sabato 8 febbraio 2014
venerdì 7 febbraio 2014
...MA NON FIDARSI E' MEGLIO (soprattutto degli economisti)
18:52
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Ricordo
ancora con grande chiarezza il mio professore di Politica Economica
raccontare alla classe questa barzelletta sugli economisti.
Ci sono un fisico, un chimico ed un economista sperduti su di un’isola deserta senza viveri ne acqua. I tre contemplano affamati una scatoletta di carne in scatola, unica fonte di cibo a loro disposizione. Purtroppo però nessuno ha con se un apriscatole. Il fisico ‘apre le danze’ afferrando la confezione e vibrandola in aria con tutta la sua forza: “sfruttando l’attrazione gravitazionale in direzione del suolo forse riusciremo a forzarla”…ma niente da fare. Tenta poi il chimico che comincia a mescolare tra loro alcuni liquidi. “Unendo questo assieme a quest’altro otterremo una reazione particolarmente potente la quale dovrebbe essere in grado di…” ma anche questo tentativo di intaccare la latta si rivela inefficace. I due si volgono allora fiduciosi verso l’economista che risponde ai loro sguardi colmi di speranza dicendo: “se noi avessimo un apriscatole potremmo…”.
Numerosissimi risultati della teoria economica sono, ahimè, spesso ottenuti partendo da congetture ed ipotesi del tutto inverosimili. Utilità intertemporali estese all’infinito, massimizzazioni più o meno vincolate, equilibri dinamici e statici, aspettative con livelli di informazione variabili, etc., etc. Ogni “homo economicus” è pensato pertanto come il più grande dei matematici ed ha poco a che spartire col panettiere del forno sotto casa che al MIT a studiare sicuramente non è mai andato.E a questa lunga fiera delle assurdità possiamo aggiungere un indicatore economico per la cui gestazione i due ‘creatori’ non si sono neanche presi la briga di ricercare un improbabile fondamento scientifico, ma la cui centralità è, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando del fatidico tetto del deficit al 3% del PIL alla quale ogni economia dell’Eurozona deve sottostare. Vediamo in breve la sua storia che ha quasi dell’incredibile.
Siamo in Francia, 1981. I socialisti guidati da François Mitterand conquistano l’Eliseo e in un anno il deficit pubblico cresce a dismisura, passando da 50 a 95 miliardi di franchi. Mitterand sa bene che deve frenare questa corsa e affida l’incarico di riportare sottocontrollo le spese statali ad un uomo che considera affidabile: Pierre Bilger, vice direttore del dipartimento del bilancio del Ministero delle Finanze. Il Presidente Mitterand abbisogna “di una sorta di regola, qualcosa di facile, che assomigli al risultato di una profonda competenza economica”, afferma Bilger. E serve subito, non c’è tempo da perdere. Il vice direttore quindi incarica in fretta e furia un certo Guy Abeille assieme a Roland de Villepen, entrambi funzionari del ministero formatisi all’ENSAE di Parigi, prestigiosa facoltà della capitale.
Ed ecco la ricostruzione del fatidico momento della scelta del 3% del PIL come numero “magico”. I due tecnici evitano di fare calcoli matematici in puro stile economico e nel giro di una notte concordano di usare il PIL come grandezza di riferimento poiché ben compresa nel significato da chiunque. Anche il valore “3” poi è trovato altrettanto rapidamente: “prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2.6 % del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%”. Senza alcun fondamento di tipo teorico-scientifico.10 anni dopo, alla conferenza di Maastricht del 1991, la regola del 3% viene estesa a tutti i paesi dell’area Euro e le conseguenze di questa scelta decisamente a cuor leggero sono a noi oggi ben note. Ne avremmo fatto volentieri a meno.
Ma non è che uno dei due economisti francesi era proprio il protagonista della nostra barzelletta?
Maste
Ci sono un fisico, un chimico ed un economista sperduti su di un’isola deserta senza viveri ne acqua. I tre contemplano affamati una scatoletta di carne in scatola, unica fonte di cibo a loro disposizione. Purtroppo però nessuno ha con se un apriscatole. Il fisico ‘apre le danze’ afferrando la confezione e vibrandola in aria con tutta la sua forza: “sfruttando l’attrazione gravitazionale in direzione del suolo forse riusciremo a forzarla”…ma niente da fare. Tenta poi il chimico che comincia a mescolare tra loro alcuni liquidi. “Unendo questo assieme a quest’altro otterremo una reazione particolarmente potente la quale dovrebbe essere in grado di…” ma anche questo tentativo di intaccare la latta si rivela inefficace. I due si volgono allora fiduciosi verso l’economista che risponde ai loro sguardi colmi di speranza dicendo: “se noi avessimo un apriscatole potremmo…”.
