martedì 4 marzo 2014

LE STATUE DI GHIACCIO


Mentre da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre, scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide, ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione, made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati. E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie, mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto, così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda, silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento, silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato, ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.

MI.Di

lunedì 3 marzo 2014

12 ANNI SCHIAVO - Steve McQueen


Dopo lo sconvolgente esordio (Hunger) e il mezzo passo falso di Shame, Steve McQueen accetta l’ardua sfida (premiata con la vittoria dell'Oscar come miglior film) di mettere in scena l’autobiografia di Solomon Northup, uno dei tanti americani neri liberi fatti prigionieri e venduti come schiavi negli Stati Uniti pre guerra di secessione e pre tredicesimo emendamento; uno dei pochi a testimoniare il personale dramma vissuto.

Un adattamento, dunque, particolarmente complicato per la materia trattata, ricordando che quando si parla di schiavitù negli States si va a toccare il vero e proprio convitato di pietra della storia e della coscienza americane, il retaggio di un passato di cui ancora non ci si è vergognati abbastanza. Lo sguardo di McQueen, regista ed artista di colore, è quello di chi, dopo centocinquant'anni, sente ancora l’esigenza di mostrare ai nostri occhi ciò che è stato e che non avrebbe dovuto essere. E se il tema della schiavitù non è più attuale, cosa dire del razzismo e più in generale della discriminazione nei confronti delle minoranze?

Stato di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è impegnato a vivere la propria esistenza. È un uomo, un musicista, ha una bella famiglia, è libero ed è nero. Quest’ultimo dettaglio sarà la ragione per la quale un giorno verrà rapito, fatto prigioniero, incatenato e venduto come schiavo. Passerà di proprietà tra diversi padroni (latifondisti, schiavisti, o comunque li si voglia chiamare) finché non riotterrà la libertà dopo dodici anni di schiavitù. Particolarmente dura sarà soprattutto la permanenza presso la piantagione di cotone, in Louisiana, del sadico schiavista interpretato da Michael Fassbender (tre film su tre con McQueen).

In una messa in scena riuscita, la bellezza del film non sta tanto nel cosa è rappresentato ma nel come; è il modo, particolarmente crudo, in cui ci viene mostrata la tragica odissea del protagonista a rendere il film intenso e toccante. La durissima ma struggente poetica di McQueen raggiunge il suo apice nello straordinario piano sequenza in cui, sullo sfondo di una quotidianità apparentemente tranquilla, accompagnata nel suo incedere dal canto degli uccellini, Solomon lotta con affanno tra la vita e la morte, il collo stretto ad un cappio, i piedi alla disperata ricerca di un appiglio salvifico. E mostrandoci (e per questo rendendoci testimoni e in un certo senso complici) la mostruosa normalità di una pratica abominevole, il film sprigiona così tutto il suo senso.

Alla fine del cammino, che ha fatto conoscere a Solomon altre vite sfruttate e violentate (indimenticabile la schiava Patsey, interpretata da Lupita Nyong’o, premiata con l'Oscar alla migliore attrice non protagonista), avverrà l’incontro con la persona che condurrà il protagonista verso la propria libertà e il film verso un finale che può sembrare consolatorio ma che consolatorio non è e del resto non potrebbe essere. Negli occhi di Solomon, specchio di un’anima martoriata, la consapevolezza che nulla potrà più essere come prima.

