sabato 22 marzo 2014
venerdì 21 marzo 2014
NEWS: "KEEP GOING R'n'R"

Passeggio solitario per le strade di uno dei quartieri più eleganti dell’intera capitale: Prati, non lontano da Castel Sant’Angelo. Respiro la prima giornata di primavera permettendomi di renderla ancor più “profumata” con un bicchiere di prosecco sorseggiato al tavolo di uno dei tanti locali della zona. Inizio poetico…ma sto divagando troppo, catturato dalla “grande bellezza” della città eterna quasi come fossi un turista in visita per la prima volta. Scusate.
Il
richiamo a Roma non è però casuale. Con l’articolo di questa
settimana vorrei infatti aggiungermi alle fila di coloro che vedono
nel concerto dei “dinosauri del Rock” (i Rolling Stones), in
programma per il 22 giugno proprio qui nella capitale, l’occasione
di un riscatto anziché un disastro da calata dei Lanzichenecchi. Il
grande evento avrà luogo nell’arena del Circo Massimo che ospiterà
circa 65.000 fan sfegatati in arrivo da tutta Europa. Si prospetta
quindi uno spettacolo più unico che raro, a maggior ragione data la
location davvero “imperiale” tanto voluta da Jagger e compagni.
Ovviamente però questi “numeroni” hanno spaventato la
soprintendente ai beni archeologici Mariarosa Barbera che,
perentoria, ha affermato come decibel in eccesso ed una folla
incontrollabile “potrebbero causare danni irreparabili” al sito
in questione. L’ingombro causato dall’evento infatti sarebbe “non
sostenibile per un'area di particolare pregio e delicatezza, e i
rischi per la conservazione del patrimonio archeologico sono elevati
e difficilmente prevedibili". Una domanda però mi sorge
spontanea: ma il live8 del 2005, il concerto dei Genesis del 2007, i
festeggiamenti per lo scudetto della Roma del 2001 e quelli per la
vittoria dei mondiali del 2006 non si sono svolti tutti al Circo
Massimo? Ed ogni fine dell’anno non sono numerosissime le persone
che si lanciano in festeggiamenti, balli e canti, proprio in questo
luogo ora divenuto “tanto sacro” ed inviolabile? Della stessa
opinione della Barbera pare poi Adriano La Regina, da ben 28 anni a
capo della soprintendenza di Roma, il quale chiosa come sia “indegno
sfruttare luoghi così preziosi e darle in mano a masse
incontrollabili.”. Ma in questi tre decenni di carriera durante i
quali l’arena è stata palcoscenico per manifestazioni di ogni
tipo, te cosa hai fatto? Probabilmente dietro a parole dal forte
sapore morale si nascondo interessi meramente politici. Forse non ti
sta tanto simpatico il nuovo sindaco Marino (grande fan degli Stones
e sostenitore dell’evento) ? Dai che a noi puoi dirlo.
Secondo
il mio modesto parere, anziché comportarsi in maniera anacronistica
alzando inutili veti (un esempio: nella tanto “civile”
Inghilterra, durante il solstizio d’estate, è possibile ballare
per tutta la notte al ritmo di jambè e congas all’interno del sito
archeologico di Stonehenge. Visto il numero impressionante di
poliziotti sconsiglio però vivamente di tentare di portarsi a casa
un “souvenir”), sarebbe intelligente evitare un nuovo caso
“Venezia” post-concerto dei Pink Floyd del 1989. Non conoscete
questa storia? Incredibile. Senza dovizia di particolari vi basti
sapere che la Serenissima abbandonò completamente al loro destino la
band inglese, costringendola così non solo a pagare di tasca propria
le transenne per arginare la folla in piazza San Marco, ma persino a
far arrivare il palco galleggiante con tanto di rimorchiatori da
Trieste. La città era quindi assolutamente impreparata ad accogliere
la folla attesa per una manifestazione di tale risonanza, il
“concerto del secolo” a detta di molti. E l’immensa folla
abbandonata a se stessa effettivamente causò non pochi problemi ai
veneziani che per ben 3 giorni furono costretti a ripulire la loro
incantevole piazza San Marco dalla sporcizia. Tralasciando il
discorso sull’inciviltà degli spettatori accorsi, credo sia chiaro
come un problema centrale sia stata l’incapacità delle autorità
competenti a gestire la spettacolare manifestazione (che consiglio
caldamente di vedere su youtube. Un sogno ad occhi aperti lungo 90
minuti).
Permettetemi
però di fare una precisazione. Non vorrei infatti si pensasse sia
spinto a fare le mie affermazioni poiché privo di senso civico e
rispetto nei confronti del patrimonio artistico del Belpaese.
