sabato 25 gennaio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 24 gennaio 2014

IL "LUPO" E' IN BUONA COMPAGNIA A WALL STREET


Forse alcuni di voi avranno letto la breve biografia di Jordan Belfort spinti dalla curiosità suscitata da una delle pellicole del momento: “The wolf of Wall Street”. Per quanti non lo avessero ancora fatto non svelerò alcun particolare in questa sede.

Ma vi assicuro che il tanto affamato ‘lupo’ di Wall Street può essere considerato un ragazzino se confrontato con qualche altro ‘animale’ un po’ più affamato di lui. E questi in prigione ancora non ci sono andati.

Guadagni) Giusto per cominciare con i numeri di alcuni grossi broker della Grande Mela, abbiamo un certo Luis Bacon, trader e fondatore della Moore Capital Management che prima della crisi finanziaria si portava a “casa” 400 milioni di dollari l’anno. Tanto? Come premesso, ho appena iniziato. Vi è infatti un ex-taxista, sempre di NY, che è riuscito ad essere più in gamba: Bruce Kovner, fondatore di Caxton Associates ‘gioca’ e raddoppia riuscendo ad intascare 800 milioni di bigliettoni. Non male. Ma si può fare di più. Steven Cohen, padre dell’hedge fund SAC Capital Advisor, durante gli anni precedenti la crisi poteva staccare un assegno da un miliardo di dollari. Ma il podio è saldamente nelle mani di Edward Lampert, fondatore, chairman and CEO di ESL Investments che trionfa sui suoi rivali con una cifra anche difficile da pensare: UN MILIARDO E MEZZO di dollari.

Shelter”) Ovviamente se lavori a Wall Street le dimore non possono essere da meno del tuo stipendio. Ed ecco che Stephen Schwarzman come ‘rifugio’ possiede 3 piani di un grattacielo di Manhattan composto da 35 stanze per un totale di 20000 piedi quadrati. Valore? 30 milioni di dollari. Ma c’è anche spazio per la nostalgia in questo articolo; e quale storia poteva essere più toccante di quella di un ex-professore di matematica del liceo che acquista nel centro di NY un intero dormitorio scolastico per 20 milioni di bigliettoni? Nessuna. Grazie Jeffrey Epstein per questo racconto commovente. Ed inoltre, con una superficie totale di oltre 51000 piedi quadrati fa apparire qualcosa di insignificante il Taj Mahal ed i suoi circa 31000 piedi quadrati.

Bonus) Ma il momento di strofinarsi le mani per questi gentiluomini arriva soprattutto a fine anno: il capo arriva a strappare l’assegno firmato e con una pacca sulla spalla dice: “Bravo James Cayne, ti sei guadagnato 34 milioni di dollari”. Ben fatto. E sapevate che nel 2006 i cinque primi fondi di investimento a Wall Street hanno letteralmente ricoperto i propri dipendenti di una valanga di denaro? 36 miliardi di dollari in premi aziendali. Non possiamo dire non siano stati generosi. E quindi non deve stupire se Lloyd Blankflein di Goldman si è portato a casa 53.4 milioni di dollari come regalo di Natale.

Trasporti) E certamente la cosiddetta ‘prima classe’ non è neanche contemplata da questi gentlemen. Fare il viaggio in compagnia di ‘sconosciuti’ e vicini di posto fin troppo socievoli? No way. Ad esempio il caro Alex Schneider, co-fondatore di Midland Group, col suo aereo da 45 milioni di dollari “Global express” ha oramai dimenticato cosa vuol dire fare la fila al check-in. E quando la voglia di volare scarseggia ed il mare lo permette, uno yacht da 170 piedi può fare comodo, soprattutto se dotato di una sala cinema. John Devaney poi, oltre al suo jet privato, possiede una vera e propria flotta di 10 navi dai nomi più bizzarri. Alcuni esempi: “A time for us” (118 piedi) e “The big easy” (129 piedi), regalo per la propria madre. What a good son!. E vi ricordate poi del nostro Jeffrey ex-insegnante ora multi miliardario? Il ‘nostalgico’ possiede un vero e proprio parco aereo tra cui spicca un Boeing 727! E che diavolo se ne fa di un Boeing? Ci porta a spasso persone del calibro di Bill Clinton per i loro safari in Africa ad esempio.