Numerosissimi risultati della teoria economica sono, ahimè, spesso ottenuti partendo da congetture ed ipotesi del tutto inverosimili. Utilità intertemporali estese all’infinito, massimizzazioni più o meno vincolate, equilibri dinamici e statici, aspettative con livelli di informazione variabili, etc., etc. Ogni “homo economicus” è pensato pertanto come il più grande dei matematici ed ha poco a che spartire col panettiere del forno sotto casa che al MIT a studiare sicuramente non è mai andato.E a questa lunga fiera delle assurdità possiamo aggiungere un indicatore economico per la cui gestazione i due ‘creatori’ non si sono neanche presi la briga di ricercare un improbabile fondamento scientifico, ma la cui centralità è, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando del fatidico tetto del deficit al 3% del PIL alla quale ogni economia dell’Eurozona deve sottostare. Vediamo in breve la sua storia che ha quasi dell’incredibile.
Siamo in Francia, 1981. I socialisti guidati da François Mitterand conquistano l’Eliseo e in un anno il deficit pubblico cresce a dismisura, passando da 50 a 95 miliardi di franchi. Mitterand sa bene che deve frenare questa corsa e affida l’incarico di riportare sottocontrollo le spese statali ad un uomo che considera affidabile: Pierre Bilger, vice direttore del dipartimento del bilancio del Ministero delle Finanze. Il Presidente Mitterand abbisogna “di una sorta di regola, qualcosa di facile, che assomigli al risultato di una profonda competenza economica”, afferma Bilger. E serve subito, non c’è tempo da perdere. Il vice direttore quindi incarica in fretta e furia un certo Guy Abeille assieme a Roland de Villepen, entrambi funzionari del ministero formatisi all’ENSAE di Parigi, prestigiosa facoltà della capitale.
Ed ecco la ricostruzione del fatidico momento della scelta del 3% del PIL come numero “magico”. I due tecnici evitano di fare calcoli matematici in puro stile economico e nel giro di una notte concordano di usare il PIL come grandezza di riferimento poiché ben compresa nel significato da chiunque. Anche il valore “3” poi è trovato altrettanto rapidamente: “prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2.6 % del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%”. Senza alcun fondamento di tipo teorico-scientifico.10 anni dopo, alla conferenza di Maastricht del 1991, la regola del 3% viene estesa a tutti i paesi dell’area Euro e le conseguenze di questa scelta decisamente a cuor leggero sono a noi oggi ben note. Ne avremmo fatto volentieri a meno.
Ma non è che uno dei due economisti francesi era proprio il protagonista della nostra barzelletta?
Maste
giovedì 6 febbraio 2014
BEST OF 2013 - La nostra playlist ideale del 2013
19:25
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1
These New Puritans - V
(Island Song)
Finalmente. Finalmente
possiamo dire che dopo tanto tempo (troppo tempo) siamo di fronte ad
un vero e proprio capolavoro, sicuramente una delle migliori canzoni
degli anni 2000 (se non la migliore). E finalmente si può dire di
aver trovato dei degni eredi dei Radiohead. Perchè V (Island Song)
ricorda maledettamente Paranoid Android. Quel gusto per la
sperimentazione, la potenza delle note, uno schema della canzone
multiplo ed un grande video animato (si, proprio come quel videoclip
del 1997 che in tanti non dimenticheranno mai). Forse la musica ha
trovato un punto da cui ripartire alla grande, dopo anni di aridità.
La musica ha trovato i These New Puritans.
2
My Bloody Valentine - If
i Am
I paladini dello shoegaze
tornano con un disco capolavoro, che ci riporta indietro (o forse è
meglio dire avanti?) nel tempo, riavvicinandoci a quel Loveless che
ha cambiato il modo di pensare il rock. Difatti non sembra essere
passato un solo secondo da quel lontano 1991, forse perché la musica
dei MBV è atemporale, è una musica che rimarrà sempre attuale.
Anzi avanti.
