sabato 15 marzo 2014

ARTE: "SGUARDO INDISCRETO - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 14 marzo 2014

ADDIO CAPE TOWN, A CACCIA DI GANJA IN SWAZILAND


Un mese è passato rapido come uno schiocco di dita, come sempre. Ripenso nostalgicamente al mio atterraggio a Cape Town: io che distolgo lo sguardo dal romanzo che sto leggendo per guardare fuori dall’aereo, il sole che mi abbaglia e per un attimo mi fa credere di essere in paradiso. Poi l’aereo plana e curva a sinistra allo stesso tempo, e d’improvviso Table Mountain, nei suoi improvvisi 1100 metri di imponente bellezza, mi si materializza davanti. Mi lascia senza fiato, e la luce dorata del tramonto che ne pennella le pendici la rende quasi sacra. L’uscita dall’aeroporto è invece un’esperienza pressoché opposta: la sacra visione dell’imponente monumento fatto da madre natura è sostituita da un drammatico profano. La prima cosa che si incontra uscendo dall’aeroporto è una delle più grosse baraccopoli della città, una decina di chilometri di instabili capanne, persone e qualche capra che vivono ai bordi dell’autostrada e – almeno a prima vista – ai margini della società. Trovo che l’arrivo a Cape Town sia una perfetta metafora che descrive i contrasti che caratterizzano questa città – e che forse caratterizzano l’intero Sudafrica. Infatti, se da un lato si trovano la bellezza naturalistica, il dinamismo sociale, una città artisticamente viva e invitante per i turisti, dall’altro povertà, contrasti sociali e criminalità (vedi Numbers Gang) sono all’angolo di ogni strada.

Rileggo il mio diario e mi rendo conto di come Cape Town, proprio per via dei suoi contrasti, crei un certo bipolarismo emotivo per cui la malinconia sale alla svelta ma svanisce altrettanto velocemente.

In un giorno più malinconico scrivevo: “E’ come se vi fosse una duplice realtà, due veri e propri mondi distinti, divisi dalle recinzioni elettriche che delimitano le abitazioni, dal filo spinato che riveste ogni muretto e dai numerosi cancelli che ti devi chiudere dietro prima di entrare in casa. Ogni mattina andando al bar passo, necessariamente, attraverso la messa in scena della disuguaglianza. Macchine costose che partono dal mio quartiere per andare al lavoro sfrecciano accanto a poveri senzatetto coperti di stracci, che setacciano i secchi della spazzatura in caccia di ogni avanzo ancora utilizzabile. Accanto a questi, già dalle prime ore del giorno, si trovano i poveri di una categoria leggermente superiore, i car-guards (parcheggiatori abusivi e prima classe sociale che non si da per vinta e prova a far qualcosa per sbarcare il lunario). Mentre le donne di servizio varcano portoni di case che puliranno durante il giorno, scambiandosi sull’uscio con signore ben vestite.”

Un altro giorno ho invece scritto: “Il bus navetta gratuito (con tanto di Wi-Fi) che mi porta fino all’università, mi fa sempre tornare il sorriso. Anche la passeggiata per il campus è sempre un toccasana per il morale: mai visto un campus così colorato, cartolina perfetta della ‘Nazione Arcobaleno’, lasciata in eredità da Mandela. Ancora, le persone sono estremamente sorridenti e gentili. Molti si danno da fare per cogliere le opportunità offerte da un paese in sviluppo e migliorarlo, spesso riuscendo anche a trarne un sostanzioso profitto. Tra l’altro sono tante le attività volte ad integrare i poveri e i gruppi sociali deboli (il paradosso qua è che è una minoranza – i bianchi – a integrare una maggioranza – i neri), dalle attività di pulizia all’integrazione tramite progetti artistici. E poi i manifesti, le attività, i mercati e lo sport colorano le strade di questa strana città. E’ indubbiamente un posto dove la qualità della vita è alta e si può vivere bene.”