Spese pazze) Alex Schneider nel 2005 decide di comprarsi un intero team di formula 1 per 50 milioni di dollari rivendendola poi un anno dopo per oltre 106 milioni. Passione redditizia. Ma poi lo sapete chi è stato il prima turista spaziale della storia? E chi se non un broker cresciuto con la passione dello spazio. Dennis Tito bachelor in aeronautica e fondatore della Wilshire Associates ha pagato nel 2001 un biglietto con destinazione ‘spazio’ per 20 milioni di dollari. Stellare anche il prezzo direi.

Lovelife) Di cose curiose ce ne sarebbero da dire ma concludiamo questa breve carrellata di esagerazioni con un’ultima chicca. L’esistenza di un'agenzia di incontri per super bankers. Il pacchetto base per la ricerca della tua anima gemella ha il modico costo di 15000 dollari, ed arrivare alle sei cifre è davvero un attimo. La promessa in cambio di un tale costo? Percentuale di trovare la propria anima gemella al primo incontro del 35% ed un catalogo di sole top model e donne super hot tra cui scegliere. Coi soldi ed infelici? Non mi pare affatto.

Maste

giovedì 23 gennaio 2014

LION WITH A LAZER GUN - Hatcham Social



Alla parola "indie" associo immediatamente i primi anni 2000: se New York accese la miccia, è stata sicuramente Londra ad aver amplificato l'esplosione di un decennio quanto meno eccitante che ha riportato il rock indipendente in classifica. Si può sopravvivere ad un momento discograficamente prolifico e, nel bene o nel male, propositivo? Alcune band del periodo sfondano nel mainstream, altre scompaiono come meteore: gli HATCHAM SOCIAL fanno eccezione e mantengono nel passare degli anni un profilo indipendente, rispettato, con una proposta ben delineata. Infatuazioni newwave, songwiriting romantico e un sound ruvido li continuano a rendere riconoscibili. Tornano alle stampe con il terzo album "Cutting Up The Present Leaks Out The Future", anticipato dai due ottimi singoli "More Power To Live", energico con echi dei Velvet Underground più arrabbiati e "A Lion With A Lazer Gun". Nel secondo il quartetto inglese alterna linee vocali figlie di Ray Davies ad un incedere ritmato, dove la new wave incontra il songwriting, le chitarre i violini e le atmosfere si fanno rarefatte, grazie a reverberi ed echi mai invadenti. Dietro al banco siede Tim Burgess, leader dei The Charlatans, che licenzia l’album sulla sua O' Genesis Records.
Il 30 gennaio sbarcano a Firenze sul palco del COMBO. Imperdibili.

