venerdì 31 gennaio 2014

ITALICUM


Mi sembra doveroso cominciare con una premessa. Ho cambiato due volte classe nel corso delle superiori, ho cambiato svariati corsi durante l’università triennale e ho cambiato ateneo una volta ottenuta quest’ultima. Ho chiesto di cambiare ancora per il master. Ho cambiato città più di una volta e ho fatto tre esperienze di studio all'estero in un anno. Ho cambiato ‘diosaquanti’ lavori. Ho inoltre cambiato idee, look, stile, ho modificato il mio modo di fare e ho cambiato ragazza. Ho cambiato casa, gatto, ecc. Insomma, diciamo che sono uno che guarda al cambiamento con un certo favore e che quindi la mia visione possa essere distorta.

Premesso tutto ciò cercherò di esprimere quanto ho in mente in modo apolitico. Quel che mi preme dire è: non pensate che ci sia realmente bisogno di un cambiamento? Io penso che lo pensiate, sia se siete ancora studenti, sia se siete già nel mondo del lavoro. Lo penso perché alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle ha ottenuto circa il 25% dei voti promettendo una sorta di rivoluzione politica e culturale. Ezio Mauro al minuto 3:40 di un editoriale di settimana scorsa diceva: “[…] Noi siamo di fronte a un ultimo tentativo. C’è nel paese un’esigenza di cambiamento fortissima… È un allarme per tutti, è un allarme per quelli che hanno a cuore la democrazia del nostro paese, perché dietro la sfiducia alla politica si affaccia la sfiducia alla democrazia, perché la politica è quella che da forma quotidiana alla democrazia… Ci sono due strade. La prima è quella del caos, la seconda è invece quella di cercare di incanalare questa voglia di cambiamento dentro la democrazia rappresentativa e del sistema (con tutti i suoi limiti)…”

Diciamolo in modo chiaro, il nostro paese, la cara e bella penisola italica, non è messa bene. Tutt’altro, l’Italia è messa male. Lo ‘Stivale’ è completamente congelato e paralizzato dalla sua eccessiva burocratizzazione. Il sistema pubblico, cuore pulsante e anima di un paese, è fermo. Non si assume (qualche eccezione c’è, ad esempio, c’è un concorso al Ministero dell’Economia e delle Finanze che offre 179 posti), i costi della macchina burocratica sono elevati, eccessivi, il sistema giudiziario fa pena e la fiducia stessa nelle istituzioni è bassa. Come ho detto prima, questo post non vuole avere niente a che vedere con la politica. Non mi interessa e non la capisco. Sono uno che se deve andare da A a B cerca di andarci senza fare nessuna inutile sosta intermedia a C o a D o al bar. E’ un fatto però, che l’attuale legge elettorale non permette al partito di maggioranza di ottenere una legittimazione numerica tale da governare questo paese. E allora perché non si riesce a cambiare?

Il sistema di votazione perfetto non esiste. Toglietevelo dalla testa. Si può spaziare tra un sistema elettorale più o meno desiderabile, secondo le preferenze dello spettatore. Si può andare da un sistema che tenda a far valere più voci possibili (un po’ come il Porcellum insomma) ad un sistema che miri alla governabilità (un po’ tipo l’Italicum). Non voglio perdermi in nessuna arringa sul giusto e sullo sbagliato, voglio solo dire a voce alta che il momento storico che l’Italia sta attraversando richiede governabilità. Non importa da parte di chi, a patto che non sfoci in dittatura. Ho guardato con favore – alla luce della mia propensione al cambiamento e al fare – a come “l’Uomo del fare” abbia portato avanti le consultazioni politiche per raggiungere la stesura definitiva dell’Italicum. Ho guardato con favore all’incontro con Berlusconi, che questo venga condiviso o meno, è un grande segno di pragmatismo: un ponte tra sinistra e destra in favore di un paese governabile. Ho iniziato ad avere una certa aspettativa nei confronti della legge e ho lasciato perdere le news per circa una settimana, in attesa del testo finale.

