sabato 18 gennaio 2014

NHK: UNA REALTA' ANIMATA


L'opera, tratta dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, rientra tra i manga assolutamente da leggere almeno una volta nella vita. La profondità con cui viene trattata la problematica dell'hikikomori ci ha colpiti fin dai primi numeri, e raramente ci è capitato di vedere una tale accuratezza nella trasmissione delle “intenzioni” dei personaggi protagonisti. Ma cosa sono gli hikikomori? Non sono altro che persone che avendo paura di essere giudicate e non comprese dal resto della società, finiscono per vivere da recluse in casa negandosi tutti i piaceri della vita. Nel nostro caso il protagonista della storia è Tatsuhiro Satō,un ragazzo di 22 anni che vive sigillato nel suo appartamento a Tokyo. Rappresenta il modello classico di hikikomori giapponese, ovvero un individuo che non riesce a reggere lo sguardo della gente, senza una compagnia o una ragazza, che si mantiene grazie ai soldi che gli vengono inviati dai genitori. A riportarlo molto gradualmente verso la retta via sarà una ragazza di nome Misaki, che lo convincerà a farsi dare delle lezioni private da lei per uscire da quella infelice situazione. I personaggi presenti nella storia sono pochi ma tutti ben caratterizzati: Satō non ha fiducia nelle proprie capacità, ritiene che ogni tentativo che potrà fare per uscire dal suo status sia vano, prova un misto tra odio e paura nei confronti delle altre persone; Yamazaki ha un amore viscerale per i videogiochi erotici, una passione nata dal suo rigetto verso le donne in carne ed ossa, che lui vede solo come strumento di piacere; Misaki non si fida del prossimo mascherando questa sua incapacità di relazionarsi cercando di ottenere l'attenzione degli altri, come nel nostro caso dove cerca di aiutare Satō per ottenere la sua approvazione. Kashiwa si droga, e si vuole suicidare; ha problemi con Jogasaki, il marito, perché pensa solo a se stesso; vuole aiutare Satō e allo stesso tempo vuole essere aiutata da lui. Megumi è costretta a fare lavori frustranti e truffaldini per mantenere Shiro, il fratello anch'egli hikikomori.

Tante personalità dalle sfaccettature più svariate: l'autore mostra di essere particolarmente abile nel trattare una tematica “pesante” attraverso vari momenti di leggerezza e altri, inevitabilmente, di grande spessore riflessivo. Nel raccontare le sensazioni provate da un hikikomori l'autore dimostra una grande maestria nel toccare altre problematiche che attanagliano la società odierna: la difficoltà e la precarietà del lavoro, il delicatissimo tema del suicidio, la droga, i videogiochi; tutti problemi che rappresentano un disperato tentativo di sfuggire dalla realtà che ci circonda, una realtà che non sempre è come vorremmo, e che per questo molte volte non riusciamo ad affrontare.

8 volumi che ci sono sembrati una vera eccellenza: per far capire che se vogliamo, con tanto sforzo e dedizione, possiamo davvero cambiare.

Tommy & Elle Bi

venerdì 17 gennaio 2014

L'UNIVERSITA' ITALIANA IN BILICO


Avevo in serbo delle belle storie da narrare per questo venerdì. Con tanto di morale conclusiva: commenti su cosa è giusto e cosa è sbagliato, che fanno salire i feedback dell’articolo facilmente. Avevo una storia su una prostituta in Tailandia; volevo parlare di Elon Musk - miliardario/filantropo/genio che, dopo una vita di successi, ora ha l’obiettivo d'impiantare una colonia su Marte entro il 2025. Avevo in mente di parlare del Ruanda per sviluppare poi il concetto di dittatura. Altri argomenti erano il ruolo della donna nello sviluppo economico di un paese e la legalizzazione della marijuana a scopi ricreativi in Colorado e nello stato di Washington (tra l’altro volevo menzionare i rilevanti progressi fatti in Italia, dove si è avuto un crescente favore nei confronti dell’utilizzo della ‘ganja’ a scopi terapeutici – sì, avete capito bene voi che postate su Facebook articoli di cui avete letto solo il titolo, in Italia non ci si può fare le canne ai giardini ma ti può essere prescritta in alcune regioni se hai, ad esempio, un tumore). Ma poi mi son ricreduto.