Radio

martedì 21 gennaio 2014

BOOMERANG - Capitolo 1, Rob


Le immagini irrompevano con tutta la loro fisicità sullo schermo al LED, Rob se ne stava in piedi con occhi da cane rabbioso, il respiro sbuffava come una locomotiva a vapore; la testa sgombra da ogni sorta di pensiero.
Due donne si stuzzicavano alla tivù, la bionda serpeggiava sul letto con occhi maliziosi e un enorme dildo ben stretto nella mano destra, la mora era immobile, in una posizione sacra, fino a quando la compagna non le infilava quel corpo estraneo all'interno della vagina; improvvisamente la mora cambiava espressione, il viso da passivo si colorava di stupore ricordando quello di Maria dopo la visita dell'Angelo annunziante.
Rob, pantaloni calati, mutande a mezza altezza, il membro stretto in pugno nella destra, sigaretta fumante nella sinistra, si smanettava nel bel mezzo del suo rituale liberatorio. Tutti i giorni ripeteva la parte a memoria, striscia di coca, lesbo porno, cazzo in una mano e cicca nell'altra.
Non fumava mai quella sigaretta, la teneva lì, a consumare lentamente, quasi come se la cenere fosse il testimone oculare della sua perversione.
“Vorrei essere sempre eccitato, sì, sì, sarebbe fantastica una vita così!” pensava con la bava alla bocca.
Da lontano si sentiva una musica fievole e raffinata, era Ravel, il Bolero, proveniva soave dalla casa dei vicini, i bassi sottofondi musicali di quel porno di serie B si contrapponevano alla musica “alta”, creando uno strano contrasto.
Il Bolero si impossesò della mente di Rob, lui lo riconobbe, non perché fosse un grande intenditore, ma perché mesi prima aveva effettuato una strana ricerca su Google: “Canzoni afrodisiache per fare sesso” aveva cercato sul Web.
Gli apparve una lunga lista, fra queste il Bolero spiccava come una bomba che si insinua nel basso ventre, una bomba che fa tremar le gambe, per questo motivo quando Rob riconobbe la canzone si eccitò ancora di più, iniziò a pensare che i vicini stessero facendo un su e giù selvaggio, come lo chiamava lui.
Su, giù, su, giù, su gi...
Driiiiiiin, il campanello ruppe quella magia.
“Cazzo, cazzo, cazzo!” bofonchiò rimettendosi i pantaloni.
Aprì la porta, Jo lo guardava con un sorriso diabolico.
“Ho portato un po' di scacciapensieri” disse tirando fuori una bustina.
“Oooookkeiii” rispose Rob come se nulla fosse.
I due si misero sul divano, incollati davanti alla tivù, fecero un po' di zapping sintonizzandosi su National Geographic, un ghepardo scorrazzava per la savana sbranando prede.
“Cazzo, i leopardi sono proprio una bomba! Tutta quell'agilità, quella cattiveria, pronti ad azzannare tutti” disse Jo animato da furia felina.
“E' un ghepardo, i leopardi hanno delle macchie più intense...e poi...non vedi com'è smilzo? Sembra una gazzella, i leopardi sono più come le tigri o i leoni”.
“Leopardo, ghepardo, che cazzo cambia? Sempre felini sono, no?”.
“Certo, anche il gatto è un felino ma non va a 100 chilometri orari” ribatté Rob.
“Rob, non me ne fotte un cazzo degli animali e della savana, se volevo la paternale me ne stavo a casa a sorbirmi le puttanate dei miei” rispose Jo svuotando la busta sul tavolo.
“E' roba buona” disse Rob leccando l'interno della busta.
“Il miglior scacciapensieri dall'alba dei tempi, eroina di prima qualità” rispose Jo con fare da moderno Cicerone.
Jo era molto orgoglioso dei suoi prodotti, ogni tanto se ne usciva con gemme rare che potevano fare la felicità di molti drogati, in questo momento avrebbero fatto la felicità di Rob.
Dopo qualche striscia Jo si rilassò sprofondando sul divano nel silenzio più totale, Rob invece aveva sensazioni contrastanti, la botta dell'eroina lo cullava dolcemente portandolo verso nuovi lidi, fantasticava su quel ghepardo, si immaginava di corrergli al fianco, ma la coca lo risvegliava prontamente tenendolo sull'attenti come un marines.
Gli piaceva quel doppio effetto, su, giù, su, giù, la sua vita era tutta così, altalenante fra momenti di massima eccitazione e altri di apatia, depressione, noia, stati dovuti sopratutto alla mancanza di quell'eccitazione che ricercava in continuazione.
“Certo che vivere da solo dev'essere uno sballo!” disse Jo dopo minuti di silenzio.
Rob, non rispose, annuì con il capo, e ripensò a quando era morta sua madre, a quando aveva ereditato quella casa di 70 mq, a quando era ancora un ragazzo per bene.
Era la casa del popolo, della tribù della scimmia, sì, così si facevano chiamare, fratelli di polvere bianca che si riunivano quasi tutti giorni in quella casa, parlando spesso del niente, o quando andava bene di qualcosa.
Guardando il ghepardo in tutta la sua elasticità, si eccitò, nella sua mente albergavano ancora le immagini libidinose delle due lesbiche, la mora e la bionda, improvvisamente il corpo del felino gli apparve sexy e provocante, fuse le due donne con l'animale, le macchie nere a rappresentare la mora e il resto del corpo chiaro come l'audace bionda.
Sentì il testosterone a mille, iniziò ad ansimare, la lingua appena fuori dalla bocca, gli occhi sbarrati, era una iena, o meglio appariva come tale.
Si girò verso l'amico, che era collassato in un buio mentale.
“Ehi Jo, Jo mi senti?”.
Nessuna risposta.
“Ehi Jo, avrei una cosa da sbrigare”.
Nessuna risposta.
“Joooo, mi senti? Cazzo Jo, svegliati...devo finire una pratica”.
“Mmmmm” emise Jo in trance.
“Ok, lo prendo per un sì, sei proprio un amico”.
Si alzò, rimise il porno nel momento in cui la mora riceveva il dildo, era il suo pezzo forte, amava vedere la faccia della tipa animarsi tutto d'un tratto, pitturarsi di gioia e commozione.
Accese una sigaretta, si tirò giù i pantaloni e continuò il suo rituale.