Stamani, quando ho iniziato a buttare giù l’articolo, ho riletto bene il testo e mi sono confrontato con M., un caro amico. Alla fine della mattinata, una consistente parte del mio favore se ne era andata. Continuo a ritenere una priorità la governabilità, sperando che chiunque governi riesca almeno a far fare all’Italia un atterraggio di emergenza. Tuttavia, ho iniziato a credere che questa legge elettorale non vada bene. Non si adatta all’Italia, è un ibrido arrangiamento di una serie di sistemi elettorali di altri paesi, si presenta con la maschera del cambiamento radicale ma poi lascia spazio a sotterfugi per lasciar che i soliti noti siano ancora in parlamento. E’ poco democratica e obbliga partiti con idee differenti dai grandi partiti a fondersi in un’accozzaglia di idee. E’ infine pericolosa, c’è chi ha detto che la legge è stata disegnata per buttar fuori Grillo. Beh non è così, al massimo potrebbe marginalizzarlo. Tra l’altro se le pecore smarrite di Silvio tornassero all’ovile le odds che quest’ultimo, a prescindere dall’avatar che userà per mostrarsi in pubblico, vinca sono alte.

Dunque concludendo, definirei la proposta elettorale come una scommessa rischiosa, con effetti collaterali imprevedibili. Condivido sotto molti punti di vista l’approccio di Renzi alla politica, penso però che avrebbe potuto essere più cauto. Specialmente quando ero più giovane, i cambiamenti che ho fatto per ‘amor del cambiare’ o per ‘inquietudine adolescenziale’ non si sono rivelati sempre le scelte migliori. Mi auguro che Renzi non sia un adolescente inquieto perché il suo fallimento avrebbe conseguenze gravissime. Ora, non resta che aspettare la risposta di Montecitorio, sperando che venga rimanda al mittente con la richiesta di qualche accorgimento migliorativo. Il cambiamento è necessario, ma cambiare tanto per fare non è produttivo.

Lettura consigliata: Kenneth Arrow “Social Choice and Individual Value”.

IT

giovedì 30 gennaio 2014

IT FIT WHEN I WAS A KID - Liars



La prima volta che ho sentito questa canzone mi sono chiesto perplesso: cosa è? Cosa si nasconde all'interno delle note? Dove piazzarla nel vasto panorama di generi musicali esistenti? è una sorta di post new wave? O addirittura no wave? Oppure un derivato del post rock influenzato dall'elettronica tanto caro ai Radiohead? O un indie schizofrenica? Beh, sicuramente i Liars sono bravi (anzi bravissimi) a confondere l'ascoltatore, immergendolo in una folle atmosfera da sabba oscuro ritmato da tamburi maniaci e una voce quasi da filastrocca, semplice ma incisiva. Fuoriuscendo improvvisamente dai propri binari per portarci al termine in un immagine da fiaba nera e sanguinosa, scritta da dei Fratelli Grimm psicopatici e sotto l'effetto di una quiete quasi da morfina agghiacciante nella propria pazzia. Poi tutto finisce e inevitabilmente premiamo repeat, perché c'è qualcosa che sfugge. E, dopo ripetuti ascolti della canzone, scopriamo che ormai si è divulgata una grande bugia. E cioè che la musica debba per forza ispirarsi a qualcosa ed etichettarsi per poter sopravvivere (come qualsiasi arte), senza tentare di innovarsi ed andare avanti. Mai bugia è stata così grande. Grazie Liars.


Mi.Di

mercoledì 29 gennaio 2014

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI - George Orwell


“Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna che ballonzolava da una parte all'altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava”.

