lunedì 13 gennaio 2014

IL CAPITALE UMANO - Paolo Virzì


Il regista livornese Paolo Virzì passa dalla commedia a lui cara a un mix ben riuscito fra giallo, noir con qualche spruzzo di comicità qua e là.
Per chi era titubante riguardo questo esperimento, o per chi lo è ancora, il consiglio è di scrollarsi di dosso i pregiudizi e i timori sull'approccio del regista a un nuovo genere ed entrare sicuri in sala .
Con lo spegnersi delle luci ci troviamo immersi in un mondo malato, in un paese incancrenito, ben descritto dai fidi collaboratori di Virzì; gli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo.
I tre, notando un romanzo del 2004 di Stephen Amidon ambientato nel Connecticut, capiscono che può fare al caso loro, prendono la palla al balzo ed ecco il Capitale umano.
Siamo in Brianza, la storia gravita intorno a due famiglie, i piccolo borghesi Ossola e i ricchissimi Bernaschi; il pretesto per unire le due famiglie è un omicidio di un “povero cristo”, come ci dirà il commissario, che permette al regista di sviscerare il mondo degli Ossola e dei Bernaschi, di mettere a nudo un'Italia che zoppica ormai da anni.
Dino Ossola (uno stupendo Fabrizio Bentivoglio) sfrutta la relazione della figlia Serena (l'esordiente rivelazione Matilde Gioli) con il rampollo della famiglia Bernaschi per entrare nel loro fondo fiduciario. Un padre disposto a tutto pur di vedere “il nostro comune amico”, il denaro, entrare in cassa, sentire il tintinnio delle monete riempirgli il cuore e l'anima.
Il capofamiglia Bernaschi (un azzeccatissimo Fabrizio Gifuni) è un broker divenuto ricchissimo grazie alle disgrazie altrui, prosciuga la linfa vitale a un paese che ne conserva già poca, incarna quella borghesia agghindata nel lusso sfrenato, cieca all'arte e a tutto ciò che non è concreto, quella borghesia capace di trasformare un antico teatro in un grigio lotto di appartamenti.
Carla Bernaschi è interessata all'arte, appassionata di teatro, sembra diversa dallo sciacallo del marito, ma la sua è solo apparenza perché non disdegna di essere viziata da giri in limousine con tanto di autista che la scarrozza di qua e di là per la città, fra manicure, negozi di tessuti pregiati e chi più ne ha più ne metta. La psicologa Roberta (Valeria Golino), compagna di Dino Ossola, fa da contraltare alla nullafacente Carla; sembra ascoltare e capire tutti, col suo sguardo tenero e innocente, sempre pronta ad aiutare chi ne ha bisogno. Ma proprio lei, che dovrebbe comprendere meglio di chiunque altro l'animo umano, scivola nella contraddizione di vivere accanto ad un essere viscido, senza alcun freno morale come Dino.
Serena e il disadattato Luca, si cercano, si trovano in un mondo corrotto, circondati da persone che pensano solo a se stesse, soli ma complici, dentro un paese scalcinato, in un plot che forse consegna a loro le chiavi del futuro; i giovani sì, forse loro possono...
Il regista ci mostra un panorama arido, sentimenti rarefatti, senza moralismi di alcun tipo: starà allo spettatore capire ciò che giusto o sbagliato.
Dopo questo imponente film, Virzì potrebbe ricevere una chiamata dagli studios più ambiti del mondo, da quella Hollywood che ha già attratto Muccino e Sorrentino. Ma, forse, il regista è troppo connotato con l'Italia e gli italiani; e, forse, è un bene perché dopo questa prova di maturità dobbiamo proteggere il nostro di capitale umano.
Virzì è un po' come il buon vino, più invecchia e più si apprezza.

Elle Bi

sabato 11 gennaio 2014

COMPLOTTI - Domenico Martino

venerdì 10 gennaio 2014

UNA CITTA' DI PAZZI NOSTALGICI


Con una percentuale di giovani senza lavoro oramai al di sopra del 40%, lo spettro della disoccupazione pare qualcosa di più di una semplice entità ‘fantasmatica’ in Italia. Anzi, questo acquista sempre maggiore consistenza quanto più la notizia rimbalza da un telegiornale all’altro, da ricerca statistica a ricerca statistica, da quotidiano a quotidiano.