Diccì

sabato 1 marzo 2014

CAPE TOWN - NUMBERS GANG


Finalmente è sabato. Niente lavoro, niente impegni, niente di niente. C’è un compleanno che ci aspetta e una fantastica giornata di relax al mare si prospetta. Prendiamo il treno (non è comune prendere i trasporti pubblici qua in Sudafrica, specie se sei bianco) e ci dirigiamo verso Kalk Bay, piccolo villaggio di pescatori in direzione di Cape Point (per intendersi, dove c’è Capo di Buona Speranza, difficile ostacolo sulla antica rotta verso le Indie, superato per la prima volta da Vasco da Gama). Il ristorante è enorme e la location spettacolare: sul mare, popolato da qualche coraggioso surfista, e accanto al porto, popolato invece da pescatori, foche e pinguini. La giornata passa superlativamente tra un bloody mary e uno shot di tequila, fino a quando, verso le 18, decidiamo di tornare indietro con lo stesso trenino colorato che ci aveva portato all'andata. In realtà la vera storia inizia qua, e non riguarda me ma N. N, tipico ragazzone sudafricano simpatico e alla mano, era alla festa con noi. La sua ragazza decide di tornare in treno col gruppo, scordandosi di rendergli le chiavi della sua macchina. N, un po’ perché era ubriaco un po’ perché il paesaggio è bellissimo, decide di tornare a piedi fino a Cape Town (una decina di km circa che attraversano la periferia della città). Dopo circa dieci minuti che camminava, quattro ragazzi lo avvicinano. “Hey, dove vai?”. N li osserva velocemente e fiuta subito il pericolo. E’ solo dopo qualche altro passo che i ragazzi si presentano. “Siamo dei twentysixers” dice quello alto. A sentire quelle parole, una goccia di sudore ghiacciato scende per la schiena di N. Sono dei membri della Numbers Gang, la gang più pericolosa di Cape Town.

Purtroppo la criminalità è uno degli aspetti negativi del Sudafrica: non te ne senti oppresso, ma devi sempre stare in guardia. Banalmente, l’alto tasso di criminalità che affligge questo paese origina dall’alto tasso di povertà e dall’estrema disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. In particolare, sebbene le cose stiano cambiando, uno degli aspetti che fa si che la criminalità si mantenga pressoché costante, è che chi nasce povero in una baraccopoli non ha nessuna opportunità di fronte a sé (cosa principalmente legata a fattori culturali e al basso tasso di istruzione). La criminalità si divide in due macro gruppi: da un lato ci sono i poveri che rubano per sopravvivere, dall’altro la criminalità organizzata. La storia di N ha a che fare con il secondo gruppo. La Numbers Gang è una banda che opera principalmente all’interno delle prigioni sudafricane, sebbene i suoi tentacoli si estendano anche al di fuori di queste. I numeri rappresentano diverse divisioni della gang e i compiti assegnati ad ognuna di queste. Ogni numero ha una sua struttura interna costituita da tanto di tribunali e pseudo primi ministri della gang (datevi un’occhiata alla pagina di Wikipedia). La gang persegue una sorta di strategia del terrore e tramite questa si fa rispettare. Il terrore è nelle file della gang stessa: omicidi gratuiti come prova di coraggio, stupri e disponibilità a farsi stuprare dal capo diventando la sua lady-boy in carcere, furti e sequestri. Queste tra le attività preferite dai Numbers boys.

I 26 si occupano di accumulare ricchezza per la gang: chi meglio di N come pollo da spennare? N è tuttavia tutt’altro che desideroso di farsi fottere. Così decide di giocare la “carta dell’amicone”: inizia a fare conversazione e a scherzare con i quattro, che iniziano a camminare con lui. “Che fai nella vita? Guidi una macchina?” dice quello con la cicatrice sull’occhio, N mente spudoratamente e vola basso: lavoro malpagato e utilitaria. Appena si crea un po’ di silenzio N inizia a parlare del più e del meno, a dare pacche sulle spalle e abbracci. Solo quando ha finito tutti i numeri in repertorio chiede “Voi che fate?”. E’ qua che la seconda goccia di sudore, ghiacciata come la punta di una lama d’acciaio, attraversa la schiena di N. E’ il capo dei quattro a prendere la parola, racconta di come ha stuprato una donna che non voleva dargli i soldi e di come ha ammazzato un uomo su commissione della gang. N è ormai certo che da un momento all’altro arriverà il fatidico momento in cui dicono: “Ok bello caccia tutti i soldi!”. Un benzinaio spunta all’orizzonte: un’oasi nel deserto. I ragazzi gli fanno capire che gli è andata bene, lo lasciano là e gli dicono di non muoversi fino a quando la sua ragazza verrà a prenderlo. Gli dicono anche di non guardare nessuno negli occhi, perché potrebbe essere meno fortunato di quanto è stato con loro.