3
Julia Holter- Maxim's
I
Il disco di Julia Holter,
e in particolare Maxim's I, è maledettamente geniale. Ambient si
unisce al dream pop, dando vita a una formula così onirica che
sembra costituita dalla stessa materia dei sogni (volendo scomodare
Shakespeare). Da ascoltare prima di addormentarsi, lasciando una
finestra aperta sulle fantasie notturne.
4
Bill Callahan- Javelin
Unlanding
Bill Callahan (in arte
Smog) è uno dei grandi cantautori della nostra generazione, e con
Dream River lo dimostra, facendo musica pura, matura, un folk
malinconico all'altezza di Neil Young. Javelin Unlanding è il
piccolo capolavoro dell'album, musica di altri tempi. Da tutelare.
5
David Bowie- Where
Are We Now
Pelle d'oca. E' l'unica
cosa che si può dire ascoltando questa canzone se si è amanti della
musica e se siamo cresciuti ascoltando il Duca Bianco. Bowie ci
riporta indietro nel tempo facendoci rivivere tutta la sua carriera,
attraversando luoghi a lui tanto cari come Potsdamer Platz e
chiedendosi nostalgico dove siamo adesso. Probabilmente senza trovare
una risposta.
6
Arcade Fire - Afterlife
Precisiamo subito una
cosa: gli Arcade Fire di Funeral e Neon Bible sono lontani anni luce
da questo Reflektor, lavoro decisamente inferiore rispetto ai primi
due album. Ma la creatura canadese continua comunque a proporre una
delle migliori musiche del panorama, provando con questo nuovo album
a sperimentare verso sentieri più electro. Una sicurezza.
7
Deerhunter - Neon Junkyard
Sicuramente hanno tradito
le aspettative con Monomania, ma questa è la canzone da cantare più
a squarciagola del 2013, un indie sporco e ipnotico da ascoltare a
volume altissimo. Play it fucking loud.
8
Connan Mockasin - It's Choade
My Dear
Un artista quasi
indefinibile, folle nella sua ambiguità. Psichedelica si mischia al
soul, formando un sound nostalgico ed estremamente particolare.
L'artista neozelandese ci trascina con la sua voce androgina in un
atmosfera rarefatta, da sogno, che sembra quasi liquefarsi in un'oscurità notturna.
9
Tricky- Does It
Tricky è tornato, e più
in forma che mai. Il grande genio della trip hop costruisce attorno
alla bellissima voce di Francesca Belmonte un album da urlo, guidato
dall'uscita del singolo Does It, cover di una canzone dei The Ropes.
Un elemento essenziale per la musica contemporanea.
10
Youth Lagoon - Daisyphobia
Snobbato dai più, il
nuovo lavoro di Youth Lagoon dimostra invece una grande maturità
“psichedelica”. Una vena psichedelica nuova e fresca, con lontane
influenza elettroniche unite a una follia barrettiana senza limiti.
Psych dell'anno.
11
The Knife - A Tooth For An Eye
Mai banali. Forse la
carriera degli Knife si può sintetizzare con queste due semplici
parole. Una carriera che di semplice ha ben poco. Dall'elettronica al
puro art rock, il duo svedese è abituato a sperimentare e non
smetterà mai di farlo. E con Shaking The Abitual (shakerare
l'abitudine, un consiglio che in molti dovrebbero seguire) non si
smentiscono. Strizzando anche l'occhio a Bjork con una splendida A
Tooth For An Eye. Per fuggire dalla routine.
12
(ex aequo) James Holden – Renata
/ Deafheaven – Dream
house
Il piccolo genio
dell'elettronica torna a stupire con un album decisamente geniale.
Difatti con The Inheritors, Holden alza l'asticella della musica
elettronica, accompagnandoci verso scenari desolati e folli come la
sua arte. Renata è già un classico del genere, con un synth capace
di spazzare via ogni percezione. Sabato 8 febbraio suonerà al Tenax.
Da non perdere.
Audaci,
folli ,sperimentali, i Deafheaven uniscono lo shoegaze con il black
metal più spinto, unendo dei generi piuttosto distanti e mettendo
d'accordo stili di vita che quasi si odiano. Sorge solo un dubbio:
post metal o post shoegaze?
13
Nick Cave - We No Who U R
Uno dei grandi maledetti
del rock torna con un disco intimista e (come ci ha abituato)
poetico, dalle atmosfere decisamente più pacate rispetto al passato.
Forse una fuga dai tormenti del passato, una fuga bellissima.
