(Link
al capitolo 1.
http://il-cartello.blogspot.it/2013/12/4664-capitolo-1.html
)
La
prof. scriveva nel suo HC 6000.
La
prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche.
La
prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche e fuori
il sole faticava a comparire coperto dallo smog e macchine
metallizzate sfrecciavano su autostrade verticali. L'HC 6000 era il
risultato dell'evoluzione tecnologica umana. Il motivo per cui intere
generazioni vivevano ormai rinchiuse in casa, isolate dal resto del
mondo. L'HC 6000 era una nuova forma di computer, che occupava una
stanza intera, che permetteva di fare qualsiasi cosa comodamente
seduti su una poltrona. I muscoli diminuivano, l'intelligenza si auto
rinchiudeva sempre più in se stessa, stentando a fuoriuscire dalla
materia grigia e le industrie degli hc (high computer) si
arricchivano lobotomizzando il mondo intero. La prof naturalmente ne
possedeva uno, e adesso stava conducendo ricerche sulla fine del
mondo da consegnare alle generazioni future nella sua stanza-hc. Io,
naturalmente, oziavo. In attesa di un lavoro.
“Non
starai prendendo troppo sul serio questa faccenda? Insomma, guardati
le occhiaie...”
Fuoriuscivano
quasi dal volto, due palle nere sotto gli occhi celesti
dottschwleiniani.
“Se
sto prendendo sul serio questa faccenda? Certo che sì...qui parliamo
del futuro del mondo, dovresti prendere in considerazione anche te la
mia ricerca, non trovi?”
“E
non guardarmi così...stavo solo dicendo che magari potresti
prenderti una pausa. Che so, usare il tuo HC per fare shopping, o per
adottare un cucciolo di leone in rete, o per fare una piccola vacanza
in un villaggio...”
“Se
fossi in te comincerei a cercarmi un'occupazione...la mia pazienza ha
un limite, sai? E in più la tua apatia, il continuo uso di droghe e
la negazione di qualsiasi sorta di attività sono chiari sintomi di
depressione.”
“E
smettila con questa storia...la depressione ormai è stata sconfitta
da molti anni...non sono mica un robot?”
“Non
ascoltare quello che dicono in tv...esiste sempre, è solo
stata...”censurata”...le industrie farmaceutiche (e i politici)
tendono a nascondere tutto...come per la malattia guscio.”
“Le
tue stanno diventando paranoie...e poi non sono l'unico ad avere i
suoi problemi in questa stanza...anzi”
“Non
preoccuparti...so gestire da sola le mie difficoltà...e non
stuzzicarmi troppo, sai che mi eccita”
“Ecco
ci risiamo...non riesci a stare da sola in una stanza con un uomo per
più di mezz'ora senza che ti venga la voglia di scopare...ora che ci
penso...sei mai stata da sola con Trokowski?”
“Certo...”
“No...non
dirmi che...o mio dio...spero che non sia mai successo niente almeno
con Vincent...”
“Vincent?
Lo sai che i robot non hanno organi riproduttivi...”
“Meno
male...comunque per tua informazione esistono robot da
accompagnamento...comincia a fornirtene un centinaio...”
“E
comunque come ti ho detto...so pensare da sola ai miei problemi...”
“Auto
analizzarsi non è altro che un modo per accettare i nostri difetti,
perché il nostro ego sarà sempre troppo smisurato per ritenerli
sbagliati. Ma può sempre far comodo. Vero prof?”
“Cos'è,
improvvisamente vuoi farmi la morale? Senti, se vuoi facciamo una
pausa, insieme...ti va?”
“Meglio
di no...”
Vincent
era uscito per comprare alcune cose, e Trokowski era sicuramente nel
suo mini appartamento ad aspettare che cominciassero a fare effetto
le medicine. E la prof mi guardava minacciosa sotto gli occhiali, un
angelo del peccato. Uscii dalla stanza sbattendo la porta, tornando
ad osservare quello skyline che mi cacciava sempre davanti gli occhi
la mia solitudine. La solitudine di milioni di vite. Una solitudine
al neon. Mi stesi sul ghiaccio pavimento dell'Old Tower, e cominciai
a guardare indietro nel tempo, malinconico. Ormai erano quasi venti
anni che conoscevo la Dottschwlein. Proveniva da un oscura nazione di
cui non ricordavo il nome, fredda e lontanissima. Era la figlia di un
famoso (e ricchissimo) scienziato, che l'aveva mandata a fare fortuna
nella grande città. Nel centro dell'economia mondiale. Nuovademia,
la prima città-nazione costruita dall'uomo, un'immensa unione di
pietra e metallo e persone, sangue, disperazione. Un colosso da
sessanta milioni di abitanti senza una fine, in continua espansione,
pronto ad ingurgitare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Qui, in
questa infinita coperta di edifici e fabbriche, ci eravamo conosciuti
quasi casualmente. La prima volta che la vidi se ne stava in un love
motel, seguita dallo sguardo attento della mia macchina fotografica
ad alta definizione, zoom massimo, e se la spassava maledettamente.
Si, la professoressa Dottshcwlein era sesso dipendente. Una vera e
propria ninfomane. In passato aveva cercato di curarsi in vari SLAA,
ma senza successo. Le terapie di gruppo la innervosivano, e finiva
per diventare sempre più dipendente. Era stata anche in cura da
famosi psicologi, che naturalmente si era portata a letto. Ormai
aveva accettato il suo problema, anche se riconosceva che il suo
desiderio continuo era un vero problema per la sua vita e,
specialmente, per la sua carriera. Uscì dalla stanza-hc, seminuda,
con delle manette in mano. Ci risiamo, pensai. Fortunatamente in quel
momento entrarono Vincent e Trokowski, trovandomi steso a terra con
la prof che mi sovrastava minacciosa a pochi metri di distanza.
“Salve!!!”
esclamò allegro Trokowski. Pasticca della felicità, pensai.
“I
soliti umani...sempre a desiderare qualcosa...” bofonchiò
metallico Vincent.
Si
era comprato una ventina di video giornali di protesta robotica e
niente da mangiare. Ecco dove finivano i soldi che gli davo. La prof
si ritirò nella sua stanza, silenziosa, cominciando a rivolgersi
verso l'apparecchio vocale (e verso le generazioni future). Il lavoro
continuava ad essere un miraggio lontano, intangibile. Le macchine e
lo smog continuavano a sfrecciare, là fuori dalla finestra della
mia scatola metallica personale. E, circondato da questo gruppo di
pazzi, non riuscivo neanche a raccontare la mia storia. Questa
storia.
Mi.Di