Quando i quattro se ne vanno il benzinaio esce e gli urla “Cosa hai in quella testa?! Giusto un mese fa ho dovuto soccorrere un ragazzo brutalmente accoltellato a quell’angolo della strada”. Quando N ci ha raccontato la storia era ancora evidentemente scosso, non so quando si rifarà una passeggiata fuori dal centro della città…

Video consigliato: Ross Kemp on Gangs – South Africa

IT

venerdì 28 febbraio 2014

SHONAN JUNAI GUMI - LA BANDA DELL'AMORE PURO DI SHONAN


Shonan Junai Gumi, creato da Tohru Fujisawa, altro non è che la narrazione delle vicende di Eikichi Onizuka e Riuji Danma ai tempi del liceo. In Italia tale opera è stata spesso spacciata come un “filler” del più noto Gto, facendola passare per un qualcosa creato in maniera a sé stante e successiva al grande successo riscosso dal manga in questione. In realtà, l'autore ha creato prima lo Shonan Junai Gumi e poi il Gto che ben conosciamo, in quello che è a tutti gli effetti un lavoro che è stato si diviso in due “spezzoni”, ma facenti parte dello stesso storyboard. La storia raccontata è tanto semplice quanto ben sapientemente gestita: i protagonisti sono conosciuti come gli Oni-Baku ( Oni sta per “demone” e indica le iniziali di Onizuka, mentre Baku indica “bomba”, il soprannome di Danma che è definito “la bomba umana”) e sono un noto duo di teppisti che cerca di vivere una vita liceale normale; la loro personalità e la loro “bravura” nel mettersi nei guai li porta però inevitabilmente a finire sempre in risse o comunque in situazioni al limite del grottesco. Il tutto inizia con i due che fingono di essere stati espulsi da un liceo maschile al fine di farsi ammettere all'istituto Tsujikuo; la scuola in questione è nota per l'abbondante presenza di compiacenti fanciulle, e quindi l'obiettivo dei nostri protagonisti è quello di iscriversi da quelle parti con la speranza di perdere la loro verginità. La loro fama di teppisti giungerà però immediatamente anche lì, con il risultato che Onizuka e Riuji incapperanno ben presto in scontri con i delinquenti dell'istituto, Saejima e Kamata, fino a sfociare in scontri sanguinolenti con le più rinomate bande di teppisti della città; tutto questo integrato con sketch esilaranti (l'ossessione della ricerca della ragazza è un “must” ricorrente) e l'immancabile moto, guidata rigorosamente senza casco. Riuji riuscirà a un certo punto anche a trovare la sua anima gemella (Nagisa) facendo precipitare nello sconforto Onizuka, il quale comincerà a frequentare personaggi e ragazze male intenzionate ignorando di piacere molto alla sua amica Shinomi. Con il proseguire della storia lo status dei due teppisti cresce esponenzialmente fino a portarli a diventare delle vere e proprie leggende, con la narrazione che si conclude con una mega-rissa (condita da armi di ogni genere) in cui sono presenti tutti i protagonisti principali del fumetto. La prima cosa che salta all'occhio del lettore è il miglioramento progressivo della qualità del disegno: i primi volumi, infatti, mostrano un disegno particolarmente grezzo, ma con l'evolversi della storia si delinea quello stile che poi renderà celebre Gto, con le mitiche “faccine” di Onizuka che fanno capolino verso la fine del racconto. Shonan Junai Gumi è molto utile per comprendere appieno alcuni aspetti poco chiari di Gto: ad esempio, nella storia “principale” non ci vengono spiegati bene i trascorsi tra Ryuma e Saejima, nonché da dove nasca la tanto decantata leggenda degli Oni-Baku. In questa prima parte tutto viene spiegato a dovere, con sketch in alcuni casi addirittura superiori a Gto ( imperdibile la scena in cui, dopo uno scontro di rilievo, si mettono a confrontarsi i peni) nonché una profonda cura della caratterizzazione dei due protagonisti. Consiglio assolutamente la lettura di tale opera per apprezzare ancora di più Gto e comprendere appieno l' intero arco narrativo delle vicende; da segnalare anche l'ottima riuscita dell'anime che ripercorre in maniera molto buona la storia raccontata dall'opera originale. Uno dei pochi casi in cui l'anime non svilisce il racconto fatto dal manga, e dunque un “bonus” a favore del lavoro che è stato fatto dal maestro Fujisawa e dal suo staff.