Dalle riot girl fino ad
arrivare alla dark wave di Sioux and The Banshees, le Savages
riescono a far esplodere il loro post punk moderno ed incazzato nella
splendida voce di Jehnny Beth. Un post punk tutto al femminile, come
dimostra l'isterica Husbands, che stigmatizza tutte le violenze
domestiche.
I francesi La Femme
riescono a stupire con il loro disco d'esordio (la sorpresa
dell'anno) , creando un vortice di generi che passa dal punk fino ad
arrivare alla musica psichedelica, strizzando l'occhio al Plastic
Bertrand di Ca Plane Pour Moi (ormai un cult). Nous Etions Deux è
una piccola perla di sei minuti, attraversata dal suono di un
organetto che difficilmente riusciremo a levarci dalla testa.
Mi.Di
martedì 4 febbraio 2014
BOOMERANG - Capitolo 2, Jessy
19:51
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(Link al capitolo 1. http://il-cartello.blogspot.it/2014/01/boomerang-capitolo-1-rob.html)
Sculettava
per la città con i suoi jeans corti verde acqua, tutti la
guardavano, stampavano i loro sguardi sul suo culo perfetto, mentre
lei, cosciente di quegli sguardi, li ricambiava ondeggiando ancora di
più.
Sculettava
per la città con i suoi jeans corti verde acqua, tutti la
guardavano, stampavano i loro sguardi sul suo culo perfetto, mentre
lei, cosciente di quegli sguardi, li ricambiava ondeggiando ancora di
più.
Amava
stare al centro dell'attenzione, per lei la vita era una lunghissima
passerella, cosa strana per una tossica che avrebbe trangugiato di
tutto pur di raggiungere lo sballo.
Alternava
periodi in cui si calava xanax, oppio, metadone, insomma qualsiasi
cosa la facesse sprofondare in uno stato catatonico, voleva annientarsi,
perdere le forze fino a spalmarsi sul divano di Rob insieme agli
altri fratelli della tribù.
Ora
si trovava in un periodo di eccitazione continua, niente droghe che
potessero stordirla e diminuire la sua eccitazione; faceva uso solo
di coca purissima che le permetteva di stare sveglia fino al mattino,
di scopare come un bonobo, di non fermarsi in una società che ormai
aveva raggiunto livelli di velocità spaventosi. Sì, lei voleva
stare al passo con tutto ciò che la circondava, per questo teneva
una busta di coca sempre schiacciata contro il suo sedere in quella
tasca che tutti avrebbero voluto toccare.
Era
la donna più spaventosamente attraente del gruppo, non che ce ne
fossero tante, ma fra lei e Camille c'era una differenza abissale,
Jessy avrebbe potuto sposare chiunque se si fosse ripulita un po',
aveva sempre ottenuto quello che voleva con il suo corpo da urlo,
finché si fosse mantenuta in quello stato quasi perfetto il mondo
sarebbe stato ai suoi piedi, spiaccicato sotto la suola delle sue
converse.
Ma
non era tanto la bellezza, c'era qualcosa di più, era come
circondata da un'aura di femminilità spiazzante, riusciva a
mantenere un livello di sessualità altissimo anche quando si faceva,
riusciva a tenere discorsi con un potenziale erotico che avrebbe
risvegliato anche il prete più devoto.
Continuava
la sua camminata guardandosi le unghie colorate da uno smalto
azzurro, alzava la testa e pensava che le sue unghie fossero un po'
come il cielo, si sentiva divina, voleva mantenere la sua vita così
com'era, in eterno; era come una pallina sparata in un flipper, ogni
persona contro cui sbatteva finiva per dipendere da lei, dalle sue
dita da marionettista e dal suo culo che in molti sognavano la notte.
“Ehi
Camille. Che si dice?” rispose al telefono.
“Sono
a casa da sola, mi sto annoiando a morte”.
“Vuoi
andare da Rob? Gli altri saranno lì”.
“Boh,
non so, siamo sempre in quel buco. Vieni da me, facciamo un
pomeriggio da donne”.
“OK,
dillo che vuoi un po' della mia passera solo per te” rispose Jessy.
“Macché
dici, pensi sempre che tutti ti vogliano scopare, il mondo non è un
gigantesco alveare e tu non sei l'ape regina...”.
“Ok
troietta, arrivo”.