Probabilmente la nota più significativa è questa, scritta in un giorno di umore neutro. “Le divisioni sono marcate ma c’è un grande margine di cambiamento, e quest’ultimo è un processo in atto. Ripenso a quando sono andato a pranzo nella baraccopoli. Viste dall’interno, le cose sembrano un po’ meno radicali di quanto sembrano da fuori. E’ uno spettacolo triste da vedere, ma guidandovi all’interno si nota che c’è chi inizia ad avere un tenore di vita migliore, chi possiede macchine, bei vestiti e un bel giardino. Insomma la classe media si sta formando – ovviamente – a partire dal basso. Sono sicuro che se tornassi tra due anni sarebbe già tutto cambiato: questo paese è l’emblema del dinamismo.”

Scorro il mio diario mentre pianifico il resto del viaggio – durante il quale potrò finalmente vedere cosa ha da offrire il resto del paese. Mi emoziono a pensare ai safari, alle spiagge deserte, ai tramonti e ai pernottamenti con comunità locali che farò nei prossimi giorni. Tuttavia ho un chiodo fisso in testa da circa un mese, da quando vidi un documentario di Vice sullo Swaziland. Lo Swaziland è il San Marino del Sudafrica, se non fosse che il primo è l’ultima monarchia assoluta dell’Africa e che la povertà e il tasso di morti per HIV sono altissimi. Credo che sia anche per questo che nessuno sa dirmi niente di preciso su questo piccolo paese di 1.4 milioni di (quasi tutti) contadini: nessuno c’è stato. Mi è rimasto in testa il video perché documenta la massiccia produzione – illegale – di marijuana in Swaziland. Dunque vi lascio rendendovi partecipi del mio obiettivo: vado in Swaziland con l’obiettivo di farmi un nuovo timbro sul passaporto e di poter scrivere un articolo sulla produzione illegale di ganja in Swaziland!

Ovviamente, per professionalità, avrò cura di documentare il prodotto in prima persona.

Ps. C’è un’altra storia incredibile sempre a proposito dello Swaziland. Il re, ogni anno, sceglie una nuova moglie durante una sorta di Miss Swaziland, dove migliaia di donne sfidano la sorte ballando a seno scoperto e sostenendo prove per lui. Ci sono vari articoli, io ho letto questo.

Video consigliato, “Swaziland, the Gold Mine of Marijuana” – Vice

IT

giovedì 13 marzo 2014

SPITFIRE - Public Service Broadcasting



In tempi di revival, vince chi propone una formula fresca di qualcosa che fresco non è più.
I PUBLIC SERVICE BROADCASTING scelgono una via diversa e si pongono l’obiettivo di raccontare la storia del passato coi suoni del futuro e nel loro progetto musicale, un sound decisamente contemporaneo racconta le immagini del passato.
Magnifici documentari d’archivio accompagnano il loro suono: kraut e space rock che giocano con l’elettronica, il post rock e un guitar sound deciso e retrò al punto giusto; i sequencer ed i campionatori impattano sulla sezione ritmica della batteria ed il risultato è coninvolgente e potente in modo inaudito.
INFORM, EDUCATE, ENTERTAIN” è il loro full-lenght pubblicato lo scorso anno ma nuovamente disponibile in versione deluxe CD + DVD dal 3 marzo 2014, che ripropone su supporto fisico l’emozione e la deflagrante esplosività dei loro concerti live.
SPITFIRE”, il singolo estratto, incarna perfettamente le caratteristiche della band:
l’arpeggio di chitarra che apre è presto preda di una figura ritmica quadrata, le si affiancano gli arpeggiatori e di nuovo la chitarra prende voce in capitolo, prima con un riff coinvolgente e poi con un refrain di accordi. In sottofondo insistono le sequenze dei synth che ci tengono ben ancorati al presente, mentre una voce del passato, racconta le acrobazie in bianco e nero di uno Spitfire, storico quanto avveniristico aereo da combattimento del XX secolo.
In madrepatria, i PUBLIC SERVICE BROADCASTING hanno aperto il concerto di Hyde Park dei THE ROLLING STONES, oltre ad aver campeggiato sui cartelloni del GLASTONBURY Festival e ad aver fatto compagnia sul palco ai NEW ORDER.
Arrivano finalmente in Italia per una manciata di show, queste le date. Segnatevele.
MARTEDI’ 18 MARZO - LANIFICIO, ROMA
MERCOLEDI’ 19 MARZO - MAGNOLIA, MILANO
GIOVEDI’ 20 MARZO - MOVEMENT @ MAME, PADOVA
VENERDI’ 21 MARZO - KLUBB LOTTAROX @ COMBO SOCIAL CLUB, FIRENZE
SABATO 22 MARZO - COVO CLUB, BOLOGNA