Mi sono ricreduto quando ho ricevuto il diploma universitario tradotto in inglese. In questo, oltre ad un riassunto della carriera, si spiega il funzionamento del sistema universitario di riferimento e si offrono statistiche riguardanti i laureati dell’ateneo in questione. Il 23.8% dei laureati triennali della facoltà di Economia di Firenze esce con una votazione pari a 110 e lode. Invece è addirittura il 50% dei dottori magistrali che conquista l’ambita votazione massima. Ancora, ben il 58% dei dottori magistrali della facoltà di Economia di Siena prendono 110 e lode. Ho riguardato il dato svariate volte, allibito. Provo a dirlo come lo direi a un bimbo di quattro anni: uno studente su quattro, o su due, è il meglio del meglio che quella università può offrire in quel campo. Un’enormità! Un’enormità che manda a farsi benedire tutto quello che riguarda la ‘segnalazione’ della qualità accademico-intellettuale di uno studente. Oltretutto, una così consistente produzione di dottori eccellenti, va a minare ulteriormente un già precario mercato del lavoro, dove la disoccupazione giovanile è altissima e dove la deprimente domanda: “ma se sono il meglio del meglio, perché non lavoro?” è sempre più diffusa tra le anime che popolano questo limbo. Con un brivido che mi percorreva la schiena mi sono messo a fare un po’ di ricerche.

Schivando abilmente le inutili informazioni sull’Italia e i suoi bassi posizionamenti nei ranking universitari, spesso e volentieri indicazione di massima sulla effettiva qualità di un ateneo, e non altro che meri strumenti di marketing per l’attrazione di iscrizioni e visualizzazioni delle home page delle varie facoltà, ho cercato fonti autorevoli per la stesura di un articolo informato e apoliticizzato. Una delle voci più qualificate in campo economico è quella dell’OECD (organizzazione per la cooperazione e sviluppo). Questi signori, producono diverse ricerche, perché vengano poi sfruttate dai policymakers di ogni stato. Nel 2013, hanno pubblicato “Education at a glance 2013”, versione aggiornata di un’analisi dei sistemi educativi dei paesi membri dell’organizzazione. Le conclusioni che si traggono dal rapporto (qui potete trovare una versione sintetizzata e commentata in italiano) sono agghiaccianti. I tratti salienti del rapporto sono i seguenti:

  • Per spesa universitaria (% del PIL), l’Italia è davanti solo a Repubblica Slovacca, Brasile (non-OECD) e Ungheria, posizionandosi così 30^ su 33. Mentre, per spesa per istruzione come percentuale della spesa pubblica l’Italia è ultima.
  • Per tagli all’istruzione (% del PIL), l’Italia è migliore solo dell’Ungheria (29^ su 30).
  • Dai dati risulta un marcato eccesso di professori, una mediocre spesa per studente e un sistema di tassazione alquanto insostenibile (i poveri pagano per i ricchi per amor di un principio di livellamento della tassazione ingiustificato e la spesa è quasi interamente privata – per via di una sostanziale assenza di borse di studio e di programmi di tutela per i meno abbienti).
  • Infine, la percentuale della popolazione che appartiene alla fascia 25-34 anni che è in possesso di un diploma di laurea è equivalente al 21% (media OECD, 39%).

Lascio ai curiosi il compito di guardare nel dettaglio la ricerca, dato che il messaggio mi sembra chiaro e altre parole mi sembrano sprecate: è uno sfascio culturale, anticamera di uno sfascio sociale. Come è possibile rilanciare un paese in crisi se non partendo da un solido sistema di educazione? Come non giustificare i pluricitati cervelli in fuga se l’Italia non è in grado di offrire opportunità? Purtroppo l’impatto negativo di tale fenomeno è ampliato dal fatto che non si ha nemmeno la capacità di attrarne di nuovi, questo fatto, unito al problema di invecchiamento della popolazione, regala prospettive piuttosto allarmanti.

