
Mentre
da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava
dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse
bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture
dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il
piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo
importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era
quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva
contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in
pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra
guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si
compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei
proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre,
scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio
oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina
captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i
suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali
sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità
e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe
risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di
scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per
niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come
ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci
accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di
merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle
pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di
birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal
nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si
ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente
ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo
lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I
neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal
seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al
fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà
socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi
orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La
prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e
giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere
azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con
in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile
pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono
diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una
misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi
minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno
della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide,
ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna
i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi
verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del
sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline
a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della
mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a
scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a
terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione,
made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo
momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una
lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto
e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo
rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa
trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi
pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati.
E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie,
mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e
distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare
all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù
fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto,
così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo
mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per
concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare
ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare
mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti
appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può
trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una
freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un
luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che
svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite
vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda,
silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento,
silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio
silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri
inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello
reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di
ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a
ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata
nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato,
ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.
MI.Di


















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