Tutt’altro. Il sottoscritto punta invece il dito contro quelle
amministrazioni fintamente moraliste che permettono poi scempi come
quello accaduto di recente a Pompei dove vandali armati di scalpello
hanno trafugato l’immagine di una dea da un affresco di una villa.
Ecco il link della notizia. Il primo problema sono loro.
(PS
io al concerto ci sarò. “It
is only Rock‘n’Roll but I like it”!)
di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".
giovedì 20 marzo 2014
MUSICA: "MFN - Cibo Matto"
Damaged Lemons. Macchine in panne in autostrada (tradotto dallo slang americano). Così il trio statunitense (due fratelli di origini italiane e uan cantante giapponese) definisce la propria musica. Ed è così che si intitola anche il loro quinto lavoro, Melody Of Certain Damaged Lemons (2000). E i tre dimostrano di aver fatto un lungo autostop, in quella immensa autostrada del rock, e di aver trovato pure qualcuno propenso a dargli un passaggio. Come i Television, per esempio. Come non pensare alla famosa chitarra di Marque Moon quando sentiamo In Particular? Ma la strada in cui si è fermata la macchina dei Blonde Redhead sembra particolarmente trafficata, così possiamo notare tra le righe delle loro canzoni un vero e proprio collage noise-rock che sfocia in un sound particolare e straordinariamente personale. Composizioni in cui si avverte sempre un lieve stato di emergenza, e si rimane con il fiato sospeso chiedendoci se quella macchina riuscirà a ripartire oppure no.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".
martedì 18 marzo 2014
LETTERATURA: "IL VOLTO SVELATO"

Girava in punta di piedi per non fare troppo rumore, amava passare inosservato, malato di una sanità dimenticata da tempo. Quella sanità che lo aveva rovinato, solo in un mondo di solitudine.
Le
carte erano ormai scoperte, il volto svelato, coperto da eterni
fallimenti, fingendo che tutto andasse bene continuava a vivere quel
sogno ad occhi aperti.
Guardandosi
intorno capì che aveva perso tutto, solo quella palla di pelo era
rimasta a fargli compagnia, e quel taccuino su cui scriveva miliardi
di parole, su cui cercava di avere un'altra chance, parole che
galoppavano su binari paralleli, ma che inevitabilmente si stampavano
come macchie su un muro.
Scelte
folli, promesse mai fatte, il ritardo di una vita in fiamme, bruciata
anzitempo, senza nemmeno aver avuto la possibilità di appiccare
quella miccia. Una miccia troppo corta per non essere vissuta, ma la
paura lo tormentava ormai da tempo, la paura di non essere
all'altezza. All'altezza di grattacieli di emozioni, cubi di
conoscenza sprecata, sguardi mai dati, amori vissuti come un'enorme
sfilata.
Lui
era lì, con l'ovatta pigiata nelle orecchie, non voleva sentire il
lamento di un'era, l'urlo soffocato di una società che si era presa
tutto senza dar niente. Una società sorda che ammala di mutismo e di
pallore i ragazzi forti attratti dal grigiore.
Consolato
da un bisogno di consolazione girava per la stanza guardandosi le
mani. Mani troppo forti che lo tenevano imbrigliato in una vita che
lo aveva respinto, ma forse era stato lui il primo a rimanere
intrappolato da se stesso, dalla sua maschera di autocommiserazione,
ritrovandosi a cinquant'anni con un buco nel cuore profondo come uno
sparo alla tempia.
Si
cacciò la canna in gola, il colpo pronto, tremante rivide la sua
vita, pillole di gioia ingoiate in un mare di delusioni, provò a
premere il grilletto, ma la paura fece cilecca, posò l'arma sul
tavolo, si guardò allo specchio e capì che un morto non sarebbe
potuto morire.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".
lunedì 17 marzo 2014
MUSICA: "ONLY LOVERS LEFT ALIVE - Jim Jarmusch"

Le leggi, non scritte, della grande distribuzione sono note a tutti; tuttavia continuo a domandarmi come mai certi film (uno su tutti: Mud di Jeff Nichols) non riescono a trovare il minimo spazio nel circuito distributivo italiano. Tra questi film rientra anche l’ultimo lavoro del regista americano Jim Jarmush, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, tra l’altro una delle migliori edizioni degli ultimi anni.