Nonostante i toni disfattisti, non tutto è perduto. Siamo in un gran casino, questo è sotto gli occhi di tutti! Ma di persone che hanno a cuore questo paese ce ne sono, eccome! L’eccellenza non è perduta ovunque, e (ho imparato che) l’Italia è una realtà così particolare che la valutazione di dati aggregati fa spesso perdere molti punti di vista. Si deve guardare ai dipartimenti specifici di una università italiana, si deve guardare ai corsi specifici di una università italiana, si deve guardare ai singoli professori di una università italiana e agli interessi di questi… Ovviamente il tutto dovrebbe essere unito a chiare politiche di sostegno da parte del governo che si dovrebbe rendere pienamente conto che l’università è il futuro di un paese e che è una risorsa strategica fondamentale di questo.

Vi lascio con una perla finale di un ‘italiano vero’: “Why Should We Pay Scientis When We Make The Most Beautiful Shoes In The World?” – Silvio Berlusconi, 29 luglio 2010, European Voice.

IT

giovedì 16 gennaio 2014

FREEDOM AT 21 - Jack White



Mr. White dimostra di essere una delle grandi rockstar dell'era contemporanea, riuscendo a sfornare dalle macerie dei White Stripes un grande disco, forse uno dei migliori del 2012. Il suo è un rock blues fortemente ancorato alla tradizione del grande r'n'b e dell'heavy metal dei lontani 70's, ma allo stesso tempo incredibilmente attuale e moderno. I testi incazzati, i riff indimenticabili e accordi da altri tempi lo innalzano ad essere il vero grande rocker degli anni 2000.
Aspettando un  nuovo lavoro, applausi.

Mi.Di

martedì 14 gennaio 2014

4664 - Capitolo 2

(Link al capitolo 1. http://il-cartello.blogspot.it/2013/12/4664-capitolo-1.html )