Radio

martedì 11 marzo 2014

BOOMERANG - Capitolo 4, David

(Link al capitolo 3. http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-3-jo.html)


Lavandosi le mani con cura, strofinata dopo strofinata,  si guardò allo specchio, sistemandosi il ciuffo verso destra, come piaceva a lui. Era molto rigoroso su tutto, era una maniaco del controllo, dell'attenzione e ci riusciva sempre o quasi; nemmeno il più piccolo capello gli sfuggiva di mano.
Tornando alla scrivania lanciò un'occhiata maliziosa a una sua collega che lo ricambiò con un sorriso appetitoso, come spesso accadeva da diversi giorni sul posto di lavoro.
Sedendosi pensò a come sarebbe stato bello scopare la sua collega dai capelli rossi che infiammavano gli sguardi di tutta la stanza, a come sarebbe stato bello strapparle quel tailleur bianco e nero di dosso, sfilarle il micro perizoma che probabilmente indossava e metterla a novanta sul lavandino dei bagni dove si era appena lavato le mani. Pensando a tutto questo si scordò del lavoro, doveva sbrigare delle pratiche per un suo cliente, o meglio un cliente dell'azienda per cui lavorava; era un impiegato commerciale coi fiocchi, mai una sbavatura, sempre gentile, con quella voce rassicurante che faceva sborsare centinaia di bigliettoni a tutti i suoi protetti, ma adesso aveva un unico chiodo fisso, sbattersi Lucia, la prorompente collega che gli faceva andare il cervello in pappa.
“Devo farmela Jo, non puoi capire...mi lancia delle occhiate che risveglierebbero un orso dal letargo” disse David a Jo un pomeriggio al parco.
“E che ti devo dire...sbattila contro un radiatore” rispose Jo ridendosela di buon gusto.
Ripensava alle parole di Jo, ma non era un tipo avventato, preferiva temporeggiare, ma quel giorno aveva il testosterone a mille che fuoriusciva da tutti i pori come sbuffi di una locomotiva a vapore.
Giocherellava con la penna cercando di far sbollire i suoi appetiti sessuali che strabordavano sempre di più; quando riusciva  a calmarsi, ecco che Lucia accavallava le gambe mostrando un interno coscia che veniva prontamente divorato dagli sguardi di tutti i colleghi, ma soprattutto da quelli di David che stava a pochi metri di distanza da quelle cosce proibite, da quel tailleur da donna di classe. Se la figurò come una matriosca da spogliare, una grossa cipolla rossa di Tropea, voleva spogliarla per congiungersi al suo seno materno, abbondante e provocante, voleva entrare dentro di lei, e morire, morire sul lavandino di quel bagno.
“Devo lavorare, devo lavorare” si ripeteva distogliendo lo sguardo.
Provò a pensare ai suoi amici, si figurò Jo intento a scappare dalla polizia, Jessy strafatta di coca a fare un po' di su e giù con falli di ogni tipo, Camille annoiata alla televisione o intenta a guardare le provocazioni di sesso post moderno di Jessy, e Rob stravaccato sul divano a girarsi i pollici, a guardare programmi succhia vita alla tivù, a maledire tutto e tutti, a dire che si stava meglio quando non c'era la crisi, a mangiare cracker con tonnellate di formaggio spalmate sopra, a sbraitare contro qualche vicino, a progettare di partire, di lasciare l'Italia, quell'Italia scalcinata che li respingeva. Ma poi, inevitabilmente, si ritrovava davanti a quella tivù con schermo al LED, ma pur sempre una tivù succhia vita, succhia orbite, succhia cervelli, come diceva David.
Pensando a tutto questo non fece altro che disperarsi, odiava ammettere che i suoi amici erano dei falliti, lui era l'unico che aveva fatto strada, aveva uno stipendio da duemila al mese che gli altri si sognavano fotografandolo di volta in volta, come ad onorare il raggiungimento di tutti quei soldi col duro lavoro, alzandosi tutte le mattine e sgomitando nella realtà di tutti i giorni, ma queste erano cose incomprensibili per il resto del gruppo; lavorare era una parola tabù, un po' come lo era felicità, ma di questo nessuno di loro sembrava accorgersene, o forse sì; ma che importava?
