speso ben trecento bigliettoni per movimentarla.
D'altronde ha incaricato Jessy di questo enorme fardello. Ma si sa,
Jessy è Jessy, chi può dirle di no? La bellezza di 87 ragazze in
meno di ventiquattrore! Ma ritorniamo a Jo. E' lì beato che si
rilassa, quando il telefono squilla.
“Ehi
Rob, che c'è? Ansioso per stasera?”.
“Sì,
non sto più nella pelle”.
“Vedrai
quando arriveranno orde di pollastre”.
“Orde?”.
“Sì
amico, decine e decine di pollastre tutte per noi”.
“Sei
pazzo?”.
“Chi
lo sa...ho speso trecento bigliettoni per far sì che questa festa
funzioni, fai un po' te...”.
“Cazzo
amico, ti amo”.
“Ehi,
ehi, ehi...piano con le parole, lo sai, ti voglio bene, ma non sei
proprio il mio tipo”.
“Cazzone”.
“Alle
otto sarò da te”.
“Ok,
a dopo”.
Ore
18:03
I
due riattaccano il telefono, sembrano due bambini il giorno di
Natale, impazienti di scartare i nuovi regali, impazienti di mettere
le mani su delle belle pollastre.
Finalmente
era arrivata l'ora dell'appuntamento. Rob gesticolava come un ossesso
camminando su e giù per la casa. Era in paranoia, panico da
prestazione; voleva che fosse tutto perfetto. Era la sua casa e aveva
giurato a se stesso che sarebbe stata una serata leggendaria. Iniziò
a pensare a cosa avrebbe potuto dire, a quali drink avrebbe potuto
servire, fino a quando la sua divagazione passeggera si fermò sul
suo chiodo fisso; la droga. “Potrei spararmi un po' di ero, o
magari una striscia di...”.
Driiiin,
driiin.
“Arrivo,
arrivo” disse Rob catapultandosi ad aprire.
Fuori
c'erano tutti Avevano fissato alle otto spaccate, ed eccoli lì,
puntuali come un orologio svizzero. Niente male per una banda di
sbandati!
“E'
uno splendore” dissero tutti all'unisono quando Rob aprì la porta.
Nessuno
poteva crederci. Rob aveva pulito tutto da solo. Lasciò i suoi amici
a bocca aperta; non una rivista pornografica a giro, niente mozziconi
sui tavolini e stranamente niente macchie bianchicce a tappezzare il
divano.
Il
miracolo era avvenuto, quel venerdì sarebbe stato indimenticabile:
Rob aveva pulito casa.
Jessy
iniziò a sentirsi in colpa, aveva preso sulle spalle un impegno più
grosso di lei, e rendendosi conto del suo fallimento - messo a
paragone con l'impegno e l'olio di gomito di Rob - si incupì
maledettamente.
Tutti
si erano dati da fare: Jo aveva sborsato un trecentone, Camille aveva
cercato di convincere le ragazze che incontrava con molto più garbo
e dedizione di Jessy e Rob aveva pulito casa. Rimaneva solo David,
che sembrava non aver mosso un dito, ma aveva la calma e la sicurezza
di un Dio.
Dopo
qualche veloce scambio di battute, i cinque iniziarono i preparativi
per la festa. Il tempo volò inesorabile, ma alle ventidue e trenta
nessuno si fece vivo.
“Ti
devo confessare una cosa” disse Jessy a David in un angolo.
“Dimmi”.
“Ho
preso trecento euro da Jo per trasformare questa casa in un
bordello”.
“Brava,
ottima mossa. L'impegno va pagato caro”.
“Ma...ehm...io
non è che abbia raggiunto risultati così eccelsi”.
“Tranquilla,
arriveranno, arriveranno” rispose David appoggiando una mano sulla
spalla di Jessy.
In
quel momento Jessy capì che David era diverso dagli altri. Si rese
conto che le infondeva una sicurezza spaventosa. Quel semplice gesto la
tranquillizzò come un fiore dopo una tempesta.
Driiin,
driiin, driiin.
“Dai
cazzo, aprite”.
“Forse
abbiamo sbagliato indirizzo”.
“E'
qui la festa?”.
“Ragazzi
qui non c'è scritto niente. Come hai detto che si chiama la festa?”.
“Mi
sembra qualcosa come Robbiland”.
David
incrociò lo sguardo di Jessy, le sorrise, e lei arrossì tutto d'un
tratto. Non rendendosi conto di quella stupida reazione emotiva, si
voltò da un'altra parte, ma con la coda dell'occhio mirò dritto
verso la porta. Fuori, un ammasso di carne e divertimento aspettava
di entrare, erano tutti in fibrillazione. Che le minacce e i modi
poco rassicuranti di Jess avessero funzionato? Che i trecento
bigliettoni avessero innescato la bomba? Tutti si chiedevano come
fosse possibile che alle ventidue e quarantacinque ci fosse già così
tanta gente alla loro festa.
“Buonasera.
Benvenuti a Robbiland” disse David inchinandosi e sorridendo
bellamente con il ghigno di un diavolo.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".



















.gif)