Eppure esiste un luogo in questa zoppa e scalcinata Europa in cui il sogno utopico di una comunità dove nessuno è privato della possibilità di lavorare è divenuto realtà. Un luogo in cui il tasso di disoccupazione è allo 0%, e questo proprio alla faccia di quella “curva di Phillips” che non solo teorizza una relazione inversa tra inflazione e livello di occupazione (ad un decremento del saggio dei prezzi è associato un aumento della disoccupazione) ma in aggiunta postula un cosiddetto livello “naturale” di disoccupazione, al di sotto del quale il sistema non è in grado di dirigersi (cioè, qualcuno a braccia conserte ci deve stare per forza). A questo punto molti lettori penseranno che questa sorta di Eden può trovarsi solo in chissà quale ricca nazione scandinava o essere ubicato magari in un deserto mediorientale stracolmo di petrolio fino all’inverosimile.
In realtà non è proprio così. Anzi, la cittadina di cui stiamo parlando si trova nel cuore di una delle regioni del vecchio continente più colpite dalla crisi, precisamente in Andalusia, Spagna, a 100 chilometri da Siviglia. Il suo nome è Marinaleda, comunità rurale di circa 2700 abitanti dove il concetto di “piena occupazione” non è più soltanto un sogno nel cassetto di qualche convinto sindacalista o di un nostalgico politicante di sinistra.

In questo piccolo comune, sulla cui bandiera tricolore svetta l’eloquente scritta “Marinaleda: una utopia verso la pace”, un sindaco visionario di nome Juan Manuel Sanchez Gordillo è riuscito nel giro di 30 anni a costruire un sistema economico-sociale capace di garantire la sussistenza dell’intera cittadina e di fronteggiare la profonda crisi di questi ultimi anni. Qui si producono e conservano una grande varietà di ortaggi quali legumi, carciofi, peperoni. Tale produzione agricola poi, non solo raggiunge le tavole di tutta la penisola Iberica ma riesce persino a varcare l’oceano Atlantico, fino a toccare il lontano Venezuela.

Volendo scendere un po’ più nel dettaglio per comprendere quali sono i “numeri” di tale progetto, basti pensare che la disoccupazione è allo 0% contro una media nazionale del 30%. Non vi è inoltre alcuna differenza tra i redditi percepiti a Marinaleda qualunque sia la mansione svolta: 47 euro al giorno escludendo la domenica. E se un’annata è particolarmente magra per le imprese agricole della comunità, si lavora meno ma si lavora tutti. I politici non percepiscono alcun rimborso e la loro attività è ripagata solamente dalla soddisfazione di agire per il bene della propria comunità (uguale ai nostri no?!). Ancora, andare in piscina tutta l’estate a Marinaleda è possibile con soli 3 euro e la mensa scolastica ha un costo più che simbolico: 12 euro al mese. Ed ora arriva il “piatto forte”. A Marinaleda è possibile costruirsi una casa di circa 90 metri quadri anticipando solamente 15 euro. L’abitazione un miraggio nel deserto per tanti, troppi oggigiorno? Non in questa comunità andalusa. Basta mettere a disposizione la propria forza lavoro e non si è costretti a pagare mutui con interessi salatissimi: il denaro è dato in prestito dal governo andaluso a tasso zero.

Può dunque Marinaleda essere considerata una concreta alternativa al sistema di matrice neoliberista oggi predominante che in questi anni ha mostrato tutta la sua fragilità e iniquità nella distribuzione di ricchezze e sofferenze tra la popolazione mondiale? Basta davvero affermare che è giunto il momento di “porre l’uomo al centro delle idee e dei progetti, invece del profitto dei pochi a danno dei molti” per cambiare concretamente le cose?

Se qualche lettore è interessato all’opinione del sottoscritto si faccia pure avanti e commenti l’articolo.

Se vi dicessi però che il concetto di bene e male, di ciò che è giusto fare e giusto non fare, è molto più labile ed effimero di quello che al senso comune può spesso sembrare?

Maste

giovedì 9 gennaio 2014

WAH-WAH - George Harrison



Per molti l'unico ex Beatles a fare dei capolavori dopo lo scioglimento del gruppo è stato John Lennon. Ma non tutti hanno ascoltato "All Things Must Pass" di George Harrison (1971), vera perla del rock psichedelico. Un album continuamente attraversato dalle rivelazioni religiose fatte da Harrison durante la sua vita( e già introdotte, anche se timidamente, con i Fab Four) e, specialmente, un album fatto di scarti. Quegli scarti che non erano mai stati inseriti negli album dei Beatles, rifiutati da John e Paul, che comandavano l'intera società degli "scarafaggi". E che scarti. Un vero è proprio contenitore di piccoli capolavori, a partire da "Isn't it a Pity" per passare da "My sweet Lord" (ormai un classico) e dalla traccia che da il titolo all'album. Il tutto, perfettamente confezionato dal genio di Phil Spector (forse il più grande produttore della storia del rock) e dal suo "Wall Of Sound". La nostra scelta va su "Wah Wah", forse perchè rappresenta più delle altre la vera anima da chitarrista del compianto George. Come dice il titolo dell'album, con il tempo tutte le cose devono passare, tranne fortunatamente, i veri capolavori, la vera arte che riesce ad emozionare, questa arte. Film consigliato: George Harrison: Living in the material World.