Ora David si ritrovava depresso e l'eccitazione stava scomparendo come l'effetto delle tanto amate droghe che lui e i suoi amici trangugiavano costantemente; ma poi un lampo; tutta quella carne si dirigeva verso la sua scrivania, ondeggiando come un hula hop.
“Hai mica una penna grossa da prestarmi, Davide?” chiese Lucia mettendo molto pathos sul nome.
Ci fu un momento di blackout totale, odiava non avere la situazione sotto controllo, doveva capire se era cascato in errore, doveva capire se la collega gli aveva lanciato un chiaro input sessuale o se aveva frainteso tutto, ma era sicuro che la penna che voleva Lucia fosse grossa e non rossa, e lui poteva accontentarla.
Stette al gioco e le porse una delle sue penne, la osservò scodinzolare con quelle sue chiappe piene, come piacevano a lui, quelle chiappe stile anni Sessanta di cui voleva impossessarsi, su cui voleva avventarsi come un falco sulla preda.
Dopo circa mezzora Lucia si alzò, passò davanti a David sorridendo e gli disse che sarebbe andata in bagno. Ma perché comunicargli quel particolare inopportuno, non erano amici, non erano membri dello stesso sesso, non aveva bisogno dell'amica che la tenesse per mano, era il segno che tanto aspettava?
Il piede di David iniziò a battere un ritmo irregolare sul pavimento, era nervoso, era impaziente, si alzò, iniziò la sua lenta camminata verso il bagno, voleva gustarsi il momento che precede la vittoria, l'agognata scopata che aveva idealizzato centinaia di volte, sapeva come sarebbe andata, aveva pianificato tutto, sapeva dove avrebbe dovuto mettere le mani, il gioco era fatto, bastava varcare quella porta.
Entrando si sistemò il ciuffo, vide Lucia china sul lavandino intenta a lavarsi le mani, la agguantò da dietro, le tirò su il tailleur, le strinse una tetta con forza, lei si divincolò, ma lui le disse di stare calma, le disse che era Davide e che l'avrebbe scopata come nessuno prima d'ora, le tirò giù il perizoma che non era così minuscolo come si era immaginato, ma comunque andava bene, aveva la giusta dose di sesso marchiata sopra.
“Lasciami Davide, che stai facendo? Sei pazzo?” urlava Lucia.
Ma David non sentiva, era in un'ampolla libidinosa, sentiva solo il fuoco uscirgli dalle membra, si sbottonò i pantaloni e cercò di infilare la sua grossa penna nella vagina di Lucia, ma la donna riuscì a liberarsi, gli tirò la saponetta in faccia e lo stese con un calcio nelle palle che fece fuoriuscire un dolore dal basso ventre che mai prima d'ora aveva provato; stramazzò in terra in pieno stato confusionale, si domandò come era arrivato a tutto questo, non trovando troppe risposte.
Lucia corse fuori dai bagni, si sentivano voci che si accatastavano l'una sull'altra di là nell'ufficio, e David mezzo tramortito, si tirò su i pantaloni, si sistemò il ciuffo e varcò nuovamente la porta del bagno.
Nella stanza c'era un rumore assordante, partirono insulti, penne, appuntalapis, che fiondavano addosso a David sferzandolo come frecce, una pioggia di oggetti lo accompagnò fino alla porta d'ingresso.
Il giorno seguente, quando tornò a prendere le sue cose, seppe che Lucia era stata promossa; si era accaparrata tutti i clienti di David, il capo l'aveva premiata per lo shock subito cercando di insabbiare lo scandalo e lo stipendio da duemila al mese di David cascava a pennello per quel silenzio professionale.
Entrando in casa guardò tutte le foto delle sue buste paga, ognuna con accanto la faccia di uno dei suoi amici che esibiva sguardi perplessi, smorfie di ogni tipo e sorrisi; le guardò una ad una e capì che non solo malattie, calamità e imprevisti non dipendenti dalla propria persona sfuggivano al suo controllo, ma anche le donne. Rimuginò su questo chiedendosi migliaia di volte se quel diavolo rosso avesse davvero pianificato tutto nei minimi dettagli.