Così inizia in modo quasi favolistico il romanzo di turbolenta pubblicazione La fattoria degli animali.
Errore ormai diffuso è quello di far leggere questa brillante satira orwelliana a studenti in tenera età che, non avendo gli strumenti per poter decifrare tutto quel sottosuolo narrativo che impervia per tutta l'opera, possono solamente apprezzarne la superficie, lo specchio della vera storia che Eric Athur Blair alias George Orwell vuole invece raccontare.
Sin dalle prime battute la magia orwelliana prende corpo, un vecchio maiale che tutti chiamano il Vecchio Maggiore, rispettato dagli altri animali per via della sua lunga età che gli ha conferito una grande saggezza, con scaltrezza arringa i suoi compagni di stalla con un bel discorso, introducendo i fondamenti della teoria marxista: il lavoro di un animale produce più valore di quello necessario al suo mantenimento e il surplus viene prosciugato dall'uomo parassita.
Potremmo identificare il Vecchio Maggiore anche con Lenin poiché riesce a ridurre una complessa filosofia in massime facilmente comprensibili al resto degli animali; ma tre giorni dopo aver gettato le basi e gli ideali su cui la rivoluzione si dovrà basare, ovvero l'Animalismo, il Vecchio Maggiore morirà, mentre Lenin riuscì a guidare la Rivoluzione d'ottobre.
Le chiavi del futuro sono state svelate, ora tocca agli altri animali applicarle nel migliore dei modi.
Ogni animale rappresentato da Orwell è studiato con cura, niente è lasciato al caso, il maiale Palladineve dalla parlantina vivace può essere identificato con Lev Trotsky, un rivoluzionario sincero che si batterà con valore nella battaglia della stalla (Rivoluzione d'ottobre del 1917) che porterà al rovesciamento della dittatura di Jones (zar), del padrone, del nemico da sconfiggere, lo sfruttatore di un popolo.
Napoleone (Stalin) è un maiale corpulento, dall'aria feroce, non si districa altrettanto bene come il compagno Palladineve nei discorsi ai suoi compagni, ma riesce a distinguersi per via del suo opportunismo, la mancanza di freni morali; è disposto a tutto per arrivare al potere, usa una demagogia spicciola lasciando che il maiale Piffero vero e proprio propagandista, indottrini le pecore (le masse facilmente manipolabili) affinché belino slogan da usare a proprio vantaggio che si possano insidiare nella testa degli altri animali come una litania che non va più via.
Altre figure interessanti sono quelle del corvo Mosè (chiesa ortodossa) che cerca di fare più adepti possibili inculcando agli altri animali strane idee riguardanti un luogo bellissimo chiamato la Montagna di Zucchero Candito dove tutti potranno andare dopo la morte e quella di Boxer, cavallo instancabile atto a rappresentare il lavoratore sovietico incarnato nella realtà dal minatore Aleksej Stachanov.
Palladineve diventerà ossessionato dal mulino a vento non rendendosi conto che gli altri animali non riescono a stare al passo delle sue idee per il rinnovamento della fattoria e per questo Napoleone lo bandirà trattandolo come un traditore, accusandolo di sabotaggio, scaricandogli addosso le colpe di ogni evento negativo.
Ma i tempi peggiorano, i maiali e i cani inizieranno ad essere privilegiati, sfrutteranno i loro compagni per oziare e mangiare a sbafo a più non posso.
Per mantenere la sua autorità Napoleone si circonderà di cani rabbiosi (la polizia politica e lo squadrismo) pronti a sbranare chiunque si opponga al volere del nuovo despota.
La situazione inizia a precipitare, tutti lavorano come schiavi, le parole che Orwell ci consegna attraverso la cavalla Trifoglio, figura materna della stalla, scivolano dritte al cuore, sono tempi difficili, il malcontento è all'ordine del giorno. “L'idea che Trifoglio si era fatta del futuro, se mai se n'era fatta una, era quella di una società di animali affrancati dalla fame e dalla frusta, una società di uguali in cui ciascuno avrebbe lavorato secondo le proprie capacità e i più forti avrebbero protetto i più deboli, come aveva fatto lei proteggendo con la zampa quella sperduta nidiata d'anatroccoli, la notte in cui il Maggiore aveva tenuto il suo discorso. Invece – e non capiva perché – erano arrivati tempi in cui nessuno osava dire ciò che pensava, in cui si aggiravano ovunque cani ringhiosi e crudeli, in cui si dovevano vedere i propri compagni fatti a pezzi dopo aver confessato delitti sconvolgenti. Non c'erano pensieri di rivolta o insubordinazione nella sua mente. Sapeva che, persino in quelle circostanze, adesso si stava molto meglio che ai tempi di Jones e che la necessità prioritaria era quella d'impedire il ritorno degli esseri umani. Qualsiasi cosa potesse accadere, lei sarebbe rimasta leale, avrebbe lavorato sodo, eseguendo gli ordini che le avrebbero impartito e accettando la guida di Napoleone. Eppure non era in questo che lei e gli altri animali avevano sperato, non era per questo che si erano tanto affannati. Non era per questo che avevano costruito il mulino a vento e sfidato le pallottole di Jones. Ecco quali erano i pensieri di Trifoglio, anche se le mancavano le parole per esprimerli”.
Sono pagine forti queste, la favola che molti ragazzi hanno letto si trasforma in un bagno di sangue, il terrore all'ordine del giorno, maiali che commerciano con gli uomini, birra che scorre a fiumi, fino ad arrivare alla tragica conclusione, la realizzazione del totalitarismo riassunta nel settimo comandamento dell'Animalismo appena modificato: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.
E' lo spettro della fine, maiali che si confondono fra gli uomini, per non scordare che spesso l'uomo è il più animale degli animali.