Elle Bi

lunedì 20 gennaio 2014

AMARCORD - Federico Fellini


A m’arcord è la traduzione in dialetto romagnolo della frase “Io mi ricordo” e già dal titolo il “romagnolo” Fellini dichiara i suoi intenti: ricordare gli anni dell’adolescenza trascorsi a Rimini. Quindi, un film della memoria nel quale il regista ricompone il suo universo adolescenziale attingendo soprattutto alla fantasia che l’aiuta a ricostruire il “magico” borgo in cui trascorse i primi vent’anni della sua vita come fosse un teatrino o la pista di un circo dove far muovere le sue marionette e i suoi clown.
Siamo negli anni Trenta, quelli del fascismo trionfante e della proclamazione dell’impero sabaudo-mussoliniano, e il contrasto fra le ambizioni di grandezza dell’Italia e la misera realtà della sua provincia genera situazioni paradossali.
Fellini utilizza proprio il paradosso per riesumare dal baule della sua memoria i luoghi, i personaggi e i fatti del suo vissuto. I primi resi fantastici dal passare degli anni, i secondi rivisti con il distacco del tempo e ridisegnati con tratti caricaturali, gli ultimi ricordati con immutato candido stupore di ragazzo.
Fondendo tutti questi ingredienti fra loro, Fellini cucina un tipico menù romagnolo condito con le musiche del grande Nino Rota. In Amarcord ritroviamo i sapori e gli umori di una terra sanguigna che l’autore racconta con amore e nostalgia. I personaggi sembrano arrivare sullo schermo direttamente dal carosello finale di Otto e mezzo.Sono caricature, macchiette, alcuni solo semplici fantasmi che sembrano usciti dalla matita del primo Fellini che lasciò la sua città natale proprio per fare il disegnatore satirico prima a Firenze e poi a Roma.
La barista Gradisca, la Volpina, l’avvocato, lo zio matto, don Balosa, il preside e i professori, il proprietario del cinema Fulgor, muovendosi come in una vignetta, conferiscono coralità al film che ha in Titta non un protagonista ma un filo conduttore a cui è affidato il compito di legare fra loro personaggi e situazioni.
Seppur visti con la tenerezza del ricordo, gli eventi che scandiscono la vita del Borgo sono rappresentati umoristicamente in netta contrapposizione al modo retorico e altisonante in cui venivano vissuti negli anni Trenta.
Il passaggio del transatlantico Rex, quello delle Mille Miglia, la festa per il Natale di Roma, la liturgia delle feste religiose vengono riproposte in maniera burlesca.
Fellini riesce a “suonare” in questo film tutte le corde a lui più congeniali passando con disinvoltura dalla poesia all’umorismo, dal fantastico al grottesco, dal magico al burlesco tanto da creare un universo irreale che si distacca dalle originarie storie della provincia romagnola per assumere i contorni di metafore dell’esistenza dal valore universale. Per questo il film fu fino alla sua uscita apprezzato in tutto il mondo ottenendo il premio Oscar come miglior film straniero nel 1974.