Elle Bi

lunedì 10 marzo 2014

SNOWPIERCER - Bong Joon-ho


Un treno lunghissimo si aggira per il globo percorrendo centinaia di migliaia di chilometri all'infinito; fuori, metri di neve e giaccio ricoprono la terra.
E' l'avvento di una nuova era glaciale, i pochi superstiti sono ingabbiati in questa trappola per topi; costretti a sopravvivere girando intorno al mondo da diciassette anni.
La plebe è racchiusa nella coda del treno, tira avanti con poco, perché all'interno del treno-mondo ci vuole equilibrio e i ricchi, come sempre, devono prendere il piatto più buono, devono arraffare a più non posso, devono avere i posti chic in testa al treno.
Il meccanismo si inceppa, il malcontento serpeggia dalla coda, gli oppressi non ci stanno, sono stufi di mangiare sbobba proteica tutti i giorni, sono stufi di vedere i propri figli strappati dalle loro braccia e il loro leader, Curtis (Chris Evans) aspetta il momento giusto per tentare la rivolta, per cercare di sovvertire l'ordine delle cose.
Bong Joon-ho ci ha abituati bene, è un regista sapiente, che non sbaglia un colpo e anche qui riesce a orchestrare bene la sua banda di orchestrali, i pazzi che abitano il suo mondo folle e malato, in un futuro non troppo lontano dal nostro presente.
Bong come un esperto del naturalismo prende l'uomo, il suo campione da analizzare, da sezionare e ne sviscera i difetti più evidenti, mette a nudo la rabbia dei deboli, la voce di quella parte del popolo che non ce la fa più a ingoiare bocconi amari giorno dopo giorno, umiliazione dopo umiliazione, mentre i ricchi, voraci, li trattano come animali, o meglio come scarpe, perché le scarpe come la coda del treno sono oggetti che stanno in basso, a contatto con il suolo, strisciando in silenzio a testa bassa.
La macchina da presa danza per i vagoni del treno, si muove a colpi di accetta riprendendo scontri cruenti, all'ultimo respiro, indispensabili per la meta finale, seguendo i protagonisti bagnati di sangue, sudore e lacrime.
Come sempre l'equazione Bong Joon-ho/Song Kang-ho è vincente in partenza, l'attore ormai osannato in patria come il Leonardo di Caprio orientale interpreta l'elemento di disturbo che sposta gli equilibri, imprevedibile nella sua follia, grazie al suo estro riesce a calarsi alla perfezione nella parte di un tossico esperto di sicurezza, una di quelle persone che la società non accetta perché ritenute “diverse”, ma che saprà regalarci risate alternate a momenti di riflessione.
Mirabolanti inseguimenti ci porteranno dritti all'epilogo, in una parata di esseri umani in pieno caos, fra fuochi, spari, urla e un equilibrio che ormai si è rotto, come il meccanismo perfetto del treno-mondo, un meccanismo inceppato dalla nascita che risparmia poco o niente.
“Si salvi chi può” sembra dire Bong, e la speranza è l'ultima a morire.