Tommy

giovedì 27 febbraio 2014

SOUR TIMES (AIRBUS RECONSTRUCTION) - Portishead



No. Non è la Sour Times che conoscete. Non è la seconda traccia del monumentale album del 1994 Dummy, capolavoro senza tempo della Trip Hop, l'ultimo movimento musicale (nato a Bristol) veramente interessante (anzi innovativo, geniale). Difatti questa è una b-side contenuta nel singolo dell'omonima, ricostruita da una band rock, gli Airbus (naturalmente da Bristol). Ed è una b-side fantastica, quasi migliore dell'originale. Una b-side che dimostra la dinamicità della musica dei Portishead, capace di prestarsi anche a un rock più duro, un post-grunge che riporta la mente indietro nel tempo, nei fantastici 90's. Ricordi (indelebili) di momenti passati, 5 minuti da pelle d'oca.

Mi.Di

martedì 25 febbraio 2014

IL GRANDE SONNO - Raymond Chandler


Un mondo alla malora. Un mondo ormai disilluso dove tutti i concetti morali come l'amore, il rispetto verso il prossimo, sono ormai morti. E Chandler, sentendosi lentamente escluso da questo mondo, non può che cominciare a scrivere per poterlo recuperare, per farlo nuovamente suo. E per farlo, sceglie il genere che può sembrare il meno adatto. L'hard boiled. L'hard boiled che recupera il giallo trascinandolo per la strada, l'hard boiled crudo e violento, l'hard boiled che riporta inevitabilmente Chandler verso quel mondo immorale da cui si sente tradito. E lascia intendere, tra le righe, che non esiste modo migliore per esorcizzare le proprie paure che infilarcisi dentro, fino al collo, senza un dubbio. E lo fa egregiamente con il ciclo di Marlowe, dove per mettere le cose in ordine, per ricostruire il puzzle morale della sua mente, crea un personaggio dalla personalità decisa e con principi saldi, impossibili da cambiare. E infatti ne esce fuori un personaggio che non può vivere senza il suo autore (anche se Chandler in alcune interviste ha rivelato che stava cominciando a vivere di vita propria) perché lo rispecchia in pieno. Un po' come Henry Chinaski per Bukowski, Marlowe rappresenta lo sguardo dell'autore sul mondo, la sua concezione romantica ma nello stesso tempo cinica e lievemente nichilista del tutto. Così diviene obbligatorio parlare un po' di Raymond Chandler. Nato nel 1888 nell'Illinois, figlio di uno statunitense e un'irlandese, assiste alla prima delusione della sua vita quando i genitori divorziano, e si trasferisce con la madre in Gran Bretagna. Tornato negli Stati Uniti si arruola nell'esercito canadese combattendo la Prima Guerra Mondiale. Dopo alcuni lavori inutili, finalmente nel 1933 l'esordio letterario con Il Grande Sonno. Un debutto che l'autore fa a 45 anni, il tempo di osservare con fare critico il mondo e di diventare un alcolizzato. Il suo talento verrà notato qualche anno dopo, tanto che comincerà a lavorare per Hollywood (che farà anche un film sul romanzo di esordio con uno splendido Humphrey Bogart). Il Grande Sonno comincia con la convocazione di Marlowe a casa di un cliente, l'ex generale Sternwood, ormai stroncato dalla vecchiaia (ma pur sempre ricchissimo, grazie ad alcuni campi petroliferi). Il vecchio viene ricattato da un certo Geiger, proprietario di una libreria antiquaria (che si scoprirà essere il centro di un enorme traffico di materiale pornografico). Inoltre il generale è preoccupato per le figlie, Carmen, coinvolta nel ricatto, e Vivian.  Saranno le colonne portanti del romanzo, le tanto famose quanto immancabili femmes fatales. Da qui nascerà un intreccio torbido costruito da omicidi, sesso e corruzione che terminerà con una considerazione stupenda del nostro antieroe, Philip Marlowe. "Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L'acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l'aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora". Probabilmente lo stesso pensiero che ha fatto Chandler nel 1955, quando tentò il suicidio dopo la morte della moglie. Un tentativo non riuscito che ha il suono della sconfitta, come se Chandler, una volta persa la moglie, si sentisse nuovamente smarrito in quel mondo immorale che aveva conosciuto prima del matrimonio, quando cominciò a scrivere questo grande romanzo noir. Ma a riscattarlo rimarrà sempre Philip Marlowe, grande prototipo dell'antieroe, fonte infinita di ispirazione per tutto il genere (e non solo). Un personaggio immortale perché tenta a tutti i costi di infondere il bene in un mondo maledetto. E lo fa con mezzi tutt'altro che consoni per la concezione di un protagonista positivo. Cinico, alcolizzato, violento, barcolla sempre sul filo del rasoio della correttezza, tra luci e ombre. Questo è il bene secondo Chandler (o secondo Marlowe, fate voi). Un bene diverso, continuamente a stretto contatto con il male, costretto a farsi strada a suon di cazzotti e pallottole. E' un bene ormai stufo di farsi chiamare tale, e sta qui la grande forza dell'opera di Chandler, nella sua "bipolarità", nella sua ambiguità. Un opera eterna, come un grande sonno infinito.