Davanti
al portone di Camille, Jessy si tolse il reggiseno e lo mise nella
borsa, voleva che attraverso la maglietta si vedessero bene i suoi
capezzoli, voleva avere sempre in pugno chi gli stava davanti,
perfino la sua unica amica.
Camille
aprì la porta, il suo sguardo cascò subito sui capezzoli di Jessy,
fu un riflesso involontario. Camille non era lesbica, non era
innamorata di Jessy, ma quei capezzoli grossi come un occhio
puntavano dritto verso lei, lanciandole un richiamo sessuale non
indifferente, erano come delle antenne sintonizzate sul pianeta
Jessica.
“Fammi
entrare, si schianta dal caldo qui fuori”.
Jessy
si buttò sul letto e cascando le si sollevò la maglietta facendo
scoprire uno dei suoi seni, che in quel momento a Camille sembrò una
vera e propria opera d'arte, era come la visione di un tramonto
perfetto, la scoperta di una reliquia antica; aveva già visto quel
seno numerose volte, ma mai sotto quella luce.
“Vuoi
un po' di coca?” chiese Jessy mettendosi in ginocchio sul letto.
“No,
lo sai di giorno non mi va, e poi dopo devo studiare”.
“Cazzo
che palle, un esame di qua, un esame di la, va a finire che non ti
spacchi mai, sei la santarellina del gruppo”.
“Mi
piace sballarmi, ma ho un esame tra una settimana”.
“E
che sarà mai, fagli vedere un po' di fica a quel pervertito del tuo
professore”.
“E'
una donna”.
“E'
uguale, anche io sono una donna...vuoi negare che ora non mi
scoperesti?” disse Jessy con movenze da gatta, avvicinandosi a
Camille come un animale, facendole sentire un po' del suo odore.
Camille
fu inebriata da quel profumo di sesso, improvvisamente sentì
un'irrefrenabile voglia di saltarle addosso, si avvicinò e provò a
baciarla.
“No,
no, non mi va” disse Jessy allontanandosi.
Si
fece una striscia e si levò scarpe e calzini.
Il
meccanismo era attuato, aveva fatto di tutto per eccitare l'amica,
aveva lanciato l'input al telefono, che era partito come una bomba
materializzandosi nei suoi enormi capezzoli davanti al portone di
casa per finire nel naso di Camille sotto forma di odore.
Jessy
non odorava di sesso, erano circa due giorni che non lo faceva, ma a
Camille sembrava uscita da un'orgia che le aveva lasciato addosso un
odore di perversione atavica.
Il
piano era in corso, Camille in pugno.
“La
vuoi questa?” chiese Jessy indicando la sua vagina.
“Si,
la desidero come fosse il più grande dei cazzi”.
Camille
a differenza di Jessy era raffinata, non diceva mai troppe parolacce,
era una studiosa anche se amava buttare via tempo insieme agli altri,
ma in quel momento diventò la più sconcia delle sgualdrine.
“La
vuoi eh!? Allora facciamo una delle tue videochiamate insieme. Voglio
tutto il malloppo però...”.
“Che
palle, sei una vipera”.
Camille
si manteneva gli studi facendo videochiamate erotiche, era meno bella
di Jessy ma aveva quell'aria da maestrina che faceva schizzare il
testosterone alle stelle a quasi tutti gli uomini sulla cinquantina.
“Prendere
o lasciare. Facciamo quello che vuoi, ma solo davanti alla
webcam...sennò non mi avrai neanche fra un milione di anni”.
“Ok,
va bene, metto tariffa doppia”.
Dopo
nemmeno dieci minuti arrivò la prima richiesta, cento euro versati
sul suo conto con una rapidità sconvolgente, aveva proprio una bella
cerchia.
Jessy
iniziò a leccare l'orecchio di Camille che si squagliò sul letto
come stordita.
Iniziarono
a leccarsi a vicenda, sembravano animali, lo facevano per scherzo ma
questi siparietti erano fondamentali per la loro amicizia, si
leccavano le ferite della vita provando orgasmi macroscopici che la
maggior parte dei ragazzi non riuscivano ad eguagliare.
Il
tipo dall'altra parte del computer sembrava avere circa quarant'anni,
aveva la voce roca, e modi di fare da perfetto impiegato.
“Si,
continuate così maialine mie”.
“Noi
non siamo le maialine di nessuno” rispose Jessy staccandosi da
Camille.
“Ho
pagato cento euro, ora siete le mie maialine” replicò l'uomo
indispettito.