Elle Bi

sabato 8 marzo 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 7 marzo 2014

FIDELIO


Prego, la parola d’ordine”.
Fidelio”.
Quella è la parola per entrare, ma non per giocare”.
Questa la scena clou dell’ultima pellicola firmata Stanley Kubrick, criticata e non sempre apprezzata, considerata quasi minore rispetto a capolavori del calibro di “2001 Odissea nello spazio” o di “Full metal Jacket”. “Eyes wide shut” è un dipinto onirico di un universo fatto di eccessi, di anarchica adulazione del proibito, celato agli occhi dei più, ma a soli pochi chilometri di distanza dal resto dell’umanità. Sappiate però che per rivivere le atmosfere a luci rosse del film non serve riuscire ad entrare in una setta segreta simile a quella disegnata dal regista americano; una mail ben scritta ed essere di bell’aspetto possono essere strumenti più che sufficienti per lo scopo. Esiste infatti un club elegante ed esclusivo alle porte di Roma dove i desideri più peccaminosi possono diventare realtà e numerose coppie da tutta Italia si incontrano, si conoscono ed in piena libertà si “scambiano” i propri partner. Stiamo parlando del Flirt Club, ubicato in una località segreta sul lago di Bracciano, a pochi chilometri dalla capitale.
Qui “non è un do ut des, c’è una condivisione delle emozioni allargata ad altre coppie. Un luogo dove le coppie possono incontrarsi tra loro e lo possono fare liberamente, senza pressioni, forzature” sono le parole di Genni a Repubblica, 46 anni, proprietario dell’esclusivo club e da 20 anni nel mondo del libertinaggio. In questo luogo infatti, perfetti sconosciuti si incontrano, parlano, bevono e ridono assieme per poi nascondersi da occhi indiscreti appartandosi in uno dei luoghi predisposti nella struttura per un vero e proprio scambio di coppia (c’è una regola però: non fare sesso nella piscina del locale per motivi di igiene).
Volete sapere come entrare a far parte del mondo libertino del Flirt club? Come già accennato, è necessario contattare il locale telefonicamente oppure mandare una mail all’indirizzo disponibile alla pagina web del Flirt. Verrà poi giudicato l’approccio verbale utilizzato dagli interessati oltreché delle foto personali di lui e di lei da allegare al messaggio di posta. I limiti di età sono 47 per lei e 48 per lui e la tessera d’iscrizione annuale costa 70 euro con possibilità di sconti ed agevolazioni per i soggetti più giovani.
All’inizio è come una festa. Niente fa presagire cosa succederà successivamente” prosegue Genni di fronte alle telecamere. Dei braccialetti colorati indossati prima di sedersi a tavola sono poi “la caratteristica del locale”: verde nel caso si sia alla ricerca di una donna per la propria partner, lilla quando la coppia è invece desiderosa di incontrare amanti un po’ più soft e grigio nel caso si voglia trasgredire assieme ad un duo più “open mind”. E quando scocca la mezzanotte (e Genni sorride) “arriva il fatidico momento: viene suonata una campanella e le donne devono cominciare a svestirsi e rimanere in lingerie”. Si continua a parlare, magari di fronte ad un drink e poi avviene lo “scambio” nel caso in cui si sia soddisfatti della compagnia durante la serata. Un’altra regola: ognuno deve provvedere autonomamente a portarsi i propri profilattici. E in caso di dimenticanza? E’ possibile chiedere al bar e la vostra serata non sarà rovinata (ci sono anche profilattici latex free per gli allergici).
Desiderosi di rivivere le atmosfere del film di Kubrick? Allora siete nel posto giusto.

Maste