Mi.Di

martedì 7 gennaio 2014

UN VIAGGIO ACCIDENTATO


E' il mio turno, non posso più tornare indietro, ora o mai più.
E' il momento della verità, e il professore lo sa.
“Venga Borghini...si sieda”.
Io mi siedo e lo scruto con sguardo da cane impaurito.
Ha gli occhi da predatore in attesa di sbranare la preda.
“Vedo che è il suo ultimo esame. Vedo anche che è fuori corso di un anno e mezzo. Come mai ha impiegato tutto questo tempo? Studente lavoratore?”.
“Avevo delle cose da risolvere”.
Il professore si alza e accende il proiettore, sullo schermo appare un teatro antico.
Dietro di me non c'è nessuno, siamo solo io e lui.
“In che periodo ci troviamo?”.
“Siamo nell'età romana” rispondo prontamente.
“No, si sbaglia, guardi più attentamente”.
Io rimango perplesso, la mia risposta è giusta ma a lui non va bene.
“Teatro di Tito, Anfiteatro Flavio, età romana, 80 d.c. né un anno di più né uno di meno”.
“Si sbaglia Borghini, la verità risale a molto tempo prima”.
Non capisco bene cosa vogliano dire quelle parole, ma una cosa è certa; non può essere un teatro greco e su questo non ci piove.
“Non si limiti ad usare gli occhi. Se ha bisogno di tempo si alzi e vada pure a guardare da vicino”.
Seguo il suo consiglio, mi avvicino al telo. Spalanco gli occhi, ma davanti a me vedo sempre il teatro di Tito.
Improvvisamente una mano mi spinge, scivolo dentro il telo.
Mi giro e intorno a me vedo il teatro di Tito. Dall'altra parte c'è il professore che mi guarda.
Da osservatore sono diventato osservato.
“E' riuscito a capire ora Borghini?”.
Ma capire cosa? So solo che mi trovo intrappolato in questa diapositiva sfocata. Non so come, ma ci sono finito dentro.
“Aspetti Borghini, ora la raggiungo”.
Il professore si tuffa verso di me.
E' passato, ce l'ha fatta.
“Ora anche lui è intrappolato in questa diapositiva del cazzo. Ben gli sta” penso con un briciolo di cattiveria.
“Andiamo Borghini, mi segua, ora le mostrerò la verità riguardo al teatro”.
Mi giro ma il teatro non c'è più. E' scomparso.
Al suo posto c'è un'enorme vasca d'acqua.
Il professore senza battere ciglio si butta completamente vestito.
“Venga Borghini mi segua”.
Io sono un po' titubante. Dal centro della vasca si erge un palo che arriva su fino in cielo.
Ai lati spuntano delle cabine simili a quelle delle giostre panoramiche.
Il professore è già lì bello comodo su una di esse. Mi fa cenno con la mano di seguirlo.
Non ci penso due volte. Prendo la rincorsa e mi tuffo di getto.
Dopo alcune bracciate arrivo davanti al palo.
“Come faccio ad arrivare lassù?” chiedo guardando il professore.
“Te fallo. Fallo e basta”
Non mi sembra una risposta molto logica per un professore.
Mi rimbocco le maniche e inizio a scalare quel maledetto palo.
Dopo aver sputato litri di sudore, finalmente raggiungo la cabina.
Mi siedo accanto al professore e lo guardo in attesa di qualcosa.
“E' riuscito a capire adesso?”.
Lo dice come se fosse tutto chiaro, ma niente è più incasinato di questa situazione assurda.
“Sarò franco. Non ho capito un bel niente”.
“Male Borghini, male. Pensavo, che dopo tutto questo, avesse capito” mi dice scuotendo la testa.
“Ma capito cosa?” mi domando, con una gran voglia di dargli un bel ceffone su quella faccia sorridente, ma non lo faccio; improvvisamente dentro di me si inerpica una sensazione strana, inizio quasi a voler bene a quel professore che fino a poco tempo prima appariva ai miei occhi come un predatore affamato.
“Evidentemente non sei ancora pronto. Hai bisogno di un piccolo aiuto” mi dice passandomi degli occhiali davvero ridicoli, perfino peggio di quelli usati per vedere i film in 3d.
Mi sento scemo con quegli occhiali e mi vergogno anche un po', ma tanto siamo solo io e lui.
Non appena messi gli occhiali tutto si dissolve.
Improvvisamente rimango solo. Il mio Virgilio in questo viaggio assurdo è come scomparso.
Sono in una specie di caverna rossa.
Fa freddo, forse perché sono ancora bagnato, forse perché sono rimasto da solo, forse perché è il momento della verità.
Mi addentro nella caverna, sempre con quegli orrendi occhiali da sole.
Sono diventati parte di me, ormai.
Vado avanti e noto che ai lati della caverna ci sono piccoli schermi che trasmettono qualcosa.
Mi avvicino al primo, lo guardo e non c'è niente. Una malinconia improvvisa mi assale lentamente.
Sono scosso, ma non so il perché.
Davanti a me solo uno schermo bianco.
Decido di andare avanti, di farmi forza.
“E' il momento della verità, non posso arrendermi ora” penso stringendo le spalle per il freddo.
Arrivo allo schermo successivo, lo guardo con attenzione, ma vedo solo qualche immagine sfocata.
Sento una fitta allo stomaco, una lacrima mi scende da un occhio.
Asciugo la lacrima e inizio ad avere paura.
Non capisco perché, però ho davvero paura.
“E' il momento della verità. Non posso deludere il professore” penso proseguendo.
Arrivo davanti all'ultimo schermo.
Metto le mani davanti agli occhi creando un piccolo spiraglio per poter guardare, ma sono sinceramente spaventato.
So che guardando questo ultimo schermo potrei perdere tutto, potrei rimanere vittima di me stesso, potrei deludere le aspettative del professore, potrei deludere le aspettative dei miei familiari, ma potrei arrivare anche alla verità.
Scosto le mani e guardo spavaldo, non curante di quello che mi potrebbe succedere.
Scoppio in pianto, tremo, rido, urlo; è un calderone di sensazioni.
Finalmente capisco.
Su questi schermi sono rappresentate tutte le mie paure.
E' il duro confronto con la realtà e con me stesso, non posso fuggire in eterno.
Affronto tutto questo da solo.
“Grazie professore per avermi indicato la via, ora posso camminare con le mie gambe”.
Mi sveglio, guardo l'orologio, 6 in punto.
Ho un leggero mal di testa ma mi sento più forte.