I
protagonisti di Only lovers left alive sono quelle creature
fantastiche che tanta fortuna hanno avuto nel recente passato sul
piccolo e grande schermo: i vampiri. Ma se in Twilight erano
semplicemente i protagonisti di una storia d’amore giovanilistica
in salsa melò e in True Blood erano (non semplicemente) la
reificazione del “diverso” in una società xenofoba come quella
in cui viviamo, nel film di Jarmush assumono connotati del tutto
differenti trovandosi al centro di una riflessione esistenziale
velata di una romantica malinconia di fondo.
Esemplari
i primi venti minuti, che ci presentano i due protagonisti, Adam ed
Eve, gli amanti del titolo, ai due lati del mondo, alle prese con il
bisogno primario di ogni essere “vivente”: nutrirsi. Necessità
alla quale assolvono non più succhiando sangue dagli esseri umani
(o, come li chiamano loro, zombie), ritenuto infetto, ma bevendo
sangue pulito in provetta che ottengono da medici dietro oneroso
compenso. Sono ultracentenari, sposati la prima volta nel 1864, ed
hanno conosciuto (o sono stati loro stessi?) alcuni tra i più grandi
artisti del passato quali Shakespeare, Schubert, Byron.
Adam
si trova a Detroit, nel suo palazzo lugubre ed imboscato, insieme con
gli strumenti del mestiere (musicista) che ha svolto nel corso dei
secoli passati sulla Terra, e con una sempre più insistente
depressione che lo spinge a cullare la possibilità di farla finita.
“Mi sento come sabbia sul fondo di una clessidra” dice alla
compagna. Eve è a Tangeri insieme al comune amico, anch’egli
vampiro, Kit (Christopher Marlowe in persona, lo scrittore maledetto
che ha ispirato William Shakespeare) ma deciderà presto di coprire
le migliaia di chilometri che li separano volando dal suo amore in
difficoltà. Rileggendo in aereo, lei grande divoratrice di libri, le
parole di Sir William sull’eternità e l’immutabilità
dell’amore. Adam ed Eve, due anime gemelle che hanno attraversato
centinaia di anni, adattandosi a secoli di cambiamenti, e che adesso
stanno nel tempo con la quieta rassegnazione di chi ne ha viste
tante, forse troppe. Esauriti, faticano a capovolgere ancora una
volta la clessidra. Diventano così l’emblema di un disagio
esistenziale che è malattia del nostro millennio decadente.
C’è
un che di malinconico nella vita, esclusivamente notturna, di un
vampiro. C’è anche qualcosa di profondamente romantico in due
anime sole che si muovono all’interno di una cornice che è il
mondo a loro estraneo. Così diverso dal mondo che hanno conosciuto
loro e che preziosamente conservano in parole, musiche ed immagini.
di Diccì per la rubrica "CINEMA".
sabato 15 marzo 2014
venerdì 14 marzo 2014
ADDIO CAPE TOWN, A CACCIA DI GANJA IN SWAZILAND
15:32
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Un
mese è passato rapido come uno schiocco di dita, come sempre.
Ripenso nostalgicamente al mio atterraggio a Cape Town: io che
distolgo lo sguardo dal romanzo che sto leggendo per guardare fuori
dall’aereo, il sole che mi abbaglia e per un attimo mi fa credere
di essere in paradiso. Poi l’aereo plana e curva a sinistra allo
stesso tempo, e d’improvviso Table Mountain, nei suoi improvvisi
1100 metri di imponente bellezza, mi si materializza davanti. Mi
lascia senza fiato, e la luce dorata del tramonto che ne pennella le
pendici la rende quasi sacra. L’uscita dall’aeroporto è invece
un’esperienza pressoché opposta: la sacra visione dell’imponente
monumento fatto da madre natura è sostituita da un drammatico
profano. La prima cosa che si incontra uscendo dall’aeroporto è
una delle più grosse baraccopoli della città, una decina di
chilometri di instabili capanne, persone e qualche capra che vivono
ai bordi dell’autostrada e – almeno a prima vista – ai margini
della società. Trovo che l’arrivo a Cape Town sia una perfetta
metafora che descrive i contrasti che caratterizzano questa città –
e che forse caratterizzano l’intero Sudafrica. Infatti, se da un
lato si trovano la bellezza naturalistica, il dinamismo sociale, una
città artisticamente viva e invitante per i turisti, dall’altro
povertà, contrasti sociali e criminalità (vedi Numbers
Gang) sono all’angolo di ogni strada.
Rileggo
il mio diario e mi rendo conto di come Cape Town, proprio per via dei
suoi contrasti, crei un certo bipolarismo emotivo per cui la
malinconia sale alla svelta ma svanisce altrettanto velocemente.