“Io
non sono la maialina di nessuno, ma se vuoi essere stupito potresti
pagare altri cento euro...soddisfatto o rimborsato” disse Jessy con
una voce che sembrò trapassare lo schermo.
“Non
sono mica scemo, che potrebbe cambiar mai? Non diventate mica tre
tutto d'un tratto” rispose l'uomo.
“No,
però potrei prendere un dildo con la bocca e infilarlo dritto nella
vagina della mia amica, e dopo averlo tirato fuori potremmo fare un
culo-culo come non hai mai visto...Ti ricordi le macchinine a
scontro? Ecco bravo prova ad immaginare questi due bei culi sexy che
si scontrano l'uno con l'altro collegati da un doppio dildo o ponte
dell'amore, chiamalo come vuoi. Oppure puoi finire di vedere il tuo
misero spettacolino da cento euro per poi masturbarti su youporn”.
L'uomo
era impazzito, le parole di Jessy avevano conquistato la sua mente,
si erano insinuate come un liquido paralizzante nel suo corpo,
pensava solo all'immagine che aveva appena descritto Jessy con
dovizia di particolari, doveva averla, doveva catturare
quell'immagine e farla sua.
“Sì,
sì, pago quanto vuoi...fammi tuo schiavo, regina del sesso” rispose
l'uomo con occhi ipnotizzati da quello che avrebbe potuto vedere.
Effettuò
il pagamento in tempo record, una velocità di trasferimento da
centometrista, digitava i numeri sulla tastiera del pc
frettolosamente, gli tremavano le mani, era impaziente, era caduto
nella tela di Jessy e ci era rimasto impigliato con duecento euro in
meno nel portafogli.
Jessy
si mise in ginocchio, prese il dildo con la bocca, si avvicinò a
Camille con lo sguardo di una pantera, sprizzava feromoni da tutti i
pori, infilò il dildo nella vagina dell'amica, che si bagnò
all'istante, era riuscita ad eccitarla almeno quanto aveva eccitato
l'uomo dall'altra parte dello schermo, entrambi erano schiavi di
quella dea; amava avere gli occhi puntati addosso...e ancora una
volta c'era riuscita.
Elle Bi
lunedì 3 febbraio 2014
NEBRASKA - Alexander Payne
18:56
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Alexander
Payne è un regista che è passato spesso inosservato dalla critica,
ma dal 2005 in poi con il suo primo grande centro, Sideways, ha
iniziato un trend positivo degno di nota.
In
quasi tutti i suoi film Payne ci mette davanti ad un passato che
riemerge lentamente da angoli bui, quasi dimenticati, un passato che
riaffiora solo per far prendere coscienza ai protagonisti di quanti
fallimenti si siano lasciati alle spalle, di quanti rimpianti avranno
per sempre, lo stesso meccanismo attanaglia e stritola Nebraska fino
a rilasciare una forza mai così ben espressa in nessuno dei suoi
film precedenti.
Una
strada lunga, un vecchietto cammina con passo sciancato verso lo
spettatore, ci viene incontro, sembra quasi voglia chiederci aiuto,
la polizia lo troverà e chiamerà il figlio perché vada a
riprenderlo.
Il
vecchio scontroso Woody Grant (uno straordinario Bruce Dern) ha vinto
un milione di dollari, o meglio pensa di averli vinti, attratto
dall'inganno spietato di una pubblicità per allocchi, ma Woody crede
nella vincita, è deciso a raggiungere Lincoln, il Nebraska, per
ritirarla, partire dal Montana e attraversare ben cinque stati, a
piedi se necessario.
La
moglie e l'altro figlio Ross (un ottimo Bob Odernkirk) lo prendono
per pazzo, affermano in continuazione che se continua così dovranno
rinchiuderlo in una clinica, ma il figlio David (Will Forte) no, non
ci sta, si rende conto che non conosce affatto suo padre, si rende
conto che i giorni che potrà passare con lui non saranno infiniti, e
decide di accompagnarlo in macchina nella sua sgangherata odissea.
Payne
sceglie il bianco e nero per raccontare un'America che ha ormai perso
i colori e lo smalto di un tempo, o che non li ha mai avuti.
I
due si fermeranno ad Hawthorne, piccola cittadina di provincia, paese
natio di Woody e culla dei suoi ricordi, ricordi che stanno ormai
scomparendo insieme ai pochi momenti di lucidità che gli sono
rimasti.