Elle Bi

lunedì 6 gennaio 2014

PHILOMENA - Stephen Frears


Irlanda, anni Sessanta. La giovane Philomena Lee, data in affidamento alle suore del Sacro Cuore, trascorre le proprie giornate presso il convento costretta a scandire il giorno secondo l’assioma benedettino Ora et Labora alle dipendenze di sorelle il cui modo di gestire la vita delle giovani ragazze richiama alla mente, con una similitudine certo un po’ forzata, i gulag staliniani. Siamo nei Sessanta (del ventesimo secolo attenzione) ma pare di essere ancora nel Medioevo.

Da una relazione avuta con un ragazzo conosciuto ad una fiera, Philomena, che vive il suo primo rapporto sessuale, resta incinta di un bambino che nascerà presso il convento e che le verrà portato via dalle suore poiché nato illegittimamente e nel peccato (proprio così nel peccato). Il figlio sarà cresciuto dalle suore lontano dall’amore della madre a cui sarà concesso di vederlo un’ora al giorno dopo il lavoro. Tutto questo in attesa che il figlio venga dato in adozione.

Cinquant’anni dopo Philomena Lee (interpretata da una magnifica Judi Dench, che riesce a dare un’incredibile naturalezza al suo personaggio) è una donna anziana che ha avuto un’altra figlia, e che ha passato tutta la vita senza rivelare a nessuno l’esistenza del figlio convinta com’era dall’alto della sua formazione basata sui dogmi cattolici di doversi vergognare del peccato commesso. Tuttavia l’amore per il figlio mai dimenticato e il fortissimo desiderio materno di rivederlo, sapere se sta bene e soprattutto sapere se ha mai rivolto un pensiero a sua madre la spinge a riferire alla figlia l’intera storia. Casualmente poi avverrà l’incontro con il giornalista inglese Martin Sixsmith (Steve Coogan, anche sceneggiatore) che l’aiuterà nella ricerca del figlio impegnandosi poi a pubblicare l’intera vicenda. Dalle ricerche svolte dal giornalista verrà fuori che il figlio è stato adottato da una facoltosa famiglia americana nel quadro di un programma di finanziamento del convento (come a dire dalle indulgenze ai bambini tutto fa brodo), che lavora per il governo degli Stati Uniti, che è omosessuale e ..

L’intento principale di Frears non è tanto quello di confezionare un film di denuncia, quanto piuttosto raccontare una storia d’amore: l’amore di una madre per il proprio figlio, amore che va al di là di ogni ingiustizia o sopruso e che condurrà Philomena, all’epilogo del film, a compiere il gesto più difficile ovvero perdonare coloro che le hanno fatto tanto male.

Diccì

sabato 4 gennaio 2014

RITRATTO DI STRADA - Elle Bi



Un ragazzo davanti all'immensità della Val d'Orcia. Scattata a Radicofani.