La prof. scriveva nel suo HC 6000.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche e fuori il sole faticava a comparire coperto dallo smog e macchine metallizzate sfrecciavano su autostrade verticali. L'HC 6000 era il risultato dell'evoluzione tecnologica umana. Il motivo per cui intere generazioni vivevano ormai rinchiuse in casa, isolate dal resto del mondo. L'HC 6000 era una nuova forma di computer, che occupava una stanza intera, che permetteva di fare qualsiasi cosa comodamente seduti su una poltrona. I muscoli diminuivano, l'intelligenza si auto rinchiudeva sempre più in se stessa, stentando a fuoriuscire dalla materia grigia e le industrie degli hc (high computer) si arricchivano lobotomizzando il mondo intero. La prof naturalmente ne possedeva uno, e adesso stava conducendo ricerche sulla fine del mondo da consegnare alle generazioni future nella sua stanza-hc. Io, naturalmente, oziavo. In attesa di un lavoro.
Non starai prendendo troppo sul serio questa faccenda? Insomma, guardati le occhiaie...”
Fuoriuscivano quasi dal volto, due palle nere sotto gli occhi celesti dottschwleiniani.
Se sto prendendo sul serio questa faccenda? Certo che sì...qui parliamo del futuro del mondo, dovresti prendere in considerazione anche te la mia ricerca, non trovi?”
E non guardarmi così...stavo solo dicendo che magari potresti prenderti una pausa. Che so, usare il tuo HC per fare shopping, o per adottare un cucciolo di leone in rete, o per fare una piccola vacanza in un villaggio...”
Se fossi in te comincerei a cercarmi un'occupazione...la mia pazienza ha un limite, sai? E in più la tua apatia, il continuo uso di droghe e la negazione di qualsiasi sorta di attività sono chiari sintomi di depressione.”
E smettila con questa storia...la depressione ormai è stata sconfitta da molti anni...non sono mica un robot?”
Non ascoltare quello che dicono in tv...esiste sempre, è solo stata...”censurata”...le industrie farmaceutiche (e i politici) tendono a nascondere tutto...come per la malattia guscio.”
Le tue stanno diventando paranoie...e poi non sono l'unico ad avere i suoi problemi in questa stanza...anzi”
Non preoccuparti...so gestire da sola le mie difficoltà...e non stuzzicarmi troppo, sai che mi eccita”
Ecco ci risiamo...non riesci a stare da sola in una stanza con un uomo per più di mezz'ora senza che ti venga la voglia di scopare...ora che ci penso...sei mai stata da sola con Trokowski?”
Certo...”
No...non dirmi che...o mio dio...spero che non sia mai successo niente almeno con Vincent...”
Vincent? Lo sai che i robot non hanno organi riproduttivi...”
Meno male...comunque per tua informazione esistono robot da accompagnamento...comincia a fornirtene un centinaio...”
E comunque come ti ho detto...so pensare da sola ai miei problemi...”
Auto analizzarsi non è altro che un modo per accettare i nostri difetti, perché il nostro ego sarà sempre troppo smisurato per ritenerli sbagliati. Ma può sempre far comodo. Vero prof?”
Cos'è, improvvisamente vuoi farmi la morale? Senti, se vuoi facciamo una pausa, insieme...ti va?”
Meglio di no...”
Vincent era uscito per comprare alcune cose, e Trokowski era sicuramente nel suo mini appartamento ad aspettare che cominciassero a fare effetto le medicine. E la prof mi guardava minacciosa sotto gli occhiali, un angelo del peccato. Uscii dalla stanza sbattendo la porta, tornando ad osservare quello skyline che mi cacciava sempre davanti gli occhi la mia solitudine. La solitudine di milioni di vite. Una solitudine al neon. Mi stesi sul ghiaccio pavimento dell'Old Tower, e cominciai a guardare indietro nel tempo, malinconico. Ormai erano quasi venti anni che conoscevo la Dottschwlein. Proveniva da un oscura nazione di cui non ricordavo il nome, fredda e lontanissima. Era la figlia di un famoso (e ricchissimo) scienziato, che l'aveva mandata a fare fortuna nella grande città. Nel centro dell'economia mondiale. Nuovademia, la prima città-nazione costruita dall'uomo, un'immensa unione di pietra e metallo e persone, sangue, disperazione. Un colosso da sessanta milioni di abitanti senza una fine, in continua espansione, pronto ad ingurgitare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Qui, in questa infinita coperta di edifici e fabbriche, ci eravamo conosciuti quasi casualmente. La prima volta che la vidi se ne stava in un love motel, seguita dallo sguardo attento della mia macchina fotografica ad alta definizione, zoom massimo, e se la spassava maledettamente. Si, la professoressa Dottshcwlein era sesso dipendente. Una vera e propria ninfomane. In passato aveva cercato di curarsi in vari SLAA, ma senza successo. Le terapie di gruppo la innervosivano, e finiva per diventare sempre più dipendente. Era stata anche in cura da famosi psicologi, che naturalmente si era portata a letto. Ormai aveva accettato il suo problema, anche se riconosceva che il suo desiderio continuo era un vero problema per la sua vita e, specialmente, per la sua carriera. Uscì dalla stanza-hc, seminuda, con delle manette in mano. Ci risiamo, pensai. Fortunatamente in quel momento entrarono Vincent e Trokowski, trovandomi steso a terra con la prof che mi sovrastava minacciosa a pochi metri di distanza.
Salve!!!” esclamò allegro Trokowski. Pasticca della felicità, pensai.
I soliti umani...sempre a desiderare qualcosa...” bofonchiò metallico Vincent.
Si era comprato una ventina di video giornali di protesta robotica e niente da mangiare. Ecco dove finivano i soldi che gli davo. La prof si ritirò nella sua stanza, silenziosa, cominciando a rivolgersi verso l'apparecchio vocale (e verso le generazioni future). Il lavoro continuava ad essere un miraggio lontano, intangibile. Le macchine e lo smog continuavano a sfrecciare, là fuori dalla finestra della mia scatola metallica personale. E, circondato da questo gruppo di pazzi, non riuscivo neanche a raccontare la mia storia. Questa storia.