Elle Bi

lunedì 27 gennaio 2014

THE WOLF OF WALL STREET - Martin Scorsese


Dopo molti anni vede finalmente la luce il progetto della coppia Scorsese-Di Caprio di mettere in scena l’autobiografia di Jordan Belfort, fondatore della Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio con la quale è riuscito a costruirsi un’enorme patrimonio truffando numerosi investitori fino a quando, entrato nel mirino del bureau, viene smascherato e condannato.

Alle prese con un adattamento sicuramente ostico Scorsese da fondo a tutto il suo straordinario repertorio cinematografico regalando nuovi momenti da consegnare alla storia del cinema fra piani sequenza e carrelli mozzafiato il tutto sapientemente montato dal suo editor di fiducia (Thelma Schoonmaker). Conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di essere il miglior regista vivente.

Non da meno è la straordinaria performance di Leonardo Di Caprio (nuovo feticcio scorsesiano dopo De Niro) nel ruolo della vita che forse gli regalerà l’ambita statuetta, vera punta di diamante di un cast che funziona alla perfezione (menzione d’obbligo anche per la spalla Jonah Hill, anche lui in odore di statuetta).

Ma veniamo al film, partendo da una necessaria premessa: se da qualche parte si è ritenuto opportuno gridare allo scandalo per la rappresentazione troppo romanzata e vagamente idolatrante della vita di colui che rimane a tutti gli effetti un criminale (da questo punto di vista non ha certo giovato aver dato a Belfort il volto bello e carismatico di Leo) dal mio (e non solo) punto di vista il film riesce, in tutti i suoi quasi centottanta minuti, a mostrare, senza cadere in facili moralismi o gustizialismi, la parabola di un uomo che per inseguire il sogno della ricchezza ha deliberatamente scelto di percorrere vie che scorrono parallele a quelle della giustizia (innanzitutto americana: “fuck you, U.S.A.” si grida negli uffici della Stratton Oakmont). Parabola che ricorda, nella sua ascesa-discesa, quella dei gangster tanto cari al regista newyorkese, da Henry Hill a Sam Rothstein.

Quello di Scorsese è tuttavia un sottile ma nondimeno potente atto d’accusa ad un mondo, quello capitalista, in cui tutto è in vendita perché tutto ha un prezzo, dove si vende perché si è prima creato un bisogno ad hoc, dove i soldi sono la droga più potente. In un mondo così vince non chi fa soldi ma chi ne fa a spese degli altri, chi, per usare un’espressione più colorita, riesce a metterlo nel culo agli altri (emblematica a tal proposito, ed agghiacciante, è la cena in cui il protagonista mostra ai suoi colleghi novizi come fottere un cliente).