Elle Bi

sabato 18 gennaio 2014

NHK: UNA REALTA' ANIMATA


L'opera, tratta dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, rientra tra i manga assolutamente da leggere almeno una volta nella vita. La profondità con cui viene trattata la problematica dell'hikikomori ci ha colpiti fin dai primi numeri, e raramente ci è capitato di vedere una tale accuratezza nella trasmissione delle “intenzioni” dei personaggi protagonisti. Ma cosa sono gli hikikomori? Non sono altro che persone che avendo paura di essere giudicate e non comprese dal resto della società, finiscono per vivere da recluse in casa negandosi tutti i piaceri della vita. Nel nostro caso il protagonista della storia è Tatsuhiro Satō,un ragazzo di 22 anni che vive sigillato nel suo appartamento a Tokyo. Rappresenta il modello classico di hikikomori giapponese, ovvero un individuo che non riesce a reggere lo sguardo della gente, senza una compagnia o una ragazza, che si mantiene grazie ai soldi che gli vengono inviati dai genitori. A riportarlo molto gradualmente verso la retta via sarà una ragazza di nome Misaki, che lo convincerà a farsi dare delle lezioni private da lei per uscire da quella infelice situazione. I personaggi presenti nella storia sono pochi ma tutti ben caratterizzati: Satō non ha fiducia nelle proprie capacità, ritiene che ogni tentativo che potrà fare per uscire dal suo status sia vano, prova un misto tra odio e paura nei confronti delle altre persone; Yamazaki ha un amore viscerale per i videogiochi erotici, una passione nata dal suo rigetto verso le donne in carne ed ossa, che lui vede solo come strumento di piacere; Misaki non si fida del prossimo mascherando questa sua incapacità di relazionarsi cercando di ottenere l'attenzione degli altri, come nel nostro caso dove cerca di aiutare Satō per ottenere la sua approvazione. Kashiwa si droga, e si vuole suicidare; ha problemi con Jogasaki, il marito, perché pensa solo a se stesso; vuole aiutare Satō e allo stesso tempo vuole essere aiutata da lui. Megumi è costretta a fare lavori frustranti e truffaldini per mantenere Shiro, il fratello anch'egli hikikomori.

Tante personalità dalle sfaccettature più svariate: l'autore mostra di essere particolarmente abile nel trattare una tematica “pesante” attraverso vari momenti di leggerezza e altri, inevitabilmente, di grande spessore riflessivo. Nel raccontare le sensazioni provate da un hikikomori l'autore dimostra una grande maestria nel toccare altre problematiche che attanagliano la società odierna: la difficoltà e la precarietà del lavoro, il delicatissimo tema del suicidio, la droga, i videogiochi; tutti problemi che rappresentano un disperato tentativo di sfuggire dalla realtà che ci circonda, una realtà che non sempre è come vorremmo, e che per questo molte volte non riusciamo ad affrontare.

8 volumi che ci sono sembrati una vera eccellenza: per far capire che se vogliamo, con tanto sforzo e dedizione, possiamo davvero cambiare.

Tommy & Elle Bi

venerdì 17 gennaio 2014

L'UNIVERSITA' ITALIANA IN BILICO


Avevo in serbo delle belle storie da narrare per questo venerdì. Con tanto di morale conclusiva: commenti su cosa è giusto e cosa è sbagliato, che fanno salire i feedback dell’articolo facilmente. Avevo una storia su una prostituta in Tailandia; volevo parlare di Elon Musk - miliardario/filantropo/genio che, dopo una vita di successi, ora ha l’obiettivo d'impiantare una colonia su Marte entro il 2025. Avevo in mente di parlare del Ruanda per sviluppare poi il concetto di dittatura. Altri argomenti erano il ruolo della donna nello sviluppo economico di un paese e la legalizzazione della marijuana a scopi ricreativi in Colorado e nello stato di Washington (tra l’altro volevo menzionare i rilevanti progressi fatti in Italia, dove si è avuto un crescente favore nei confronti dell’utilizzo della ‘ganja’ a scopi terapeutici – sì, avete capito bene voi che postate su Facebook articoli di cui avete letto solo il titolo, in Italia non ci si può fare le canne ai giardini ma ti può essere prescritta in alcune regioni se hai, ad esempio, un tumore). Ma poi mi son ricreduto.