Mi.Di


lunedì 13 gennaio 2014

IL CAPITALE UMANO - Paolo Virzì


Il regista livornese Paolo Virzì passa dalla commedia a lui cara a un mix ben riuscito fra giallo, noir con qualche spruzzo di comicità qua e là.
Per chi era titubante riguardo questo esperimento, o per chi lo è ancora, il consiglio è di scrollarsi di dosso i pregiudizi e i timori sull'approccio del regista a un nuovo genere ed entrare sicuri in sala .
Con lo spegnersi delle luci ci troviamo immersi in un mondo malato, in un paese incancrenito, ben descritto dai fidi collaboratori di Virzì; gli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo.
I tre, notando un romanzo del 2004 di Stephen Amidon ambientato nel Connecticut, capiscono che può fare al caso loro, prendono la palla al balzo ed ecco il Capitale umano.
Siamo in Brianza, la storia gravita intorno a due famiglie, i piccolo borghesi Ossola e i ricchissimi Bernaschi; il pretesto per unire le due famiglie è un omicidio di un “povero cristo”, come ci dirà il commissario, che permette al regista di sviscerare il mondo degli Ossola e dei Bernaschi, di mettere a nudo un'Italia che zoppica ormai da anni.
Dino Ossola (uno stupendo Fabrizio Bentivoglio) sfrutta la relazione della figlia Serena (l'esordiente rivelazione Matilde Gioli) con il rampollo della famiglia Bernaschi per entrare nel loro fondo fiduciario. Un padre disposto a tutto pur di vedere “il nostro comune amico”, il denaro, entrare in cassa, sentire il tintinnio delle monete riempirgli il cuore e l'anima.
Il capofamiglia Bernaschi (un azzeccatissimo Fabrizio Gifuni) è un broker divenuto ricchissimo grazie alle disgrazie altrui, prosciuga la linfa vitale a un paese che ne conserva già poca, incarna quella borghesia agghindata nel lusso sfrenato, cieca all'arte e a tutto ciò che non è concreto, quella borghesia capace di trasformare un antico teatro in un grigio lotto di appartamenti.
Carla Bernaschi è interessata all'arte, appassionata di teatro, sembra diversa dallo sciacallo del marito, ma la sua è solo apparenza perché non disdegna di essere viziata da giri in limousine con tanto di autista che la scarrozza di qua e di là per la città, fra manicure, negozi di tessuti pregiati e chi più ne ha più ne metta. La psicologa Roberta (Valeria Golino), compagna di Dino Ossola, fa da contraltare alla nullafacente Carla; sembra ascoltare e capire tutti, col suo sguardo tenero e innocente, sempre pronta ad aiutare chi ne ha bisogno. Ma proprio lei, che dovrebbe comprendere meglio di chiunque altro l'animo umano, scivola nella contraddizione di vivere accanto ad un essere viscido, senza alcun freno morale come Dino.
Serena e il disadattato Luca, si cercano, si trovano in un mondo corrotto, circondati da persone che pensano solo a se stesse, soli ma complici, dentro un paese scalcinato, in un plot che forse consegna a loro le chiavi del futuro; i giovani sì, forse loro possono...
Il regista ci mostra un panorama arido, sentimenti rarefatti, senza moralismi di alcun tipo: starà allo spettatore capire ciò che giusto o sbagliato.
Dopo questo imponente film, Virzì potrebbe ricevere una chiamata dagli studios più ambiti del mondo, da quella Hollywood che ha già attratto Muccino e Sorrentino. Ma, forse, il regista è troppo connotato con l'Italia e gli italiani; e, forse, è un bene perché dopo questa prova di maturità dobbiamo proteggere il nostro di capitale umano.
Virzì è un po' come il buon vino, più invecchia e più si apprezza.

Elle Bi

sabato 11 gennaio 2014

COMPLOTTI - Domenico Martino

venerdì 10 gennaio 2014

UNA CITTA' DI PAZZI NOSTALGICI


Con una percentuale di giovani senza lavoro oramai al di sopra del 40%, lo spettro della disoccupazione pare qualcosa di più di una semplice entità ‘fantasmatica’ in Italia. Anzi, questo acquista sempre maggiore consistenza quanto più la notizia rimbalza da un telegiornale all’altro, da ricerca statistica a ricerca statistica, da quotidiano a quotidiano.