Ciò che è ancora più agghiacciante però è che il sogno di Jordan Belfort è, alla fine dei conti, il sogno di tutti. Nella scena che chiude il film, nella attentissima platea, dinanzi alla quale Belfort sta svolgendo la sua nuova occupazione di motivational speaker, ci sono persone comuni, nuovi adepti, che pendono dalle labbra di colui che “ce l’ha fatta”, concentrati per cercare di carpirne il segreto.

Il denaro (così come il sesso o la droga) rappresentano il bisogno primario, assolutamente animale, in un mondo totalmente asservito alle logiche del capitale. Il dollaro come unità di misura del successo americano, la ricchezza come spartiacque tra realizzazione e fallimento.

Per fortuna, in mezzo a cotanto baccanale Scorsese trova il tempo (breve e intenso) per mostrarci l’altro volto della grande illusione americana, il volto più vero, nei cui occhi è già spenta la fiaccola dell’american dream. È il volto dei passeggeri della metro; è il volto di Patrick Denham (Kyle Chandler), l’investigatore federale che ha dato la caccia a Jordan Belfort. Idealmente, noi ci sediamo al loro fianco.

Diccì

sabato 25 gennaio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 24 gennaio 2014

IL "LUPO" E' IN BUONA COMPAGNIA A WALL STREET


Forse alcuni di voi avranno letto la breve biografia di Jordan Belfort spinti dalla curiosità suscitata da una delle pellicole del momento: “The wolf of Wall Street”. Per quanti non lo avessero ancora fatto non svelerò alcun particolare in questa sede.

Ma vi assicuro che il tanto affamato ‘lupo’ di Wall Street può essere considerato un ragazzino se confrontato con qualche altro ‘animale’ un po’ più affamato di lui. E questi in prigione ancora non ci sono andati.

Guadagni) Giusto per cominciare con i numeri di alcuni grossi broker della Grande Mela, abbiamo un certo Luis Bacon, trader e fondatore della Moore Capital Management che prima della crisi finanziaria si portava a “casa” 400 milioni di dollari l’anno. Tanto? Come premesso, ho appena iniziato. Vi è infatti un ex-taxista, sempre di NY, che è riuscito ad essere più in gamba: Bruce Kovner, fondatore di Caxton Associates ‘gioca’ e raddoppia riuscendo ad intascare 800 milioni di bigliettoni. Non male. Ma si può fare di più. Steven Cohen, padre dell’hedge fund SAC Capital Advisor, durante gli anni precedenti la crisi poteva staccare un assegno da un miliardo di dollari. Ma il podio è saldamente nelle mani di Edward Lampert, fondatore, chairman and CEO di ESL Investments che trionfa sui suoi rivali con una cifra anche difficile da pensare: UN MILIARDO E MEZZO di dollari.

Shelter”) Ovviamente se lavori a Wall Street le dimore non possono essere da meno del tuo stipendio. Ed ecco che Stephen Schwarzman come ‘rifugio’ possiede 3 piani di un grattacielo di Manhattan composto da 35 stanze per un totale di 20000 piedi quadrati. Valore? 30 milioni di dollari. Ma c’è anche spazio per la nostalgia in questo articolo; e quale storia poteva essere più toccante di quella di un ex-professore di matematica del liceo che acquista nel centro di NY un intero dormitorio scolastico per 20 milioni di bigliettoni? Nessuna. Grazie Jeffrey Epstein per questo racconto commovente. Ed inoltre, con una superficie totale di oltre 51000 piedi quadrati fa apparire qualcosa di insignificante il Taj Mahal ed i suoi circa 31000 piedi quadrati.

Bonus) Ma il momento di strofinarsi le mani per questi gentiluomini arriva soprattutto a fine anno: il capo arriva a strappare l’assegno firmato e con una pacca sulla spalla dice: “Bravo James Cayne, ti sei guadagnato 34 milioni di dollari”. Ben fatto. E sapevate che nel 2006 i cinque primi fondi di investimento a Wall Street hanno letteralmente ricoperto i propri dipendenti di una valanga di denaro? 36 miliardi di dollari in premi aziendali. Non possiamo dire non siano stati generosi. E quindi non deve stupire se Lloyd Blankflein di Goldman si è portato a casa 53.4 milioni di dollari come regalo di Natale.