Payne
ci mostra una provincia addormentata, calcificata in un sonno
primordiale, inebetita dalla scatola parlante che per molti è
diventata un surrogato di quello che ci sta intorno, sognare davanti
alla tv, risucchiati da quiz e programmi alienanti.
I
parenti di Woody lo accoglieranno a braccia aperte, come i pochi
amici che gli sono rimasti, e le apriranno ancora di più non appena
la notizia da un milione di dollari sarà di dominio pubblico.
Verranno
fuori scheletri dall'armadio, tenuti nascosti per tantissimo tempo,
l'avidità circonderà il povero Woody, che sembrerà non capire
molte delle situazioni che lo circondano, ma il volto è quello di un
uomo che ha sofferto, che è rimasto traumatizzato dalla guerra in
Corea, che non ha mai chiesto aiuto a nessuno come non ha mai detto
di no a nessuno, un uomo che si è reso conto di non aver fatto
abbastanza, che ha sperperato soldi bevendo a più non posso; ma il
riscatto è a portata di mano, il milione è a Lincoln, basta
arrivarci.
Preso
in giro un po' da tutti continuerà il suo viaggio fino alla meta, il
suo on the road deve continuare, il giro non è stato ancora
completato.
Woody
rincorre il sogno americano, vuole il milione per ridare senso alla
sua vita, vuole un furgone, vuole riacquistare dignità, perché il
passato - come ci dice Payne - è passato, ma il presente, quello si
che è a portata di mano.
Dopo
essersi sentito dire che non è il vincitore, Woody, sguardo duro,
scolpito nel tessuto della vecchiaia, del dolore, accetterà di
tornare a casa.
Di
ritorno il vecchio Woody avrà la sua rivincita sulla vita, su una
provincia anchilosata dal tramonto dell'american dream, senza il suo
milione in tasca, ma con un pick-up sotto al sedere.
Payne
ci racconta una storia di sconfitte, fallimenti, rinascite, facendo
parlare molto i suoi personaggi; ma i momenti più belli restano i
silenzi, quello strato di non detto che abbozza sentimenti, che
lascia la libertà allo spettatore di immaginare storie, passati solo
affiorati, legami apparentemente flebili che si dimostrano forti come
catene, catene che uniscono padri e figli, facendoli sbattere contro
le difficoltà della vita ma tenendoli saldi, incatenati l'uno a
l'altro fino alla fine del viaggio.
Elle
Bi
sabato 1 febbraio 2014
venerdì 31 gennaio 2014
ITALICUM
14:23
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Mi
sembra doveroso cominciare con una premessa. Ho cambiato due volte
classe nel corso delle superiori, ho cambiato svariati corsi durante
l’università triennale e ho cambiato ateneo una volta ottenuta
quest’ultima. Ho chiesto di cambiare ancora per il master. Ho
cambiato città più di una volta e ho fatto tre esperienze di studio
all'estero in un anno. Ho cambiato ‘diosaquanti’ lavori. Ho
inoltre cambiato idee, look, stile, ho modificato il mio modo di fare
e ho cambiato ragazza. Ho cambiato casa, gatto, ecc. Insomma, diciamo
che sono uno che guarda al cambiamento con un certo favore e che
quindi la mia visione possa essere distorta.
Premesso
tutto ciò cercherò di esprimere quanto ho in mente in modo
apolitico. Quel che mi preme dire è: non pensate che ci sia
realmente bisogno di un cambiamento? Io penso che lo pensiate, sia se
siete ancora studenti, sia se siete già nel mondo del lavoro. Lo
penso perché alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle ha ottenuto
circa il 25% dei voti promettendo una sorta di rivoluzione politica e
culturale. Ezio Mauro al minuto 3:40 di un editoriale
di settimana scorsa diceva:
“[…] Noi siamo di fronte a un ultimo tentativo. C’è nel paese
un’esigenza di cambiamento fortissima… È un allarme per tutti, è
un allarme per quelli che hanno a cuore la democrazia del nostro
paese, perché dietro la sfiducia alla politica si affaccia la
sfiducia alla democrazia, perché la politica è quella che da forma
quotidiana alla democrazia… Ci sono due strade. La prima è quella
del caos, la seconda è invece quella di cercare di incanalare questa
voglia di cambiamento dentro la democrazia rappresentativa e del
sistema (con tutti i suoi limiti)…”
Diciamolo
in modo chiaro, il nostro paese, la cara e bella penisola italica,
non è messa bene. Tutt’altro, l’Italia è messa male. Lo
‘Stivale’ è completamente congelato e paralizzato dalla sua
eccessiva burocratizzazione. Il sistema pubblico, cuore pulsante e
anima di un paese, è fermo. Non si assume (qualche eccezione c’è,
ad esempio, c’è un concorso al Ministero dell’Economia e delle
Finanze che offre 179 posti), i costi della macchina burocratica sono
elevati, eccessivi, il sistema giudiziario fa pena e la fiducia
stessa nelle istituzioni è bassa. Come ho detto prima, questo post
non vuole avere niente a che vedere con la politica. Non mi interessa
e non la capisco. Sono uno che se deve andare da A a B cerca di
andarci senza fare nessuna inutile sosta intermedia a C o a D o al
bar. E’ un fatto però, che l’attuale legge elettorale non
permette al partito di maggioranza di ottenere una legittimazione
numerica tale da governare questo paese. E allora perché non si
riesce a cambiare?