Mi sono ricreduto quando ho ricevuto il diploma universitario tradotto in inglese. In questo, oltre ad un riassunto della carriera, si spiega il funzionamento del sistema universitario di riferimento e si offrono statistiche riguardanti i laureati dell’ateneo in questione. Il 23.8% dei laureati triennali della facoltà di Economia di Firenze esce con una votazione pari a 110 e lode. Invece è addirittura il 50% dei dottori magistrali che conquista l’ambita votazione massima. Ancora, ben il 58% dei dottori magistrali della facoltà di Economia di Siena prendono 110 e lode. Ho riguardato il dato svariate volte, allibito. Provo a dirlo come lo direi a un bimbo di quattro anni: uno studente su quattro, o su due, è il meglio del meglio che quella università può offrire in quel campo. Un’enormità! Un’enormità che manda a farsi benedire tutto quello che riguarda la ‘segnalazione’ della qualità accademico-intellettuale di uno studente. Oltretutto, una così consistente produzione di dottori eccellenti, va a minare ulteriormente un già precario mercato del lavoro, dove la disoccupazione giovanile è altissima e dove la deprimente domanda: “ma se sono il meglio del meglio, perché non lavoro?” è sempre più diffusa tra le anime che popolano questo limbo. Con un brivido che mi percorreva la schiena mi sono messo a fare un po’ di ricerche.

Schivando abilmente le inutili informazioni sull’Italia e i suoi bassi posizionamenti nei ranking universitari, spesso e volentieri indicazione di massima sulla effettiva qualità di un ateneo, e non altro che meri strumenti di marketing per l’attrazione di iscrizioni e visualizzazioni delle home page delle varie facoltà, ho cercato fonti autorevoli per la stesura di un articolo informato e apoliticizzato. Una delle voci più qualificate in campo economico è quella dell’OECD (organizzazione per la cooperazione e sviluppo). Questi signori, producono diverse ricerche, perché vengano poi sfruttate dai policymakers di ogni stato. Nel 2013, hanno pubblicato “Education at a glance 2013”, versione aggiornata di un’analisi dei sistemi educativi dei paesi membri dell’organizzazione. Le conclusioni che si traggono dal rapporto (qui potete trovare una versione sintetizzata e commentata in italiano) sono agghiaccianti. I tratti salienti del rapporto sono i seguenti:

  • Per spesa universitaria (% del PIL), l’Italia è davanti solo a Repubblica Slovacca, Brasile (non-OECD) e Ungheria, posizionandosi così 30^ su 33. Mentre, per spesa per istruzione come percentuale della spesa pubblica l’Italia è ultima.
  • Per tagli all’istruzione (% del PIL), l’Italia è migliore solo dell’Ungheria (29^ su 30).
  • Dai dati risulta un marcato eccesso di professori, una mediocre spesa per studente e un sistema di tassazione alquanto insostenibile (i poveri pagano per i ricchi per amor di un principio di livellamento della tassazione ingiustificato e la spesa è quasi interamente privata – per via di una sostanziale assenza di borse di studio e di programmi di tutela per i meno abbienti).
  • Infine, la percentuale della popolazione che appartiene alla fascia 25-34 anni che è in possesso di un diploma di laurea è equivalente al 21% (media OECD, 39%).

Lascio ai curiosi il compito di guardare nel dettaglio la ricerca, dato che il messaggio mi sembra chiaro e altre parole mi sembrano sprecate: è uno sfascio culturale, anticamera di uno sfascio sociale. Come è possibile rilanciare un paese in crisi se non partendo da un solido sistema di educazione? Come non giustificare i pluricitati cervelli in fuga se l’Italia non è in grado di offrire opportunità? Purtroppo l’impatto negativo di tale fenomeno è ampliato dal fatto che non si ha nemmeno la capacità di attrarne di nuovi, questo fatto, unito al problema di invecchiamento della popolazione, regala prospettive piuttosto allarmanti.

Nonostante i toni disfattisti, non tutto è perduto. Siamo in un gran casino, questo è sotto gli occhi di tutti! Ma di persone che hanno a cuore questo paese ce ne sono, eccome! L’eccellenza non è perduta ovunque, e (ho imparato che) l’Italia è una realtà così particolare che la valutazione di dati aggregati fa spesso perdere molti punti di vista. Si deve guardare ai dipartimenti specifici di una università italiana, si deve guardare ai corsi specifici di una università italiana, si deve guardare ai singoli professori di una università italiana e agli interessi di questi… Ovviamente il tutto dovrebbe essere unito a chiare politiche di sostegno da parte del governo che si dovrebbe rendere pienamente conto che l’università è il futuro di un paese e che è una risorsa strategica fondamentale di questo.

Vi lascio con una perla finale di un ‘italiano vero’: “Why Should We Pay Scientis When We Make The Most Beautiful Shoes In The World?” – Silvio Berlusconi, 29 luglio 2010, European Voice.

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