Trasporti) E certamente la cosiddetta ‘prima classe’ non è neanche contemplata da questi gentlemen. Fare il viaggio in compagnia di ‘sconosciuti’ e vicini di posto fin troppo socievoli? No way. Ad esempio il caro Alex Schneider, co-fondatore di Midland Group, col suo aereo da 45 milioni di dollari “Global express” ha oramai dimenticato cosa vuol dire fare la fila al check-in. E quando la voglia di volare scarseggia ed il mare lo permette, uno yacht da 170 piedi può fare comodo, soprattutto se dotato di una sala cinema. John Devaney poi, oltre al suo jet privato, possiede una vera e propria flotta di 10 navi dai nomi più bizzarri. Alcuni esempi: “A time for us” (118 piedi) e “The big easy” (129 piedi), regalo per la propria madre. What a good son!. E vi ricordate poi del nostro Jeffrey ex-insegnante ora multi miliardario? Il ‘nostalgico’ possiede un vero e proprio parco aereo tra cui spicca un Boeing 727! E che diavolo se ne fa di un Boeing? Ci porta a spasso persone del calibro di Bill Clinton per i loro safari in Africa ad esempio.

Spese pazze) Alex Schneider nel 2005 decide di comprarsi un intero team di formula 1 per 50 milioni di dollari rivendendola poi un anno dopo per oltre 106 milioni. Passione redditizia. Ma poi lo sapete chi è stato il prima turista spaziale della storia? E chi se non un broker cresciuto con la passione dello spazio. Dennis Tito bachelor in aeronautica e fondatore della Wilshire Associates ha pagato nel 2001 un biglietto con destinazione ‘spazio’ per 20 milioni di dollari. Stellare anche il prezzo direi.

Lovelife) Di cose curiose ce ne sarebbero da dire ma concludiamo questa breve carrellata di esagerazioni con un’ultima chicca. L’esistenza di un'agenzia di incontri per super bankers. Il pacchetto base per la ricerca della tua anima gemella ha il modico costo di 15000 dollari, ed arrivare alle sei cifre è davvero un attimo. La promessa in cambio di un tale costo? Percentuale di trovare la propria anima gemella al primo incontro del 35% ed un catalogo di sole top model e donne super hot tra cui scegliere. Coi soldi ed infelici? Non mi pare affatto.

Maste

giovedì 23 gennaio 2014

LION WITH A LAZER GUN - Hatcham Social



Alla parola "indie" associo immediatamente i primi anni 2000: se New York accese la miccia, è stata sicuramente Londra ad aver amplificato l'esplosione di un decennio quanto meno eccitante che ha riportato il rock indipendente in classifica. Si può sopravvivere ad un momento discograficamente prolifico e, nel bene o nel male, propositivo? Alcune band del periodo sfondano nel mainstream, altre scompaiono come meteore: gli HATCHAM SOCIAL fanno eccezione e mantengono nel passare degli anni un profilo indipendente, rispettato, con una proposta ben delineata. Infatuazioni newwave, songwiriting romantico e un sound ruvido li continuano a rendere riconoscibili. Tornano alle stampe con il terzo album "Cutting Up The Present Leaks Out The Future", anticipato dai due ottimi singoli "More Power To Live", energico con echi dei Velvet Underground più arrabbiati e "A Lion With A Lazer Gun". Nel secondo il quartetto inglese alterna linee vocali figlie di Ray Davies ad un incedere ritmato, dove la new wave incontra il songwriting, le chitarre i violini e le atmosfere si fanno rarefatte, grazie a reverberi ed echi mai invadenti. Dietro al banco siede Tim Burgess, leader dei The Charlatans, che licenzia l’album sulla sua O' Genesis Records.
Il 30 gennaio sbarcano a Firenze sul palco del COMBO. Imperdibili.

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