In
un giorno più malinconico scrivevo: “E’ come se vi fosse una
duplice realtà, due veri e propri mondi distinti, divisi dalle
recinzioni elettriche che delimitano le abitazioni, dal filo spinato
che riveste ogni muretto e dai numerosi cancelli che ti devi chiudere
dietro prima di entrare in casa. Ogni mattina andando al bar passo,
necessariamente, attraverso la messa in scena della disuguaglianza.
Macchine costose che partono dal mio quartiere per andare al lavoro
sfrecciano accanto a poveri senzatetto coperti di stracci, che
setacciano i secchi della spazzatura in caccia di ogni avanzo ancora
utilizzabile. Accanto a questi, già dalle prime ore del giorno, si
trovano i poveri di una categoria leggermente superiore, i car-guards
(parcheggiatori abusivi e prima classe sociale che non si da per
vinta e prova a far qualcosa per sbarcare il lunario). Mentre le
donne di servizio varcano portoni di case che puliranno durante il
giorno, scambiandosi sull’uscio con signore ben vestite.”
Un
altro giorno ho invece scritto: “Il bus navetta gratuito (con tanto
di Wi-Fi) che mi porta fino all’università, mi fa sempre tornare
il sorriso. Anche la passeggiata per il campus è sempre un toccasana
per il morale: mai visto un campus così colorato, cartolina perfetta
della ‘Nazione Arcobaleno’, lasciata in eredità da Mandela.
Ancora, le persone sono estremamente sorridenti e gentili. Molti si
danno da fare per cogliere le opportunità offerte da un paese in
sviluppo e migliorarlo, spesso riuscendo anche a trarne un
sostanzioso profitto. Tra l’altro sono tante le attività volte ad
integrare i poveri e i gruppi sociali deboli (il paradosso qua è che
è una minoranza – i bianchi – a integrare una maggioranza – i
neri), dalle attività di pulizia all’integrazione tramite progetti
artistici. E poi i manifesti, le attività, i mercati e lo sport
colorano le strade di questa strana città. E’ indubbiamente un
posto dove la qualità della vita è alta e si può vivere bene.”
Probabilmente
la nota più significativa è questa, scritta in un giorno di umore
neutro. “Le divisioni sono marcate ma c’è un grande margine di
cambiamento, e quest’ultimo è un processo in atto. Ripenso a
quando sono andato a pranzo nella baraccopoli. Viste dall’interno,
le cose sembrano un po’ meno radicali di quanto sembrano da fuori.
E’ uno spettacolo triste da vedere, ma guidandovi all’interno si
nota che c’è chi inizia ad avere un tenore di vita migliore, chi
possiede macchine, bei vestiti e un bel giardino. Insomma la classe
media si sta formando – ovviamente – a partire dal basso. Sono
sicuro che se tornassi tra due anni sarebbe già tutto cambiato:
questo paese è l’emblema del dinamismo.”
Scorro
il mio diario mentre pianifico il resto del viaggio – durante il
quale potrò finalmente vedere cosa ha da offrire il resto del paese.
Mi emoziono a pensare ai safari, alle spiagge deserte, ai tramonti e
ai pernottamenti con comunità locali che farò nei prossimi giorni.
Tuttavia ho un chiodo fisso in testa da circa un mese, da quando vidi
un documentario di Vice sullo Swaziland. Lo Swaziland è il San
Marino del Sudafrica, se non fosse che il primo è l’ultima
monarchia assoluta dell’Africa e che la povertà e il tasso di
morti per HIV sono altissimi. Credo che sia anche per questo che
nessuno sa dirmi niente di preciso su questo piccolo paese di 1.4
milioni di (quasi tutti) contadini: nessuno c’è stato. Mi è
rimasto in testa il video perché documenta la massiccia produzione –
illegale – di marijuana in Swaziland. Dunque vi lascio rendendovi
partecipi del mio obiettivo: vado in Swaziland con l’obiettivo di
farmi un nuovo timbro sul passaporto e di poter scrivere un articolo
sulla produzione illegale di ganja in Swaziland!
Ovviamente,
per professionalità, avrò cura di documentare il prodotto in prima
persona.
Ps.
C’è un’altra storia incredibile sempre a proposito dello
Swaziland. Il re, ogni anno, sceglie una nuova moglie durante una
sorta di Miss Swaziland, dove migliaia di donne sfidano la sorte
ballando a seno scoperto e sostenendo prove per lui. Ci sono vari
articoli, io ho letto questo.
Video
consigliato, “Swaziland, the Gold Mine of Marijuana” – Vice
IT
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