Mi.Di

lunedì 24 febbraio 2014

A PROPOSITO DI DAVIS - Joel & Ethan Coen


Passo falso. Ovvero, come ci suggerisce un qualunque dizionario, cadere in errore, sbagliare o sbagliarsi. Ecco, se c’è qualcosa che mi stupisce del cinema dei fratelli Coen è proprio l’assenza, nella loro filmografia (che conta sedici film in circa trent’anni), di veri e propri passi falsi, di film sbagliati insomma. La loro ultima fatica, presentata allo scorso festival di Cannes, si inserisce perfettamente in una filmografia assolutamente coerente: è la storia di Llewyn Davis (ispirato al musicista Dave Van Ronk) uno dei tanti cantanti folk che riempivano la scena dei sixties nel Greenwich Village newyorkese. Lo stesso Village, gli stessi anni, che furono testimoni dei primi passi di Bob Dylan. Llewyn Davis (interpretato da Oscar Isaac) è solo l’ultimo dei tanti personaggi che popolano l’universo cinematografico coeniano, personaggi che sono, ciascuno a suo modo, dei perdenti, degli sfigati, degli uomini senza qualità, dimenticati o dimenticabili, anonimi volti persi nel caos della vita.

Un microfono, la voce tormentata di Llewyn Davis, lo straziante appello di “Hang me, oh hang me” , aprono la prima scena del film in uno dei tanti locali del Village. Al termine dell’esecuzione si avvicina al cantante un signore, intuiamo sia il proprietario del locale, che lo invita ad uscire; un amico lo aspetta fuori, dice. Fuori dal locale dove, appena uscito, Llewyn riceverà un sacco di botte. Finisce così l’opening del film, poco più di cinque minuti, sufficienti però per farci capire chi è Llewyn Davis. Nella scena successiva il protagonista, disturbato nel sonno da un gatto (gatto che ritornerà più volte nel corso del film con una precisa valenza simbolica), si sveglia in una casa vuota, su di un divano. Uno dei tanti divani in cui Llewyn, senza dimora e senza un soldo in tasca, passa le proprie notti per ripararsi dal freddo inverno di Manhattan. È il divano dei genitori del defunto partner artistico di Llewyn, morto suicida, verremo a sapere. Forse gli unici due personaggi che provano un reale affetto per lui, considerando che pure la sorella prova una sorta di disprezzo per la vita che conduce il fratello. Per non dire poi della ragazza (ingravidata da Llewyn, e non è la sola) interpretata da Carey Mulligan (che completa il cast con Justin Timberlake e John Goodman, quest’ultimo nei panni di un musicista jazz piuttosto bizzarro) che in una scena emblematica del film gli rinfaccia tutto il suo rancore. Insomma, Llewyn è il classico personaggio sfigato coeniano e non è che poi faccia molto per non esserlo, prigioniero com’è in una sorta di limbo, incapace di liberarsi da un’esistenza che gli passa davanti senza che riesca in alcun modo ad afferrarla. Ma nonostante tutto non riusciamo a non empatizzare con lui. Anche quando, per una birra di troppo, cede alla tentazione dell’insulto gratuito nei confronti di chi, come lui, cerca solo di farsi largo in un mondo in cui inizia ad imporsi la zazzera del menestrello più famoso della musica americana.

Alla fine poi, nella perfetta chiusura del cerchio, torniamo dove eravamo partiti. Al locale, ad “Hang me, oh hang me”, alle botte. Quelle botte che prima non avevano ragione e che ora siamo in grado di capire perfettamente. Au revoir Llewin. Au revoir Coen. Al prossimo film. Che scommettiamo non sarà un passo falso.

Diccì