Il
sistema di votazione perfetto non esiste. Toglietevelo dalla testa.
Si può spaziare tra un sistema elettorale più o meno desiderabile,
secondo le preferenze dello spettatore. Si può andare da un sistema
che tenda a far valere più voci possibili (un po’ come il
Porcellum insomma) ad un sistema che miri alla governabilità (un po’
tipo l’Italicum). Non voglio perdermi in nessuna arringa sul giusto
e sullo sbagliato, voglio solo dire a voce alta che il momento
storico che l’Italia sta attraversando richiede governabilità. Non
importa da parte di chi, a patto che non sfoci in dittatura. Ho
guardato con favore – alla luce della mia propensione al
cambiamento e al fare – a come “l’Uomo del fare” abbia
portato avanti le consultazioni politiche per raggiungere la stesura
definitiva dell’Italicum. Ho guardato con favore all’incontro con
Berlusconi, che questo venga condiviso o meno, è un grande segno di
pragmatismo: un ponte tra sinistra e destra in favore di un paese
governabile. Ho iniziato ad avere una certa aspettativa nei confronti
della legge e ho lasciato perdere le news per circa una settimana, in
attesa del testo finale.
Stamani,
quando ho iniziato a buttare giù l’articolo, ho riletto bene il
testo e mi sono confrontato con M., un caro amico. Alla fine della
mattinata, una consistente parte del mio favore se ne era andata.
Continuo a ritenere una priorità la governabilità, sperando che
chiunque governi riesca almeno a far fare all’Italia un atterraggio
di emergenza. Tuttavia, ho iniziato a credere che questa legge
elettorale non vada bene. Non si adatta all’Italia, è un ibrido
arrangiamento di una serie di sistemi elettorali di altri paesi, si
presenta con la maschera del cambiamento radicale ma poi lascia
spazio a sotterfugi per lasciar che i soliti noti siano ancora in
parlamento. E’ poco democratica e obbliga partiti con idee
differenti dai grandi partiti a fondersi in un’accozzaglia di idee.
E’ infine pericolosa, c’è chi ha detto che la legge è stata
disegnata per buttar fuori Grillo. Beh non è così, al massimo
potrebbe marginalizzarlo. Tra l’altro se le pecore smarrite di
Silvio tornassero all’ovile le odds che quest’ultimo, a
prescindere dall’avatar che userà per mostrarsi in pubblico, vinca
sono alte.
Dunque
concludendo, definirei la proposta elettorale come una scommessa
rischiosa, con effetti collaterali imprevedibili. Condivido sotto
molti punti di vista l’approccio di Renzi alla politica, penso però
che avrebbe potuto essere più cauto. Specialmente quando ero più
giovane, i cambiamenti che ho fatto per ‘amor del cambiare’ o per
‘inquietudine adolescenziale’ non si sono rivelati sempre le
scelte migliori. Mi auguro che Renzi non sia un adolescente inquieto
perché il suo fallimento avrebbe conseguenze gravissime. Ora, non
resta che aspettare la risposta di Montecitorio, sperando che venga
rimanda al mittente con la richiesta di qualche accorgimento
migliorativo. Il cambiamento è necessario, ma cambiare tanto per
fare non è produttivo.
Lettura
consigliata: Kenneth Arrow “Social Choice and Individual Value”.
IT
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