Eppure esiste un luogo in questa zoppa e scalcinata Europa in cui il sogno utopico di una comunità dove nessuno è privato della possibilità di lavorare è divenuto realtà. Un luogo in cui il tasso di disoccupazione è allo 0%, e questo proprio alla faccia di quella “curva di Phillips” che non solo teorizza una relazione inversa tra inflazione e livello di occupazione (ad un decremento del saggio dei prezzi è associato un aumento della disoccupazione) ma in aggiunta postula un cosiddetto livello “naturale” di disoccupazione, al di sotto del quale il sistema non è in grado di dirigersi (cioè, qualcuno a braccia conserte ci deve stare per forza). A questo punto molti lettori penseranno che questa sorta di Eden può trovarsi solo in chissà quale ricca nazione scandinava o essere ubicato magari in un deserto mediorientale stracolmo di petrolio fino all’inverosimile.
In realtà non è proprio così. Anzi, la cittadina di cui stiamo parlando si trova nel cuore di una delle regioni del vecchio continente più colpite dalla crisi, precisamente in Andalusia, Spagna, a 100 chilometri da Siviglia. Il suo nome è Marinaleda, comunità rurale di circa 2700 abitanti dove il concetto di “piena occupazione” non è più soltanto un sogno nel cassetto di qualche convinto sindacalista o di un nostalgico politicante di sinistra.

In questo piccolo comune, sulla cui bandiera tricolore svetta l’eloquente scritta “Marinaleda: una utopia verso la pace”, un sindaco visionario di nome Juan Manuel Sanchez Gordillo è riuscito nel giro di 30 anni a costruire un sistema economico-sociale capace di garantire la sussistenza dell’intera cittadina e di fronteggiare la profonda crisi di questi ultimi anni. Qui si producono e conservano una grande varietà di ortaggi quali legumi, carciofi, peperoni. Tale produzione agricola poi, non solo raggiunge le tavole di tutta la penisola Iberica ma riesce persino a varcare l’oceano Atlantico, fino a toccare il lontano Venezuela.

Volendo scendere un po’ più nel dettaglio per comprendere quali sono i “numeri” di tale progetto, basti pensare che la disoccupazione è allo 0% contro una media nazionale del 30%. Non vi è inoltre alcuna differenza tra i redditi percepiti a Marinaleda qualunque sia la mansione svolta: 47 euro al giorno escludendo la domenica. E se un’annata è particolarmente magra per le imprese agricole della comunità, si lavora meno ma si lavora tutti. I politici non percepiscono alcun rimborso e la loro attività è ripagata solamente dalla soddisfazione di agire per il bene della propria comunità (uguale ai nostri no?!). Ancora, andare in piscina tutta l’estate a Marinaleda è possibile con soli 3 euro e la mensa scolastica ha un costo più che simbolico: 12 euro al mese. Ed ora arriva il “piatto forte”. A Marinaleda è possibile costruirsi una casa di circa 90 metri quadri anticipando solamente 15 euro. L’abitazione un miraggio nel deserto per tanti, troppi oggigiorno? Non in questa comunità andalusa. Basta mettere a disposizione la propria forza lavoro e non si è costretti a pagare mutui con interessi salatissimi: il denaro è dato in prestito dal governo andaluso a tasso zero.

Può dunque Marinaleda essere considerata una concreta alternativa al sistema di matrice neoliberista oggi predominante che in questi anni ha mostrato tutta la sua fragilità e iniquità nella distribuzione di ricchezze e sofferenze tra la popolazione mondiale? Basta davvero affermare che è giunto il momento di “porre l’uomo al centro delle idee e dei progetti, invece del profitto dei pochi a danno dei molti” per cambiare concretamente le cose?

Se qualche lettore è interessato all’opinione del sottoscritto si faccia pure avanti e commenti l’articolo.

Se vi dicessi però che il concetto di bene e male, di ciò che è giusto fare e giusto non fare, è molto più labile ed effimero di quello che al senso comune può spesso sembrare?

Maste